Ex Machina

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Quando ho saputo che Alex Garland, il geniale scrittore inglese dietro molti film di Danny Boyle e altri, autore di romanzi come “The Beach”, approdava alla prima regia ho sfidato la calura estiva e il generale, depresso ambiente cinematografico italico delle vacanze (tutto il contrario negli States, dove è “high time”), per vedermelo su grandissimo schermo.
E il vecchio Alex “delivers”, come dicono a Londra.
Un esordio così stratosferico non lo ricordavo da tempo.
Debitore dei suoi stessi temi distopici nonché della meravigliosa serie britannica “Black Mirror” questo capolavoro, rarefatto, elegantissimo, senza una parola o una scena in più del dovuto e del necessario, entra fin dal primo secondo “in medias res” e colpisce nel segno a ripetizione.
Non esagero se dico che questo è il film che avrebbe potuto fare Kubrick se avesse davvero portato a casa il progetto AI, ampiamente infettato dalla cooperazione col banale e populistissimo Spielberg e poi finito, e male, dal regista di ET.
Apologo spietato e up to date sul tema dell’intelligenza artificiale, gioco di specchi e di inganni con finale “apparentemente” a sorpresa, questo film è una lama lucente che entra nella carne di un mondo ampiamente tecnologizzato e ampiamente inaffidabile allo stesso tempo, incarnato dallo splendido personaggio del CEO della società simil-Google che accoglie nella sua immensa tenuta il “fortunato” vincitore della lotteria aziendale.
Cast assolutamente perfetto e realizzazione quasi zen, con quella raffinatezza tutta inglese nella gestione degli spazi e dei luoghi.
Domhnall Gleeson, ormai recidivo in queste produzioni, reduce dalla parte “a ruoli invertiti” (rispetto a questo) di un famoso episodio di “Black Mirror”.
Oscar Isaac, ideale nella parte in chiaroscuro di Nathan, il CEO della mega società.
Meravigliosa Alicia Vikander, in una parte che può davvero cambiarti la carriera, che porta a casa la migliore e più precisa, chirurgica interpretazione di un robot mai vista.
Accoppiata in maniera credibile, nella sua ambiguità, ad una sensualità mai vista.
La struttura a sezioni, con capitoli e chiuse a nero, così kubrickiana, è perfetta per scandire la minacciosa discesa agli inferi.
E una geniale scena di ballo da perderci la testa che è l’epitome perfetta, fredda, spietata, della superficialità tossica di un certo mondo oggi dominante.
Da vedere e da rivedere, questo è un film benchmark per il futuro della “fantascienza” pensante.

Il trash e il kitsch

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Amo la fantascienza e amo il trash, due territori spesso contigui, soprattutto al cinema.
Grande l’entusiasmo quindi quando mia moglie, complice un post di un blog che segue abitualmente, mi ha suggerito il noleggio on demand di “Jupiter ascending”, l’ultima controversa space-operona dei fratelli Wachowski, gli autori dell’immortale “Matrix”.
Peccato però dovermi accodare alla lunga schiera di detrattori accaniti di questa monumentale ciofeca.
Spesso anche i migliori di noi si dimenticano la differenza tra trash e kitsch, secondo la dogmatica definizione del Labranca.
Trash è sostanzialmente emulazione fallita o, in alternativa, operazione consapevole verso l’improbabile, verso un cattivo gusto così esibito e surreale da diventare artistico.
Kitsch è invece il semplice e puro cattivo gusto senza coscienza, la sciatteria decerebrata.
“Jupiter ascending” appartiene gloriosamente alla seconda categoria (“glorious failure” dicono gli americani di operazioni ambiziose e rovinose, ma questo più che altro è un “bomb”, come da altra classica definizione critica yankee) e per questo alla lunga, ma anche alla breve, è noioso e fortemente deludente.
Gli ex fratelli Wachowski (ora fratello e sorella : don’t ask…) godono di una meritata fama di visionarietà che proviene da vecchi gioiellini come “Bound” ma soprattutto da film come “Matrix”, vero caposaldo della fantascienza e non solo.
Andati simpaticamente ma decisamente in vacca con operazioni recenti come “Cloud Atlas”, pastrocchio dalle sfumature new age sulla falsariga di altri immortali bombs come “The fountain” di Aronofsky e perfino “Mission to Mars” di un solitamente lucido De Palma, hanno già dato ampia prova di essere passati dalla visionarietà vera al bad trip e alla confusione mentale, spero almeno chimicamente indotti.
L’idea di fondo di “Jupiter”, pur se ampiamente traslata dalla vecchia, geniale intuizione anticapitalistica di Matrix, poteva giustificare la nascita di un piccolo cult.
Peccato poi che però davvero serva una sceneggiatura, una regia degna di questo nome, degli attori e così via.
La cosa paradossale di questo film è che è costato una vera fortuna ma che sembra fatto con due lire, talmente è tirato via senza ingegno e un minimo di vera fantasia.
Come si nota soprattutto nel finale videogamico, una specie di “Tomb raider” dei poveri tra tristi piattaforme di cartapesta e precipizi fintissimi.
Per non parlare del secondo paradosso, che attanagliava anche vecchie discutibili operazioni come “Speed racer” : sembra un film frenetico, dovrebbe essere un film iper adrenalinico ma in realtà, complici la sciatteria velenosa della sceneggiatura e il rosario dei cliché che viene sciorinato senza pietà per lo spettatore, è in realtà un film estenuante, grottescamente lento e noioso, a dispetto dei mille combattimenti.
Debitore distratto di innumerevoli film, sepolto dai cliché, appesantito da una sceneggiatura imbarazzante, questo film dai molti demeriti crolla fino in fondo grazie ad un cast da leggenda del miscast che chiaramente non crede un secondo a quello che sta facendo.
La punta surreale è rappresentata dal duo Mila Kunis – Channing Tatum, due che già di loro non sono certo dei fenomeni, ma che messi in questo tritacarne demente ne escono a pezzi.
L’espressione costante dei due, come dell’intero cast, è quella del disagio di scoprirsi esposti al ludibrio, con la feroce determinazione di portare a casa l’assegno e fuggire il più in fretta possibile con una punta di vergogna.
La Kunis poi, attrice già scarsa in operazioni normali, qui miscast fino al delirio, continua a fare domande inutili per tutto il film (lo “spiegone” perenne, cancro di quest’epoca ricca di fantasy inutili, è il marchio di fabbrica di una sceneggiatura pessima) donandoci però, qua e là, perle leggendarie come la già immortale “Io amo i cani” in uno dei primi, telefonatissimi approcci con il lupoide dalle orecchie a punta (oh yes) Tatum, involontario omaggio all’altra saga mefitica ed infernale del periodo, quel “Twilight” che è il simbolo di un periodo storico che, complice la mancanza di cultura cinematografica, gusto ed intelligenza di gran parte dell’audience, dalla bocca buonissima e dalla scarsissima memoria, ha mandato in soffitta quello che una volta era il glorioso cinema americano.
Solo il buon Redmayne, pur con varie forzature stereotipate, la porta eroicamente a casa, complice un talento nettamente superiore ai suoi comprimari e delinea un discreto, se non memorabile, villain.
Non basta poi la scopiazzatura fatta male di “Brazil” e il conseguente, gradito cameo del grande Terry Gilliam per salvare una nave affondata già al varo.
Peccato, in fondo anche questa è una occasione persa per il trash intelligente, visto che si è preferito rimanere nell’affollatissimo ambito dei baracconi per bambini ritardati.
Il trash intelligente, ad esempio, pervade un film visto recentemente come “Kingsman”, altro film del genere “se vuoi un messaggio, vai in posta”, rivisitazione del genere Bond in salsa postmoderna e tarantiniana.
Un film che ha il grande merito di non prendersi mai sul serio e gioca con i cliché, invece di esserne dominato, e che sempre fa intravedere un cervello sveglio dietro la macchina da presa.
“Jupiter ascending” : un viaggio verso il nulla cosmico.

Christian Petzold !

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Christian Petzold.
Annotatevi questo nome.
È la prova provata che per fare grande cinema bastano pochi mezzi e che in Europa ci sono ancora grandi registi.
Italia esclusa?
Lascio a voi ogni valutazione in merito.
Sorrentino e Tornatore, secondo me e molti i due migliori registi italiani, sono dei grandi artisti e professionisti al servizio di produzioni e cast internazionali.
Appena hanno potuto, se ne sono stati ben lontani dagli ambienti e dalle maestranze nostrane, attori fragorosamente inclusi.
Qui invece siamo in Germania, una Germania che valuta e osserva il suo passato più spinoso, nazismo e DDR, attraverso le lenti felici della storia personale.
La Germania non è solo la caricatura che piace diffondere in questi giorni impazziti.
E mi è sempre sembrata una nazione immensamente più civile e democratica dell’Italia.
Ho visto i due ultimi film di Petzold, quelli che l’hanno imposto all’attenzione degli appassionati cinefili di tutto il mondo.
Films fatti in casa, con l’economia di mezzi dei grandi, quasi bergmaniani, e con il gruppo di attori amici e feticci, qui Nina Hoss (compagna del regista comunque non sospettabile di nepotismo : una attrice straordinaria senza discussioni) e Ronald Zehrfeld, una specie di Russell Crowe teutonico al servizio di un cinema psicologico, di mezzi toni.
“La scelta di Barbara” è ambientato nella DDR (già sfondo per lo splendido “Le vite degli altri”) mentre “Il segreto del suo volto”, riecheggiante furbescamente il titolo del mio amatissimo “Il segreto dei suoi occhi”, capolavoro assoluto, si chiama correttamente e molto più significativamente “Phoenix”.
Quest’ultimo, tratto da un romanzo francese “Le retour des cendres”, parla del ritorno da Auschwitz ma soprattutto del ritorno alla vita di una sfigurata in cerca del marito.
Thrillers psicologici dissimulati sotto l’aspetto dimesso di ambienti spogli, quasi post atomici, che sono la Germania del ricordo, quello lontano del dopoguerra e quello vicino del muro.
Se mi credete, due film eccezionali, di grandissima classe, e con un finale perfetto, da manuale, che sembra quasi la ciliegina sulla torta ed una peculiare qualità di questo nuovo maestro.

Pianto greco

Più passa il tempo e più mi è chiara la complessità del reale e l’inganno perpetuo delle ideologie contrapposte che cercano disperatamente e spesso per motivi inconfessabili di ridurre la realtà all’interno di categorie mentali rigide, sovrastrutturali, autoconservative, false in buona sostanza.
La vicenda greca e le valutazioni sull’Europa sono uno scenario perfetto per far risaltare l’eterno polverone.
Anche in questo caso non esistono verità assolute, complottistiche magari, facilmente manichee.
Fino a quando l’Europa non è entrata in una crisi mondiale e sistemica nessuno si lamentava della moneta unica e dell’Europa stessa.
Ovviamente appena le cose sono diventate complicate la canea e la caccia al capro espiatorio si sono alzate a dismisura.
Così come le presuntuose analisi di economisti e non solo, ammalati di protagonismo e seriamente convinti di aver ragione sempre, perfino in macroeconomia che non è esattamente considerabile una scienza esatta al 100% e materia dove quasi tutti, quasi sempre, hanno ragione a posteriori.
Qualcuno pensa seriamente che si sarebbe evitata la crisi senza euro?
Qualcuno ha analizzato davvero cosa sarebbe successo ai singoli stati in questa crisi senza euro?
Per non parlare di quelli che si sono dimenticati allegramente di cosa è l’Italia e la sua politica, soprattutto dagli anni 70 in poi, prigionieri dell’idea ideologica che tutto il mondo è paese, a dispetto di evidenze clamorose.
Sembra incredibile ma certuni vorrebbero tenersi l’Italietta, capolista mondiale, non europea, in molte classifiche disperanti.
Populismi, professorismi e il valzer continua.
Una delle tante domande è semplice : se al posto della Germania ci fosse stata qualsiasi altra nazione con l’economia a posto siamo davvero convinti che il negoziato sarebbe stato diverso?
O ci piace pensare al solito luogo comune antitedesco?
Si può pensare che la Germania, prima economia europea, prima popolazione nel continente, non debba essere trainante?
Se al posto della Grecia ci fosse stato un nostro debitore diretto, saremmo stati altrettanto tolleranti?
Avremmo accettato le leggerezze del governo e delle gestioni precedenti con una alzata di spalle?
Avremmo accettato di buttarla in politica?
Per non parlare delle sciocchezze sul colpo di stato e sulla cessione di sovranità.
L’Europa è basata sull’idea di cessione di sovranità che è implicito se si vuole fare un mega stato federale sul modello americano.
Infatti a mio modesto parere gran parte dei problemi nascono da questo continuo, finto malinteso e da una lenta, troppo lenta creazione del nuovo stato.
Con il contorno di nazionalismi e personalismi dei singoli politici, francesi e tedeschi inclusi.
Ho sentito qualcuno dire che l’Europa permette di fare politiche che si vorrebbe, ma non si riesce, a fare al proprio interno.
Magari fosse così.
In realtà è esattamente il contrario : tutti quelli che bazzicano l’Europa sanno che i politici e i nazionalismi incrociati, con relativo corollario di riluttanza a rinunciare al proprio scettro e alla propria rilevanza, sono il vero cancro.
Ed è questo, secondo me, il vero errore della Germania in questo giro di vite greco.
Non certo quello di pretendere serietà e compliance comuni a qualsiasi azienda di medio livello.
Semmai quello di non considerare l’aspetto “politico” e di immagine della vicenda.
Infatti il buon Matteo su questo, argomento che conosce bene e suo unico interesse nativo, ha detto anche parole sensate, riferite a entrambi i “contendenti”.
Lo stesso meccanismo decisionale e la conseguente criminalizzazione della UE e della Troika restano un difetto di immagine e un intralcio ad una gestione più open minded dell’intera questione.
Col risultato che il famigerato duo Merkel / Schaeuble più che altro fa rimpiangere Kohl, Schmidt, Schroeder, gente così.
In questo senso, da europeista razionale, penso che prima se ne vanno e meglio è.
La mediocrità ottusa e l’assenza di lungimiranza in queste cose sono un peccato davvero mortale.
Ciononostante solo uno sprovveduto o uno in malafede può pensare che l’Europa abbia davvero un deficit democratico formale.
Renzi è al governo secondo le regole e formalmente questo, pur non piacendomi, non è un deficit democratico.
Parallelamente le istituzioni europee, create da governi regolarmente eletti, hanno legittimità formale.
Devono però fare un salto di qualità ideale, secondo le logiche dei fondatori dell’Unione, e ambire ad una democrazia più visibile e diretta, meglio comunicata.
Anche per spazzare via i facili populismi di quelli che pensano seriamente che il popolo debba decidere su tutte le questioni, soprattutto quelle che non comprende, senza delegare nulla ai rappresentanti.
O anche gli opposti estremismi, di sinistra e di destra, che guarda caso si saldano proprio qui e adesso.
Il che comporta anche e di nuovo una riduzione dell’invadenza delle singole nazioni.
Pensate ad un futuro dove le elezioni europee sono le vere elezioni (sul modello presidenziale americano), quelle che contano, e non l’occasione per i singoli partiti delle singole nazioni di piazzare i mediocri, gli impresentabili (Lega maestra in questo senso, a perenne ricordo della loro leggendaria apertura mentale al di fuori di Voghera), i diversamente e meglio allocabili.
La California (non il Wyoming, by the way) è fallita recentemente e non dico che nessuno se ne è accorto ma quasi.
Io spero e auspico una Europa di questo tipo.
Capisco che piacciano le chiacchiere televisive ma la dicotomia austerità-crescita è fuffa.
Se l’economia è in crisi una certa dose di austerità è inevitabile.
E non c’è nessuna ideologia complottarda alle spalle ma puro buon senso amministrativo.
Semmai è sulle regole di ingaggio e in generale l’apparato legale e di regolamenti che va applicata più flessibilità intelligente e una generale semplificazione antistatalista.
Ma è ovviamente tutt’altro discorso.
Et-et, non aut-aut : sempre difficile per gli ideologici e i manichei di tutte le casacche accettare una realtà inevitabilmente grigia.
Sarà impossibile migliorare questa Europa? Vedremo, sono processi lunghi e la storia non fa sconti, soprattutto in questo momento.
Aspetto ancora di capire dai nostalgici del nazionalismo e della divisione quale è il loro progetto per un mondo palesemente e clamorosamente diverso dalle loro visioni, addirittura premoderne.
L’Europa è l’unico progetto globale possibile (l’Europa unita è e resta una delle tre economie più importanti al mondo) ma ovviamente il modo in cui è gestito va migliorato molto e richiede il suo tempo di realizzazione.
Nel frattempo però bisogna anche smetterla di fare le anime belle e pensare che i soldi non comandino sia in politica che in economia, sia davanti che dietro le quinte.
Mi piace questo mondo? Molto poco ma è utopia pura quella di pensare di poterlo cambiare radicalmente, mi accontenterei di piccole migliorie.
Sia chiaro : la Grecia non sarebbe comunque mai uscita dall’Europa, per mille motivi, anche e soprattutto geopolitici, e l’euro è sicuramente qui per restare.
Ovviamente pronto a ricredermi se la realtà si adeguerà all’idea dei complottisti, non ho partiti presi e non prendo partiti in generale.
Accetto però scommesse nel frattempo sia contro i faciloni sia contro i catastrofisti totali.
Anche a medio termine, perchè a lungo, come disse Keynes…

Maps to the stars

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David Cronenberg è un regista tendenzialmente “sgradevole”.
In certi casi sa essere anche “molto” sgradevole.
Eppure l’entomologo freddo e cinico del Canada è anche uno dei pochi registi che valga la pena seguire.
Fin dai tempi dei primi capolavori, come lo straordinario e profetico “Videodrome” (uno dei film che più inesorabilmente colpisce nella storia di qualsiasi guardone cinematografico) e oltre, fino a “Crash”, “Existenz” e molti altri.
L’ossessione per il corpo, per la compenetrazione stessa dei corpi, per quella che una volta si sarebbe chiamata la “reificazione” delle persone giunge con “Maps to the stars” al punto di svolta.
Non si tratta più di fare della fantascienza e guardare, inorriditi, la mente umana fare scempio anche del proprio corpo in nome dei propri demoni.
Qui, a Hollywood, gli umanoidi sono già tra noi da tanto tempo, quasi a seguire lo sviluppo del più volte citato e ultraprofetico “They live” di Carpenter.
Sembrano umani, fanno una vita di superficie assoluta, ultrasaturata nei colori e surrealmente ipermoderna, tra botulino e ossessioni varie psicomotorie (Cusack è un guru che fa fisioterapia “mentale”), falsità e sorrisini assortiti, ma, nella sostanza, sono già qualcos’altro.
Ci sono momenti di una freddezza crudele raggelante in questo film importante e disgustoso allo stesso tempo.
Quando Julianne Moore, attrice nevrotica letteralmente “distrutta” dalle ossessioni carrieristiche e social, scopre che la propria rivale per la parte della vita (che è la parte di sua madre in un remake) perde stupidamente il bambino in un incidente domestico e quindi anche la parte che era già sua, la scena di malcelato giubilo con la propria agente e poi con la propria assistente, con tanto di balletto, sono quanto di più fastidioso e indimenticabile uno possa ricordare.
Come le numerose scene provocatorie di “funzionalità” degli umanoidi, nel sesso, nelle funzioni corporali.
Nella tremenda scena di sesso a tre, subito dopo, Julianne squarcia per noi la quarta parete e cerca di avere un piccolo momento di requie chiedendo aiuto e calore umano al suo amante.
La scena che ne segue è memorabile, memento assoluto delle “bestie” senza senso, manipolatrici, crudeli, egoiste, opportuniste e senza coscienza che infettano ormai il mondo per come lo conosciamo.
Julianne ha preso giustamente la Palma d’Oro per questo viaggio nell’inferno quotidiano, hollywoodiano e non, agghindata come un Virgilio ancora a mezza strada tra il mondo di una volta e il nuovo mondo.
Poi ci sono i mostri assoluti, la splendida Mia Wasikowska, l’assistente della protagonista, uno dei migliori e ormai rari talenti della new Hollywood, ritratto perfetto del mondo di insetti che circonda le celebrità, nevrotico, derivativo, tendenzialmente divorante.
Fino infatti alla scena straordinaria dell’uccisione, dove Mia ha l’espressione perfetta e curiosa di chi cerca di aprire una bambola senza capire molto quello che sta succedendo.
C’è pure il tema dell’incesto, una metafora del mondo che divora sè stesso, con quel bambino divo così significativamente “lynchiano”, in un film che accosta una volta di più, anche nell’atmosfera generale, perfino nel sonoro, i due grandi visionari del cinema americano degli ultimi trent’anni.
Gli umanoidi che popolano questo film senza speranza hanno ancora pulsioni primarie, hanno un inconscio “ingombrante” che si cerca di tenere a bada come un incubo allucinatorio con farmaci e con nuove tecniche molto costose e raffinate.
L’abuso di farmaci e la cultura della pillola sono la seconda grande caratterizzazione hollywoodiana che va oltre la metafora stessa.
Grande film, non per tutti i gusti come da regola della casa.

Watch out !

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Per noi che, come dice un mio amico “melomane”, se la Apple si mettesse in testa di costruire elicotteri o bunker antiatomici potremmo valutare la cosa, l’arrivo dell’Apple Watch è stato ovviamente un evento da guardare con attenzione.
Dopo qualche giorno di uso assiduo e costante posso ben dire che l’attesa non è stata vana.
Il primo device post-Jobs e il primo passo di Apple nel mondo dei wearables : non sembra che i fenomeni di Cupertino abbiano sbagliato il bersaglio, anche questa volta.
La vera natura della mela, dopo la geniale intuizione di Steve di puntare tutto sul mondo post-pc, quando tutti erano distratti e scettici, e di farlo con la consueta classe e con il perfezionismo estremo tipico di un fan, è sempre stata quella di focalizzare il punto, analizzare la necessità dei devices e delle loro funzioni e poi sfornare inevitabilmente ed invariabilmente il modello che poneva lo standard, superava i goffi tentativi precedenti, sempre all’insegna della pulizia formale, della bellezza estetica, del design che diventa modo di vivere.
Il Watch che ho al polso, così come il primo Iphone, è lontano dall’essere arrivato alla sua forma definitiva e matura, è ampiamente perfezionabile ma pone le basi per un vero utilizzo quotidiano di un wearable nella vita di tutti i giorni.
Sembra quasi che dopo aver “costretto” il mondo intero a scoprire l’indispensabilità di un “palmare” (per dirla con antichi gerghi), la Apple volesse far rialzare la testa a milioni di ometti chini sui loro smartphones e farci riscoprire la bellezza e la naturalezza della posizione eretta senza però perdere un contatto costante e possibile con la nostra “infosfera”.
Ecco perché parlare di “accessorio” dell’iPhone è molto riduttivo.
Le già annunciate caratteristiche del primo aggiornamento software (WatchOs 2.0) previsto per Settembre alludono agli sviluppi.
Che sono il consolidamento di una piattaforma software su cui lavorare, una girandola di apps in costante aumento, la liberazione dalla dipendenza diretta con iPhone e così via.
Io, come molti, ho preso la versione più economica, quella Sport, anche pensando alle possibili interazioni nella mia ora quotidiana di bicicletta.
Le versioni superiori, più simili a gioielli che a pezzi di hardware, sfumano sempre più il confine tra i due mondi, seguendo la direzione elitaria che la Apple ha sempre giustamente perseguito e con esiti economici che più volte hanno sbalordito noi fanatici della prima ora, quando Apple coltivava questi vizietti per un gruppo di adepti in guerra contro il mondo prosaico di Microsoft e altri.
Non appena il mondo dell’informatico è uscito, prima dai laboratori, poi dagli uffici, per entrare nelle case e nell’immaginario delle persone, secondo la nota teoria del “software diffuso” e sempre più vicino alla psiche, al corpo, a tutte le attività umane, Apple si è trovata naturalmente in prima linea “mentale” contro la polverosità tastierosa, grigia e beige, del vecchio mondo informatico.
Nokia, Blackberry, la stessa Microsoft ne sanno qualcosa.
La mela 2.0 è sembrata subito come l’irruzione di una tecnologia aliena, colorata, perfetta.
Come un passaggio dalla tv in bianco e nero alla tv a colori in HD su mega schermo piatto in un sol colpo.
Ed eccomi qui, ogni giorno, e soprattutto in giro, a controllare le mie notifiche, a parlare con Siri (gulp), a farmi guidare per strada da Maps con piccoli segnali “aptici” sul polso, come un butler digitale che ti pizzica dolcemente, a misurare le mie pulsazioni e i miei giri in bicicletta, a cercare di chiudere i dannati cerchi dell’applicazione di attività fisica, a fare traduzioni al volo sempre parlando…
Per non parlare dei tocchi di classe alla ricerca della UI perfetta come la “digital crown”, un ritorno alla fisicità della clickwheel dell’Ipod, o come lo schermo che sente la pressione prolungata per entrare nei sottomenù, la terza dimensione nel software, tecnologia che verrà implementata anche sul nuovo Iphone.
Le applicazioni sembrano infinite e personalmente attendo con ansia l’utilizzo a livello “casa”, “hotel”, “automobile”, “pagamenti” che già sono sul piatto.
Non pensavo che sarei tornato ad indossare con costanza un “orologio”, giusto Jony Ive e quei diabolici di Cupertino potevano riuscirci.

La maggioranza “silenziosa”

Quando ho letto che all’ennesimo “Family day” di qualche giorno fa si sono presentate, incuranti del ridicolo, un milione di persone, ho indugiato una volta di più nel mio ormai atavico pessimismo di fronte al paesello delle controriforme continue senza riforme vere.
Una volta si diceva che la maggioranza silenziosa lasciasse fare politica e prendere in mano la cultura (argomento che maneggiavano oggettivamente con impacciata difficoltà) agli altri, la minoranza aggressiva che imponeva le logiche del tempo ad un popolo naturalmente lavoratore, sano, cattolico.
Era l’ennesimo trucco, ovviamente.
In realtà questo paese è sempre stato governato, anche nelle sue istanze profonde e non solo sulla superficie della politica politicante, da quella parte che b non a caso continua ad evocare come la parte sana del paese, la parte “moderata”.
Parte che ovviamente, prima con la DC ed alleati e poi con il tragico ventennio postfascista successivo, ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo, chiagnendo e fottendo allegramente, additando allo smoderatissimo popolino fascista nell’animo il drappo rosso per controllarli meglio.
Capite bene quindi la mia sorpresa con sorriso incorporato quando molti, tra cui uno…scienziato, sull'”Huffington Post” hanno demolito l’ennesima menzogna e hanno ridimensionato di parecchio la presenza di pubblico all’insano evento.
Che fa il paio, per ottusa stupidità intollerante, con gli happening di “lettura” silenziosa (here we go again) delle sentinelle, nostalgicamente rabbiose per la perdita di supremazia culturale.
D’altronde, si sa, indugiare troppo nel trappolone ideologico cattolico (b direbbe : la scelta di campo) porta inevitabilmente al bivio che tutti noi, che abbiamo tollerato cristianamente gli intolleranti cristiani bigotti, abbiamo constatato di persona : o fanatismo illiberale (il prezzo della coerenza) o ipocrisia (lo scontro con la realtà).
Dal padre al paternalismo è un attimo, così come dalla supremazia al suprematismo per i sedicenti missionari per conto terzi.
Sull’evento in sè ovviamente non c’è molto da dire : chiunque si raduni in piazza per dimostrare contro diritti altrui secondo me è già fuori di senno.
Se aggiungiamo poi il carico da venti del farlo in un paese che è tuttora agli ultimi posti per leggi sui diritti civili e affini, siamo nel patologico urgente.
Perchè la “pancia” del paese, per far riferimento all’organo impropriamente usato per pensare, ha in grande odio il diverso (come le cronache degli ultimi tempi dimostrano ad abundantiam), vive nella sua provincia addirittura pre-statuale, si beve ogni giorno quasi solo ed esclusivamente una tv dove imperversano sgallettate sculettanti e nello stesso tempo preti pontificanti (diade che ha sempre gettato nello sconforto gli europei di fronte al nostro telecomando e simbolo massimo del paternalismo) e sembra dimenticare, di fronte alle donne, ai gay, a chiunque sia “diverso” agli occhi ottusi di un maschietto medievale piccolo piccolo, che esistono ragioni per cui esistono movimenti siffatti e che additarli oggi come invadenti e prevaricatori equivale al pensiero deviato di chiunque faccia dei danni seri, prolungati, profondi e poi non si attenda reazioni.
Con un Renzi apparentemente già in declino, nonostante la bravura affabulatoria e retorica, qui sempre apprezzata oltre misura, il popolino sembra già pronto per ritornare agli antichi amori, in una comunione di intenti e affinità talmente forti che, si teme, possa andare avanti all’infinito.
Ma, come dicevamo, esiste una speranza.
La speranza si chiama il dato numerico : in fondo non sono poi così tanti e la maggioranza rumorosa abita altrove.
In fondo il paese più vecchio d’Europa si rinnoverà fatalmente, complice il tempo.
In fondo Internet, con tutti i suoi difetti, apre la mente, apre al mondo e non è un mezzo totalmente passivo e top down come la tv (fascista per natura e infatti sfruttata a fondo da tutti i fascismi del mondo).
In fondo prima o poi l’Europa prenderà in mano direttamente il comando, da stato federale vero, e certe enormità dovrebbero sparire.
In fondo la Chiesa stessa con Bergoglio, l’odiatissimo Bergoglio, cerca (davvero?) di girare a 360 gradi e rinunciare all’ingombrante e imbarazzante presenza nella società e nell’economia, soprattutto italiana, cerca di includere invece che escludere, sorridere invece di pontificare sul nulla, rinunciando a imporre dogmatismi spericolati ed indifendibili.
Non so quando l’Italia smetterà di restare in fondo a tutte le classifiche di lettura libri e giornali, libertà di stampa, libertarietà di leggi e sistema decisionale, conoscenza del mondo e così via.
Forse quando la maggioranza silenziosa smetterà di berciare, questo sarà il segnale che anche questo paese avrà voglia, finalmente, di entrare nella modernità.

Una piccola gemma

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“Gemma Bovery” conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il cinema francese (ma direi : la cultura francese) viaggia su ritmi, altezze e stilemi lontanissimi dal mediocre kitsch rabbioso che è la cifra stilistica dell’italietta del tinello e dei teledipendenti.
La levità, la classe, le giuste ambientazioni, la recitazione di mezzi toni, il riferimento ai libri (what?) e alla cultura vera inseriti naturalmente nel vissuto delle persone, sono tutte caratteristiche distintive di questo cinema e del mood francese in senso lato che noi guardiamo, al di qua delle Alpi, con sincero stupore e feroce invidia.
More solito la storiella che innerva questa piccola gemma è abbastanza irrilevante e quasi evanescente : i vicini di casa inglesi, la fuga in Normandia del parigino stufo della città e desideroso di ritornare alla tranquillità e al vivere nella natura (con alcune sferzanti battute sui limiti dell’assunto), la moglie rompicoglioni che addirittura legge Mauriac (!), il pessimista cronico per eccellenza (potreste mai immaginare un riferimento così fine in un film italiota?) e frustra alla radice ogni slancio del marito sognatore.
Tutta questa deliziosa, ennesima perla, vive sull’ossessione romantica di un Luchini come sempre monumentale per la neo-vicina di casa, la splendida Gemma Arterton, ormai abbonata ai fasti di femme fatale “inconsapevole” in ambienti shabby chic (come in “Tamara Drewe” di Stephen Frears, ambientato invece nella campagna inglese), forte della sua passione per Flaubert e acceso dal nome inconsueto della stessa : Gemma Bovery.
Come gli splendidi Bandol e altri rosè meravigliosi che allietano quella terra benedetta, il film scorre leggero e sublime per chiudere su note grottesche e amare (come spesso la vita è, nella sua malefica casualità) ma con un controfinale beffardo che porta al riso come non capita spesso.
Da vedere, come tutti i film in cui compare quel genio immenso che risponde al nome di Fabrice Luchini.

Birdman

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La semantica nelle arti è ampiamente sopravvalutata.
Così come la ricerca del “perché” a tutti i costi, nel dettaglio, o del “che cosa vuol dire?”.
In altre arti l’assillo del “tutto in luce senza ambiguità” è inferiore, thanks God.
Mi riferisco alle arti figurative, alla musica, dove la natura stessa dei giochini porta ad una tregua condivisa.
Nella letteratura e nel cinema invece, la parola e l’immagine che “simula” il reale portano spesso la gente a chiedere ossessivamente chiarezza invece che bellezza.
Infatti i registi più visionari della nostra epoca, i Greenaway, i Lynch, perfino i Sorrentino, spesso si ribellano alle spiegazioni univoche e gridano a gran voce l’arretratezza del cinema rispetto ad altre arti nel ventunesimo secolo, un secolo dove spesso si scrivono libri e si fanno film cose se fossimo ancora nell’ottocento, con il vizio della mimesi e della scimmiottatura del reale.
Film anche belli come “Theory of everything” e mille altri prendono premi ma restano ancora ancorati ad una narrazione che più classica non si può.
Col paradosso che tornando indietro di poco, nei meravigliosi anni sessanta ad esempio, troviamo molta più freschezza e libertà espressiva.
Penso a gran parte dello splendido cinema francese (Resnais, Truffaut stesso, Godard…), penso a Buñuel ovviamente e a tanti altri che oggi sarebbero visti con ancora maggior sospetto.
Però, nonostante tutto, la speranza alberga ancora.
Perfino negli USA e perfino all’Academy quest’anno, ad esempio, hanno dato premi e cotillons ad una operazione così indie e così “moderna”, anche espressivamente, che fino a qualche anno fa sarebbe stato ozioso già solo cercarla nella cinquina finale.
Paradossalmente Hollywood è all’avanguardia, quindi.
I premi a “Birdman” fanno ben sperare, davvero.
Un prodotto americano nel profondo, ma nel senso bello del termine, pur avendo un messicano immigrato (ormai stabilmente in California) come Iñárritu al comando.
Un film sul teatro, quindi a me automaticamente caro, girato con spirito libero e tecnica magistrale (raramente ho visto un uso così continuo ed efficace del piano sequenza), una riflessione felicissima sulla società dei media e dello spettacolo oggi.
Una specie di “Synecdoche New York” senza Hoffman e molta meno depressione standardizzata.
Con la rivalutazione di un grande attore come Michael Keaton (nel film ogni allusione alla dicotomia blockbuster-teatro per la mente è volutissima), qui all’apice evidente della carriera, con la conferma ed il gradito ritorno del sempre splendido Edward Norton, con la prima, vera parte per Emma “big eyes” Stone, con cameos di attori di primo livello e scarsa notorietà come Lindsay Duncan, già vista nel delizioso “Le weekend”.
E con un finale che creerà il solito scompiglio per la sua voluta ambiguità, sulla falsariga di altre celeberrime chiuse di altri grandi film come “Oltre il giardino”.
Capolavoro assoluto.

Youth

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Sono finalmente riuscito a vedere l’ultimo di Sorrentino.
Uno dei pochi per cui valga la pena uscire di casa.
Tu chiamala, se vuoi, autorialità.
Non sono rimasto deluso.
“Youth” è il classico film che apre mille discussioni, cosa già di per sè meritevole, e inevitabilmente polarizza i giudizi agli estremi.
Soprattutto perché la sindrome tutta italiota dell'”aspettare al varco” il vincitore si è qui accentuata, complice il clamore de “La grande bellezza” e la rarefatta, intellettuale elitarietà della proposta in sè, una cosa che fa imbestialire l’italiano medio per definizione, sempre pronto a rassicurazioni sulla sua mediocrità.
Nonostante una dichiarazione esplicita di anti-intellettualismo che nel film esiste (ma che ha altre valenze e che sarà sicuramente fraintesa) e nonostante il fatto che sia un film trasparente, molto semplice, poco criptico, rispetto ad altre esperienze analoghe, anche sorrentiniane.
“Simple songs” si chiama infatti la composizione a cui si fa riferimento spesso nel film, quella che ha dato la notorietà al personaggio del musicista interpretato da Michael Caine e che anima l’ultima, magnifica scena del film.
Certo, la notorietà, usata bene, può portare a Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda nello stesso film.
La competenza, poi, e la lucidità portano a Paul Dano, un attore che bisognava scoprire per davvero prima o poi e che qui, secondo me, davvero spicca il volo nella sua carriera.
In un film autoriferito dove uno dei protagonisti è un regista che “cerca” il suo film testamento (un Keitel monumentale e fragilissimo) e lo stesso Dano è un attore in cerca di una sua voce dopo qualche successo commerciale di poco conto ma di molto fastidio, in quanto ricordato perennemente dai fans.
Sorrentino ha avuto la fortuna, ad inizio carriera, di trovare un attore fuori dagli standard e perfino italiano come Servillo, per far volare dei film che avevano già la cifra stilistica visionaria che tutti riconosciamo.
Ora che gira film internazionali come questo, talmente internazionali da negargli, secondo me, altri premi, soprattutto in USA dove il paraocchi ideologico e culturale è più evidente (“La grande bellezza” è l’Italia barocca, in versione 2.0, che gli americani amano immaginare), Sorrentino non ha più solo fortuna, ma fa scelte sempre oculate, con l’aiuto di uno stile unico, riconoscibile, affascinante che lo rende a momenti l’unico regista italiano davvero degno di questo nome, l’unico che valga la pena seguire fino in fondo, a prescindere da tutto, trama, logiche, storie.
Dopo “Le conseguenze dell’amore”, il gioiello della prima parte della sua carriera, questo è il film suo che mi è piaciuto di più.
Entrambi sono ambientati in Svizzera e questo la dice lunga sulla peculiarità intellettuale di Sorrentino, in fondo un napoletano atipico, riservato, malinconico, naturalmente internazionale, pur con qualche frammento locale, che qui si esprime col personaggio eccessivo di un Maradona a riposo nella struttura hotel-spa-labirinto che è la chiave del film e che è, oltre che un set più gestibile (dal punto di vista pratico), una via verso film filosofici, programmatici, ricchi di metafore.
L’Overlook sorrentiniano è tutto qui, over…look appunto, e pur al netto di qualche spigolatura kitsch e di qualche inevitabile ridondanza da frase ad effetto, è un gran bel vedere, come sempre.
Ho parlato di Keitel e di Dano, secondo me straordinari in questo film.
Parliamo di Caine e Fonda.
Basterebbero i nomi.
Non bastano.
Michael, il grandissimo Michael, uno dei monumenti dell’arte recitatoria ed uno dei più grandi di tutti i tempi, secondo la mia modesta opinione, regala a questo film quell’acida, ironica finezza di cui questo film necessitava in quantità industriale.
Prima mezz’ora semplicemente sbalorditiva sotto ogni punto di vista, classe, cura del dettaglio intimo, nel momento in cui va tratteggiato il personaggio.
E alcune scene memorabili, come quella, magnifica, con la moglie o quella, in sottrazione, della morte dell’amico.
Jane Fonda regala un cameo perfetto, hollywoodiano anni ’70, alla Cassavetes, uno dei registi ai quali Sorrentino in qualche modo sembra debitore in questo film.
Come direbbero in altri luoghi, che Sorrentino sembra conoscere ma giustamente tenere a distanza : tanta roba.

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