Struck n. 16

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Questa è una vera chicca.
L’atmosfera d’altri tempi, l’energia di quel periodo, il post punk e la straordinaria fioritura della new wave.
C’è tutto in questi venti minuti scarsi di Xtc in un concertino quasi per amici in Olanda.
Prima degli attacchi di panico di Partridge, prima del ritiro a vita privata, prima di album cesellati, meravigliosi, intrisi di nostalgia e sempre di grande musica.
Qui prevale l’elettricità strana del periodo, perfino la vena istrionica di un Partridge ante litteram, la determinazione di quell’altro, sottovalutatissimo genio che è Colin Moulding.
Musica stranetta anzi che no, come sempre, piena di twists e di varianti geniali.
Si vede bene da dove sono venuti, ma si vede anche meglio che questi militano da sempre in un’altra lega.
Pezzi come “Love at first sight” e altre genialate acide passano via in un lampo.
Se pensate che questa era la musica che facevano i giovinastri emergenti in quei tempi così commoventi e analogici, viene quasi da piangere.
Soprattutto vedendo le giacchette nere e il tono da borghesi arty con un’idea in testa.
Soprattutto oggi dove tutto è estremamente plastificato e programmato, come un codice, come una app.
Nell’82 chiudono baracca e burattini, almeno live, e piazzano, se mi credete, una sequenza di album che i posteri studieranno come le ultime vestigia del pop più scintillante, più raffinato.
Pezzi come questo e questo e mille altre frecce nel cuore.

Suspension of disbelief

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Il passare del tempo inesorabilmente diminuisce la predisposizione alla “suspension of disbelief” oppure la acuisce, se vogliamo, nel senso che ognuno di noi, se dotato di due neuroni e di uno straccio di etica, sa benissimo che il mondo che ci circonda solo convenzionalmente può definirsi buono, giusto, credibile, sensato, democratico.
Si guarda con tenerezza ma anche con crescente fastidio la dabbenaggine delle masse, la facilità con la quale l’ignoranza diventa serva del potere, il meccanismo manipolatorio che non appartiene solo alle peggiori persone ma che in genere infetta ogni realtà sociale.
Chi vive in Italia e ha la sventura di esserci cresce in un microcosmo dove questa sensazione è molto forte, acuita da un malessere inevitabile di fronte alla cialtroneria ed alla tristezza della recita.
Nonché alla sua violenza implicita, continuamente esibita, con volgarità e poco rispetto per l’intelligenza altrui.
Parlare di politica quindi è un atto quasi filosofico oppure, specularmente, pura speculazione divertita, come se si parlasse di calcio per far passare il tempo.
Attribuire ai contenuti e alle forme di questa cosa più dell’importanza di un passatempo espone inevitabilmente a grandi delusioni.
Questo è l’equivoco del M5S e questo è il motivo per cui, con facilissima previsione, ne avevo vaticinato l’implosione rapida.
O la sua riduzione progressiva a forza ancora consistente ma, fatalmente, irrilevante.
La gran parte dei commentatori ha sempre criticato il Movimento per i motivi sbagliati : non entrare nel gioco, non fare alleanze e così via.
In realtà il Movimento è entrato ampiamente nel gioco e “ha fatto finta di” credere (ecco la “sospensione” tutta specifica dei pentastellati) ad una regolarità e normalità del gioco democratico, soprattutto quello parlamentare.
Inutile dire che ben presto si sono resi conto della esattezza millimetrica di quanto vaticinato da Grillo (il fool che diceva la verità), ossia che il sistema non è trasparente (eufemismo), non vuole assolutamente tra le scatole i cittadini (liste bloccate, referendum inevasi e così via elencando, all’infinito), è intrinsecamente coalizzato contro il vero cambiamento, al punto da osare l’inosabile, ossia formalizzare questa unione fino alle estreme conseguenze.
Si sono resi conto che il problema è l’Italia : i politici, i media, le logiche, il popolo stesso, squisitamente bue.
Da qui l’apparente follia di certi comportamenti, l’irrigidirsi del “talebanesimo”, qualche errore tattico, le reazioni ondivaghe, la “stanchezza” del nucleo pensante (Grillo ampiamente over the line, Casaleggio apparentemente nauseato, soprattutto dopo i problemi di salute).
I media di fronte a queste esitazioni e a qualche errore hanno subito applicato ferocemente quello spirito critico che da sempre si dimenticano di esercitare di fronte al potere vero, perfino sulle quisquilie, oppure, recentemente, hanno esultato senza ritegno di fronte ad un primo segnale di “normalizzazione”, ossia la creazione del direttorio di garanti.
Estasiati di fronte a certi riti che ricordano il passato, innamorati del giochino su cui parlare voluttuosamente fino all’infinito, totalmente indifferenti alle sorti vere di un paese in costante, drammatica decadenza.
Antropologicamente diversi.
Ho ammirato molto gente come Di Battista e altri, con la loro carica quasi adolescenziale, con la loro utopia del 51% e della riforma possibile dall’interno.
Ho l’impressione che abbiano sottovalutato il cancro italico, non a caso ora si rivolgono all’Europa con violenza, anche sbracando, come all’unica via per riformare, a forza, un paese marcio.
Su questo concordiamo e in questo ho sempre riposto la mia fiducia nella UE, come unica via per riuscire nell’impresa, anche parzialmente, l’impresa di innestare l’Italia nella globalizzazione.
La gente preferisce credere ai pifferai e ad un passato che non ritornerà più per ovvi motivi storici ed economici.
Di fronte alla furia della storia e al cambio di asse terrestre (sempre più verso il Pacifico), è più facile accanirsi con i fenomeni superficiali (l’euro, i migranti e così via) piuttosto che con le vere cause.
In Italia non manca mai la carne da macello pronta a seguire l’imbonitore di turno e il clima plumbeo della crisi economica prolungata, basso continuo di un cambio epocale, alimenta, con la sua nostalgia rabbiosa per un passato migliore, le debolezze strutturali di quello che è in fondo un paesello che ha vissuto per troppo tempo al di sopra delle sue possibilità, nonché pone sul piatto tutta una schiera di capri espiatori su cui tutti i Salvini del mondo possono esercitare la loro facile retorica.
Il dilagare dell’astensionismo suggella e suggellerà sempre più l’ennesimo disastro democratico, lo scoramento di fronte allo spudorato renzismo, l’apoteosi della facciata.
Pochi si ricorderanno che solo il Movimento ha reso dei soldi per davvero (altro che il gioco delle tre carte degli 80 euro) o che, per esempio, ha messo fuori b dal Senato.
Molti faranno ironia sui numerosi passi falsi formali e l’Italia riscoprirà la sua naturale tendenza lepenista e destrorsa, in forte, ancorché finta, concorrenza con un PD light, totalmente democristianizzato.
Le ultime battute tra i due amanti “b non dà più le carte” – “il premier si illude”, saranno la parte piccante della telenovela solo apparentemente nata col patto scellerato del Nazareno.
Auguri.

Intermaniac Nymphostellar

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Adoro i film filosofici!
Anche se il problema con questo tipo di film è che il crinale tra sublime e ridicolo è sottile, molto sottile.
Ma adoro anche i registi che amano prendersi rischi e non si limitano a fare il loro compitino.
E che magari hanno una loro poetica e la sviluppano fino alle estreme conseguenze.
Apparentemente Lars Von Trier e Christopher Nolan non hanno nulla in comune se non la professione.
Il primo è l’ultima reincarnazione della figura europea dell’auteur maledetto, il secondo è un prodotto finale della macchina hollywoodiana.
Il primo ha sempre amato fare film a basso budget, inquieti, il secondo ha sempre maneggiato congegni enormi, inquieti.
L’inquietudine, appunto.
Accoppiata alla filosofia e al volare alto.
Entrambe le tendenze portano al metacinema.
Guardando in completo sensurround (con relativo, postumo mal di testa da vibrazione) “Interstellar” al cinema ho pensato a Von Trier e non penso di essere malato, almeno non più del solito.
L’ultima creazione di Nolan, uno dei pochissimi registi americani moderni riconoscibili, l’autore di molti film non dimenticabili, tipo lo splendido “Inception”, è una cosa enorme.
Nella durata, nella concezione, nell’ambizione.
Nell’epoca, soprattutto statunitense, del precotto digerito, una vera rarità.
Pur non perdendo l’appeal per le grandi masse, Nolan vola alto, sulla falsariga di quello che avrebbe voluto fare Shyamalan, un regista perso chissà dove, vero simbolo della diarchia ridicolo (Signs) – sublime (lo straordinario “The Village”).
Io l’ho trovato vero cibo per la mente, un film ampiamente imperfetto e, ovviamente, come tutta la fantascienza, perfino quella ammantata di scienza come questa, richiedente una dose eccessiva di “suspension of disbelief”.
Che film, però.
Vagamente debitore di un altro film che ho amato molto, “Contact” e che ha in comune con quel film uno degli attori chiave, Matthew Mc Conaughey, ormai ampiamente riconosciuto nel mainstream hollywoodiano.
Uno script ricco di doppie pareti, rimandi, twist, complesso quasi quanto lo spazio che esplora,
Alcune scene indimenticabili : le scene sui pianeti (quella straordinaria, già entrata nella storia, del pianeta “oceanico”, quella sul pianeta nevoso del Dr. Mann…nomen omen), quella iniziale dell’addio in pickup di Mc Conaughey con l’audio già del decollo dell’astronave.
Un film filosofico, che indaga a suo modo sulle conseguenze umane della cosmologia einsteniana, un film metacinematografico, con Nolan che adora elaborare meccanismi e metterli a disposizione del fruitore.
In “Nymphomaniac” Von Trier fa lo stesso.
Filosofia sull’amore soprattutto.
Forza misurabile e addizionabile alle altre, secondo Nolan, forza sottostante a tutte le manifestazioni estreme dell’uomo, macchina sensuale e generatrice di inganni, secondo l’imbattibilmente cinico Von Trier.
Il grande danese fa anche metacinema, ovviamente, e lo ha sempre fatto.
Ma in “Nymphomaniac” è talmente esplicito che il lettore fruitore si mette comodo e cerca di decifrare il Rubik quasi didascalico, come nelle allusioni a Fibonacci o nelle programmatiche sequenze finali, splendide, wikipediane, su Bach e gli amanti.
Entrambi sono stati qua e là accomunati ad alcuni grandi del passato, soprattutto a Kubrick, per la complessità del progetto, per la freddezza lucida swiftiana, per la potenza immaginifica, per l’amore per la distorsione dei generi consolidati.
Echi di “Shining”, “Eyes wide shut”, “2001 Odissea nello spazio” e così via.
Mi sembra un paragone superficiale, in fondo.
Chiaramente Kubrick ha colonizzato l’inconscio di intere generazioni e quindi qualsiasi regista con ambizioni e talento sufficiente non può non definirsi “post kubrickiano”.
Ma Stanley evidentemente non ha eredi veri o possibili.
La perfezione formale e progettuale del grande SK, associata ad una forza immaginifica devastante, sono vette irraggiungibili per chiunque.
Mi basta pensare che Christopher e Lars tengono alta la bandiera del cinema pensante e iconico allo stesso tempo, due registi che si vedono e si rivedono sempre, a prescindere da tutto.
Adoro i chiasmi!

Ending the end

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Negli anni spensierati e tutto sommato intrisi di grande ottimismo in cui hanno vissuto i Beatles, anche la fine aveva una sfumatura diversa.
Sono sempre stato affascinato dalle ultime note, dai testamenti sonori dei grandi.
I Beatles compiono la parabola e chiudono il sipario con il pezzo feticcio “The end”.

Oh yeah, all right
Are you going to be in my dreams
Tonight?
Love You, Love You, (x15)
And in the end
The love you take
Is equal to the love you make.

La poetica del positivo, l’amore…alla fine di tutto.
Semplice. Perfetto.
Ed enigmatico, come capita quasi sempre in tutta l’opus incredibile dei Fab Four.
Vent’anni dopo i molto più tormentati Pink Floyd chiudono “Division Bell” (titolo già significativo, riferito alla politica, teatro dei maggiori scontri e una cover inquietante, di contrapposizione netta), l’album finale dei sopravvissuti alla battaglia Waters-Gilmour, con la magnifica “High hopes”, non a caso uno dei pochi pezzi del dopo Waters all’altezza di un passato leggendario.

Beyond the horizon of the place we lived when we were young
In a world of magnets and miracles
Our thoughts strayed constantly and without boundary
The ringing of the division bell had begun
Along the Long Road and on down the Causeway
Do they still meet there by the Cut
There was a ragged band that followed in our footsteps
Running before time took our dreams away
Leaving the myriad small creatures trying to tie us to the ground
To a life consumed by slow decay
The grass was greener
The light was brighter
With friends surrounded
The nights of wonder
Looking beyond the embers of bridges glowing behind us
To a glimpse of how green it was on the other side
Steps taken forwards but sleepwalking back again
Dragged by the force of some inner tide
At a higher altitude with flag unfurled
We reached the dizzy heights of that dreamed of world
Encumbered forever by desire and ambition
There’s a hunger still unsatisfied
Our weary eyes still stray to the horizon
Though down this road we’ve been so many times
The grass was greener
The light was brighter
The taste was sweeter
The nights of wonder
With friends surrounded
The dawn mist glowing
The water flowing
The endless river
Forever and ever

Qui la poetica è opposta : il rimpianto, l’acuta nostalgia negativa.
Un funerale sonoro, con tanto di campane.
Ma sorprendentemente l’uscita a sorpresa di “The endless river” (uno degli ultimi singhiozzi del testo di “High hopes”) butta il cuore oltre l’ostacolo.
Significativamente in memoria di un amico morto, uno dei “laterali” alla contesa di ego.
Ed è un album che finisce con un pezzo qualsiasi, quasi allegro, pur sapendo che è davvero la fine.

Cherrypicking n. 21

L’era glaciale si avvicina.
Dagli anni ’90 fino ad oggi abbiamo vissuto quella che sarà ricordata come la lunga fase di transizione tra il trentennio d’oro (sixties-seventies-eighties) e la fine del periodo post-tutto, nel quale hanno convissuto l’imbarazzante musica moderna, dance e hip hop plastificati e ripetitivi e la felice “exploitation” di ogni nota dei big guns del passato.
Qua e là, ovunque, qualche detrito di musica ricordabile ma, sostanzialmente, il nulla accoppiato agli ultimi colpi, sempre più stanchi e alterni, dei veri grandi.
Gli anni sessanta e i suoi alfieri, se non già morti, sono proprio agli ultimi rintocchi, fatti di brevi comparsate e di album tributo.
Ad esempio l’imminente “Art of Mc Cartney” con Billy Joel, altro vecchio artistone in salsa newyorkese pura, che rifà, alla sua maniera roca e urlante due autentici capolavori del periodo post beatlesiano come “Maybe I’m amazed” (pezzo magico) e “Live and let die”.
Beatles o Stones? Beatles, of course.
Poi però vediamo gli inossidabili Stones tirar fuori ancora un concerto come quello di Hyde Park 2013, ancora emozionante al punto giusto e col vecchio Keith che ormai deambula, appeso alla sua chitarra, ma che fa venire ancora i brividi mentre attraversa il parco tra due ali di folla.
Ultimi fuochi.
La generazione dopo, quella di Bowie soprattutto, e del prog salito agli altari (Pink Floyd, Genesis su tutti), trova ancora la forza di fare album rievocativi, stracolmi di rarities, quando non spiazza il mondo, come solo il Duca sa fare, tirando fuori un album magistrale come “The next day”.
I Pink Floyd chiudono la loro immensa carriera con “The endless river”, outtake ambient dell’epoca a tre, come omaggio al già andato Rick Wright.
Anche se mi piace pensare che il vero canto del cigno sia stata la stratosferica, immensamente emotiva apparizione in line up completa al Live 8 del 2005, quando si capì in un attimo la differenza tra la grande musica del passato e le musichette alimentari che fino a lì avevano allietato il pubblico.
Fu il finale del megaconcerto geldofiano e fu un’autentica celebrazione.
Tanto è successo in questi mesi nel 2014.
Peter Gabriel continua a fare tour ed è un musicista talmente importante ed ingombrante che l’unica reunion ormai da dimenticare è quella dei meravigliosi Genesis.
Ultimi bagliori live nel tour di “ritorno” del 2007 (Turn it on again tour, appunto).
E la bellissima app-libro-tutto celebrativa di Armando Gallo a suggellare la fine dello show.
Nel passaggio tra 70 e 80 si consumano già gli ultimi ritorni.
Bryan Ferry continua imperterrito, negando possibilità di reunion dei Roxy sempre più improbabili.
Seguendo la logica ferrea degli Steely Dan, altro monumento di sempre, capisce che ha trovato un sound inesauribile, che non ha senso cercare sempre qualcosa di nuovo, e si crogiola per l’ennesima volta (“Avonmore” esce fra pochi giorni) nello scintillante distillato post-Avalon che contraddistingue la sua musica.
Di Kate che dire?
Anni di assenza hanno fatto apparire il suo ritorno come la presentazione sontuosa di un nuovo artista.
E in effetti così è stato, una specie di meteora senza eredi, secondo me, e uno dei momenti più alti ai quali abbia mai potuto partecipare nella mia vita di frequentatore di arene musicali.
Spandau Ballet o Duran Duran?
Spands, of course.
Spands più continui, rispetto ai Duran Duran capaci di passare da “Wild boys” (la più brutta canzone del decennio) a gioielli come questo.
Allora ci sembravano gruppetti fashionisti, ora sono giustamente celebrati come gli eredi della grande tradizione.
Grande musica, grande pop.
Entrambi celebrano con documentari estremamente affascinanti il loro rientro o la loro gloriosa continuità.
Entrambi, come da tradizione, schierano il parentado (fratelli Kemp contro fratelli Taylor), ma è Gary Kemp il grande erede della tradizione del golden pop made in UK.
“Soul boys of the western world” è un documentario splendido, intriso di nostalgia, e celebra un gruppo che in poco tempo toccò livelli di successo e di perfezione formale che pochi possono vantare.
Con la morale finale e la redenzione successiva, ossia con l’idea che la triade “money-drugs-women” fosse la causa di gran parte degli splits dei gruppi ma che in realtà è il quarto elemento, l’ego, quello che davvero dà il colpo di grazia.
“Soul boys…”racconta l’amicizia, il successo, il distacco e le beghe legali e il ritorno assieme dei nostri, come in una storia molte volte raccontata ma raramente in maniera così efficace.
“Duran Duran unstaged” è, al contempo, uno dei migliori video live in giro, grazie al genio di David Lynch, disturbante maestro di sovrapposizioni e di associazioni mentali inconsuete.
Un modo diverso di approcciare l’apparente pop di un gruppo molto più tormentato del prevedibile, teatro di “grandi sogni” come lo stesso David recita all’inizio dello show.
L’inossidabile Prince, tuttora il meglio conservato del bigoncio, continua a sfornare album come se piovesse.
Persegue la sua fase “Tin Machine” con il rumoroso trio femminile 3rd eye girl ma in contemporanea rilascia “Art official age” e qua e là tocca livelli che fanno capire perché tuttora è riconosciuto come uno dei grandissimi dell’intera storia : perché fa pezzi come questo che sembrano fermare il tempo.
Perfino i Simple Minds, dopo il sorprendentemente efficace “Graffiti soul”, ci provano gusto ancora con “Big Music”, un titolo ed una cover sunto della loro filosofia e della loro musica, una musica sempre magniloquente, loud in senso intelligente, di grande impatto emozionale.
Oasis o Blur? Oasis, ma con riserva.
Anche qui i fratelli, i fratelli Gallagher.
L’ultimo bagliore di musica irrorata dalla grande musica del passato e rivisitata al punto giusto.
Tocchi UK evidenti in entrambi, Lennon, Davies e mille altri.
Oasis sciolti ma in odore di reunion, Blur in fase celebrativa spinta (cofanetti, concertoni di rientro e così via), un frontman che scrive musica intimista e sempre più complessa.
Quando anche l’ultima nota dei reduci del trentennio giusto sarà estinta se non nel ricordo prolungato di tutti gli Spotify e Youtube del globo, quale sarà la musica del futuro?
L’era glaciale si avvicina.

Struck n. 15

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Neil LaBute è uno dei pochi registi americani dell’ultimo trentennio che non si è fatto fagocitare dalla sempre più stanca e ripetitiva deriva di quello che una volta era il primo cinema del mondo ed ora lo è solo su un piano di fatturato e di industria.
Di provenienza teatrale, specialista in sguardi obliqui e acido-sarcastici sulla società che lo ospita, non poteva avere molta fortuna in un mondo che, perlopiù, non ama gli sguardi non convenzionali e disincantati al di là di ogni manierismo possibile.
Regista alterno e multiforme, è passato con disinvoltura da un film paradigma come “Nella società degli uomini”, che ha anticipato già a fine anni ’90 lo sguardo ora quasi mainstream sulle aziende covi di vipere a film romantici e “costumosi” come Possession.
Ma il filo rosso che lega la sua opera è il gioco delle coppie, le relazioni di amore ed odio tra un uomo e una donna.
Ed è in questo backbone che rientra il suo ultimo film : un capolavoro.
“Some velvet morning” (Velvet – il prezzo dell’amore, il consueto orrendo titolo italiota) non è il film che vi potete aspettare nei multiplex ma più probabilmente la sera tardi su HBO o Netflix.
Di solidissimo impianto teatrale, due persone in un piccolo appartamento, un’ora e mezza che volano.
Testo superlativo, due grandi attori (Tucci, come al solito perfetto nell’interpretare ometti tormentati, e la sorprendente Alice Eve che, a dispetto delle forme da vamp, è una signora attrice che regge il confronto alla grande), un boost intrigante (l’uomo di mezza età che, a sorpresa, si presenta alla porta di una sua giovane amante dopo aver lasciato finalmente la moglie).
E un finale folgorante e geniale.

La fine del teatro?

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In Italia, ovviamente.
Ma ovviamente anche no.
Nessuna arte, nessun “software” tramonta mai.
Semmai sono gli hardware che cambiano.
Nel suo recente post Ottavia Boscolo, da under 30, crede nella possibilità di un futuro e giustamente evidenzia l’insostituibilità del teatro laddove ogni tipo di fruizione alternativa è ormai migliore e più “facile” all’interno della propria casa fortezza.
Grazie alla tecnologia.
Ma bisogna fare bene teatro e in questo senso l’Italia, come parallelamente è avvenuto nel cinema, è sempre stato uno dei peggiori paesi del mondo occidentale.
Quando entrai nel teatro amatoriale in senso “professionale”, ossimoro solo apparente, toccai con mano, e per anni, la follia del sistema.
Anche qui, come in tutte le cose in Italia, il mix letale è incompetenza, arroganza, arretratezza culturale, mentalità rapinatoria, burocrazia surreale.
Uno Stato nemico, come sempre, ma con tocchi di cialtroneria inarrivabile.
Dai diritti d’autore e come vengono gestiti, alle traduzioni dei testi in scena, alle tasse…tutto viene creato, sembrerebbe quasi ad hoc, per mettere i bastoni tra le ruote e nel frattempo, simpaticamente, derubandoti, dietro leggi e procedure non commentabili senza cadere nel volgare.
Se si ha la ventura di passare molto tempo in terra d’Albione, patria riconosciuta del teatro e del liberalismo, il gap è stridente, lancinante.
Chi fa cultura, a tutti i livelli, da queste parti ha la sensazione di essere un paria braccato da lupi famelici che disprezzano quello che dovrebbero invece valorizzare come una delle massime espressioni di una società.
In UK le compagnie amatoriali hanno sovvenzioni costanti, sono ovviamente detassate, non hanno gineprai folli da percorrere per i diritti d’autore e fondamentalmente godono di una atmosfera di libertà che permette tutto quello che non è espressamente negato ed in genere i divieti sono POCHI.
Da noi il teatro, come il cinema, si è sempre perso, intrappolato nella falsa dicotomia auteur capriccioso e, in genere, sopravvalutato vs. cialtronate panettonesche con personaggi tv mal adattati alla dura legge della scena dove, ad esempio, saper recitare non è un optional.
Tromboni o plautini cialtroni.
Non si potrà mai sottovalutare l’influenza negativa che la tv, inizialmente grande “educatrice” e unificatrice linguistica in una terra di dialetti, ha avuto da un certo momento in poi sulla fragile pseudocultura italiota.
Mancano le scuole, mancano le abitudini o, se ci sono, sono polverose ed antiquate, o peggio, moderne nel senso più frivolo e superficiale del termine.
Le sciurette che confondono andare a teatro con un defilè a confronto con le prime londinesi di spettacoli sontuosi affollate di giovani in jeans.
Anche i prezzi non ci sono.
Finita la sbornia rapida del musical, grazie a produzioni improvvisate o addirittura sconfinanti nel grottesco della traduzione anche di canzoni famose (come dimenticare certi JCS?), oggi il teatro professionale langue ovunque nel belpaese, e davvero nessuno può simulare sorpresa.
Con l’esaurimento anche della generazione di attori che aveva beneficato gli anni 50-60-70 (Randone, Gassman, Mauri, Carraro e così via), oggi anche la commedia borghese che vedeva i Ferrari, i Buazzelli, le Moriconi oggi vede tragiche starlettine da tubo catodico molto, molto ristretto, buttate allo sbaraglio per accalappiare i gonzi con riedizioni di classici, tipo quelli di Neil Simon, regolarmente massacrati, o peggio con adattamenti ferali dei filmetti che sono piaciuti al popolino.
Non molto tempo fa mi sono avventurato a vedere una commedia non particolarmente originale né brillante ma salvata dalla maestria a comando di due arzilli fenomeni del palcoscenico come Ferrari e la Valeri.
A dimostrazione che spesso basta anche solo un attore ma che senza attori è davvero impossibile combinare qualcosa di sensato in scena.
Il rito borghese stantìo è finito, in compenso le giovani generazioni sembrano disertare un costoso passatempo di cui non colgono la perenne modernità in questo paese fuori dal tempo.
Ci sono, come sempre, grandi eccezioni e persone che, come sempre capita, in lotta contro un sistema perverso portano avanti l’utopia del palco.
Noi monzesi, ad esempio, come per altre cose, siamo abituati bene perché uno dei migliori, Corrado Accordino, gestisce da anni il Binario 7, raro esempio di enclave che difende la qualità.
Di lui ho in mente uno dei rarissimi esempi di spettacolo memorabile che ho visto negli ultimi anni.
Mi riferisco all’adattamento di quel gioiello di racconto che è “Cosmetica del nemico” della Nothomb.
Passato al Filodrammatici a Milano e passato via velocemente.
Ma in generale l’infinito declino è evidente e diventa sempre più difficile convincere le persone ad uscire dal cocoon tecnologico.

Un travaglio senza fine

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Fin dai tempi della memorabile (e orrenda) trasmissione con b si era capito che Santoro non ama gli scontri veri, a dispetto della fama, ma è fondamentalmente uno confuso e “politico”.
Italiano vero.
Travaglio no e ovviamente, nel merito della piccola diatriba a “Servizio Pubblico”, aveva ancora ragione lui.
Santoro ha fatto la sua tiratina retorica dell’ “ascoltare e dialogare con tutti” ma finge di non rendersi conto che essere un giornalista vero, alla anglosassone, con duro fact checking, è altra cosa, totalmente sconosciuta in questo paese di “tutti matti” (citando proprio Travaglio).
Il buon Marco ha ormai il nervo scoperto di fronte alla stupidità delle logiche della ggente e ha perso il senno di fronte al ragazzo che “lo incalzava”, solita carne da macello televisiva in preda a confusione.
Significativo squarcio su una generazione giovane che anch’essa, immersa nel mefitico mondo alla rovescia italiota e nella sua mediasfera impazzita, tende a confondersi, a non capire più nulla, a perdere completamente il senno e le logiche, le proporzioni.
Guelfi contro ghibellini più o meno urlanti.
L’unico errore vero che ha fatto Travaglio è andarsene perché adesso sarà accusato di essere una primadonna che non vuole il confronto e sarà caduto nel trappolone solito italiota del “tutti uguali”.
Doveva rimanere in studio scuotendo la testa e sarcasticamente rilevare le sciocchezze che stava sentendo.
Ma penso che anche lui sia sovrastato dall’inanità e dalla pesantezza del compito.
La stragrande maggioranza degli italiani, quella che garantisce voti, soldi, prebende e perfino approvazione sociale e psicologica è quella che fa boccucce e selfies con Renzi, degno erede del suo predecessore, quella che si riconosce nelle reti del biscione, l’estetica e la pratica del trenino, della “simpatia”, della superficialità eretta a stile di vita, del divertirsi becero sostanzialmente ipocrita ed amorale (non immorale, proprio a-morale).
Monti, infatti, tra le gravi colpe, aveva quella di non essere “simpatico” : condannato a priori.
La patria di Machiavelli e di Medici, non a caso.
La patria del superfluo in abbondanza e del necessario sempre tragicamente assente, soprattutto in politica.
In un piccolo mondo antico che è peraltro TUTTO politica, amicizie e legami più o meno profondi.
E che ama la commedia dell’arte, con gli eterni figuranti.
Un mondo che delega magari alla Chiesa di turno la parte “morale”, salvo poi regolarmente e ipocritamente ignorarla al di là della faccetta compunta.
Alla Chiesa, figuriamoci, una cosa che fa già abbastanza ridere di per sé.
Italiana perdipiù.
Un mondo primitivo che rifiuta il mondo ben più grande e moderno che lo circonda.
Chiaro che la piccolissima minoranza di “rompicoglioni”, così li vede l’italiano medio, ignaro dello scopo e della necessità di una stampa come potere antitetico al potere vero, è destinata nelle riserve indiane (Travaglio nel programma di Santoro) oppure all’oblio (Guzzanti? Luttazzi? Mille altri che hanno la stessa sorte nella vita comune).
I destinatari di tutti gli -ismi usati come manganelli : moralista, giustizialista, comunista…
I talk shows italiani sono lo specchio del pollaio e della mentalità inesorabile, che è quella del “non disturbare il manovratore”, della letale acquisizione alla pari di qualsiasi opinione emessa da qualsiasi bocca (vedi teorema santoriano), dell’assenza di responsabilità generale salvo di chi osa mettere in dubbio il sistema stesso.
Il trattamento che, ad esempio, il M5S sta subendo in questo paese è ampiamente significativo.
Al punto che persone meno strutturate di Travaglio (Grillo?), alla fine cedono per sfinimento, e si mettono alla caccia di voti facili come tutti (vedi ultima deriva “salviniana” del nostro, su immigrati ed Euro), per parlare alla famigerata “pancia” del paese, una pancia ipertrofica che finisce per essere l’intero paese, apparentemente sprovvisto di altri organi più o meno vitali.
Noi vecchiotti per anni abbiamo forse sopravvalutato la funzione rigeneratrice delle nuove generazioni, aspettavamo con ansia il lavoro sporco dell’orologio, e il lavoro positivo dei voli facili, di Internet, della globalizzazione.
Sottovalutavamo la pervasività dell’enclave italiota, la sua profondità etnico-culturale, la sua natura marcia e cinica.
Al netto di chi è già fuggito, e non solo, spesso, per motivi puramente economici, al di là di qualche banale sindrome da dipendenza tecnologica, i ggiovani sembrano, nella loro maggioranza, risentire di una ignoranza di ritorno e di una pochezza morale e culturale che fa abbastanza impressione.
Moriremo e moriranno democristiani, sembra.

Melassa

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Tra le tante cose che denotano lo scorrere del tempo e la regola del cambiamento, per noi aficionados agèe, evangelisti della prima ora, vedere oggi la Apple sul tetto del mondo fa una certa impressione.
Sul marketing si creano tante fortune, spesso immeritate, ma la mela attuale raccoglie copiosi frutti economici e soprattutto trionfa a dispetto di tutto come in una forma di risarcimento per molti anni di battaglie da “maverick” contro il sistema e perfino anni di disperata battaglia contro un fallimento sempre imminente.
Diventa difficile spiegare alle nuove generazioni cosa era la Apple ai nostri tempi, i tempi delle “pc wars” dove contavano la “compatibilità”, lo standard, dove si usavano i personal computer sempre offline, dove si caricavano i programmi (già locuzione antiquata) con dischetti dalle capienze ridicole e così via.
In quel mondo grigio, primitivo, anche se pieno dell’entusiasmo della nuova era, schierarsi dalla parte della mela era un fatto quasi filosofico.
Il primato della bellezza, della UI, di internet, erano chimere nella mente dell’illuminato Steve e di pochi altri.
Gli altri, Bill Gates in primis, lavoravano sulla quantità (anche dei dollari) e mentalmente, pur parlando di nuova tecnologia, ragionavano, soprattutto commercialmente, con categorie ancora del secolo scorso, tradizionali.
Nel momento in cui si è entrati nel futuro “wired” e immateriale per davvero, Steve Jobs, dopo aver dichiaratamente e velocemente archiviato le pc wars con una sconfitta (il famoso keynote dell’accordo con Gates), si è trovato immediatamente a suo agio.
E ha finito per vincere anche commercialmente, col paradosso che il traino del mondo extra pc sempre connesso (ipod-iphone-ipad…una triade insuperabile, una sequenza magica) ha fatto crescere esponenzialmente perfino le vendite del Mac, che è sempre stato il migliore e anche il più bello dei personal computer, ma che oggi, potenza del marketing, lo dimostra anche nei numeri.
Da maverick a superpotenza, oggi è la Apple IL sistema.
E vive il mondo post Steve Jobs.
Pur avendo una enorme ammirazione per Steve fin da tempi non sospetti, quando pochi sapevano anche solo chi fosse, anch’io sono consapevole che perfino Steve sbagliava tempi e modi.
Ho vissuto in diretta il keynote della presentazione del Rokr (what? Ve l’eravate dimenticato, vero?) e quindi non ho una visione totalmente apologetica, perfino sul piano della comunicazione e del carisma, peraltro indubitabile.
Ma vedere oggi Tim Cook nell’ultimo keynote mi ha fatto da una parte tenerezza, dall’altra tristezza.
Non entro nella valutazione dell’uomo e del dirigente, mi fido della posizione e della valutazione fatta da Steve stesso.
Lo valuto come “front man” riluttante, dichiaratamente riluttante, e come creatore di forme che sono anche sostanza, soprattutto in quel mondo.
Ho toccato con mano la fragilità di un uomo che ha un compito abbastanza immane e che è soggetto prevedibilmente a pressioni eccessive.
Nel keynote ho notato la voce incrinata dall’emozione e dalla tensione, la buffa esultanza da “travet” per quelli che solo in un brutto sogno possono essere considerati grandi successi.
Mi riferisco al momento del “one more thing”, al pugnetto per Apple Watch, alla triste pantomima, mal recitata, con gli scoppiatissimi e bolsissimi U2 che non fanno un disco decente da vent’anni con la straordinaria perla trash “Isn’t that the best single you’ve ever heard?”. Ma certo.
Alle spalle l’azienda lavora ancora bene e ha una tradizione ed una inerzia che la preservano da “major faults”, ma nella sostanza è perfino troppo evidente che la scintilla è andata per sempre e il mondo stesso va in varie direzioni che la Apple stessa, affannosamente, cerca di rincorrere, invece di indicare la strada, come ha sempre fatto.
Tutto è molto più prosaico e soggetto ad errori e piccole-grandi manchevolezze.
L’iOs è stato stravolto, copiando Android (whaaat?), per biechi motivi commerciali, ed è, almeno esteticamente, enormemente inferiore alle prime releases.
È anche enormemente più fallibile, come i continui bugs e aggiustamenti dimostrano.
In questo la maniacalità e il perfezionismo dell’era Jobs sembrano malamente svaniti per sempre.
L’Apple Watch (piccola novità : si vuole uscire dalla schiavitù del prefisso i-), pur promettente, viene presentato in fretta e furia, mesi prima di un suo reale aggiustamento, proprio per parare il colpo delle mancate novità.
L’Healthkit è tardivo, presentato male e senza le necessarie applicazioni è inutile.
Si propongono mille varianti degli stessi prodotti, come per coprire tutte le nicchie possibili, ma sempre a prezzi eccessivi vista la sostanziale mancanza di novità ed una concorrenza che non sta certo a guardare e può vivere ancora per dieci anni sul benchmark creato da Jobs nei devices post-Pc.
Indubbiamente non si può inventare la ruota tutti i giorni e nessuno saprà mai se e come Steve avrebbe reagito ad un mercato ormai ultra saturo e post tutto.
Ho sempre visto la Apple non come quella che inventa ma come quella che fissa gli standard definitivi, con bellezza, intelligenza, classe e semplicità.
Un pò come l’illuminato che ha unito valigia e ruote creando lo standard della mobilità in viaggio e vedendo, in forma semplice, una cosa che era sotto gli occhi di tutti ma che inspiegabilmente nessuno aveva mai connesso (una delle ultime famose scene di “This must be the place” di Sorrentino parla proprio di questo…).
Steve, come tutti i grandi, se ne è andato decisamente presto, lasciando i mortali ad arrabattarsi con un mondo sicuramente troppo prosaico e limitato per la sua mente libera e superiore.
La mutazione genetica è in atto.

Cherrypicking n. 20

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Il periodo berlinese di Bowie e dei suoi accoliti, Iggy Pop, Tony Visconti, Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar, la crema dell’intellighenzia del rock inglese, è sempre stato uno degli apici culturali, psicologici, filosofici, musicali dell’intera storia della musica moderna.
David si rifugia qui per scappare dai pusher e dai deliri della feroce città degli angeli, per annegare nell’anonimato che ti salva dalla follia e per rigenerarsi sotto tutti gli aspetti possibili.
Sulla cover del suo live americano “David live”, appare un David spettrale e pre-cadaverico al punto che Bowie, a distanza di anni, dirà che l’album andrebbe ribattezzato “David is alive and well and living only in theory”.
L’ultimo album prima della fuga ha già un passo nel futuro, è lo stratosferico “Station to station” e ha in sé pulsioni contraddittorie, soul plastificato in letale combinazione con elettronica distorta, e la malata atmosfera anche del film di Roeg con Bowie, “The man who fell to earth”, una delle pellicole più affascinanti e disturbanti dell’intera filmografia inglese.
David arriva a Berlino e cambia look, gira con cappello e vestiti dimessi, si libera dell’intero suo guardaroba e di quasi tutte le sue proprietà, gira in bicicletta.
Una forma di zen di autodifesa.
Le lunghe passeggiate nella città più spettrale e affascinante del momento, in piena decadenza, ancora abbarbicata agli ultimi bagliori della separazione forzata del muro, impregnano questi solchi imbevuti di divino.
Hansa by the wall il nome dello studio di registrazione, del rifugio sonoro che contribuisce alla produzione, in sequenza, di “Low”, “Heroes” e “Lodger”.
La trilogia berlinese.
Tre capolavori assoluti, il terzo incredibilmente sottovalutato ma ancora adesso, a distanza di 35 anni, la definizione migliore di rock moderno.
Tony Visconti, produttore storico e mentore del primo Bowie, quello ziggyano, racconta delle sue peregrinazioni sotto il muro con la fidanzata del tempo, nelle pause di lavorazione e il vampiresco Bowie che lo immortala per sempre nel testo di “Heroes” :

I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns shot above our heads
(over our heads)
And we kissed,
as though nothing could fall
(nothing could fall)

In quella temperie e in quella rinascita, David si salva la vita ma in parte la salva anche a noi, cambiando totalmente pelle, entrando di prepotenza nel futuro, inventando nuove sonorità oppure mettendole a fuoco e a lucido come nessuno aveva mai fatto prima.
Una specie di Apple musicale, l’importante non è uscire prima col prodotto ma arrivare meglio e stabilendo lo standard.
E anche dopo, un album sensazionale, derivativo, come “Scary Monsters”, dominato dal genio di Fripp e contenente la nuova “Fame”, quella anthemica, indimenticabile “Fashion”, pezzo gelido, definitivo, visionario (“We are the goon squad and we are coming to town. Beep Beep.” Che dire?).
Nonché pezzi immortali come “Ashes to ashes”, il conto definitivo con le vecchie mitologie, ormai morte e seppellite col sarcasmo dei grandi.
E con un finale giustamente indimenticabile :

My mother said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”

E dopo ancora, l’ultima maschera e il periodo di “superstardom” che ha seguito “Let’s Dance”, con la ricerca degli hits con Neil Rodgers e un tour, “Serious Moonlight”, che è la definizione del cool e del controllo sovrumano del palco e della scena.
Iggy Pop, intanto, lucido e veloce come una scheggia, in piena era post Stooges partorisce subito il suo capolavoro, quel gioiello di “The Idiot”, interamente prodotto col sodale, l’algido ragazzo londinese che ne è la sua versione ripulita e dandy.
In questo straordinario primo album solo, colonna sonora del suicidio di Ian Curtis dei Joy Division, altra anima persa ma persa per davvero, senza una sua salvifica Berlino, ci sono varie perle.
A parte “Sister Midnight” e “China girl” che saranno rimasticate e messe su vinile anche dal grande Duca (“Red Money”, immensa, e l’omonimo superhit di “Let’s dance”), ci sono due pezzi che una volta ascoltati non escono più dalla corteccia cerebrale, di una grandezza senza pari.
“Dum Dum boys” e “Mass Production” hanno la cadenza e l’incedere delle grandi imprese del dandismo decadente in musica.
Berlino, o cara.

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