…ma anche no

In questi giorni ero tentato dall’aprire una nuova categoria dove mettere i più tragici, improbabili, ridicoli, squallidi virgolettati, così, nella loro nuda mediocrità, con il semplice cappello a guisa di titoletto “…ma anche no” seguito dal mio consueto numero (n.1 and so on).
Ma nella sharing society che viviamo alla fine queste sono più faccende da Facebook, Twitter e quindi ho rinunciato.
Volevo subito citare i sedicenti testi sacri che sono una fucina di virgolettati discutibili e partire da Abramo, prendendo sul serio la storiellina in un cauto suspension of disbelief, uno dei tanti episodi che, come dice Odifreddi, sono la sintesi dell’idea che per allontanare dai fanatismi religiosi basterebbe invitare le persone a leggere per davvero i testi che si suppongono di provenienza divina.
Ma anche qui esiste l’agile categoria apposita (“L’apote”, per chi fosse minimamente interessato).
Preferisco quindi radunare qui e adesso e probabilmente mai più una serie di frasi che mi hanno colpito nelle ultime settimane e che dimostrano con prevedibile squallore l’ambientino démodé nel quale viviamo e che qualche cultore di Bacco chiama patria.
Partiamo dal più tenace degli umoristi dell’ultimo ventennio, il signor b.
“Durante le elezioni europee ho decretato la fine di Grillo, si è fermata lì la storia di Grillo, oggi non c’è possibilità che vada da nessuna parte e i suoi non contano nulla in Parlamento. E’ una ferita nella democrazia, ma non più un pericolo e andrà verso il degrado”. Se resta al 20%, aggiunge, “il M5S non è pericoloso ma lo sarebbe stato se Grillo fosse arrivato al 51%”.
Ora, è chiaro che la sesquipedale ed inarrivabile sequenza di pericolose sciocchezze dette dal soggetto in questi anni lo rende ipso facto un facile bersaglio ma io riesco ancora a meravigliarmi sia della patologica vanagloria (“ho decretato la fine di Grillo”), sia della straordinaria indifferenza alla logica e alla coerenza : poco prima aveva affermato con pensierosa serietà che gli italiani non avevano mai imparato a votare e che gli avevano negato quel 51% che serviva per cambiare davvero il paese.
Curiosa idea di democrazia, per usare un understatement.
Secondo episodio : il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha definito le nozze gay “una sconfitta per l’umanità”.
Ma anche no (qui è bene scandirlo).
Perenne monito per chi vede in Bergoglio una grande novità, il Vaticano è sempre lì dove sappiamo.
Lontano dalla modernità e dall’idea, davvero rivoluzionaria, che esista una libertà civile anche per gli altri, quelli che non la pensano come loro.
Terzo e più flamboyant episodio, dove si tratta di cose serie e a me molto, molto più care.
Lory Del Santo come Paolo Sorrentino: così l’attrice si autoparagona al regista de La grande bellezza. “Sorrentino si avvicina molto alle mie intuizioni – lui ha fatto dei film e io anche ne ho fatto uno (sic). Abbiamo delle visioni in comune“.
Lory Del Santo ha anche criticato l’ultimo film di Sorrentino. “Come lui, inquadro certi paesaggi e in Youth ho visto cose che avrei fatto anche io, ma il film non l’avrei fatto così, no. Youth ha delle lacune. Il mio punto – continua la Del Santo – è che so quello che bisogna fare per avere un premio. Bisogna essere lentissimi, inquadrare molte montagne. È importante perché sfidi lo spettatore. Il regista sembra dire: io sono superiore perché devi riconoscere la mia arte. Fanno tutti questi film che uno si vuole tagliare le vene, ma io amo le cose noiose. Mi eccitano”.
Di fronte a questo capolavoro e dopo aver rivisto deferenti il meraviglioso “The Lady” su YouTube, la mente vacilla e non riesce neanche a proferire l’ultimo “ma anche no”.

La mia generazione ha perso

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Si susseguono senza soluzione di continuità le generazioni che ragionevolmente possono dire di aver perso la guerra nel tentare di far diventare questo paese un paese “normale”.
Il grande Giorgio Gaber è stato uno degli ultimi esponenti capaci ancora di una triade di emozioni che oggi sembra negata addirittura alla fonte nell’Italia renziana post-berlusconiana : incredulità, indignazione, amarezza.
Giorgio aveva sopportato con non cristiana rassegnazione gli schizzi di fango del ventennio maledetto ma aveva anche collezionato le etichette che il popolino bue, complice da sempre del potere nella condivisione degli stessi “ideali”, affibbia alle pochissime menti libere e quindi critiche.
Laddove in Francia da “bobo” a “gauche caviar” o altrove con “radical chic”, gli epiteti restano all’interno di una normale dinamica borghese, grazie al fatto che esiste una borghesia vera, in Italia il popolino spara le sue sentenze ideologiche manichee con antico riflesso cattolico : comunista.
Così come il grandissimo Pasolini, Dario Fo e altri, dei paria in questo paesello, così anche Gaber, nel momento in cui uscì dal mainstream canzonettaro divenne subito un maestro inascoltato, guardato con sospetto e con quello sguardo tra l’incredulo e il demente così tipico dell’italiota medio.
Nel recente serial “1992” viene citato “Petrolio”, opera incompiuta e straordinaria di Pasolini, in uno dei punti più lucidi e visionari :
«Ci sono persone che non credono niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti al loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale.»
Questo è uno degli orizzonti in cui si è mosso Gaber, che non a caso e sempre in maniera sanamente non convenzionale, ha affrontato anche il problema della fede.
Gli ultimi due meravigliosi album, il primo, del 2001, che si chiama come il titolo di questo post, era il ritorno in studio dopo tanto, tanto tempo.
Conteneva gemme assolute come “Destra-Sinistra”, consueta felice digressione nel sarcasmo verso gli inganni del potere e delle sue etichette, e, appunto, la canzone che contiene il verso da cui il titolo (“La razza in estinzione”).
Un pezzo elegantissimo, con un testo che andrebbe insegnato a scuola al posto di tanti inutili carducci.
Un pezzo che nel chorus centrale, dove sancisce la sconfitta della sua generazione, tocca livelli di poesia nostalgica difficilmente riscontrabili nell’intero canzoniere italiano.
L’ultimo album con inediti è già postumo (2003) e il titolo è tutto un programma : “Io non mi sento italiano”.
Addio, fratello.

Stupidi exponenziali

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Per puro caso e dopo molto tempo ho avuto l’accidente (termine non casuale) di vedere per qualche minuto quella buffa rete che si chiama ReteQuattro.
Vederla nel giorno del Primo Maggio ma soprattutto dell’inaugurazione dell’Expo milanese è stato un vero colpo di fortuna.
Chi mi conosce sa che non pecco certo di ottimismo riguardo alle italiche sorti o meglio riguardo agli eterni, mai risolti problemi di questo strano paese.
Ma vedere all’opera dopo tanto tempo la macchina del consenso che ha distrutto quel poco di buon senso critico che era rimasto in Italia negli ultimi vent’anni mi ha rivelato la mia vera natura di grande ottimista in senso lato, perfino sulle sorti italiche.
La realtà è infatti ben peggiore di come la immaginavo.
Nel 2015 un telegiornale di questo tipo, così infantilmente mediocre, sempliciotto, così manicheo, manicheo in modo raggelante, così sdraiato sulle istanze più caricaturali, quelle che perfino sembrano irreali da quanto sono decerebrate, del piccolo borghese lavoratore medio, non sembra neanche possibile.
Eppure esiste.
Quale migliore occasione poi per fare confusione che gli scontri di ieri a Milano con relative devastazioni?
Da una parte lo stato, ampiamente al di sotto di ogni sospetto da sempre, ma particolarmente dagli anni 60-70, dall’altra i teppistelli.
Proibito ragionare, proibito fare i distinguo, proibito anche solo farsi due domandine semplici semplici.
Una delle domande è quella che attraversa da sempre le menti neuronalmente irrorate da sempre : lo stato ci è o ci fa?
Da una parte l’infinita inefficienza a risolvere qualsiasi problema rafforza il nostro pregiudizio quasi “etnico” sul tumore che rende il nostro paese, sul piano civile, quasi un minus habens a livello europeo, uno strano territorio più simile al Sudamerica che alla Svezia.
Dall’altra in un paese come questo, infestato da milioni di sedicenti furbi inclini al “particulare” e senza cultura né memoria, diventa quasi inevitabile indulgere alle dietrologie che altrove scolorano in fretta.
Studiando la storia poi si capisce che, andreottianamente, pensare male porta all’inferno ma mette dalla parte della ragione quasi sempre.
Di fronte ad una guerriglia urbana perfino di non poco conto e ampiamente prevedibile (mesi che se ne parla di questa giornata, mesi), la reazione delle forze dell’ordine è stata talmente inefficace nella sostanza, rispetto a quanto accade altrove per molto meno, che sembra proprio che ci sia una regia.
La stessa che sembra esserci dietro la resistenza del fenomeno degli ultras negli stadi che ha raggiunto livelli di metastasi talmente diffusi e stabili da rendere sempre più surreale l’eterna chiacchiera melodrammatica e piena di gesti, quanto inefficace ed inutile, che si registra in tutte le sedi da decenni.
A sentire ReteQuattro e l’opinione della ggente in genere il giochino è riuscito anche questa volta.
Il popolino allergico alle letture, malato di alzheimer storico, cultore della vita semplice, abbocca quasi sempre.
Niente più domande sulla nostra impunita, eterna, proterva e tragicomica “classe dirigente”, che sfila in questi giorni con sorrisetti e frasi incredibili per falsità programmatica, che ha sfangato l’ennesimo miserabile scandaletto, mentre costringe il popolino a vivere in un paese infernale sul piano fiscale, burocratico, dei servizi.
E sempre, sempre, con il plauso quasi unanime dei media più timidi e servili del mondo.
Tutti a schierarsi per l’ordine e la legalità (chi non lo farebbe?) come nell’ennesimo derby tifoideo.
O con l’Expo o con i black bloc.
Come se questo fosse il dilemma.
Per quanto mi riguarda la pilotatissima intervista ad un decerebrato teppista fatta ieri urbi et orbi ha la stessa valenza della sospettissima intervista alle rom che dichiaravano in maniera un pò troppo entusiasta la loro vita di furti, trasmessa non molto tempo fa e della cui autenticità, pare, non si è del tutto convinti.
Questo eterno giochino ha intrappolato per anni le menti deboli di un popolo stupido, che si compra con meno della classica zuppa di lenticchie.
Gli 80 euro sono l’ultimo di una lunga serie di memento alla monumentale dabbenaggine italica.
Criminalizzare il dissenso, in altri regimi, è operazione più complessa.
Qui è perfino semplice ed è invocato dalle vittime stesse.
Manipolatori e manipolati vivono sulla stessa frequenza d’onda.
Fino al prossimo happy hour o all’inevitabile trenino sulla spiaggia.

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Nei giorni scorsi, stando su Sky, sarebbe stato possibile passare in un attimo dal top della serialità americana e mondiale al top italiano.
Senza soluzione di continuità.
Dal finale di stagione di “House of cards” alle ultime battute di “1992”.
“1992” mi intrigava molto soprattutto per l’ambientazione e l’argomento, una disamina a distanza di neanche tanti anni del fenomeno Tangentopoli e del passaggio dell’Italietta dalla prima, corrottissima repubblica, alla seconda, maggiormente corrotta ma imbellettata di marketing e di finto nuovismo.
Un classico italiano.
Secondo gli stilemi Sky la produzione è ricca, ostentatamente moderna, lontana dal trash e dal provincialismo mefitico della fiction standard italiana, ricca di mostri indimenticabili.
Le buone notizie però finiscono qui.
Il rituale asino casca laddove non ci si può proprio fare nulla, in uno dei due corni chiave per fare andare avanti un serial che sono script e recitazione.
Se lo script, pur con molte lacune e debolezze, può anche starci, soprattutto se paragonato allo standard italiota, la recitazione, vero punto di non ritorno del disastro italiota in quasi tutte le produzioni (filmiche, televisive, teatrali) qui tocca punte inarrivabili di mediocrità che paradossalmente urlano ancora di più vista la confezione ben più credibile del solito.
È come essere invitati ad un gala e presentarsi in ciabatte e pigiama.
La cosa non è passata inosservata neanche da noi dove una certa desuetudine all’arte della recitazione fa passare per bravi personaggi che altrove, in una produzione, raccoglierebbero le ordinazioni del catering.
Ci sono state pure delle diatribe online tra qualche critico che ha osato dire la verità e le mamme di qualche attrice, come la devastante Tea “ehhhh?” Falco, una maestra della dizione (ma non solo).
Diciamo che, come capita spesso purtroppo qui da noi, ho dovuto scoprire per forza l’esistenza del servizio sottotitoli in MySky.
Ma è anche il tono della recitazione che è costantemente fuori contesto e fuori logica, in un mondo dove peraltro uno come Stefano Accorsi svetta, così, per dire.
Purtroppo le buone scuole non esistono e varie sono le vie per cui si arriva a grandi produzioni, come la stessa fiction evidenzia spesso nel suo racconto.
Script e recitazione sono i due corni per i quali il paesello resta sempre 1000 km. indietro rispetto a Francia e UK, i capisaldi europei, sul piano della qualità, della finezza.
E “1992”, pur nello splendore della produzione,non fa eccezione.
Poco prima mi ero appena visto il finale della terza stagione di “House of Cards”, ossia il meglio mondiale e sicuramente una delle serie, ma direi meglio opere d’arte, della storia del cinema.
A parte la grandezza dell’intera stagione, tutta innestata sulla cupa realtà dell’esercizio del potere (il nostro Frank è ora presidente degli Stati Uniti, come è noto), il finale di stagione è, senza tema di smentita, probabilmente la cosa più grande, monumentale, straordinaria mai vista su uno schermo televisivo.
Una sceneggiatura implacabile, con punte di perfidia geniale come nel plot folgorante dell’uccisione di Rachel, attori immensi in stato di grazia (Spacey e Wright su tutti ma anche il meraviglioso caratterista Michael Kelly che interpreta magistralmente Doug), una regia d’altissimo bordo, perfino un soundtrack che meriterebbe 10 Oscar (Jeff Beal è un fottuto genio).
Nessuno dovrebbe omettere di vedere quest’ora leggendaria, shakespeariana e kubrickiana allo stesso tempo, con punte di genio assoluto come nella scena finale nella Sala Ovale tra i due protagonisti, marito e moglie, che fa finire in decollo totale una serie che è già storia alzando l’asticella ad un livello tale che ci si chiede seriamente come sia possibile anche solo tenere e continuare su questa strada.
Enrico Mentana su Facebook ha parlato della sequenza televisiva “House of Cards – 1992″ come del passaggio da “Blade Runner” a “La liceale nella classe dei ripetenti”.
Vedere in sequenza questi due campioni nazionali a me invece ha fatto l’impressione che hai quando guardi il pattinaggio artistico e dopo l’esibizione del campione olimpico, mondiale, dell’universo (che so, un Plushenko) che fa la prova perfetta, arriva il campione rionale, italiano e deve affrontare una platea muta e ormai molto distratta.

Le perverse fascinazioni

Chi mi conosce bene conosce bene la mia tecnofilia senza moralismi e quasi senza confini.
Non posso quindi essere tacciato di luddismo o di passatismo in quasi nessuna delle attività umane, credo nel cambiamento e penso che sia sterile arroccarsi al passato se non per poetiche, nostalgiche divagazioni a fini artistici.
Frequento infatti spesso la nostalgia sia nella scrittura che nella fruizione artistica, soprattutto musicale.
Mi chiedo però spesso se il mondo che stiamo vivendo e che sarà ricordato per l’entrata vera nel futuro, tecnologico, iperconnesso ed iperinformato, non sia anche un mondo che grazie alla potente fascinazione del mezzo sia intrinsecamente antitetico al fine, al mistero, all’arte, alla immersione senza preoccupazioni di lunghezza o velocità in mondi alternativi.
Penso che non sfugga a nessuno che l’immagine che più icasticamente definirebbe il nostro mondo attuale sia un uomo, una donna, soprattutto nelle nuove generazioni, chino perennemente su un terminale mobile.
Io uso tecnologia mobile fin dai primordi e quando ero un paria visto con sospetto mai mi sarei immaginato che in un futuro non lontano la cifra visuale delle città sarebbe stata proprio quella che allora era vista come una perversione : un computer di minime dimensioni usato per strada.
Sarebbe quello che i nostri nonni noterebbero di più se potessero tornare al mondo anche solo per un minuto.
Sia chiaro : non potrei mai fare a meno di un Iphone, un Ipad e probabilmente anche di un Apple Watch (che sarà, penso, la riscoperta della posizione eretta).
Così come un mondo senza social networking sembra ormai impensabile, soprattutto dopo l’avvento di quell’arma nucleare che è e sarà sempre più Periscope.
Ma è indubbio che l’overloading informativo e l’epidemia sharing sembrano inevitabilmente intaccare la concentrazione e la profondità necessarie alla grande arte.
E perfino il mistero che trascina poi verso le grandi passioni della vita.
Basta andare indietro di pochi anni per reagire spazientiti alla “lentezza” apparente di certi film, serie tv.
Eppure erano montate con criteri accettabili e non erano certo paragonabili alle derive fluviali di un Eisenstein.
Nel campo musicale in fondo la mia ipotesi è buonista : mi rifiuto di credere che non esista più il talento di creare mondi sonori interessanti, che non si sappia più neanche lontanamente l’importanza del sound (parola quasi sparita dai radar, così come “complesso”), preferisco pensare che il giochino software sia talmente assorbente che fatalmente si perda interesse per la realizzazione finale.
Oggi la vera creatività è creare una app, così come il vero business ormai sembra quasi sempre immateriale…e spesso le due operazioni coincidono.
Così come avviene nelle teste dei nostri postmodernissimi figli.
Con tutta l’arte nei secoli e l’informazione totale a portata di mano ma una scarsa propensione a scriverne nuovi capitoli significativi.

Il periscopio e il cockpit

C’è una app che sta spopolando in questi giorni e che dà vera “addiction”, soprattutto per i vecchi cultori delle webcam (quorum ego) o, più prosaicamente, per i fanatici dei social di tutte le risme.
Si tratta ovviamente di Periscope, una app di live streaming ossia una non novità in termini assoluti ma, come capita spesso ad Apple, la versione giusta, semplice, perfetta, vendibile, dell’idea di trasmettere in tempo reale da ogni parte del globo qualsiasi cosa.
I fortunati fondatori hanno parlato di “invenzione del teletrasporto” e, devo dire, al netto del marketing, le possibilità e l’interattività sembrano infinite.
Soprattutto quando il “broadcaster” risponde a voce alle sollecitazioni via chat dei partecipanti, spesso bislacche.
Il mio vecchio cuore di giornalista e fanatico video esulta all’idea del reporting che questa app veicola e il fatto che l’esplosione recente di un palazzo a New York sia stata “allertata” e vista in tempo reale prima su Periscope che sul web tradizionale (già recentemente considerato velocissimo rispetto ai media tradizionali) racconta del futuro, anzi del presente delle news.
Privacy?
Un falso problema.
Non si sbaglia : in questo mondo dominato da molte tare tra cui il legalismo, più se ne parla di una cosa e meno in effetti viene protetta e tutelata.
Il numero di telecamere fisse oggi presente nelle città (e non solo) del mondo è tale che, per citare un recente, vicino esempio di cronaca, la ricostruzione video di un incidente stradale mortale è stata possibile grazie al report incrociato di varie fonti visive, escludendo per ora i passanti dotati di smartphone.
E questo numero è in aumento.
Per i distopici una conferma dell’orwellizzazione della nostra società.
Per i tecnofili moderati come me una conferma del fatto che ormai siamo in un mondo così e quindi è inutile parlare di privacy.
Bisogna coltivare con accuratezza la propria immagine sui social, usarli e non esserne usati, contro le derive deliranti delle giovani generazioni, ma senza farsi troppe illusioni.
Fa impressione quindi in un mondo siffatto l’impressione old style della ricostruzione “solo audio” o la esasperazione del concetto di privacy sulle info sanitarie emerse dal recente disastro dell’aereo Germanwings.
Penso che questa tragedia paradossalmente invochi anche nel trasporto aereo, un ambito nel quale la tecnologia domina, più tecnologia, soprattutto audiovisiva e di controllo remoto, due fattori dei quali noi vecchi amanti dello sguardo sul mondo “pilotato” da casa siamo stati inconsapevoli pionieri sul web.
Anche per proteggerci dall’insano narcisismo, soprattutto in punti sensibili come una cabina d’aereo, e poter sviluppare, in dosi omeopatiche, quel piccolo narcisismo warholiano che ogni social promuove in forme sempre più articolate e capillari.

Still talking

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Il buon Massarini, sempre ghiotto e curioso di ottima musica (e non solo) recentemente nel suo programma ha fatto vedere questa assoluta chicca.
Talking Heads a Roma, al meglio della loro forma, in piena era post “Remain in Light” (sì, ha ragione Massarini, uno dei migliori dieci album di sempre), a spezzare il pane della conoscenza per la consueta audience italica, tutta coretti calcistici ed entusiasmo abbastanza inconsapevole.
Il gruppo sul palco, allargato e potentissimo, è una macchina da guerra ritmica con la ciliegia finale di Adrian Belew in controcanto chitarristico, uno degli dèi dello strumento, autentica testa pensante del rock angloamericano dell’epoca, con i King Crimson, Bowie e mille altri.
Lo vidi con il Duca nel Sound+Vision tour, un tour di rara eleganza e pulizia formale, e fu memorabile.
Gli stessi Heads li vidi dopo questa fase, in uno dei famigerati concerti al laghetto di Redecesio, immortalati sarcasticamente da Zappa in un suo famoso album e leggendari per disagi, zanzare, lacrimogeni e meraviglie varie.
La musica di quest’ora scarsa è davvero oro distillato.
Il consueto frullatore acido ritmico creato da menti superiori dove c’è di tutto, dall’elettronica avantgarde newyorkese alla Eno al blues al tribale, in dosi perfette, come in una magica ricetta.
Venuti a sciacquare i panni nel fiume della tradizione black americana (Take me to the river, appunto), gli Heads sono e restano uno degli apici della musica rock, ancora incredibilmente attuali, postmoderni e globalizzati.
Con la chicca del “cantante nevrotico”, un vero intellettuale a tutto tondo, David Byrne, uno dei grandi geni della musica degli ultimi trent’anni.
Una Tina Weymouth al basso mai così ieratica e concentrata per stare dietro a questo treno di musicisti in fuga a 2000 all’ora, ingentilisce un palco dove il rock supremo mentale, newyorkese, sposa la ritmica più selvaggia e cronometrica.
E dopo poco parte il treno con “Drugs”, “Crosseyed and painless”, “Houses in motion” per finire con “The great curve”, cibo per la mente e acida filastrocca che potrebbe andare avanti all’infinito.
Stratosferici.

Sacro denaro

Il documentario di John Dickie dato recentemente su “History Channel” non dice nulla di nuovo per chi, negli anni, ha voluto semplicemente guardare in faccia la realtà del Vaticano e della Chiesa senza i paraocchi di una fede intesa male, ossia come difesa dai nemici ad oltranza.
Certi giornalisti anglosassoni, con la loro “ingenuità” nativa e con la professionalità senza sconti così sconosciuta nel paese dei media servi, hanno più volte fatto inchieste sia sulla mafia, sia sulla politica nostrana, sia sulla Chiesa, ossia sulle vere troike di potenza senza controllo dalle quali bisognerebbe guardarsi, stupendosi perché cose eclatanti per chiunque si informasse un minimo non fossero aggredite dal gregge belante che sarebbe il primo, in teoria, a dover difendere la Chiesa dall’interno e dai mali evidenti che la corrodono.
In realtà solo con Bergoglio, con la consueta ipocrisia connaturata alla religione cattolica, i fedeli, soprattutto quelli più integralisti, si sono accorti che le menzogne di copertura e le cortine di fumo per anni dispensate ad arte, usando anche a sproposito la dottrina, sono apparse ormai indifendibili anche all’interno della Chiesa stessa e dei suoi vertici.
Personalmente, pur credendo nella integrità personale del nuovo papa, odiatissimo dai gruppetti di sette vincenti degli ultimi anni, integralisti, inclini al lavaggio del cervello, illiberali, affaristi, non ho molta fiducia nella capacità di rinnovarsi vera ed intellettualmente onesta della macchina vaticana e della Chiesa così come è concepita.
So che Bergoglio ha allontanato molte persone e molte ne sta convincendo facendo leva, astutamente, sul ruolo del marketing per mantenere il potere vero.
Ma dubito fortemente che sia lui, da solo, a poter cambiare nel profondo gli “animal spirits” e le logiche interne, più probabile che venga in realtà strumentalizzato dalla gran parte dell’apparato, grazie alla sua genuinità francescana e quindi al suo appeal pubblicitario di massa.
La recente uscita di Bergoglio sul veloce pontificato e sul fatto che entro 4-5 anni si farebbe da parte, oltre a codificare per sempre la logica di “cambio di amministratore delegato” che ha così scioccato gente abituata a considerare, seriamente, il Papa come messo divino inamovibile se non per morte (cosa sulla quale, soprattutto con Wojtyla malato, la retorica degli integralisti ha toccato vette di farneticazione difficilmente superabili), sembra anche rivelare, tra le righe, un uomo consapevole dei suoi limiti psicofisici e bisognoso quasi di “tranquillizzare” il mondo tutt’altro che evangelico e remissivo che lo circonda.
Il “cahiers de doléances” cattolico, peraltro, è lungo, fin dai tempi della svolta dei patti che hanno arricchito a dismisura la Chiesa, quelli firmati, cà va sans dire, con quel gentiluomo di Mussolini.
IOR, pedofilia, copertura degli scandali sessuali, generati da una dottrina demente che comprimendo la logica naturale delle cose (altro che “legge naturale”!) genera mostri, uso improprio del denaro ingenuamente portato dal gregge e non solo, spregiudicato uso delle relazioni politiche (lo scandalo dell’esenzione dall’odiosa IMU solo per lo sterminato patrimonio immobiliare della Chiesa che genera affari ovunque, soprattutto alberghieri, mettendo la cappellina a latere che giustifica l’esenzione stessa).
Guardare i bilanci numerici di tutti questi enti apre molte scenari sia sull’8×1000 che su mille altre amenità.
Ma non temete, i generatori di risposte precotte automatiche che sono i cattolici duri e puri, hanno già trovato la via giusta che è quella, piuttosto comica, dell'”uomo peccatore – istituzione salda”.
Che è come dire che dentro un postribolo si può parlare, credibilmente, di santità.
Finita l’era Bergoglio temo che la Chiesa dovrà inventarsi altro per tenere legati uomini che spesso hanno il vizio di pensare.

KB

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Le iniziali del titolo rimandano immediatamente alla divina Kate Bush.
Ma sono le stesse di un altro grande britanno che, a differenza di Kate, presente “in note” con “Running up that hill”, ha partecipato direttamente alla splendida cerimonia d’inaugurazione delle recenti Olimpiadi di Londra.
D’altronde su di lui il glorioso Regno Unito ha sempre puntato, mettendogli sulle spalle fin da piccolo l’enorme responsabilità di erede del grande Laurence Olivier.
Kenneth Branagh, una vita da predestinato che non ha fallito, ma sempre con quel sorriso disincantato di uomo contemporaneo, così diverso dall’aura intangibile di Olivier, uomo della vecchia Inghilterra imperiale.
L’isoletta magica, culla del teatro e di tante altre cose, ha sempre avuto come grande forza trainante una genìa di registi, attori, drammaturghi senza pari in tutto il mondo.
La generazione di KB non ha fatto rimpiangere quella precedente, ricca di fenomeni, da Olivier a Judi Dench, Maggie Smith ed altri monumenti della recitazione.
Non era facile né scontato.
Peraltro dettando legge sia nel dramma che nella commedia, a dimostrazione che il vero talento non conosce veri confini.
Dalla RSC (Royal Shakespeare Company), l’università del teatro europeo, e poi con la propria compagnia, Kenneth già ventenne svetta sui difficili palcoscenici londinesi, subito con Shakespeare, e poi verso il cinema, col debutto alla regia con “Enrico V” a soli 29 anni.
Da quel momento in poi, secondo me, raramente ha sbagliato un colpo, sempre in crossover tra UK ed USA, come si addice ad un cittadino del mondo.
Una logica binaria che attraversa due suoi film che ho adorato e adoro tuttora come due perle inarrivabili.
Nel primo, “Gli amici di Peter”, sorta di “Grande freddo” in salsa worcester, la sua parte è quella dell’uomo di successo che ovviamente ha varcato l’Atlantico per cogliere i grandi frutti, come scrittore a Hollywood sposato ad una attrice regolarmente capricciosa.
Nel secondo, lo straordinario e devastante “In the bleak Midwinter” (Nel bel mezzo di un gelido inverno), film definitivo sul teatro e sulla vita in una Compagnia, KB, da regista, si immedesima nell’attore regista teatrale sfigato e visionario, protagonista di questa commedia capolavoro, ancora diviso tra il passato, gli amici, la dimensione ridotta (fare Amleto, ultima chance senza soldi in un paesino chiamato “Hope”…) e il possibile successo, guarda caso oltreoceano (qui rappresentato dalla superficiale e potente agente Joan Collins).
Una dicotomia che anche la vita di KB regista rappresenta in pieno.
L’alternativa tra il teatro, l’Inghilterra, i progetti “ridotti” e la magniloquenza blockbuster di operazioni come “Thor” e “Cenerentola”, pellicole al quale il nostro ha dato comunque una patina di nobiltà senza esserne travolto.
Ma sono quei due film citati prima alcuni degli apici indiscussi, così come la rivisitazione post hitchockiana di “Dead again” (L’altro delitto), con Emma Thompson, compagna di molti anni anche nella vita, Derek Jacobi ed altri eccelsi attori inglesi.
Per non parlare delle due vette shakespeariane, il patinatissimo “Amleto” in versione integrale (più di 4h…ricordo ancora gli svenimenti in sala alla prima), a mio avviso la versione cinematografica definitiva del magico testo, e il vitalissimo, primaverile, grandioso “Much ado about nothing”.
Più recentemente, solo Kenneth poteva dedicarsi credibilmente ad un testo di Anthony Shaffer (autore da West End se mai ce ne fu uno), il fantastico “Sleuth” (2007), con Jude Law che incredibilmente regge la scena con un altro gigante inglese, Sir Michael Caine.
Oppure la piccola, ma significativa, sortita nel nuovo mondo delle serie tv deluxe, quel “Wallander” così impregnato di atmosfere post marlowiane in salsa svedese.
Nel 2011, in “Marilyn” di Simon Curtis, Kenneth accetta la sfida col suo riferimento di sempre, e non sfigura nel ruolo di…Laurence Olivier, alle prese con una bizzosissima Monroe sul set di “The prince and the showgirl”.
Un cerchio che si chiude.

Struck n. 17

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Quando ci capita di tornare al grande cinema, anche recente, non si può restare indifferenti.
E tocchiamo con mano l’ormai enorme iato tra un certo cinema di parola, scandaglio teatrale nella psiche umana, e il cinema anche migliore dei nostri giorni, così postmodernamente di superficie.
Ho visto quasi per caso “L’infedele”, un film del 2000 di Liv Ullmann su sceneggiatura del suo mentore, amante, regista Ingmar Bergman.
Un film “di” Liv Ullmann ma senza Liv Ullmann.
Qui sostituita da una attrice di pari bellezza ed efficacia, la straordinaria Lena Endre, quella che Ingmar stesso definiva “uno Stradivari”, per la perfezione nella mimesi dei sentimenti.
Davanti a lei, un altro monumento della cinematografia mondiale e bergmaniana in particolare, Erland Josephson.
Che in questo drammatico triangolo amoroso rappresenta l’artista solitario che vive su un’isola quasi deserta e che “evoca” Marianne, la protagonista, perché le racconti la sua storia in modo che diventi una storia da mettere su carta.
A totale immedesimazione l’artista si chiama Bergman e l’isola (anche qui l’eterna fascinazione per le isole, soprattutto nella loro relazione con l’amore) sembra proprio essere quella di Fårö, il buen retiro di Ingmar nella vita, luogo metafisico e luogo dell’anima se mai ce ne fu uno.
Scommetterei che Von Trier, altro scandinavo, sia partito da questo film straordinario per impostare la narrazione di “Nymphomaniac”, la donna “dannata” che racconta senza reticenze e l’uomo maturo, isolato, che ne raccoglie le confidenze.
Come in molti film di Bergman la famiglia, l’amore coniugale, la passione e il sentimento sono la carne e la trave portante di un cinema di parola elegantissimo, potente, metafisico, quasi da tragedia greca.
La Ullmann ci aggiunge una certa nota femminile, più concreta e indulgente allo stesso tempo, nonché un certo gusto quasi hitchcockiano nel disseminare di indizi e di piccoli segnali la storia, cosa che, nella rarefazione dell’impianto scenico, ha un effetto dirompente.
Come in certi film di Haneke o del grande Chabrol.
Sulla falsariga di “Conversazioni private” (il primo film della Ullmann), dei bergmaniani “Sarabanda” (film geniale) e “Scene da un matrimonio” (monumentale e definitivo), questo film è un cuneo innestato laddove esiste il cuore dell’uomo : l’amore e i suoi misteri.
Grandissimo film.

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