Cosa conta davvero

Il mondo é davvero complesso e non finisce mai di stupire.
In genere l’umanità si divide tra chi vede un disegno dietro tutto questo e ostinatamente cerca i fili spezzati per poter dare un senso compiuto al vorticoso fiume di polvere e di rumore che già il Bardo aveva perfettamente delineato e chi invece vede il destino come un pazzo distruttore.
Io oscillo spesso tra queste due posizioni ma alla fine sono più propenso a credere alla banalità del male e alla casualità del tutto.
E proprio per questo non sono un nichilista.
Sembrerà strano ma più uno resta perplesso e colpito dalla follia del mondo e da quelli che un cristiano chiamerebbe i “falsi valori” (denaro in primis) più in realtà diventa attento a ciò che conta davvero perchè sa che tutto é davvero transeunte, davvero precario, davvero senza certezze di riscatto o di ricompensa.
In fondo siamo condannati ad essere ciò che siamo e in fondo siamo divisi in due categorie, in modo drammaticamente manicheo.
E questo, ho notato spesso, prescinde dalla nostra vita, dai nostri incontri, dal nostro vissuto.
È una specie di Rom ineliminabile, come se il “giudizio” su che persone siamo fosse già stato espresso e in fondo a noi non restasse che recitare la parte assegnata nel modo più dignitoso possibile.
Dicono che bisogna credere in qualcosa per andare avanti.
Io non penso che questo passi attraverso una religione organizzata per forza di cose, anzi.
Anzi spesso ho pensato che proprio il complesso iper dogmatico e iper descrittivo di qualsiasi religione fosse un forte ostacolo alla comprensione vera.
Personalmente io ho sempre creduto nell’amore e più precisamente nell’amore tra un uomo e una donna.
È una cosa tangibile ed é una esperienza che davvero forgia la vita di noi tutti e cambia in meglio le due persone.
L’amore ha tante forme, penso ad esempio all’amore di un animale per noi, ma questa resta la forma più alta e su questo mi sembra davvero razionale impostare la propria intera vita.

Rainbow

You’re just flying
Over the rainbow
We brought you there
And our cries will make
The eternal flower
Blossom
Will we ever meet again?
I put down my head
Listening carefully
To your sound of bliss
And the answer seems yes
Yes

Credo quia absurdum

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C’é una sinistra analogia tra la fede religiosa, di qualsiasi “marca” essa sia, e la fede dei teorici delle cospirazioni.
Questo secondo alcuni.
Forse il detto “chi non crede in Dio, finisce per credere a tutto” ha trovato una sua beffarda realizzazione anche se, come tutti i proverbi e i luoghi comuni, più che contenere una parte di verità é semplicemente falso.
In realtà il discrimine vero é l’uso della razionalità che, in genere, non perdona.
La casualità totale e crudele che qualsiasi persona sperimenta sulla terra lascerebbe pochi dubbi e pochi spiragli al wishful thinking disperato dei credenti.
Noi tutti viviamo in realtà con ideali molto forti ma sicuramente qualcuno esagera, soprattutto quando si avventura in intere cosmogonie.
All you need is love ed é difficile dire che Lennon ha torto.
Ma questa é una cosa che chiunque sperimenta per davvero nella vita.
Quando parli con gli integralisti religiosi, la cosa che ti sorprende sempre é il fideismo quasi sempre smarrito di fronte alle prime serie obiezioni.
L’alternativa é l’intolleranza ed é una cosa che spesso ho constatato.
La deriva diventa quella della negazione del buonsenso e della realtà, ammantato da dogmatismi isterici o vorticose citazioni libresche (Bibbia & co.).
L’ultima frontiera é quasi sempre l’appello all’esperienza : non serve la ragione, serve la fede, non serve il ragionamento, serve l’esperienza.
Allora, pazientemente, ti ripresenti dopo un pò e dici che hai tentato l’esperienza (nel mio caso, é stato un tentativo durato vari anni), ma non é che hai visto chissà cosa.
La risposta in automatico allora diventa : manca la fede.
E il gatto si morde la coda.
A parte che la questione che la fede sia un dono sa di beffardo monumento al caso.
Tu chiamala fortuna, se vuoi.
Ammettiamo che Dio esiste e se esiste gioca a dadi allora.
Simpatico, vero?
Insomma, gli argomenti sono pochini e mi sa che per il futuro le religioni si dovranno inventare qualcosa di più convincente, e a vari livelli che non sia solo quello della volontà, per mantenere il loro status di àncora di salvezza per le dolenti genti.
Diverso é il caso delle numerose teorie di cospirazione esistenti.
Qui la “suspension of disbelief” in realtà sembra essere meno necessaria perché spesso e volentieri l’analisi della storia degli uomini, e le successive documentazioni, danno ragione a chi pensa andreottianamente male.
Difficile non credere alla malvagità del mondo.
Le esagerazioni cosmogoniche alla David Icke non devono quindi ingannarci, qui siamo davvero nella religione alternativa e il marker é la complessità nonché il dettaglio esasperato.
Non abbiamo bisogno di teologie alternative né di scienze teologiche (ossimoro) in senso stretto o lato.
Basta ragionare sui moventi e sulle logiche del mondo, soprattutto ad alti livelli di potere e denaro, senza esagerare, come in un banale thriller.
Come in quel famoso film la banalità del male conferma la logica del Dio assente e lavativo mentre il contraltare negativo lavora molto nel mondo.
A partire dall’Olocausto in poi, il mondo é passato dall’incredulità, eternata dalle mille “versioni ufficiali”, al riconoscimento dell’incredibile.
Dopo il disvelamento ufficiale dei documenti originali sul caso Kennedy qualcuno, seriamente, può credere per davvero alla versione primigenia?
Il solito pazzo…ma certo.
Caso Lennon, caso Diana…
Per non parlare della buffonata della versione ufficiale dell’11 settembre.
Basta fare uno più uno e informarsi per davvero, spesso su documenti ufficiali, per capire velocemente che dietro c’è molto di più e molto di diverso.
Bislaccamente io ho una passione speciale per il PID.
PID…Paul is dead.
É sicuramente una delle più affascinanti e, bisogna ammetterlo, meno credibili teorie leggendarie di cospirazione, ma il fatto che sia così artistica, così spumeggiante e così legata ai Fab Four, me la rende simpatica.
Potrei perfino ubriacarmi di fideismo perché la storia é meravigliosa.
Credo quia absurdum.
Eppure…

La postcritica

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Ho un pregio che è anche un difetto : sono tendenzialmente un benpensante (in senso etimologico) ottimista.
E’ chiaro che questo è un mondo che mette a dura prova le persone come me, ma io insisto, sicuro che questo sia comunque l’approccio giusto, soprattutto se temperato da un sano realismo che con l’età certamente è merce che non manca mai.
In uno dei miei recenti posts “La precritica” mi avventuravo dickianamente in un tentativo di critica cinematografica basata sul trailer e su info sparse ma senza la fruizione diretta dell’opera.
Anche perchè, nel retroterra cerebrale, mi sembrava quasi impossibile che Woody, il nostro Woody, potesse per davvero toccare livelli troppo bassi.
Dicevo semplicemente che mi aspettavo una ciofeca.
Come al solito peccavo di ottimismo.
Ora che l’ho visto, posso dire con certezza che “To Rome with love” è di gran lunga il più disperante, infame, orrendo capitolo della invece gloriosissima carriera dell’omino con gli occhiali che amiamo così tanto.
Il paragone con “Vicky”, altro grosso passo falso, era in realtà fuorviante.
Questo è MOLTO, MOLTO peggio e francamente non pensavo che fosse possibile.
E’ un film che non sembra neanche un film di Allen : manca totalmente la classe, la leggerezza, la finesse e qualche battuta fulminante che sono sempre state le caratteristiche di qualsiasi opera, anche quelle davvero minori.
Tremo all’idea che qualcuno delle nuove generazioni possa tentare l’approccio al mondo alleniano partendo da quello che trova adesso al cinema.
Stenterebbe a capire perchè Woody è un baluardo per gran parte di noi.
Il film è imbarazzante a livelli inconsueti, soprattutto nella prima mezz’ora abbondante.
E’ girato molto, molto sciattamente, è recitato da oratorio, grazie anche alla nota valentia recitativa delle numerose presenze italiane.
In questo senso l’episodio con Tiberi e la Mastronardi, oltre che infettato da un clima di pochade stanca e triste (la chiave stilistica del film), è veramente il più inguardabile.
Ma in generale si salvano solo il solito Benigni e, direi, il buon Albanese, anche se il clima generale, anche tra gli attori USA, è la sensazione netta di essere nel posto sbagliato e il cercare di venirne fuori il più velocemente possibile, dopo aver intascato il credit di aver fatto un film con una leggenda.
L’episodio “migliore” (grossa, grossa enfasi) è quello con Baldwin, Page etc ma è talmente infarcito di luoghi comuni alleniani che sembra quasi una parodia demente e senza cuore.
Baldwin sembra quasi uno stanchissimo Bogart post “Sam” e la Page cerca di fare la Keaton del 2000, addirittura replicando gli stessi tòpoi di film immensamente più importanti (mi riferisco in particolare alla scena notturna del bacio alle Terme che è la fotocopia sfatta della stessa, stessa scena in Manhattan dopo il planetario e a Central Park).
E la musica.
My God.
La musica è talmente cheap che non ci si crede.
Sembra un film di Vanzina riuscito male con la musichetta genere Oliver Onions.
Tutto è talmente slegato, tirato via male che si soffre anche fisicamente, soprattutto noi adepti.
Roma stessa non diventa mai una vera protagonista, a differenza di altri film cartolineschi (vedi la lunghissima, triste sequenza iniziale di Midnight in Paris…per il resto film che al confronto di questo sembra da Oscar), ed è puro sfondo, peraltro usato male, a scontatissimi luoghi comuni e a tristi cenette in terrazza che raccontano senza alcuna credibilità quanto è bella la città.
Il finale, così grottescamente dimesso e di basso livello (non ve lo racconto : godetevelo), è la degna conclusione di un BOMB, come dicono gli americani, monumentale per davvero, altro che rovine romane.
Temo che per davvero le lancette dell’orologio abbiano detto il loro verdetto.
Spero che spieghino al rintronatissimo nostro che forse non è più neanche il caso di sfornare un film all’anno per stare meglio nella vita.
Dovremmo stare bene anche noi spettatori.

Antipolitica?

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Sembra proprio che le imminenti elezioni amministrative, le prime elezioni reali nella micro era Monti, saranno le elezioni dell’affermazione definitiva e prorompente del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.
Non sono sorpreso affatto, c’è sempre la ricerca della novità e questo é un momento talmente topico che chiunque abbia il crisma della reale diversità ha grosse frecce al suo arco.
Ho sempre ammirato Beppe Grillo come comico, sono sensibile al talento reale e lui senz’altro é stato di gran lunga uno dei migliori della nostra epoca, come ho potuto constatare anche di persona varie volte.
Pur non condividendo il 100% delle sue istanze politiche da post-comico e al netto di qualche ingenuità da entusiasta neofita, trovo profondamente fuorviante e ingeneroso il paragone con Bossi e la Lega e la frettolosa archiviazione nel vasto mondo del populismo becero ed ignorante.
In Italia la politica non è politica vera praticamente da sempre e quindi chiunque venga tacciato di anti politica è in realtà un benemerito che quasi sempre viene attaccato su questo piano per motivi fetidi ed inconfessabili.
Il populismo, poi, é sempre stato più o meno la cifra della politica dei grandi partiti, soprattutto recentemente, e non ha niente a che vedere con la semplicità e l’approccio diretto ai punti chiave che contraddistingue il Movimento.
In realtà il crollo di credibilità della classe politica italiana e dei meccanismi ormai eterni di conservazione e puro e semplice ladrocinio non poteva che generare, anche se molto tardivamente, secondo gli schemi da bradipo dell’italiano medio, una reazione veemente, complice una crisi economica che non permette più esitazioni.
Siamo più o meno in una epoca tipo Tangentopoli con l’aggravante economica che incoraggia anche soluzioni dal basso.
La gente sembra aver capito, complice anche una migliore cultura e una migliore informazione (la Rete é decisiva, sempre), che i fondamentali della politica sono marci e vanno cambiati tutti senza pietà e senza ascoltare partiti che mentono sistematicamente, non hanno nessuna relazione con la realtà che dovrebbero governare e che giocano sulla pelle di un popolino mediamente manipolabile il giochino delle finte contrapposizioni per poter “imperare” in sostanziale collusione.
Il governo Monti, tra i molti meriti, oltre a quello ovvio di aver spazzato via l’abisso che l’ha preceduto, ha oltremodo messo in evidenza la nullità della partitocrazia e le sue siderali distanze dal buon senso e dalle issues reali.
In questo scenario post-atomico un movimento che parte dal basso (non dal popolino ma da persone mediamente ben informate), che rinuncia a logiche da partito per statuto e in partenza (no accordi elettorali, no rimborsi elettorali, solo due mandati etc etc), che usa la Rete per tutto, che osa pensare il futuro secondo logiche ormai chiare (no economia petrolio, energie rinnovabili, risparmi nella cosa pubblica e non), che privilegia le nuove generazioni e la trasparenza (webcam nei consigli comunali e così via ma non solo) mi sembra che abbia una caratteristica di modernità assoluta che va molto al di là sia della politica italiana classica (prima repubblica) che di quella riveduta e corretta con l’uso criminale del marketing (seconda repubblica).
L’antipolitica é veramente altrove.

La precritica

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Come è noto a chiunque bazzichi con assiduità il mondo dell’arte in generale, é assolutamente possibile sapere come é un libro, un film, qualsiasi cosa anche semplicemente leggendo qualche cosa e/o assaggiandolo o, banalmente, guardando un trailer.
In fondo, raramente si sbaglia di grosso.
É vero che spesso i trailers ingannano perché ritagliati a misura del popolino e quindi tarati verso il basso.
Classici specchietti per le allodole che il marketing mette in basso per attrarre eventuali, molto ipotetiche masse (la crisi colpisce duro).
In una specie di Minority report applicato al cinema, ho visto il trailer del nuovo film di Allen, autore come é noto al quale sono morbosamente affezionato, e ho deciso che il film fa probabilmente schifo.
Mi sono anche creato una mia teoria etnico-cospirazionista.
Ossia che il nostro, così classicamente angloamericano post-protestante, funzioni malissimo quando viene nel Mediterraneo.
Già la deriva pericolosamente turistico-cartolinesca del suo recente cinema lo metteva a rischio.
Ma perlomeno a Parigi l’affinità culturale col suo mondo, ancor maggiormente evidente nella Londra di alcuni suoi recenti films, l’ha preservato dal bozzetto stantio e pieno di luoghi comuni.
Non è un caso che le sceneggiature dei film in questione funzionino meglio e che lui stesso abbia recentemente ammesso che in fondo sono luoghi con molte affinità con l’America colta che lui frequenta.
Sono più connaturate all’ambiente che le circonda e non vengono fagocitate dall’intento banalmente turistico del vecchietto in vacanza.
Nella conferenza stampa di presentazione di “To Rome with love”, in maniera molto naïf, il nostro ha ammesso che Roma é esotica per un americano e che lui conosce molto poco l’ambiente della sua vacanza.
Di fatto, sarà un caso, ma Woody ha fatto tanti film meravigliosi, qualcuno buono, qualcuno così così e tirato via per rispettare la routine one year-one film, ma solo una ciofeca devastante e imbarazzante : Vicky Cristina Barcellona.
E mi sa che qui siamo alla seconda.
C’è pure una nota “inficier”, Penelope Cruz, presente sguaiatamente in entrambe le operazioni.
La teoria dell’ inficier é affascinante ed é stata coniata da me e da un gruppo di amici.
In questa teoria viene sostenuto che esistono attori che “inficiano” con la loro presenza sistematicamente qualsiasi film e qualsiasi buona intenzione.
Due nomi tra i tanti sono sempre stati citati : Monica Bellucci e Julian Sands, protagonista attonito e memorabile del devastante e devastato “Boxing Helena”.
Ma anche la nostra Penelope scalpita per il podio.
A breve, come sempre ho fatto, andrò a vedere in prima il nuovo film dell’amatissimo Woody.
E, come un coroner, riferirò.

Scripta che non manent

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Pur essendo un lettore molto sopra la tragica media quantitativa italiana, leggo comunque pochi romanzi rispetto ad altri, gloriosi momenti della mia vita.
Gli anni della formazione sono gli anni in cui, se si ha un minimo di interesse nell’argomento, la curiosità per i grandi libri del passato prevale su tutto.
Soprattutto per la nostra generazione, l’ultima prima dell’avvento definitivo del video, del web, del multitasking perenne.
In più, comme d’habitude, l’avvento dell’età adulta e lavorativa in senso stretto incrementa la lettura dei saggi sui mille argomenti d’interesse, dei giornali e delle riviste che si moltiplicano e si accumulano e, dall’avvento del web, delle mille cose che si trovano in rete, blog inclusi.
In tutto questo maelstrom informativo l’escapismo dedicato e bisognoso di continuità che richiede un romanzo spesso e volentieri viene messo da parte.
Ma mi sono spesso chiesto se per questi, fondatissimi, motivi o anche perché, bisogna dirlo, il livello medio della narrativa, non solo italiana, é clamorosamente crollato negli ultimi trent’anni.
Da quanto tempo non leggiamo un grande romanzo?
Ne leggiamo qualcuno carino ma normalmente nulla di memorabile.
Il che si allinea a quello che succede al cinema, ad esempio.
É vero che la prospettiva temporale spesso inganna.
Alle spalle abbiamo, distillato, il meglio di 2000 anni, 2000 anni oltretutto molto concentrati e non così postmodernamente svaporati in mille rivoli, impossibili da seguire.
Sicuramente molti romanzi di valore ci sono sfuggiti o sono scomparsi nell’assordante rumore di fondo della produzione mondiale.
Ma se proprio dobbiamo seguire la critica e il parere dei sedicenti esperti, quello che ci viene offerto oggi come il meglio degli ultimi decenni ci lascia alquanto perplessi, soprattutto se lo proiettiamo nel giudizio più spietato, quello del tempo e del futuro.
Siamo proprio sicuri che i De Lillo, i Franzen, i Foster Wallace saranno ricordati nei secoli come Hemingway, Faulkner, Joyce e altri?
E vogliamo proprio parlare di Baricco e altri?
L’ultimo romanzo che ho letto é proprio Mr. Gwyn.
Ho sempre pensato che il nostro fosse principalmente un ottimo, ottimo divulgatore ed affabulatore e un romanziere normalissimo e, al massimo, “carino”.
Aggettivo che inizia a preoccuparmi perché caratterizza, quando va bene, il 90% della produzione artistica dei nostri tempi (cinema, libri, tutto) ma che é l’anticamera inesorabile dell’oblio veloce.
Sono ANNI che consiglio sempre gli stessi libri agli amici e questo non perchè non mi sono aggiornato (persone molto vicine a me lo fanno con divorante assiduità e mi confermano l’assunto) ma perchè semplicemente se devo spingere una persona a perdere qualche ora in concentrazione preferisco farglielo fare su scritti davvero memorabili.
A qualcuno interessa ancora COME si scrive?
E se sì, sa notare la differenza, a parità di contenuti?
Tra i molti libri che consiglio ci metto sempre “Dubliners” (Gente di Dublino) di Joyce, secondo me la più grande raccolta di racconti della storia e il molto più recente “Cosmetica del nemico” di Amelie Nothomb, scrittrice icona alquanto modaiola ma che, almeno in questo piccolo gioiello, ha dimostrato che scrive come in paradiso e può avere idee geniali.
In Dubliners poi, oltre al magnifico atto finale (The dead), ci sono due raccontini, apparentemente minori, che SONO, per me, l’infanzia e l’adolescenza e catturano, come per magia, quel periodo unico della vita : Araby ed Eveline.
Ho come l’impressione che il meglio di questi decenni sia da ricercare, come capita anche in musica, in nomi minori.
Altrimenti non ci resterà che accettare il destino di molti che, con sublime condivisibile snobismo, sostengono di aver tempo solo di leggere e rileggere i classici.
Ars longa vita brevis, si sa.

Di bassa lega

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Tutto si può dire tranne che sia sorprendente quello che é stato scoperto in merito alla Lega e a Bossi.
Solo la invincibile naïveté di persone semplici fino al delirio poteva giustificare la fortuna di questi miracolati dalla vita, esempi preclari della selezione al contrario che sembra contraddistinguere come un tarlo, con rare eccezioni, la politica italiana.
Il crollo del populismo e del conseguente culto della personalità sembra segnare questa epoca di chiusura dei conti e già per questo nettamente migliore del lungo buio del ventennio scorso.
Il duo impossibile da prendere sul serio, che ha condizionato, cosa che non finirà mai di sorprenderci, la seconda repubblica, è la dimostrazione vivente che il popolo, acefalo per definizione, non vota su basi razionali, fattuali, logiche ma solo secondo moods variabili e spesso, in Italia, per pura appartenenza ideologica irriflessa o per luoghi comuni duri a morire.
Se si pensa che perfino all’inizio della vicenda leghista, quando il partitello bossiano cavalcava ferocemente l’antipartitocrazia generata da Tangentopoli, già era stato trovato il primo scandalo (Patelli, ricordate?) e, come capita sempre e solo qui, nessuno ne aveva tratto le dovute conseguenze sia a livello mediatico che elettorale, è ovvio che le dinamiche del consenso italiane non seguono i canali che il cervello imporrebbe.
Se passiamo poi all’altro figuro, é davvero sbalorditivo il numero di errori, follie, danni, scandali, menzogne che avrebbero giustificato mille fughe nella vergogna e certamente una inesistente fortuna.
Per non parlare delle mille giravolte nel rapporto tra i due, così poco credibili e così clamorosamente contradditorie da far capire anche ad un cieco la logica sottostante.
Il mondo spesso e volentieri gira alla rovescia ma questo periodo davvero nauseante e insensato della nostra già miserevole storia come Repubblica, sembra un perenne monumento alla follia dell’ometto medio.

L’acqua che scende velocemente nel lavandino

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All’interno dell’élite musicale mondiale, convivono grosso modo due categorie.
La prima è quella degli irrequieti, perenni innovatori e curiosi onnifagi che hanno cambiato mille volte stili, suoni, travestimenti.
La seconda é quella dei musicisti innamorati di un sound talmente straordinario e soddisfacente da imporre l’eterna stasi in un nirvana perenne.
Quasi tutto il jazz appartiene alla seconda categoria.
E questo eterna infatti l’ossessione degli appassionati (quorum ego) che in realtà chiedono solo dosi crescenti e non riescono mai a concepire l’uscita dal dondolio classico dello swing nonché i vari rituali tra cui, tipico, quello degli assoli.
Paradossalmente uno dei monumenti assoluti, Miles Davis, pur esplorando, in varie fasi, come un Picasso musicale, la profondità del perdersi, é in realtà il tipico musicista della prima categoria, avido di novità e totalmente disinibito nell’abbattere ogni forma di rispetto per il passato, anche il proprio.
Il tipico rappresentante della prima categoria nel pop rock é sicuramente David Bowie, camaleontico non solo nei travestimenti ma soprattutto negli stili musicali, cosa che, cà va sans dire, lo ha spesso reso inviso a diverse categorie di ascoltatori a seconda del momento.
Ci sono altri esempi, invece, nel pop rock, della seconda categoria.
Al punto più alto io metto un duo, uno dei gruppi più influenti della storia e il classico gruppo “per musicisti”, la chicca per eccellenza dei palati fini.
Ovviamente qui si parla di Steely Dan.
Il mix micidialmente inesorabile creato da Fagen e Becker é basato su una ricetta così complessa e così ben calibrata che se fossimo in campo gastronomico staremmo parlando della formula della coca cola o del piatto della vita.
Il loro non è un punto di vista musicale, è un UNIVERSO, basato sulla combinazione professionalmente impeccabile del jazz, del pop, del soul e di tutta la musica angloamericana del ’900 con aggiunta finale di salsa Dan.
Il tutto impiattato alla perfezione e con una cura dei dettagli che lascia senza fiato, anche dopo decine e decine di ascolti.
Lo so perché l’ho provato varie volte, ma l’ascolto dei Dan fa male alla salute.
Intendo dire che siamo vicinissimi alla dipendenza e all’esclusività ossessiva, tutte cose che si possono trovare anche nell’uso di sostanze psicotrope.
Il risultato é che quando si comincia ad entrare nel loop (e d’altronde, come evitarlo?) si fa davvero fatica ad ascoltare altro e a concepire di ascoltare musica diversa.
Qualche anno fa sono andato a Lucca, cittadina meravigliosa, uno dei gioielli veri dell’Italia, ad ascoltarli e ci sono andato con quel senso di adorazione e di unicità che si ha quando si assiste a qualcosa di irripetibile.
I due sono sempre stati molto sulle loro, sempre seppelliti dietro caterve di strumenti, e hanno immolato la loro vita alla creazione, rarefatta, di abbaglianti capolavori discografici senza tempo e quindi l’occasione di vederli dal vivo, in Italia perlopiù, era davvero unica.
Sono state due ore e mezza davvero indescrivibili.
Perfino nei grandi concerti di grandi musicisti ai quali ho avuto la fortuna di assistere è sempre esistita una curva, una variazione di moods e suoni.
Intendo dire, pezzi molto intensi, pezzi meno intensi, una certa sensazione di pieno-vuoto.
Con questi qua é stato impossibile abbassare l’asticella della goduria musicale al di sotto di vette iperuraniche, una macchina da guerra inesorabile dove ogni passaggio, ogni secondo era puro distillato di una musica così densa, precisa, ricca da non lasciare scampo.
Alla fine ero stremato ma più che altro per l’intensità totalmente insensata dell’evento.
Steely Dan é l’esempio massimo del nirvana musicale e dell’atteggiamento “definitivo” di chi, avendo trovato la perfezione e il paradiso, si chiede perché cambiare.
E la prova maggiore di tutto questo sta in una arguta metafora che, parlando con un amico quella sera, fu coniata all’istante.
Ci sono moltissimi pezzi dei Dan che sono talmente ben congegnati e talmente decisivi che non si vorrebbe letteralmente che finissero mai.
E che invece, prima o poi, finiscono, con una sensazione quasi di spreco di certi passaggi che farebbero la fortuna di interi altri pezzi di altri musicisti.
Quando questo succede e il pezzo sfuma, la sensazione ricorrente é quella di uno che vorrebbe fermare l’acqua che scende velocemente nel lavandino.

Cesar’s way

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In famiglia siamo tutti dei grandi fans di “Dog whisperer”, il celeberrimo programma di Cesar Millan che spiega, con casi precisi, come interagire con il proprio cane.
Il format è tipicamente americano, ogni tanto sbuca anche qualche celebrity e il nostro è sicuramente molto smart nello sfruttamento della propria immagine (conferenze, dvd, televisione, web etc etc).
Ma al netto di tutto questo e del business che inevitabilmente ne deriva, non concordo né con le critiche che Cesar ha ricevuto come addestratore (sul web c’è di tutto) né con le obiezioni alla sincerità del suo approccio.
Da sempre penso che il modo migliore per fare business sia quello di amare profondamente ciò che si fa e il caso di Steve Jobs, ad esempio, spiega alla perfezione che non c’è nessuno iato tra i soldi e l’amore per l’oggetto del proprio lavoro.
Noi che amiamo profondamente “gli angeli con la coda” sappiamo riconoscere all’istante un nostro simile.
E l’impressione che resta dopo aver visto qualche episodio è che Cesar per davvero sia uno di questi.
Lo si capisce dalla delicatezza dell’approccio, lo si capisce anche dal fatto che non snatura affatto l’essenza dell’animale, così come invece accade in molti centri d’addestramento e anche in qualche altra trasmissione tv dove i cani, soprattutto i cani, vengono trattati come automi che dovrebbero trovare piacere nell’eseguire comandi astratti del “padrone” (parola già molto rivelativa).
Cesar riesce pure ad essere “profondo” senza sconfinare subito nella banale new age che è sempre dietro l’angolo, soprattutto nelle terre oltreoceano.
Certo, qua e là compaiono riflessi zen e buddisti, ma in generale lo trovo sobrio nell’approccio e comunque con un focus perfetto sull’animale e sull’uomo.
Non a caso spesso e volentieri ripete che più che educare i cani il suo compito è educare gli uomini, perché è verissimo che in particolare il cane, animale da branco per eccellenza, ha un bisogno psicofisico assoluto di buone guide, come peraltro si può dire di molti uomini, soprattutto giovani.
Il programma veicola spesso inoltre concetti davvero importanti che spesso la gente tende a dimenticare, per eccesso di depressiva prosaicità.
Ad esempio che tutta la vita è un percorso di miglioramento (in contrapposizione alle persone che dichiarano biliosamente che “sono fatte così”) e che il tuo atteggiamento interiore non è che ti aiuta solamente a vivere meglio le difficoltà della vita, ma anche PLASMA il mondo esterno.
E’ un concetto che si attaglia perfettamente all’universo del cane ma che è valido per tutti.
La parola influenza la realtà, l’atteggiamento influenza la realtà…e troppo spesso lo dimentichiamo.

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