House of cards

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Annunciatissimo e celebratissimo come antipasto sontuoso del nuovo canale Sky, Sky Atlantic, è arrivato “House of cards”.
Noi orfani di “Homeland” e di tutte le serie di livello stellare e superiore siamo accontentati, almeno per un po’.
Distribuito negli USA inizialmente solo in rete (Netflix), ne avevo visto il primo episodio, un pilot da leggenda.
Visto anche il secondo episodio su Sky, confermo : siamo nell’empireo.
Come è noto le serie sono diventate, con rare eccezioni, il posto dove trovare il grande cinema oggi.
Soprattutto il cinema “adulto” e pensante.
Sidney Lumet oggi, probabilmente, troverebbe pochi spazi per girare lungometraggi da sala ma vivrebbe felice sullo schermo ormai non più piccolo.
L’avanzata tecnica del digitale e dell’HD, nonché dei grandi schermi casalinghi, ha tolto poi i pochi vantaggi competitivi che la pellicola aveva fino a poco tempo fa.
Thriller politico di gran classe, addirittura diretto da David Fincher nel primo episodio (troppa grazia, davvero), “House of cards” è ormai famoso per l’uso diabolico del “camera look” di cui il grande Kevin fa un uso prevedibilmente virtuosistico.
L’origine, come quasi sempre, è inglese, BBC, a sua volta tratto da un libro di Michael Dobbs ambientato a Westminster.
Giganteggia la coppia di feroci manipolatori Spacey-Wright ma soprattutto si spalancano vaste praterie per il talento di Spacey, alla fine della sua avventura londinese dell’Old Vic, un decennio che ha rivelato al mondo il suo amore per Londra e per il teatro, due cose difficilmente separabili.
La sua trasposizione del Riccardo III con alla regia l’antico sodale Sam Mendes (“American beauty”) è stata lo spettacolo del decennio ed ora tutti noi aspettiamo con salivazione preoccupante il dvd imminente dell’intera produzione (“Now”).
Riccardo III è sempre l’apice di una carriera, così come aveva ben compreso l’immenso Al Pacino con il suo imperdibile e mille volte consigliato “Looking for Richard”, uno dei più grandi film mai fatto sul teatro in assoluto ed avventura condivisa anche da un giovane Spacey che, nell’occasione, immagino intento a prendere appunti.
Sappiamo cosa fare i mercoledì sera, quindi.

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Les herbes folles

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Sono proprio un bieco intellettuale.
Il problema è che non me ne vergogno affatto, anzi.
Come mio omaggio personale al maestro recentemente scomparso, mi sono visto uno dei pochi film di Alain Resnais che non avevo ancora degustato.
Il recente “Gli amori folli” (solita traduzione bislacca del molto più significativo e congruo, soprattutto guardando il film, “Les herbes folles”), del 2009.
Ho sempre pensato a tre registi che amo e che sono nati tutti nella “nouvelle vague”, Chabrol, Resnais e Truffaut, come all’equivalente filmico di altri tre grandi francesi, Ravel, Satie e Debussy.
La profondità drammatica, il gioco intellettuale e il romanticismo impressionistico.
Mi chiedo chi mai farà più film come questi tre.
O come “Jules e Jim”, recentemente riguardato, classico del passato, Truffaut d’annata (anche se io ho amato moltissimo i film apparentemente minori come “Le due inglesi”), film libero dentro e così scevro da ogni concessione al naturalismo piatto e scontato.
In fondo, diciamocelo, il 90% di quello che leggiamo e guardiamo è prevedibile, scontato, naturalistico.
Sono poche le eccezioni a questa regola e quasi sempre creano simmetrie artistiche che “sistemano” la realtà in maniera assolutamente non naturale ma che simula il reale e la sensatezza, dandoci quell’illusorio senso di credibilità che appaga naturalmente, come un accordo prevedibile, eufonico e in linea con i canoni della tonalità.
Ecco, con Resnais, soprattutto con lui, siamo molto lontani da questo schema.
Il classico film francese per chi teme i film francesi.
Una specie di Lynch meno ossessivamente deviante ma più cartesianamente inquietante.
Ho amato molto, davvero molto, i divertissements degli anni 90, soprattutto quelli tratti da un altro grande, Alan Ayckbourn.
“Parole, parole, parole… (On connaît la chanson)” e soprattutto “Smoking / No smoking” sono degli autentici capolavori di cinema puro, combinatorio, mentale.
E anche in questo il gioco è giocare con le convenzioni, in questo caso filmiche.
Tutto il film è un gigantesco gioco di specchi dove la trama è puro pretesto (cosa che fa imbestialire molti ma che io trovo sublime e necessaria spesso e volentieri) e si gioca il gioco dei canoni e dei generi.
Una vera sarabanda che sbeffeggia tutto e tutti e che porta lo spettatore in ricognizioni sempre sorprendenti sulla natura delle aspettative e dei cliché della settima arte.
Lo sguardo è quello che caratterizza i grandi registi e Resnais è inconfondibile.
Oltre che spiazzante, sempre.
L’antinaturalismo militante e il gusto per la boutade e lo spiazzamento rendono Alain un eterno giovane mai cresciuto.
Partitura raffinata per menti molto aperte, regia elegantissima, attori della solita squadra del nostro, maestri delle sfumature (Dussollier e Azèma).
E un finale sconcertante, entrato nella leggenda, sui quali molti si sono impegnati alla “spiega” senza che sia sensato, secondo me, cercare per forza una definizione.
La mia idea a riguardo, comunque, è questa.
Se in un film si vuole giocare con le idee del pubblico sui generi (poliziesco, sentimentale, comico e così via) e addirittura si allestisce un finale finto con bacio dei protagonisti prima della fine della pellicola, è chiaro che il vero finale vuole essere l’ultima pernacchia.
E infatti, dopo la morte dei personaggi, si allestisce uno splendido piano sequenza allegorico e lynchianamente inquietante, tra tombe e vie di campagna, per poi entrare in una casa mai vista, con personaggi mai visti e una bambina che dice l’ormai immortale battuta “Quando sarò un gatto, potrò mangiare i croccantini?”.
Random puro o allusione alla reincarnazione? Flashback o flashforward?
La mia versione è : finale qualsiasi per sventrare l’idea del finale “conclusione” e “spiegazione”.
Chiamatemi scemo ma io amo queste cose e amo pensare “dopo” a film sciarada, soprattutto se girati e recitati con questa classe immensa, come in una partitura mozartiana.
È grave, dottore?

Il teatro di Roman

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Roman Polanski è sempre uno dei pochi registi che valga la pena di seguire, un autore nel senso nobile del termine che non ha perso un grammo della sua energia, della sua provocatorietà e del suo interesse squisitamente intellettuale.
Le sue note traversie personali nonché il passare degli anni l’hanno confinato sempre più nel buen retiro parigino.
E qui ha girato i due suoi ultimi film, due capolavori, tanto per cambiare.
Di chiaro e solido impianto teatrale e quindi ancorati a testi di platino che, come tutte le partiture, richiedono interpreti all’altezza.
“Carnage”, tratto dalla piece “Il dio del massacro” della Reza, visto già in passato, è un gioco…appunto, al massacro, che sembrava già nato per lo sguardo di Roman : spiazzante, crudele.
Il successivo “Venere in pelliccia”, tratto dalla piece di David Ives, prolunga la fascinazione di questo cineteatro lisergico.
In entrambi i film inquadratura ipnotica ed “ambientale” iniziale e finale e, in mezzo, teatro, tanto teatro.
Nel primo caso ambientazione fittizia newyorkese (in un film peraltro girato senza mai allontanarsi un minuto da Parigi) e la scena che è un appartamento.
Nel secondo caso direttamente il teatro di prova.
Di “Carnage” si era già parlato : un capolavoro di perfezione scenica, illuminato da una interpretazione superba di un attore meraviglioso come Christoph Waltz, capo danza tra pares di livello eccelso (John C.Reilly, straordinario, Kate Winslet, Jodie Foster).
La Venere viaggia sui canoni polanskiani per eccellenza : la violenza nei rapporti interpersonali, il ruolo della donna, quasi demoniaco.
Una specie di sequel di “Luna di fiele”, uno dei film più straordinari, rivelativi e disturbanti di Roman.
E sempre la sua compagna, quella che era una volta solo una bella ragazza dal fascino conturbante e che oggi è anche una attrice potente.
La facilità con la quale entra ed esce dal personaggio nelle strepitose scene delle prove “improvvisate” è magistrale.
Perfetta controparte, l’ennesimo magico attore d’oltralpe, Mathieu Amalric, clone perfetto dell’immenso regista e vittima designata nel gioco continuo di rovesciamenti di potere, fino al finale quasi ritualistico.
Come in Carnage si arriva alla fine dell’opera increduli che sia già finito tutto.
Nessuna claustrofobia, nessun senso di costrizione.
Quando il cinema è grande, vola ben oltre le presunte limitazioni di tempo e spazio.

Wow, unbelievable

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“I am delighted to announce that we will be performing some live shows this coming August and September.
I hope you will be able to join us and I look forward to seeing you there.
We’ll keep you updated with further news on the web site.
Meanwhile, all details of concert dates and tickets are in the note below.
Very best wishes,
Kate”

Questa lettera, scritta col garbo e con lo stile di una signora agée dopo il tè delle cinque, rappresenta qualcosa che, sinceramente, non credevo appartenesse alla sfera del possibile.
Nella storia della musica moderna il ritorno di Kate Bush sulle scene live appartiene ad un genere leggendario, quasi favolistico, paragonabile solo a una reunion dei Beatles di cui si parlava fino a qualche anno fa, prima della dipartita di alcuni dei suoi componenti.
La divina, la regina della musica degli ultimi 30-40 anni, la creatrice dell’opera più affascinante, qualitativa ed importante di sempre fa il suo ritorno sulle scene a distanza di 35 anni dal leggendario e brevissimo tour del ’79 (che si chiamava, non a caso e profeticamente, “Tour of life”), finito simbolicamente proprio ad Hammersmith, ossia laddove si consumerà il brevissimo, iper casalingo tour della reclusa Kate.
Si sono fatte molte illazioni sul ritiro dalla vita pubblica, quasi completo ed ossessivo, di questo genio della musica incarnato in una giovane, misteriosa donna.
Sicuramente la paura delle conseguenze della fama, una certa ritrosia da scrittore alla Salinger, la refrattarietà dichiarata a mettersi in piazza, soprattutto nei confini di un palcoscenico.
Stage fright sublimato all’ennesima potenza e risolto in un autoisolamento nella campagna inglese.
Sarà davvero interessante vedere quale sarà il rigido apparato scenico nel quale Kate proverà ad incanalare le sue paure, permettendole di tirare fuori la sua arte indiscutibile di fascinazione ed ammaliamento.
Il tour del ’79, ancora oggi, fa impressione per bellezza, idee musicali e coreografiche, una prova superba per una quasi esordiente.
Un risultato straordinario che però ha lasciato cicatrici profonde nella psiche, come da lei stessa dichiarato più volte.
Questa attesa messianica, per un personaggio che è andato molto oltre la pura grandezza musicale (chi ha legioni di fans che festeggiano pubblicamente il compleanno con ricorrenza apposita, il “Katemas”?), è finita ieri.
E subito la rete, i social networks, i giornali e i portali di tutto il mondo non hanno più parlato d’altro.
Inutile dire che la richiesta per i biglietti prevedibilmente spropositata (circa 50.000 posti a disposizione in totale, ma con efficaci tecniche anti bagarinaggio) renderà il prossimo venerdì un altro momento epocale di test della rete.
Già ieri i vari siti coinvolti, a partire da quello di Kate stessa, sono andati down rapidamente.
Anche lo scrivente si metterà ovviamente nella coda, ancorché digitale, sperando di realizzare questo che è uno dei sogni musicali più attesi da sempre.
Kate oggi è una signora intelligentemente distratta sul suo aspetto fisico e oltre ogni moda, musicale e non.
Era partita come giovane strega misteriosa, assolutamente affascinante e unica nel suo genere, dotata di un talento musicale quasi ultraterreno e inspiegabile per una ragazza così acerba.
Sulla rete si trovano video davvero intriganti, come questo, all’inizio della sua carriera con i genitori, o come questo, girato in un parco divertimenti olandese davvero, davvero misterioso.
Della sua musica imprenscindibile ho parlato in altro post, ma vi lascio con questo regalo, un classico con un testo quanto mai appropriato per l’occasione, e con questo gioiello, uno dei tanti in una miniera di capolavori.

Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti

L’immortale frase di Freak Antoni è ancora molto, molto vera.
Il mio amico Otello nel suo ultimo post sembra veleggiare lì attorno.
E ovviamente io vado di chiosa, a tradimento.
A differenza di Otello io non ho mai vissuto la figura dell’intellettuale di sinistra e del burocrate ottuso in maniera così sanguinosa.
Non che le due figure non esistano.
E non che nella mia vita professionale non abbia provato gli strali di un sistema fatto apposta per farti imbestialire.
È che mi sembra un problema minore rispetto alla questione centrale di questo paese che, secondo me, è ETNICA e CULTURALE.
Infatti ho anche sopportato con non-cristiana rassegnazione perfino le derive destrorse e quindi fatalmente ottuse e parafasciste di molti miei conoscenti.
Le due parodie umane speculari sono in realtà solo lo specchio di una società incapace di cambiare, arroccata ancora su schemi ideologici defunti ovunque, dove alla fine poi tutti banchettano assieme con allegria.
Politica e calcio sono le due cose di cui si parla di più in Italia, sia fuori dalla tv che dentro.
E in entrambe l’approccio medio è inquinato dal tifo, una malattia, che impedisce a priori sia un ragionamento sensato sia l’onestà intellettuale.
Non appena si esce da questo microcosmo di pazzi si nota subito, con evidenza assoluta, che altrove non è così affatto.
È una questione etnica, come il familismo amorale, come la mentalità ottusamente burocratica, come l’opportunismo machiavellico del “Franza-Spagna” spinto al limite, come la poca serietà di fondo associata al melodramma chiassoso, come l’eterno fascismo strisciante e la ricerca disperata e continua del “risolutore”, con la conseguenza pratica di una gestione di un apparato statale talmente pletorico da sembrare surreale, altro che Merkel maestrina cattiva.
Nell’apparente populismo grillesco io ho sempre trovato due punti di forza indubitabili.
Il primo, ideologico, nello svelare l’ovvio e prolungato inciucio “castale” di sinistra e destra.
Il secondo, pratico, nel rifiutare i soldi del finanziamento pubblico.
Ce ne mettiamo pure un terzo, squisitamente mediatico : il rifiuto di prestarsi al giochino truccato dei talk show.
Anche questo populismo, come molti altri, è secondo me in fase calante, ben al di là dei sondaggi (interessati) dei mezzi di non-comunicazione italioti.
Ma il problema è culturale e quindi non facilmente risolvibile.
Basta vedere come viene ostracizzata nei fatti e avversata la categoria dell’”intellettuale”, che non è una parolaccia ma sembra esserlo qui, nell’Italietta.
Parlando con le nuove generazioni tra l’altro pare che il problema non sia ancora risolto e tuttora, nell’epoca dell’analfabetismo di ritorno, ancora più ingiustificato di fronte alle meraviglie dell’età dell’informazione facile, pare che chiunque vada al di là delle semplici triadi piloriche (cibo-divertimento-donne) sia visto con sospetto.
Cosa che sconcerta il mio ottimismo genetico, totalmente ingiustificato.
È l’eterna dittatura dei mediocri, oggi rafforzata anche da un sistema politico e comunicativo che incoraggia, anche per motivi facilmente sospettabili, il mettersi in gregge e disprezza il liberalismo critico.
Se uno ha interessi culturali profondi e osa pure parlarne regolarmente prima o poi trova l’imbecille che lo mette al suo posto.
E racconta di come al cinema ci si vada per “divertirsi” o per “svagarsi” o perché piove, o di come un libro sia “palloso”, un film “lento” e altre beote amenità.
L’accoglienza avuta da “La grande bellezza” nella sua terra d’origine la dice lunga su questo modo di pensare, molto diffuso, che ha generato la peggior tv commerciale del mondo, ricca di zinne, di luoghi comuni elevati a saggezza popolare, di trasmissioni come quelle di Ricci, del GF seconda maniera (dopo il trattamento del biscione), della De Filippi e della D’Urso.
Il mondo secondo Mediaset.
Che saldandosi alla politica ha poi generato mostri che conosciamo fin troppo bene.
Magari il problema fossero gli intellettuali di sinistra!

Brianza velenosa ?

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Ogni tanto la apparentemente sonnolenta Brianza approda alle cronache nazionali e non sempre per buoni motivi.
Le polemiche seguite all’uscita de “Il capitale umano” di Virzì ne sono un buon esempio.
Eppure questa terra ha molti modi di farsi perdonare i suoi difetti che sono, secondo me, semplicemente lo specchio di un paese.
Perché anche la Brianza è in Italia e questo mi sembra il suo unico limite vero.
Con tutto il corollario di meschinità piccolo borghesi che accompagna una certa Italia produttiva e non.
Anche il grande Lucio Battisti (o meglio, Mogol) parlava in un famoso verso di “Brianza velenosa” ma poi ci abitava.
Così come Celentano ed altri personaggi qui felicemente reclusi.
La Brianza mi è sempre sembrata un concept extraitaliano applicato all’Italia e a Milano in particolare.
Un concept che oggi più che mai sembra quello vincente.
Mi spiego meglio.
Ho abitato in passato in Brianza, non proprio nella sua “capitale”, dove abito adesso, ma vicino.
Allora il mondo era molto meno connesso, lo spostamento delle persone e delle merci era una cosa più complicata e la globalizzazione era una parola sconosciuta o quasi.
In quel mondo lì, la Brianza era davvero piuttosto lontanuccia dal centro di gravità permanente, Milano, e quindi pagava il suo felice isolamento e la sua tranquillità e il suo verde esteso con una effettiva distanza dal centro pulsante di molte cose.
Era quindi inevitabile, per le vecchie generazioni brianzole, ragionare in maniera “centrodipendente”, una fisima tipicamente italiota, e quindi vivere fondamentalmente in un dormitorio di lusso abbastanza lontano da tutto.
D’altronde molti anni fa con i miei occhi ho visto chiedere a qualche italopiteco il centro perfino a Los Angeles.
A Londra, città che conosco bene (eufemismo), questa mentalità è sempre stata completamente rovesciata, anticipando la futura, postmoderna globalizzazione.
Cosa più semplice, tra l’altro, pur in una città dalla storia e dalle dimensioni monumentali che sono tipiche della capitale britannica, grazie soprattutto ad un sistema di comunicazioni nettamente superiore.
Di fatto la borghesia affluente lì ha sempre disdegnato di vivere…”in centro”, preferendo sempre i quartieri attorno o addirittura le enormi fasce all’esterno del West End e del primo giro di metropolitana.
Pur avendo dimensioni enormi da coprire rispetto ad un brianzolo o milanese.
Oggi che lo shopping è uniforme e globalizzato ovunque (gli stessi negozi dappertutto), che gran parte delle attività umani corrono sulla rete e non per strada, perfino gli italioti hanno capito che vivere “fuori” è meglio.
E in effetti ogni volta che torno (sempre più raramente) nella triste e grigia Milano provo sincera compassione per le anime perse che tuttora vivono in quella città inutilmente caotica che ha tutti i difetti delle megalopoli pur essendo in realtà una metropoli piccola.
Le recenti, notevoli migliorie alla viabilità hanno anche ormai abbreviato le reali distanze con ovunque, non solo Milano, e quindi si può godere appieno di una location invidiabile e con pochi corrispettivi nel Nord Italia, una specie di piccola Toscana che arriva fino alle soglie delle Prealpi e delle Alpi, in una successione continua di ville, parchi e luoghi oggettivamente insospettabili.
Io abito vicino al Parco e alla Villa Reale e francamente lo trovo un privilegio difficilmente superabile.
La possibilità che questa città permette, ad esempio, di vivere in bici (un centro delizioso, completamente pedonalizzato e ricco di storia) e la vicinanza a uno dei pochi parchi italiani a livello di quelli europei, inglesi in primis, diventano vizi ai quali è poi difficile rinunciare.
Qualche giorno fa, ad esempio, ho “battezzato” la primavera con un giro nel parco, un ottimo hamburger sotto la torre medievale di uno dei tanti ristori e un salto alla splendida, elegantissima mostra di “Amore e Psiche” nel Serrone della Villa Reale.
Ne parla anche il neonato blog CatARTica che saluto con affetto e che descrive nel dettaglio questo gioiello.

Struck n. 14

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I’m completely won by this magnificent tune.
When Donald Fagen speaks, the world listens.
The genius behind Steely Dan and the creator of masterpieces like “The Nightfly” rarely misses the point.
And Jennifer Warnes is just the cherry on the cake.
This incredible song reminds me of the past greatness of the city that never sleeps when it still ruled in this kind of things.
Echoes of Neil Simon comedies, of great smooth jazz, of Woody’s quintessential metropolitan hymns.
Eternal bliss.

Struck n. 13

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La temperie culturale monzese brianzola continua a tenere alto il vessillo della musica di qualità nella provinciale Italietta.
E da concittadino non posso che esserne fiero.
Da sempre ipnotizzata dalle migliori esperienze inglesi del periodo 70-90, la golden age di sempre, questa terra verde e in fondo così vicina a certe atmosfere della migliore campagna del mondo, fin dai tempi di Garbo, di Morgan e dei Bluvertigo, ha sempre generato la versione più credibile al di qua della Manica della scena glam, dell’elettronica, del dandismo in musica.
Nel lungo arco che parte da Bowie, passa attraverso i Roxy e arriva fino a Spandau Ballet, Depeche Mode e mille altri, la scena monzese si è sempre ritrovata in questi stilemi e ne ha cercato una declinazione da offrire ad un paese perso dietro il melodismo, il cantautorato vario oppure facilmente aggregato all’imitazione derivativa di modelli rock più convenzionali.
Da poco è sul mercato “Futura resistenza” dei Fluon, il nuovo gruppo così squisitamente arty di Andy (l’altra metà dei Bluvertigo).
Un gioiello : non ascolto altro di nuovo da settimane.
E “Tutto torna”, in my humble opinion, è il pezzo dell’anno.

C’est super

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Facile cadere nuovamente nell’amata tentazione quando si vede un documentario come “A colazione con i Supertramp” che la sempre più benemerita Sky Arte HD trasmette in questi giorni.
Il doc, rimasterizzato e ben pulito per le nuove audiences televisive ormai abituate al top, documenta appunto il famoso tour del 1979 di questo grande gruppo e in particolare la famosa tappa di Parigi che diede i natali ad un famoso live (Paris), rimasto negli annali come uno dei migliori di sempre.
Mette tristezza pensare che una volta erano questi poderosi tomi di grande musica i best sellers.
Fa invece tenerezza guardare i light shows e le “trovate” sceniche di un gruppo all’apice della fama e dei soldi dopo un album invero leggendario come “Breakfast in America”, operazione di pop d’alto bordo ormai impensabile al giorno d’oggi.
Praticamente nulla di superfluo accade in scena (qualche tristanzuola light qua e là, due apparizioni di teatranti quasi grottesche, qualche videuccio) : al confronto i Pink Floyd erano degli sboroni (e in effetti…).
Era il 1979, i dinosauri stavano scomparendo e, dopo un decennio leggendario, davano vita agli album finali di carriere straordinarie.
Penso ai Pink Floyd ma non solo (The Wall è dello stesso anno).
Nel ’77 la fiammata punk partita da Londra (indovinate ? In quell’anno ero là e si vedevano creste ovunque come in un vaudeville gotico vivente) aveva piano piano emarginato la lunga ondata progressive per poi generare la new wave (appunto) ed un altro decennio di musica completamente diversa, moderna, romantica, splendida.
Gruppi come i Supertramp erano alla loro fase “Quartetti finali di Beethoven” e raccoglievano con la conseguente musica complessa, elegiaca, da fine party, gli ultimi spiccioli prima di entrare definitivamente nel mito.
Gruppo di antidivi per eccellenza, maestri del falsetto, virtuosi dell’interplay, tutti polistrumentisti e grandi pianisti e tastieristi, oggi sarebbero letteralmente un gruppo di nicchia, ad andar bene.
Musica celestiale, di grande precisione, nostalgica e romantica al punto giusto : un pasto completo e sontuoso.
A Parigi snocciolano uno via l’altro pezzi che già da soli avrebbero fatto la leggenda e la fortuna di molti con una perizia tecnica davvero sbalorditiva.
Molte perle ma in testa mi rimangono questa e questa, uno dei miei primi amori.
In particolare “Goodbye stranger”, il suo meraviglioso finale, sono la descrizione esatta in musica di cosa fosse la libertà, la gioia del futuro, la felicità.
Forse è per questo che oggi, oltre il mio vecchio amore, il jazz, ascolto sempre più classica?

Renzi decoded

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Adesso che il bambino ha avuto il suo giocattolo è facile sbizzarrirsi.
“Il Bomba” a Palazzo Chigi rappresenta la sintesi perfetta di ciò che non funziona mai in questo paese.
Facendo finta di crederci e giocando la parte dell’agnostico fino in fondo, anche in politica, possiamo uscire dal tifo credulone o dal cinismo magari in chiave complottista e cerchiamo di analizzare i dati.
Pros and cons.
Tra i vantaggi (apparenti): è giovane, sembra sveglio ed intelligente, appartiene almeno nominalmente alla parte più presentabile dell’arco costituzionale.
Fine.
Tra gli svantaggi (reali) : non sembra un uomo di solida cultura né di solidi principi (eufemismo), facilità eccessiva al marketing e quindi alla menzogna, esagerata attenzione al “fare” per il fare, ossia all’attivismo irriflessivo (vedi legge elettorale : l’importante è farla per svettare come “decisionista”, i dettagli chissenefrega e comunque l’importante è avere dei vantaggi).
Decisionista, giustizialista, buonista…un giorno bisognerà fare l’analisi degli -ismi che annebbiano le menti di questo paese di confusi.
Sull’onestà intellettuale meglio sorvolare.
Nel frattempo ribolle l’agiografia e il sempiterno vizio da sudditi.
Già si vedono in tv le file di questuanti stringi mano, prossimi schiavi devoti del futuro.
La mentalità velenosa soggiacente è la solita : il superomismo in salsa di pomodoro, il “ghe pensi mi” del salvatore della patria, il culto della personalità, i racconti sussurrati sulle 20 ore di lavoro, sulla simpatia, furbizia e intelligenza sovrumane, perfino sulla fortuna (come da frase di Calderoli, esperto del ramo visto che appartiene alla categoria dei miracolati dalla politica).
Avere speranze su chi parla di “profonda sintonia” con b, dice una cosa e fa il contrario il giorno dopo senza alcuna vergogna o remora e così via non sembra una cosa ragionevole.
Dato che la realtà non è elastica, soprattutto in questo paese inamovibile nei suoi difetti, e dato che il contesto esterno, in quest’epoca di superamento delle nazioni, conta parecchio, prevedo una overdose di marketing e belletto per vendere una gran babele di cose fatte ampiamente discutibili o non risolutive per davvero.
Il resto lo assembla il naturale cinismo machiavellico italiota e il “divide et impera” degli antenati latini che in quanto al potere come abuso di potere sistematico erano maestri.
In Italia i meccanismi cari ai complottisti si vedono meglio che altrove.
Cooptazione al potere, uso dei media per indirizzare (ora che la vecchia cara censura non funziona più, il meccanismo manipolatorio e qualche volta manganellesco dei media è più evidente), suprema indifferenza per ogni tipo di espressione diretta democratica.
L’incoronazione di Matteo Renzi, lo stesso passaggio di consegne dinastiche virtuali al Nazareno col precedente regnante…sono simboli di una malattia.
Il non detto è che la manovrina funziona proprio perché eterna le infinite larghe intese, agitando lo spauracchio della crisi e dell’emergenza, prolunga le prebende fino al 2018 e quindi, in sintesi, è l’apoteosi della casta col plauso ebete del popolino anti-casta.
L’operazione verità in questo paese è ancora una volta rimandata.

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