Cherrypicking n. 19

Quando mi fanno la rituale domanda impossibile, quella che si fa sempre agli appassionati di musica, cinema, letteratura, io non so mai bene cosa rispondere.
La domanda, ovviamente, è : quali sono le dieci, cinquanta, cento opere…che preferisci e porteresti sull’isola deserta.
Normalmente farfuglio qualche nome degli artisti che ritengo imprenscindibili… ma poi esistono le grandi opere “uniche” (caso da manuale : Salinger).
Se parliamo poi di cinema raramente faccio qualche nome italiano.
Non è casuale.
In generale trovo che il cinema italiano sia parecchio sopravvalutato, perfino nel periodo d’oro, quello che tutti ricordano e venerano anche all’estero.
Fellini-De Sica-Rossellini, la sacra triade, più qualche aggiunta tipo Antonioni, Germi e così via.
Più che nel neorealismo o nell’immaginifico magico alla Fellini (secondo me ampiamente sopravvalutato) io penso che la vera grandezza specifica italica, significativamente, stia nella commedia amara, soprattutto quando questa veniva portata ai suoi massimi livelli, non certo oggi.
Mi riferisco agli anni 60, 70 ed 80, anche qui il magico trittico decennale che c’è anche nella musica pop.
Non a caso per me i grandi registi italiani sono Monicelli, Risi e i grandi attori sono le maschere amare comiche di un Tognazzi, Sordi, Manfredi, Gassman.
L’Italia è un paese che non ispira la grande tragedia e la grande commedia dialogica brillante ma è la terra di Plauto e della narrazione di un paese marcio, romanamente disincantato e crudele.
“Amici miei” resta ancora adesso uno dei più grandi film italiani di sempre, integralmente e unicamente italiano, ed è una carrellata di mostri, una finta commedia.
Risi aveva categorizzato addirittura la cosa con “I mostri”.
Dagli anni ’80 ha prevalso la mediocrità e, se non il nulla dei “cinepanettoni”, ha vinto almeno l’aurea prevalenza del “carino”, condito dalle mille facce televisive e non che il non acutissimo fruitore italico ama ritrovare in tutte le salse.
L’unico regista che, mi sembra, faccia eccezione è Tornatore.
Una menzione d’onore la farei anche per Salvatores.
Entrambi non sono registi italioti nell’animo, questa culturalmente è la cosa bella e che li salva spesso dall’oblio istantaneo, anche se entrambi sono stati premiati al massimo livello (Oscar e altro) per due film che perpetuano in parte l’equivoco dell’acquarello italiano (Mediterraneo e Nuovo Cinema Paradiso), ma con punte di eccellenza e una generale, autentica, spinta romantica e sentimentale che li eleva al di sopra della medietà.
Molto significativo, direi, dei meccanismi mentali automatici e prevedibili, soprattutto della cultura americana, non a caso considerata non tra le più brillanti del pianeta.
Cultura americana che, passata la sbornia di grande cinema che ha costruito la grande Hollywood, oggi vive la transizione al nuovo mondo facendo operazioni, nella migliore delle ipotesi, tardo manieristiche come quel celebratissimo “American hustle”, visto recentemente, che ne è l’epitome perfetta.
Schierata quasi per disperazione la nazionale degli attori giovani americani presentabili, attori peraltro usati come macchine di virtuosismo un po’ sterile e fine a sé stesso (lontani dalla perfezione anglo francese), regia alla Scorsese anche senza Martin, visto che quest’ultimo ormai si è perso nei suoi deliri (come l’isterico, fiacco e banale “Wolf of Wall St.” dimostra ad abundantiam), queste sono le basi iperpreparate di questo finto filmone.
Il resto è Transformers oppure macchine di divertimento plastificato e stereotipato (con la solita tiritera dei generi, esplorati mille volte) per masse di depensanti chine sul proprio smartphone e con troppi popcorn nell’altra mano.
Al fine ne dico uno di film che trovo degno dell’isola deserta ed è italiano.
Solo di nome, ovviamente, perché la fattura, la regia, l’ambientazione e perfino gli attori…tutto è rigorosamente non italiota.
E si vede.
Mi riferisco a quel capolavoro che è “La migliore offerta”, di Tornatore.
Altro film che, come “American hustle”, in fondo parla di truffe.
Guardatelo, non ve ne pentirete mai.

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Cherrypicking n. 18

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C’è sempre stato nella storia del rock chi ha voluto andare oltre il recinto della canzone, il genere, il semplice incassare denaro derivante da un talento di songwriting superiore alla media.
Sono anime curiose, inquiete, veri musicisti polivalenti.
Due tra i migliori di questa categoria sono senz’altro Sting e George Michael.
Eredi della tradizione splendida del cesello autoriale della musica inglese, entrambi dotati di un carisma e di una voce fuori dal normale, passata la sbornia giovanile del successo travolgente di Police e Wham (il cui repertorio già brillava di gioielli di perfezione pop), ben presto si sono messi in proprio e rivolti ad altri lidi.
Sting si è subito votato alla grande madre, il jazz, e ha piazzato due albums straordinari, di crossover, con musicisti sublimi (tra cui Omar Hakim, divino batterista, presto nell’ensemble di superstars, vera aristocrazia degli strumenti, riunito da Kate Bush per il suo ritorno epocale sulle scene).
Ma poi si è spinto fino a Dowland (semper Dowland semper dolens, dicevano), musica da camera medievale rivisitata e a “Symphonicities” (riecheggiante “Synchronicity”, il meraviglioso album canto del cigno dei Police), versione orchestrale dei suoi grandi hits.
Come in parallelo ha fatto anche George Michael col recente “Symphonica”, operazione analoga di “nobilitazione” classica dei grandi classici scritti nel tempo.
Il biondo, visto non molto tempo fa a Montecarlo ancora in gran spolvero, ha ora toccato anche i lidi del teatro musicale.
E come tutti i grandi intellettuali, invecchiando distilla i suoi temi sulle cose essenziali, amore e morte, e torna indietro nel tempo.
Il tempo della sua infanzia.
“The last ship”, album e musical, parla della natìa Newcastle, della fine dell’epoca industriale, dei cantieri navali in chiusura.
E della sua ambizione sfrenata, del voler uscire da quel ghetto di povertà per entrare “in quella macchina”, come racconta con divertito understatement quando narra della visita rara di una celebrity (la regina madre) in quel posto dimenticato.
Una Rolls e due ali di folla : mi sa che il nostro è riuscito ad entrarci, in quella macchina.
Recentemente ho visto un documentario (sempre sia lodata Sky Arte) dove il nostro presentava l’opera in forma concerto a New York.
E sono rimasto folgorato da due pezzi : “Practical arrangement” (l’amore) e “So to speak” (la morte).
Entrambi cantati con l’adorante vocalist Jo Lawry (ex fan, ovviamente…sarebbe un’altra storia da raccontare).
“Practical arrangement”…un testo definitivo e semplice, come solo i veri grandi sanno scrivere.

Am I asking for the moon?
Is it really so implausible?
That you and I could soon
Come to some kind of arrangement?

I’m not asking for the moon
I’ve always been a realist
When it’s really nothing more
Than a simple rearrangement

With one roof above our heads
A warm house to return to
We could start with separate beds
I could sleep alone or learn to
I’m not suggesting that we’d find
Some earthly paradise forever
I mean how often does that happen now
The answer’s probably never
But we could come to an arrangement
A practical arrangement
And you could learn to love me
Given time

I’m not promising the moon
I’m not promising a rainbow
Just a practical solution
To a solitary life

I’d be a father to your boy
A shoulder you could lean on
How bad could it be
To be my wife?

With one roof above our heads
A warm house to return to
You wouldn’t have to cook for me
You wouldn’t have to learn to
I’m not suggesting that this proposition here
Could last forever
I’ve no intention of deceiving you
You’re far too clever
But we could come to an arrangement
A practical arrangement
And perhaps you’d learn to love me
Given time

It may not be the romance
That you had in mind
But you could learn to love me
Given time

Magia pura.
Sempre su Sky Arte passa in questi giorni un doc su George Michael in concerto all’Opéra di Parigi, primo artista pop invitato ad esibirsi nel tempio.
Come George dice nel filmato, anche lui, come me, è sempre stato colpito da quel posto leggendario.
Quando si arriva a Parigi è una delle visioni più emozionanti, proprio architettonicamente, con quella spettacolarità visiva tipica dei boulevards di quella città fatata.
George e la Francia : per me un legame personale sempre vivo.
Mi ricordo una sera a cena a Le Suquet, il dedalo di viuzze in salita di fronte al porto di Cannes, ricco di turisti e di ristoranti straordinari.
Tutta una sera a desinare meravigliosamente ascoltando un album nuovo di una voce nota…finchè la padrona di casa ci regalò il cd che non uscì più dal nostro menù sonoro di quella lontana vacanza.
Era “Older”, un album che da solo vale una carriera, ancora adesso l’apice dell’arte di Michael.
All’Opéra il nostro, con una voce sempre più maestosa e convincente, snocciola due ore di musica straordinaria, tratta perlopiù da “Songs from the last century”, collection della grande musica pop jazz dell’epoca Cole Porter e non solo, nonché vari pezzi tratti da “Symphonica”.
E in più qualche pezzo di “Older”, quel vecchio capolavoro, nato, come spesso capita, sull’onda della nostalgia e del primo accorgersi del tempo che passa.

Greed

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Fin dai tempi dell’omonimo film di Von Stroheim e dal “Greed is good”, parola d’ordine reaganiana pronunciata da Gordon Gekko nell’epocale “Wall Street” di Oliver Stone, l’avidità di denaro è sempre stato un ottimo argomento per film e dintorni.
Ho visto in sequenza due recenti pellicole, declinazioni locali di un mood simile.
“The wolf of Wall Street” del grande Martin Scorsese e “Il capitale umano” di Virzì.
Due film molto diversi fra loro, due marchi registici chiari, due occasioni mancate secondo me, ancorché superficialmente additati come capolavori nel deserto circostante.
Forse non è più possibile parlare in maniera equilibrata di argomenti simili e l’eccesso di cinismo ed amarezza in fondo non aiuta l’esito artistico, dopotutto.
La poetica del violento eccesso scorsesiano approda qui ad esiti sempre formalmente scintillanti ma, mi sembra, in un contesto generale di stanchezza, di ripetitività, perfino di grottesco sfinimento.
L’eccesso, il piede fisso dell’acceleratore di chi pensa solo ai soldi e vuole solo fare soldi, la volgarità profonda, sono tutti temi volutamente diventati forma, niente è casuale in un manico come Scorsese, ma la riuscita finale, al di là di alcune interpretazioni memorabili (Di Caprio in primis), mi sembra in linea con la base di partenza quasi filosofica del personaggio rappresentato : un bluff.
Uguale disappunto, anzi maggiore, alla visione del film di Virzì.
Ero molto intrigato dall’idea di dipingere certa borghesia piccola piccola, piena di soldi e vuota di tutto, non solo di valori.
L’Italia vincente e particolarmente ributtante degli ultimi vent’anni.
Mi fidavo di Virzì, ottimo regista di bozzetti e personaggi, mi fidavo della scelta di uno script extraitaliano (il libro americano di Stephen Amidon, ambientato in Connecticut), mi fidavo perfino della location fantabrianzola.
Mi sbagliavo : questa è una occasione strapersa, soprattutto per la cattiva qualità dei dettagli e della fattura, secondo una nota legge italica.
È questa la differenza principale tra il cinema italiano e il cinema di qualità europeo, francese ed inglese in primis : le storie, gli attori, la finezza della realizzazione.
La pessima idea di girare i films in presa diretta mette in risalto la drammatica imperizia degli attori italiani, perfino quelli più celebrati.
“Dizione!”, direbbero a scuola.
Una generale aria di dilettantismo e di sciatteria inficia fortemente questo che poteva essere un film molto importante, sia per i temi che per l’atmosfera.
Il risultato è una generale aria di non credibilità, di film programmatico, troppo programmatico.
Tutti i passaggi chiave del film vengono declamati in maniera stentorea con effetti stranianti.
Perfino due come Gifuni e la Bruni Tedeschi, che non sono certo dei grandi attori, ma che almeno hanno esteriormente il “physique du rôle” perfetto per gli ambienti descritti, vengono travolti dalla generale aria di finzione macchinosa.
Ci credo poi che la new entry giovane (Matilde Gioli) venga descritta come un fenomeno di bravura, in mezzo ad un disastro di queste proporzioni, semplicemente perché recita in maniera sensata e “piana”.
Per non parlare del povero Bentivoglio, di gran lunga il miglior attore del bigoncio ai nastri di partenza, umiliato da una parte scritta e realizzata in maniera così caricaturale da rovinare completamente il risultato a cui chiaramente si puntava.
Il potere corruttivo del denaro e la sua volgarità impregnano sia l’ambiente del film di Scorsese, dove si declina, all’americana, in esteriorità godereccia basic (sesso, droga e rock’n’roll) sia il film di Virzì, dove, all’italiana, si esprime meschinamente nei doppi giochi e nel familismo amorale imperante.
Pensate cosa ne avrebbe tratto uno come Chabrol, maestro di molte cose ma soprattutto delle ambiguità borghesi, da uno script come quello di Amidon.
O il grande Stanley da una storia così rivoltante come quella del finanziere Jordan Belfort.
Probabilmente ne sarebbe uscito il “Full Metal Jacket” del denaro, perché è proprio quando si affondano le mani nello sterco che serve una visione alta.

World Cup memories

Mentre il calcio italiano fa ridere nuovamente l’universo mondo con le sue velleità di riforme e di rinnovamento a fronte di un gattopardismo becero e sempre più imbarazzante (ricorda qualcosa?), è utile ripercorrere il recente mondiale già archiviato alla storia per capire le tendenze del gioco più popolare del mondo.
Che ormai il calcio sia assurto al livello di minimo comun denominatore ludico mondiale sembra evidente, soprattutto nella sua versione “nazionale”.
Se la globalizzazione ha reso i club di fatto delle multinazionali di lusso in perenne tour, le nazionali sono diventate dei melting pot di razze e culture seguendo la parallela crescita del fenomeno all’interno dei singoli confini.
Dal punto di vista calcistico, come già intuiva Brera, teorico etnico della prima ora, la mescolanza è un vantaggio che non riguarda ormai solo nazioni naturalmente “miste” come il Brasile.
Il Brasile, appunto.
Questo mondiale, il migliore degli ultimi anni per tanti aspetti, ha rappresentato il mondiale della svolta definitiva, del global football realizzato.
E questo ha inesorabilmente messo in luce i limiti delle vecchie gerarchie e la perdita di importanza del fattore campo.
Se poi aggiungiamo la coincidenza della maturazione definitiva del modello tedesco, simbolo di questa new age, e del declino di talento all’interno della tradizionale fucina brasiliana ecco spiegate contemporaneamente la fine del Brasile come “nazione privilegiata” del mix etnico-razziale e la fine del tabù della vittoria di una europea in terra sudamericana.
La ormai leggendaria mattanza (chiamarla partita normale mi sembra iperbolico) del 7-1 è sicuramente il punto di svolta storico che porta definitivamente nella nuova era, l’Hiroshima del football multietnico e globalizzato.
L’information age e la mescolanza fanno sì che ormai tutti sappiano tutto in tempo reale e che nessuna nazione o movimento, salvo i capricci del caso e del talento, parta in vantaggio rispetto al resto del mondo.
Contano quindi sempre di più programmazione e organizzazione ed è quindi logico il declino (temporaneo, immagino) di grandi potenze storiche lievemente cialtronesche come Brasile ed Italia.
Mentre la Spagna assomiglia più ad un declino ciclico dopo anni di grazia generazionale.
Contano quindi anche i campionati.
Liga, Premier e Bundesliga.
La Germania, poi, erano anni che meritava il massimo riconoscimento e, anzi, il miglior calcio dal punto di vista formale l’aveva espresso, in termini di brillantezza e velocità, proprio nel passato (penso alle due magnifiche cavalcate con Argentina ed Inghilterra nel 2010).
Secondo una vecchia regola non scritta, prima si fa lo show poi si vince con concretezza : qualcuno penserà alla parabola 78-82 dell’Italia bearzottiana.
Una nazionale tedesca lontana dai vecchi modelli, meticcia, veloce, brillante e largamente condizionata dal verbo guardioliano-spagnolo del tikitaka ma in salsa già più avanzata e mutante.
Nel nuovo mondo uno come Van Gaal abbandona antichi dogmi locali e gioca un calcio internazionale “medio”, equilibrato, flessibile, attento difensivamente, che solo qualche passatista poteva pensare impossibile nella terra degli orange.
Come sempre quando arriva la modernità, l’Italia frana.
Una nazionale ampiamente mediocre e sopravvalutata per motivi storici, condotta da un allenatore appena sufficiente non poteva andare molto lontano e dopo la vittoria con l’Inghilterra ero tra i pochi a non esultare, anche perché la mia anima anglofila me lo impediva di default.
Era evidente che la finale europea era stata letta male.
Come in tutti i recenti trionfi il fattore caso e fortuna avevano giocato un ruolo non banale.
Il mondiale del 2006 ad esempio non aveva creato nulla di buono e di derivativo proprio perché non capito e l ‘esultanza acritica aveva, come sempre, obnubilato le menti del popolino tifoso.
La frase memorabile detta profeticamente da un mio amico assistendo alla finale con la Francia, proprio poco prima del pareggio italico (“Adesso segna Materazzi ed è la fine del calcio”), simboleggia una edizione mediocre dove la squadra di Lippi con aiutini arbitrali (Australia), aiutini del caso (tabellone) e un pò di grinta malnata secondo la solita logica al contrario (dopo Calciopoli facciamo pure gli offesi e quindi ci incazziamo) aveva portato ad un mondiale penoso vinto penosamente.
In pratica una sola partita decente, la solita contro la Germania, nazionale che evidentemente fa resuscitare sempre gli animal spirits azzurri, come anche la partita degli Europei recenti aveva dimostrato, anche lì unica partita sensata in un Europeo squallido, finito malissimo con una finale umiliante.
Dopo questo mondiale carioca il mondo sembra aver messo gerarchie più sensate e coerenti.
L’Italia resta quindi coerentemente dietro, grazie anche ad un “movimento”…fermo da decenni, ostaggio del banditismo delle curve (anche qui facili i paralleli politico-partitici), schiavo del gattopardismo e delle larghe intese burocratiche, tecnicamente e tatticamente in retroguardia, economicamente in affanno (eufemismo), culturalmente come sempre disperante, sistematicamente perdente nelle competizioni internazionali anche di club.
I magici anni ottanta sono lontani anni luce.
La retorica grottesca di un Caressa non può quindi coprire la miseria e il gap.
Solo qualche generazione spontanea di talenti potrebbe far rialzare la testa alle due grandi deluse, Italia e Brasile (Thiago Silva un fuoriclasse? Per favore…), perché se aspettiamo qualcosa di sensato e di organizzato mi sa che dovremo aspettare molto.
In questo senso nutro maggior fiducia nella Spagna, una nazione che ha dimostrato di andare oltre i propri limiti culturali storici ed è oggettivamente beneficata da un ciclo positivo di talenti che non sembra finito, come la Under dimostra.
E, aggiungerei, con un sistema interno (Liga etc) che sembra in linea con la modernità.
Da queste parti, come sempre, prevale il sollievo per la fine del confronto col resto del mondo e il felice rientro nell’orgia parolaia del calciomercato perenne e del tifo tra campanili sempre più sbilenchi.
Enjoy autarchia.

Azzurro tenebra

Che uno come Tavecchio (nomen omen) fosse chiaramente inadeguato alla carica a cui ambisce, soprattutto in questo ennesimo momento di rifondazione del calcio italiano, nessuno poteva dubitarne, perfino per motivi che lambiscono pericolosamente Lombroso.
Il nostro ha poi aperto bocca e tolto ogni dubbio a chi ancora ce l’aveva.
Difficile però stupirsi nuovamente per il letale mix di arroganza, incompetenza, mentalità giurassica, ignoranza e inciucismo familista che ammorba la sedicente classe dirigente del più derelitto dei paesi europei.
La selezione al contrario tipica di questo paese disperante e disperato, eterno nei suoi vizi, continua imperterrita.
Parte dalla lontana democrazia cristiana di una volta e arriva fino alle forze italia (grottesco nome così adeguato alla bisogna) di oggi, che subito infatti si sono schierate con il nostro, in nome della comune appartenenza alla ribalderia fine a sè stessa, quella 2.0 sfrontata e dominante.
E che ha infettato anche il campo teoricamente avverso, in nome di una subcultura dominante che è il tratto più tipico dell’italietta sconfortante di questi ultimi vent’anni.
Che mischia marketing spregiudicato e antichi vizi, dicendo con arrogante aggressività l’inosabile in nome di una presunta schiettezza.
Molti italioti idioti sono cascati facilmente in questa trappola e continuano a cascarci, in nome della comune Weltanschauung (qualcuno poi spieghi loro il significato della oscura parola germanica).
A dimostrazione della tabe eterna che è etnica e culturale, non congiunturale.
Presunto è la parola chiave.
Tutti i colpevoli sono presunti, a dispetto di ogni pur chiara evidenza, perché l’importante è negare sempre e farla sempre franca.
Presunta è la voglia di cambiamento (di riforme, diremmo oggi e sempre) perché il gattopardo corre felice sulle macerie italiche.
Qualcuno, per caso, ha avuto cura di prendere nota delle promesse mirabolanti del premier, con tanto di data certificata, e dei risultati veri?
Ovviamente non l’ha fatto nessuno in questo paese di dementi e, statene pur certi, fra poche settimane partirà l’antica litania del “lasciatelo lavorare, poverino”, che maschera da sempre l’autoritarismo “chiagni e fotti” che ha realizzato in pieno la facile profezia montanelliana.
Allora è utile ripercorrere il libro di Arpino, come da titolo, e vedere nel calcio del 1974, da rifondare cà va sans dire, la galleria di antichi mostri che ritorna, come sempre, non prima del belletto e di un passaggino in tv che non si nega a nessuno.

Serge d’abord

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Ho sempre avuto una latente, insana passione per Serge Gainsbourg.
Il genio assoluto della musica francese del secolo scorso, un incrocio tra Bukowski, Casanova e Dorian Gray.
Come Bukowski un romantico dissimulato sotto una veste cinica e trasgressiva.
Alcolista, tabagista, grande amico delle donne (come recita lo splendido documentario “Serge Gainsbourg, l’uomo che amava le donne”, passato recentemente su Sky Arte) una rara forma di esteta immoralista morale che è passata ormai di moda nel nostro mondo così prosaico e monocorde.
Musicalmente una miniera caleidoscopica, uno di quei musicisti alla Bowie, alla Prince, ossia irrequieti, cangianti, perennemente in cerca di maschere ed ispirazioni, grandi spugne sonore.
Ha visto tutto, ha attraversato tutto e l’ha fatto con un senso dello spettacolo e della provocatorietà che ha precorso i tempi e che ha rappresentato, soprattutto nei magici decenni (60-70-80), la versione in salsa francese del mito della celebrity dissoluta e antiborghese.
Nella sua discografia si può trovare di tutto, dalla canzone esistenziale al progressive, al dub, al rock plastificato, all’avant-garde, al jazz.
Tutti lo ricordano per il suo primo successo planetario, quel “Je t’aime…moi non plus”, inizialmente inciso con la Bardot e poi portato alla gloria con la nuova e definitiva musa e compagna di vita, Jane Birkin.
Spesso e volentieri la sua vita e la sua arte si sono intrecciate a quelle delle donne che di volta in volta beneficava con qualche pezzo straordinario.
Capostipite assoluta BB, a cui Serge ha dedicato un intero album (“Initials BB”) e alcune tracks memorabili come la stratosferica “Bonnie and Clyde”.
Ma vengono in mente anche la Adjani, Françoise Hardy, Juliette Greco, Vanessa Paradis e mille altre.
Con la Adjani incise anche quel pezzo di mimetismo sonoro perfetto che è “Beau oui comme Bowie”, classico fascinosissimo pezzo omaggio, con tanto di chitarra laser e “clap clap” alla duca bianco.
Fino ad arrivare alla donna della sua vita, Jane Birkin, con la quale oltre a vari pezzi “alimentari”, ha concepito un album capolavoro come “Histoire de Melody Nelson”, un’opera di una potenza pari al Battisti degli ultimi anni per profondità concettuale e sofisticatezza della tessitura timbrica, e che richiama le cattedrali sonore pinkfloydiane che fanno da improbabile sfondo alla voce profondamente maudit del ragazzo francese.
Cose rare nell’Europa non anglofona.
Negli occhi della sua figlia Charlotte, attrice feticcio di Von Trier e altri, resiste ancora quello sguardo stropicciato e malinconico che ha ammaliato decine e decine di donne bellissime.
È una fortuna che le donne non diano poi così tanta importanza all’aspetto estetico.
Serge questo l’ha sempre saputo, dall’alto di un carisma inarrivabile.

PPP e il futuro

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Ho visto per caso questo frammento di vecchia televisione dove Pier Paolo Pasolini, assieme a vecchi compagni di scuola, alcuni di minore notorietà, partecipa ad un proto talk show condotto da Enzo Biagi.
A parte la tenerezza e la nostalgia per un certo stile, oggigiorno totalmente assente, e al netto di certe polverosità fortunatamente dissolte, è rivelativo assistere a questo siparietto perché ci racconta molte cose del nostro paese e della sua finta evoluzione.
Molto chiaramente, ad esempio, si visualizza come da queste parti il vero intellettuale autentico (parola che ad un certo punto viene spesa da Telmon per Pasolini : la persona più autentica che abbia mai conosciuto. Appunto) viva una solitudine profonda che diventa, anche visivamente, una esclusione dalla ribalta principale.
Perfino con l’aiuto dei suoi stessi “amici”.
Pasolini dice cose di una lucidità quasi profetica e le dice, come è ovvio, come se fossero cose assolutamente scontate.
Attorno a lui persone anche intelligenti vivono tranquillamente all’interno del “matrix” del tempo senza fondamentalmente capire l’urgenza di certe frasi.
Penso che Biagi, dopo l’editto bulgaro ed altre amenità, avrà ripensato a certe frasi di Pasolini e forse avrà perso, nel tempo, quell’aura di simpatica medietà quasi “democristiana” che gli impediva di andare oltre, da buon borghese “integrato”, come si diceva una volta.
Alcuni, durante la discussione, tentano l’etichettatura forzata, secondo un vecchio costume italico.
Se non sei con noi, sei contro di noi.
Oppure troviamo delle cose tue personali sulle quali attaccarti e denunciare la tua doppiezza.
In realtà Pasolini è quanto di più lontano dall’intellettuale di sinistra “organico” che si possa immaginare.
Marxiano per formazione culturale, avendolo letto per davvero a differenza di altri e quindi avendone colto alcune ineccepibili intuizioni, il suo apartitismo ed il suo non ideologismo sono evidenti.
Ragionare sulle cose senza ipocrisie, andando oltre i facili paraventi e i giochini interessati della “speranza” e del wishful thinking a tutti i livelli, porta fatalmente all’anarchismo e all’agnosticismo.
Il ragionamento sul potere, sulle sue manipolazioni, sulle sue armi (la televisione), sul capitalismo e il consumismo di massa è assolutamente perfetto.
E prefigura l’Italia che sarebbe arrivata, che probabilmente gli avrebbe fatto orrore e contemporaneamente avrebbe confermato in maniera quasi didascalica l’ovvio che teorizzava senza nessuna spocchia.
Oggi l'”épater le bourgeois” dei talk shows è delegato a banali complottisti di quart’ordine o, peggio, ad urlatori di sesta categoria.
Quanta forza invece in questo ometto disincantato e assolutamente lucido in un mondo di creduloni.

Globish

Sono un ottimista.
Nonostante tutto e a dispetto di ogni nefandezza che l’oltraggiosa fortuna (per dirla col Bardo) si incarica di sciorinarci, l’approccio è sempre quello del “metterci mano” e impegnarsi per migliorare la propria sorte.
Non che a lungo termine non resti pessimista.
Keynesianamente “a lungo termine saremo tutti morti” e peraltro non amo indugiare sulle spiagge del “wishful thinking” più irrazionale.
Più che altro lo trovo una perdita di tempo. E una posizione inconciliabile con la vera onestà intellettuale, che non ama le scorciatoie e gli ideologismi fideistici troppo facili, visto che nessuno di noi davvero ne può sapere qualcosa.
Ma ciò non mi impedisce l’approccio positivo nel breve che, se ci pensate, è l’unica cosa che possiamo realisticamente fare, visto che il passato è passato, nonostante “si ripresenti” come una cena andata a male spesso e volentieri, e il futuro sia visto spesso come una costante ansiogena minaccia, se ci si lascia prendere troppo la mano.
Applichiamo tutto questo alla politica ed alla economia mondiali attuali, la declinazione globalistica che è il capitalismo attuale.
Le crisi economiche riportano a galla, come funghi velenosi, tutti gli estremisti del mondo.
E quindi non manca in questo triste periodo una pletora di personaggi strani che dicono ogni cosa, complici la smemoratezza degli uditori e il baccano della comunicazione che copre ogni tipo di voce.
In genere amano trovare capri espiatori facili (gli immigrati, i cinesi, le banche e così via) oppure affidarsi a teorie cospiratorie varie dandole per scontate.
La realtà è talmente complessa che in parte li perdona perché una parte di verità spesso si trova in qualsiasi voce, perfino la più improbabile.
Ma è la teoria sottostante che smaschera l’ideologia e il partito preso, cose che allignano come una mala pianta in ogni lido del mondo, soprattutto da queste parti, come ultima Thule del guelfo ghibellinismo che è il DNA di questo popolo di confusi.
Un bersaglio facile è oggi la globalizzazione.
Niente di più generico e impreciso per lanciare i propri strali.
D’altronde questi personaggi non arretrano certamente di fronte alle realtà macro, non si lasciano spaventare dall’evidente sproporzione tra le proprie armi conoscitive e l’immensità spazio-temporale del confronto.
Sono in genere i filosofi e i teologi anche dell’aldilà, che cercano di spiegarti, mentre tu trattieni il riso e il compatimento, esattamente quale è il senso della vita, cosa succede e come, agitando, spesso, un libro (scritto da uomini) come prova indubitabile.
Il trinomio Dio-Patria-Famiglia li agita e li corrobora, felicemente ignari del fatto che i peggiori massacri della storia, questi sì davvero quantificabili, sono stati perpetrati proprio nel nome di un dio qualsiasi o di una patria (ultimo rifugio dei farabutti, come felicemente diceva qualcuno).
Si ignora che è proprio la tragedia dei nazionalismi, dei pregiudizi, dell’ignoranza, anche razziale, di un mondo piccolo e astioso che ha portato “filosoficamente” alla creazione dell’ONU e della UE e quindi alle basi politiche sacrosante della globalizzazione.
Si tende a dimenticare che è tipico dell’uomo sperare che la storia si fermi al giro giusto per sé stessi.
Come si stava bene quando la classe media europea prosperava e il mondo extraeuropeo non osava farci concorrenza, magari pure sleale, perché non aveva la forza economica che ha adesso.
Conosco anche inglesi che hanno ancora nostalgia dell’Impero.
Posso anche capirli e sono anch’io lievemente nostalgico dell’epoca del fardello dell’uomo bianco, ma ora è un mondo veloce, interconnesso, soprattutto grazie alla tecnologia e alle comunicazioni, ed è un mondo che non si esaurisce certo nella vecchia Europa ed è per questo che la UE è fondamentale.
Come tutti i cambiamenti profondi non sono perfetti (quale epoca storica si può definire ideale? Lo diciamo oggi solo perché non abbiamo vissuto davvero in quell’epoca…), sono convulsi, spesso contraddittori ma negarli di principio in nome di un presunto passato aureo oltre che antistorico è miope.
Basta guardare cosa è diventata la mia amata lingua inglese.
Anch’io snobisticamente amo le inflessioni oxbridge e, quando mi capita, cerco di parlare un inglese quasi demodè.
Ma non per questo non amo la deriva attuale, dove la lingua del Bardo è diventata il “globish”, una specie di vulgata da Impero Romano, declinata in mille inflessioni e in mille varianti, anche buffe.
Una lingua per un mondo che nonostante tutte le cervici ristrette e i paraocchi locali cerca di dialogare senza pregiudizi, senza razzismi e senza preconcetti.
Non mi sembra poco, affatto.

Cherrypicking n. 17

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Ultimi bagliori di brit pop?
L’antica arte albionica di cesellare pop magico e meraviglioso, sotto varie forme, non è mai tramontata veramente dai primi anni sessanta.
Rappresenta quella spinta che più di ogni altra ha elevato la musica “commerciale”, il pop-rock, da arte minore a vera e propria colonna sonora dei nostri tempi, vera e propria musica per le menti moderne, più del jazz stesso, eternamente e sontuosamente derivativo, o tantomeno della classica, sempre più confinata nell’elitarismo della musica contemporanea, apprezzata solo da qualche maniaco come me.
Eppure…questi anni 2000 stanno facendo vacillare molte certezze.
Sempre più rarefatta la musica di qualità, sempre più frammentato il panorama, perfino Britannia non manda più i bagliori di una volta, o perlomeno non con la stessa frequenza, per attardarsi nel rap, nel pop plastificato tanto di moda oggi, e in mille altre derive drammaticamente non decisive.
Dall’albero maestro dei Beatles, dei meravigliosi Kinks fluisce la corrente maestra, con mille epigoni, tra cui amo ricordare i più grandi, gli Xtc, forse il gruppo più genuinamente “inglese” di tutti i tempi, degni figli del gruppo del grande Ray Davies.
E si sono appaiate le due derivazioni del “progressive”, il romanticismo visionario in musica, con gruppi inarrivabili come Genesis, Yes, tutto il grande filone di Canterbury, e del decadentismo arty (dai Roxy fino ai Japan, e oltre fino a Spands, Durans…).
Negli anni ’90 “brit pop” è diventato un brand, un marchio, secondo le regole del tempo.
E ha visti contrapposti Oasis e Blur, due epigoni derivativi, di alterno livello, ma soprattutto molto diversi fra loro.
Nel deserto che già negli anni ’90 si vedeva distintamente arrivare, capisco bene che la musica dei simpaticissimi fratelli Gallagher, sia stata vista proprio come un’oasi in un mare di musica inutilmente irritante.
Sono, direi, l’ala lennoniana del post brit pop, come icasticamente espresso dal finale di molti loro concerti, nel quale scendeva spesso una enorme tela con l’effigie del grande occhialuto al quale si inchinavano rispettosamente tutti i componenti del gruppo.
Meno morbida, più rock e meno incline ai compromessi.
Blur, fedeli al nome, sono più confusi ma, spesso, anche più interessanti.
Ridurli all’ala “maccartiana” della filiazione “fab” mi sembra abbastanza riduttivo.
In realtà in loro e soprattutto nel leader Damon Albarn risiede un’anima inquieta, aperta a molte influenze, passibile di grandi cambiamenti come l’ultimo album “solo” del nostro dimostra.
Un album che ha la malinconica, nostalgica tristezza dell’uomo intelligente.
Al di là degli ultimi fuochi degli epigoni dove vedo, anche episodicamente, il futuro di questa eterna corrente?
Lo vedo in Syd Arthur, un gruppo che già nel nome ha le stimmate dell’ispirazione (Barrett…), che ha tra i componenti il nipote di Kate Bush (!), che suona il violino, ovviamente (buon sangue non mente mai), come in una continuazione dinastica che già la seconda parte del nome fa presagire (Arthur, appunto) e che ha impresso a fuoco il logo “Canterbury” sulla loro musica così antica e così stranamente moderna.
Lo vedo in Spacehotel, un quasi misconosciuto single act di un britanno con cui interagisco su Twitter, degno e spesso sontuoso epigono dell’ala “decadent-arty”.
Sembrerebbe che sia lecito sperare ancora nella grande isola.

Molière in bicicletta

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Devo avere qualche conto in sospeso con isole e biciclette.
Andavo pure in vacanza, e l’ho fatto per anni, nell’unico posto in Italia dove il verde, la privacy, la sicurezza e le bici la facevano da padroni.
Un’isola.
Per non parlare del mio amore per l’isola per eccellenza, la Gran Bretagna.
Insomma un posto molto poco italiano.
Il film in questione è ambientato nell’Île de Ré, un’isola affascinante sull’Atlantico, collegata alla terraferma da un ponte, ricca di dune, canali, paludi, posti strani.
Mi ha ricordato davvero la mia isoletta vacanziera al suo meglio.
E parla anche di teatro, di un attore affermato, più giovane, ovviamente “venduto” alla televisione e ad una serie nazionalpopolare che l’ha reso celebre, che cerca di coinvolgere l’antico maestro, ritirato a vita privata, isolato, aristocraticamente arroccato ai grandi del passato e ad una cultura che non esiste più.
Un film così non poteva non piacermi.
Soprattutto perché è l’ultimo giocattolo interpretativo di un grandissimo come Fabrice Luchini, uno dei giganti della recitazione europea.
Un attore sontuoso, capace di tutto, di mille sfumature, autentico chirurgo delle emozioni, dotato di un talento inarrivabile.
Si sente molto Molière e si seguono le complicate vicende delle prove di lettura dei due diversissimi personaggi.
Il riluttante Luchini tiene sulle spine fino all’ultimo Wilson, perfettamente in parte, sulla sua decisione di “rientrare nel mondo”, anche se attraverso la porta stretta e poco illuminata di un teatro.
Comme d’habitude sarà una donna a “concludere” la vicenda per loro, sfociando in un “non lieto fine”, che rassicura sulla bontà di questo piccolo gioiello filmico.
Parafrasando una persona a me cara, “certamente non un film adatto ai ragazzotti che si fanno i selfies nei bagni dei multisala”.
Come spesso capita in terra francese, un piccolo film che è, nel suo raffinato understatement, un capolavoro.

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