La surrealtà

Due sono le issues che appassionano la chiacchiera costante, totalmente inutile, del popolino e della pseudoinformazione italioti : politica e calcio.
Entrambe sono alimentate dal manicheismo tifoideo demente e semplificatorio che questo popolo di sventurati beve col latte materno.
In questo aiutati dal background latente cattolico che non brilla certo per amore per il pensiero libero e critico, per pragmatica lucidità o per riconoscimento della complessità del reale.
Entrambe in Italia hanno la stessa valenza : due cose per cui accapigliarsi ferocemente ma che restano sostanzialmente false, falsate e irrilevanti.
La manifestazione di Salvini ieri a Roma ha dato il via ad un altro giro di chiacchiere.
Dopo l’abisso, soprattutto culturale e morale, degli ultimi vent’anni, un vero monumento alla superficialità, all’uso privato protervo delle istituzioni, all’illiberalismo ed al luogo comune ideologico, capisco che vedere due baldi giovani quasi presentabili alla ribalta possa sembrare una novità.
I due Matteo ingannano spesso su questo terreno.
Siamo alla solita illusione.
Così come i comunisti sono uno spauracchio ed un falso problema, i fascisti invece sono spesso e volentieri d’attualità, nella sostanza, in questo paese fortemente sudamericano.
Oggi si scontrano infatti due fascismi contrapposti.
Da una parte, la parte che ha sfilato ieri a Roma, abbiamo la solita destra “pilorica” italiota che sembra incapace di usare altri parti più nobili per esercitare la difficile arte del pensiero.
Che usa il solito, vecchissimo meccanismo del capro espiatorio (oggi : Europa ed immigrati) per nascondersi la complessa realtà della crisi e del cambio di sistema geopolitico ed economico mondiale e, magari in secundis, per nascondere proprie colpe passate di cui comunque qui nessuno chiede conto.
Che vuole passare dalla secessione dall’Italia (I terroni!) alla secessione dall’Europa (Gli extracomunitari!) per occultare la propria secessione dal cervello.
Semplificatoria per natura, culturalmente incapace di comprendere un mondo che corre e va in direzione opposta e contraria.
Dice anche cose sensate, ad esempio su fisco e giustizia, due inferni tipicamente italiani, ma dimenticando che era così anche prima (un classico della smemorata Italia, questo) e glissando sul fatto che, ad esempio sul piano fiscale, la flat tax al 15, che avrebbe anche un valore morale (oltre il 20 nessun stato ha un diritto vero, tantomeno morale, figuriamoci nell’italiota inferno burocratico, corrotto ed inefficiente) ma che è semplicemente utopico in un paese così fortemente indebitato.
Se questo servisse a snellire un paese elefantiaco nella sua spesa pubblica, passi, ma sono proprio le sparate come queste che allontanano la vera soluzione realistica dei problemi.
In altri paesi, di maggiore intelligenza, memoria e cultura, ad esempio l’odiatissima Francia (perenne monito di come dovrebbe essere l’Italia), una come Le Pen, che rispetto a Salvini è un gigante, è un paria, come anche le recenti vicende post Hebdo dimostrano.
Dall’altra parte il Matteo vincente piace e piacerà sempre a questo popolino.
Mascellone protervo, facilità disinvolta alla menzogna, furbizia e gusto feroce per il potere : queste si chiamano affinità elettive con la propria clientela di bocca buonissima.
Intorno una schiera di servi e di amazzoni con la faccetta compunta, refrattarie all’ironia e all’intelligenza critica, disabituate alle domande vere (quelle, rare, che beccano in sporadici talk shows e sempre con mille scuse da parte dell’ospite), prontissime alla querela minacciata al primo incidente di percorso, esperte di scuotitesta professionale di fronte alle telecamere.
Pensavamo che fossero tutte prerogative del famigerato ventennio precedente ma in realtà ormai è la norma.
Di fronte, come sempre, un giornalismo naturalmente prono ai potenti.
Specchio di un paese dove intellettuale è una parolaccia e l’indipendenza e l’onestà intellettuale non vengono proprio capite in un paese dove il tifo è una fede (e viceversa) e spesso garantisce laute prebende e carriere.
Politicamente chiunque abbia indicato che “il re è nudo”, ossia l’ovvietà dell’accordo neanche tanto segreto tra presunte maggioranza-opposizione (in Italia è il M5S) viene progressivamente ed inesorabilmente bastonato fino ad una futura, probabile irrilevanza.
La colpa è di non essersi schierati in questa finta contrapposizione.
Quante volte negli ultimi vent’anni ci siamo sentiti sballottati e tirati per la giacca da una parte o dall’altra come se il pensiero critico, libero, fosse una anomalia da estirpare?
Non amo le folle e non ho neanche molto rispetto per la presunta saggezza del popolo.
Per questo non potrei mai fare il politico, soprattutto in questo paese.
Di fronte alle piazze come quella di ieri, così come quasi sempre, forte prevale un senso di surreale spaesamento.
Spaesato, appunto.
Fuori dal paese.
Un buon obiettivo, soprattutto per le giovani generazioni.

L’àpote n. 6

Le cronache di questi giorni confermano l’ovvietà che le religioni e le ideologie in genere fanno sempre danni.
Storicamente il sonno della ragione ha generato sempre mostri.
La rete amplifica il delirio, così come amplifica qualsiasi cosa nell’era dell’iper-informazione.
In rete trovo sempre più spesso una consonanza di amorosi sensi e di intenti tra gli integralisti religiosi ed i complottismi a ruota libera.
Mi ha sempre colpito il fatto che gente che è granitica nelle sue certezze su cose invisibili, discutibili, al minimo opinabili, comunque non conoscibili senza grosse concessioni alla “suspension of disbelief” o al “wishful thinking” che è la ragione stessa dell’elucubrazione teologica, qualsiasi essa sia, siano altrettanto sicuramente, implacabilmente certi di intere teorie dietrologiche e neghino l’evidenza, la storia, il documento.
Certezzismo e negazionismo si stringono la mano da sempre.
Alla base il rifiuto della realtà per quello che è, il tentativo disperato di manipolare la realtà per adattarla alle proprie ideologie, la violenza insita in chi nega la complessità del reale e la sua sostanziale inafferrabilità e refrattarietà all’ingabbiamento in piccole, meschine sovrastrutture mentali.
Una forma di psicosi evidente.
Oltretutto il modo con cui poi vengono propalate queste cose è sempre, inevitabilmente, non liberale.
Perfino il buon Bergoglio ha agitato pugni con chi offende, altro paladino non richiesto della “libertà d’espressione ma…”.
Ritorno al Medioevo?

Carlo!

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Guardando “Carlo!”, il breve documentario di Giagni e Ferzetti su Verdone, è facile indulgere alla nostalgia ed alla malinconia sul tempo che passa e su come eravamo, esattamente come nelle corde del protagonista, regista e comico solo apparentemente buffo.
L’affettuosa simpatia che Verdone ha per i suoi personaggi, spesso mostruosi, è la stessa che in genere si prova per lui stesso, una persona che molti amerebbero chiamare “amico”.
Lui stesso dice nel documentario “non sono bravo a fare gli stronzi, non ci tento neppure”.
Dipinge personaggi soli (la solitudine è il comune denominatore dice Verdone stesso), spesso grotteschi, mai feroci, disumani, cattivi.
Resta curioso che il nostro regista più fieramente “provinciale”, romanesco, erede evidente dei Sordi (ma con più dolcezza, appunto), dei Fabrizi, sia in fondo quello che più ha cercato, nel mondo commerciale e spesso becero della commedia all’italiana post epoca d’oro, di andare oltre le strettoie del genere in cui abitava così naturalmente e talentuosamente, di cercare modelli più alti, spesso di derivazione americana.
Con le differenze qualitative del caso, come regista spesso mi è sembrato, almeno idealmente, l’Allen italiano e come attore una specie di Lemmon.
Due nomi che ricorrono spesso nei suoi discorsi.
In questo senso Verdone mi ha sempre incuriosito, nei suoi tentativi, qualche volta falliti, qualche volta “malinconicamente” raggiunti, di andare oltre Roma e la commedia post monicelliana.
Sulla falsariga del suo modello Woody, ha tentato di andare oltre la “formless comedy” del grande creatore di gag o di personaggi, per andare fatalmente verso la commedia romantica agrodolce.
Nonostante da una parte il mondo gli chiedesse sempre le stesse cose.
Woody ha spesso ironizzato sul fatto che la gente gli dicesse continuamente ed ossessivamente che erano meglio le prime commedie, quelle che facevano ridere.
E Carlo dice che dopo due film di enorme successo basati sull’accumulo delle gags e dei personaggi che l’avevano lanciato, tutti erano al varco perché pensavano si fosse sparato tutte le cartucce di guitto televisivo.
Con “Borotalco”, un film che rivisto adesso fa tenerezza nella sua preistorica, involontaria descrizione di un’Italia scomparsa, Carlo cerca altro ed è qui che comincia a piacermi infatti.
Due in particolare sono i film che ho apprezzato, i due della fuga dall’Italia ovviamente, anche geografica.
Uno ha avuto successo, l’altro clamorosamente no.
In entrambi ha un ruolo preponderante la musica, la musica rock, quella di Hendrix ma anche quella di Sylvian.
Carlo è un grande appassionato e questo me lo rende ancora più affine e simpatico.
Il primo è “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”, a mio avviso una delle più belle commedie italiane di sempre.
Con la grande Margherita Buy, grande perché nella parte della vita, quella archetipica, quella dove non può sbagliare.
Con le tenerezze sulle derive del fandom, della fuga in Inghilterra, “Land’s end” appunto, dove si svolge una delle scene più famose del film.
Un film che punta alla Cornovaglia e vuole arrivare fino in fondo non poteva non incuriosirmi.
Con quella punta di profonda malinconia che imao (in my arrogant opinion) rende Verdone un regista migliore di quello che in fondo sarebbe.
Il secondo film è “Iris Blond”, un film inferiore al primo, soprattutto per la sua protagonista femminile (Gerini vs. Buy : no match) ma che aveva delle atmosfere, degli stilemi, perfino una musica anni luce lontani dall’Italia e dalla Rometta di molte pellicole del nostro.
Musica notevole, peraltro, scritta apposta per il film, post elettronica, mai abbastanza valorizzata nella sua originalità.
Un finale talmente “europeo”, malinconico e piovoso, che il buon Cecchi Gori produttore del film, ricorda Carlo, esplose con rabbia lamentando che con quel finale avevano perso almeno qualche miliarduccio.
Verdone è già abbondantemente pronto per il suo “Borghese piccolo piccolo”, per seguire le orme del suo padre putativo Alberto Sordi, che aveva suggellato l’eredità con “In viaggio con papà”, da lui voluto e diretto.
Forse ci aveva già tentato con il cameo perfetto de “La grande bellezza”, anche se il montaggio di Sorrentino, come poi è trapelato, ha un po’ minimizzato l’impatto che avrebbe potuto avere quel personaggio.
Meglio così senz’altro piuttosto che l’annuale rito del film diretto in proprio, anche qui come il suo mentore Woody, e anche qui con esiti a dir poco alterni.
“Sotto una buona stella” era francamente imbarazzante e non all’altezza di una filmografia ormai ragguardevole.
Con l’affetto che per lui tutti proviamo : provaci ancora Carlo.

L’amour

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Invecchiare, alternativa che preferiamo ad altre peggiori, come è noto ha qualche inconveniente.
In realtà non penso alle solite che vengono in mente ma penso a quelle, veniali, che toccano chiunque di noi sia minimamente interessato alla fruizione di opere d’arte.
Libri, film, musica.
Se una parte qualsiasi di questi veicoli d’emozione raccontano le due issues principali di ogni vita, l’amore e la morte (Woody aveva davvero proprio azzeccato il titolo di uno dei suoi capolavori comici) è sempre più difficile, appunto, non emozionarsi.
Nemmeno le consuete barriere della tecnica, della disquisizione su modi e tempi, della visione da “critico”, attenua questa umida slavina.
Meglio in ogni caso avere una spalla pensante e col cuore pulsante al proprio fianco.
Di solito capisce e ci prende in giro, ma in fondo esorcizza le stesse passioni, le stesse paure.
E guarda nella stessa direzione, mano nella mano.
Ho visto recentemente due piccole, grandi opere che hanno colpito ancora nel segno del mio cuore e della mia mente.
Uno è l’episodio finale di una serie, “The Newsroom”, che ho adorato convintamente per anni, per ambientazione, regia, dialoghi (Aaron Sorkin è un genio e lo sa), recitazione, tutto.
In realtà siamo alla seconda stagione, prima dell’ultima, tuttora inedita in Italia.
Non sorprenda ormai che il meglio del cinema oggi viva su altri schermi.
Assieme alla tecnologia e alle comunicazioni, il meglio di questo mondo si trova proprio lì e compensa gli enormi arretramenti che qualsiasi ometto della nostra età ha riscontrato in altri territori, soprattutto quelli musicali.
“Election Night, part II” viaggia per gran parte del suo tempo sui livelli, invero altini, della serie, ma è negli ultimi cinque minuti, come capita spesso, come capitò ad esempio nello spettacolare pilot, che si alza improvvisamente l’aereo.
Esattamente come capita nella vita, prosaica perlopiù, ma qualche volta in elevazione improvvisa e rivelativa.
Nel finale di stagione si sblocca di colpo l’eterna sospensione amorosa tra i due protagonisti.
E si aprono nuove vie “sentimentali” su altri personaggi.
Vista così sembra una parabola classica di molte serie, anche alimentari.
La differenza la fanno, come sempre, gli accenti di verità, la qualità del dialogo e delle interconnessioni, la strepitosa bravura degli interpreti.
Con Jeff Daniels (al top della sua arte, secondo me, a parte la folgorante parentesi di “The purple rose of Cairo”) ed Emily Mortimer siamo in banca, sotto questo aspetto e molti altri, con quella nota costante sorkiniana autoironica e veloce che attenua la saccarina incombente.
Il clic del mouse chiude un altro episodio memorabile ed una serie che, secondo me, rimpiangeremo a lungo.
Al cinema è invece sempre più raro trovare film per adulti pensanti e quando questo capita, come spesso è stato registrato in questo blog, mi affretto a farne menzione.
“Le week-end” di Roger Michell appartiene di diritto a questa categoria e non appena è stato possibile vederlo mi sono affrettato al divano (immagine terribile, ne convengo).
Un film su una anziana coppia inglese che torna a Parigi, luogo del loro viaggio di nozze, per un weekend romantico.
Non poteva non intrigarmi.
Soprattutto se il film ha la firma di Roger Michell (regista di “Notting Hill”) e la penna di Hanif Kureishi alla sceneggiatura.
Poi, la ciliegina sulla torta che in realtà è tutta la torta per film come questi : due interpreti fenomenali, di solida formazione anglosassone, Jim Broadbent e Lindsay Duncan.
Due tipi umani che abbiamo incontrato spesso, la donna, più concreta, più dura, l’uomo, il professore un po’ sognatore ma con la “perversione” di cercare solo l’amore della moglie senza neanche pensare al resto del mondo e alle “sconosciute” da portare a letto e in casa.
Vedere recitare questi due giganti è come assistere all’interplay tra due grandi musicisti.
Una serie di sfumature, tempi, atteggiamenti al limite della perfezione, cronometrici e tecnici fino alla totale sovrapposizione con la realtà concreta della vita di ogni coppia.
Mi ha ricordato un film molto più crudele, una analisi spietata dell’amore NELLA morte, come “Amour” (appunto) del grande Haneke.
Oppure mi ha ricordato l’amore così come dovrebbe essere e una delle scene che ricordo come tra le più struggenti della recente storia del cinema, Morgan Freeman che entra in sala operatoria guardando la moglie in “The bucket list”, un film decisamente più commerciale ma con grandi momenti e soprattutto con grandi interpreti.
Come spesso in questi film il rito borghese della cena fa da sfondo alle agnizioni più importanti e alle svolte del plot.
Anche questo film non fa eccezione e la scena in questione è magnifica, anche grazie al contributo di un Jeff Goldblum perfettamente in parte nel ruolo dell’intellettuale vanesio, superficiale, di successo.
Sulla falsariga del leggendario “Bande à part” di Godard, il film si conclude su una nota leggiadra, da simbolismo francese rivisitato, con i tre personaggi principali che ricreano in un bar della Parigi moderna la stessa danza pensosa e sincopata.
Un piccolo gioiello.

Distopia in salsa bearnaise

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Michel Houellebecq è sicuramente uno dei miei scrittori contemporanei preferiti.
Ho sempre l’impressione che lui sia al centro dei pensieri che girano nel mondo e che abbia sempre quel pizzico di feroce trasgressività che rende più appetibili le pietanze, spesso indigeste, che serve.
Questa volta, con “Sottomissione”, penso che abbia superato sé stesso e si sia ritrovato al centro del mondo, perfino suo malgrado, con un romanzo di filosofia politica che alla luce dei fatti recenti di Parigi è semplicemente profetico.
Non si può dire che Michel, pur vivendo spesso fuori dall’Esagono, non abbia le idee chiare su quanto succede lì e in generale nel mondo.
Questo romanzo sta spopolando in vendite ed attenzione quasi come se ci fosse stata una regia occulta.
Si tratta invece di pura coincidenza ma la scrittura resta e le distopie, sempre affascinanti su carta, qui trovano un nuovo, dolente epigonale campione.
La storia è nota, è un romanzo breve (altra qualità sempre più apprezzata su queste sponde) che racconta con la consueta disincantata e depressa ferocia e sempre in prima persona (il protagonista è un professore quasi in pensione, esperto di Huysmans) una deriva politica ipotetica, ossia il saldarsi per convenienza politica ed economica delle istituzioni francesi con un partito islamico di minoranza che grazie alla moderazione e alle qualità del suo leader riesce ad andare al potere, in forte contrapposizione al FN di Marine Le Pen, e a far virare la Francia “gentilmente gentilmente” come direbbe MogolBattisti, verso una morbida realtà sociale neo-musulmana.
I temi sono tanti e trattati con la consueta penna laser : la decadenza dell’Occidente (e chi se non Huysmans?), la sua fondamentale mancanza di valori forti e quindi la facile cessione di sovranità verso chi ne ha (anche se discutibili) a patto di avere una serie di optionals, soprattutto economici, ai quali è ormai difficile rinunciare : soldi, donne (qui la poligamia naturale di certi maschietti aiuta), cavalli di Troia del cambio di mentalità.
Il tutto facendo nomi e cognomi di personaggi della politica e del giornalismo viventi, prefigurando addirittura una tempistica attuale, quasi non distopica in realtà ma ucronica : il 2022.
Domani mattina.
Chiaramente un pamphlet amorale ed estremo, in salsa bukowskiana alla Houellebecq, ossia in versione meno popolare e più borghese inacidita, più adatta al crudele mondo moderno e alla civiltà europea, infinitamente più raffinata e perversa, in fondo, di quella oltreoceano.
Qua e là sprazzi di porno quasi sconsolato, residuale, nell’ambito di una depressione cosmica, autoriferita che è quella del suo autore : basta guardarlo nelle recenti, frequenti interviste e si capisce molto del suo mondo e dei suoi personaggi.
In forza di questo e spesso nonostante questo Michel vola alto e ha una tecnica e uno stile di scrittura che inesorabilmente tengono incollati alla pagina.
A dispetto della sua stessa ammissione, che condivido in pieno, secondo la quale il vero killer delle pretese dell’islamismo estremo è la laicità e non una religione contrapposta, Michel si ricorda di essere un creatore di fiction, al di fuori dei talk shows, e impiatta un’idea diversa, con sfumature inedite.
Secondo me e secondo molti romanzo folgorante, soprattutto nel finale, di grande attualità cà va sans dire, sicuramente non per tutti i gusti.

L’annuale rito

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Sempre più stancamente si trascina il rito dell’uscita annuale di un nuovo film di Woody Allen.
Mentre una volta questo aveva un “je ne sais quoi” di rassicurante, come il ritrovare un vecchio amico che ha sempre doni interessanti, magari di gusto ormai prevedibile ma ben confezionati, oggi il rito si è consunto ed anno dopo anno Woody sembra lievemente incidere sulla sua leggenda.
O anche pesantemente, come nel caso di “Vicky Cristina Barcelona” o “To Rome with love”, due pacchi senza speranza che hanno veramente colpito sotto la cintura e hanno messo in difficoltà noi adoratori che abbiamo consigliato per anni l’omino occhialuto come dieta essenziale per un uomo ben nato.
Prendiamo l’ultimo regalo ad esempio : “Magic in the moonlight”.
Sulla carta aveva tutto per piacere.
Una certa confortante carrellata su temi già visti (quante scene di magia su un palco abbiamo visto all’inizio dei film di Woody?), una location meravigliosa (la Costa Azzurra e in particolare la “corniche d’Or”), un tempo che si presta al sogno (gli anni venti-trenta), attori sempre ben pescati (Colin Firth, la meravigliosa Eileen Atkins), qualche classica indulgenza al topos pigmalionico riprodotto dal nostro anche nella vita privata (qui il duo Firth-Emma “big eyes” Stone, con uno iato di quasi trent’anni).
Eppure.
Eppure il bersaglio viene nuovamente mancato, nella sostanza e la sostanza, spiace dirlo, si chiama sciatteria.
Questo è un film a cui bastava poco per essere migliore, soprattutto serviva una scrittura più precisa, più rifinita, una regia meno distratta.
Se in passato, vicino alle sorgenti del proprio sconfinato talento, Woody schioccava le dita e piazzava film deliziosi anche in bagno, scritti con la mano sinistra ma sempre godibili, adesso il peso degli anni, le increspature dei cliché, la poca attenzione al tutto, come se si volesse lavorare e basta, per tenersi vivi, come lui stesso ammette in molte interviste, non portano risultati come una volta.
Perfino “Blue Jasmine” e “Midnight in Paris”, i due migliori, nettamente, del periodo recente, soffrono di una patina di stanchezza e ripetitività evidenti.
In fondo l’ultimo film di Woody che ho davvero apprezzato è “Whatever works” (Basta che funzioni) del 2009, un film spesso brillante e delizioso ma che in passato sarebbe stato derubricato a film minore : per dire il livello del passato.
L’ultimo grande film resta “Match Point” (e siamo già a 10 anni fa…time flies baby), un capolavoro che peraltro non sembra neanche un classico film alleniano, come è noto.
Il nostro non ha hobbies e resta sempre una gradita presenza ma temo che dovrebbe cercarsi altre attività, oltre al cinema, al clarinetto e al basket.
La scena simbolo di questo piccolo, triste film è la scena dell’osservatorio.
Anche qui, il topos è smaccato e rimanda ad altri film alleniani, a partire dalla mitica scena di Manhattan : pioggia, rifugio, osservatorio, scena d’amore.
In “Magic” la scena è stanca, la qualità della scrittura non ricorda neanche lontanamente il modello iniziale, con le meravigliose scene Allen-Keaton, e il nostro anziano protagonista addirittura si accascia in un angolo perché stanco, per poi risvegliarsi più tardi con l’annoiata Emma Stone a latere.
Una scena simbolo direi della vecchiezza, della stanchezza psicofisica, in fondo una scena che rappresenta icasticamente, quasi in maniera autoironica (senza veramente esserlo) il declino.
Il rito è rassicurante anche se chiaramente “non è più come una volta”.
Ma ovviamente nel 2015 saremo ancora lì a chiamare gli amici per andare a vedere “l’ultimo di Woody”.

Je pense

Imagine there’s no heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today…

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace…

You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one

Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world…

You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will live as one

(John Lennon)

Penso che la stragrande maggioranza degli uomini voglia vivere in pace e con serenità ma che purtroppo spesso siano le minoranze a fare la storia e la storia spesso è una orrenda sequenza di crimini.
Penso che le ideologie e in particolare le religioni siano da sempre il principale ostacolo all’intelligenza e alla crescita della società.
Penso che il complottismo a senso unico e la ricerca del nemico e della guerra di civiltà e di religione nascondano l’incapacità di pensiero profondo e di comprensione di una realtà sempre molto più complessa di quanto vorrebbero certe piccole menti.
Penso che la parte migliore di noi sia quella, ad esempio, che è andata in Place de la République con le penne alzate.
Cogito ergo sum diceva un grande francese, Descartes, e penso che proprio dalla mia amata Francia, terra del razionalismo, della libertà, dell’illuminismo, possa partire la consapevolezza degli europei che nulla è scontato e che il nostro modo di vivere laico, libero, tollerante, con tutti i suoi limiti, possa essere tuttora un faro per l’umanità.
Il resto è affare per polizie, servizi segreti e militari vari.
È solo l’aspetto tecnico di una consapevolezza che deve tornare ad esserci, senza il gravame di inutili complessi sia di superiorità che di inferiorità.
Forse oggi nasce l’Europa, questa è l’unica speranza in un mondo che non sembra lasciarne molte.

From Genesis to trouble

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Nella mia lunga carriera di amante della musica, gli inizi sono contrassegnati sostanzialmente da tre pilastri : Pink Floyd, Genesis, David Bowie.
Poi si sono aggiunti altri giganti, come Kate Bush e altri, ma il trio iniziale è quello.
Prima ancora c’erano i Beatles, la sorgente di tutto : il primo singolo in vinile comprato fu, su insistenza forte, “Lady Madonna”.
Ricordo ancora i viaggi in macchina con i miei con un mangiadischi dal colore improbabile e dalla rituale altissima fedeltà (chiedete ai vostri figli cos’è un mangiadischi).
La colonna sonora oscillava tra “Bambola” di Patty Pravo (voluta fortemente dalla mamma) e il suddetto singolo dalla etichetta con la mela spaccata a metà.
Mio padre fumava nervosamente, come capitava allora, senza alcun ritegno o preoccupazioni salutistiche di sorta, in un silenzio carico e meditabondo.
“Lady Madonna” è del ’68, avevo 7 anni.
Ma è con l’adolescenza, secondo una legge classica non scritta, che parte la vera iniziazione.
E i primi, le cronache narrano, furono proprio i Pink Floyd.
Cassettine blu EMI e un mondo da scoprire : una musica davvero pensante, lisergica, che apriva la mente e le porte della percezione.
Subito dopo la sbornia che partiva da “Ummagumma” fino a “Dark side of the moon” e oltre, arrivarono i Genesis e fu subito folgorazione.
Secondo me ascoltare i Genesis come musica nuova, del momento, mentre si è adolescenti, con tutto il corollario ormonale e romantico che ne consegue, potrebbe non fare bene alla salute.
Penso di esserne un buon esempio.
David Bowie fu l’entrata nel mondo dell’arte consapevole, pensata, decadente… e fu il terzo step, l’entrata nel mondo vero.
Ma fermiamoci ai Genesis, dei quali ho visto recentemente sulla sempre benemerita “Sky Arte”, il documentario celebrativo “Sum of the parts”.
Nel filmato si parla proprio del culto Genesis, nato fra i maschi pensanti ed esperti di musica in senso stretto (così recita).
E della conseguente difficoltà del gruppo ad attrarre le donne in genere, gli amanti della musica più alimentare (niente suites ma rock’n’roll).
La folgorazione nasce lì : una musica iper romantica, che si prendeva i suoi tempi, fuori dal mondo, che parlava di atmosfere fiabesche ma senza cliché, quasi da stilnovisti in cerca della propria dama da adorare.
Soprattutto una musica di straordinaria qualità e continuità, che ha retto ampiamente la prova del tempo e che supera e di molto la gabbietta “progressive” che il nostro mondo posteriore, iper etichettante, ha cercato di affibbiargli.
Come recita il doc, non esiste un genere che possa inglobare i Genesis, esiste uno stile “Genesis”.
E non è mai esistito in fondo, come in parte nei Pink Floyd, un leader e una band di supporto bensì la “somma delle parti” è sempre stata superiore ai singoli.
“Louder than words” direbbero i Pink Floyd sopravvissuti che proprio recentemente hanno fatto valutazioni analoghe.
Quello che intuivamo ma che nella scarsa informazione di un tempo potevamo solo cogliere in maniera sbiadita era il conflitto interno, la battaglia che si stava consumando, sulla falsariga delle eterne questioni pinkfloydiane tra Waters e Gilmour.
Anche qui : uno che cede, se ne va (Barrett), due che litigano, uno mite che sta sullo sfondo (Mason).
Nei Genesis la cosa è più complessa e rappresenta una delle sfumature più belle di questo documentario.
Quello che cede, per motivi meno distruttivi e psicanalitici ma per umanissima paura del palco, dell’impegno, della pressione è Anthony Phillips, cuore pulsante dei primi Genesis, mente musicale sopraffina ma caratterialmente (basta guardarlo in faccia) schivo “loser”, secondo la pessima e manichea iconografia americana.
Nel pop rock sono molti i musicisti che appartengono ai perdenti che perdono il treno per questi motivi o che rinunciano all’impegno “mondano” della rockstar per rifugiarsi nella composizione e nell’incisione, nomi eccelsi come Partridge degli Xtc o anche semplicemente la divina Kate.
I due che litigano sono Banks e Peter Gabriel.
Il mite che sta sullo sfondo è Rutherford e poi anche Collins.
La storia qui si complica ed assume sfumature classiste come in molte storie inglesi.
Banks e Rutherford, secondo una legge non scritta di molta musica pop colta inglese dell’epoca d’oro, sono ragazzi di buona famiglia e frequentano college esclusivi (in questo caso la mitica “Charterhouse” di Godalming) con il lusso di coltivare l’arte in un ambiente lievemente retrò e repressivo.
Gabriel anche lui fa parte del lotto ma è già altra cosa.
Collins, poi, appartiene direttamente alla working class e viene assunto successivamente con regolare audizione rimanendo in fondo sempre il paria del gruppo, lontano dalle dinamiche iniziali.
Le dinamiche sono distruttive e Collins ne parla apertamente : ego in lotta fra di loro.
Dopo l’inizio del successo Peter Gabriel, genio multiforme, maschera la sua timidezza dietro una apparenza scenica sempre più teatrale e spinta quasi senza dire nulla agli altri, cogliendoli di sorpresa.
I musicisti puri del gruppo, la “driving force” costante che ha sempre portato avanti la baracca, ossia Banks e Rutherford, non approvano e approvano ancora meno la crescita sempre più evidente del frontman.
Hackett, chitarrista magistrale inserito al posto di Phillips, anche lui rimane estraneo al nucleo elitario.
Nucleo di musicisti duri e puri che nel pieno dell’avventura della vita vogliono solo dedicarsi alla creazione, alla crescita (poco sex and drugs and rock’n’roll apparentemente), senza esitazioni e senza deviazioni personali.
I Genesis piazzano senza soluzione di continuità una serie di album leggendari, di magistrale bellezza, fino a quel “Lamb lies…” che rappresentava il futuro, l’entrata in mondi nuovi, la teatralità spinta, il palcoscenico per l’ego straripante di Gabriel.
Quello è ovviamente l’album della svolta e rappresenta la fine dei primi Genesis con Gabriel che fugge letteralmente dal gruppo alla fine del tour del “suo” album (come Waters con “The Wall”) in uno split che fece scalpore e proiettò Gabriel in una carriera solista folgorante, modernissima, avanguardistica.
“Lamb” è tuttora uno dei miei album da isola deserta, secondo me e secondo tanti uno degli apici della musica moderna.
Il perfetto compromesso tra la musicalità romantica fino al dolore del gruppo primigenio e il futuro geniale e visionario che da quel momento in poi Peter avrebbe esplorato da solo.
Meraviglioso album concept, con una qualità di scrittura devastante, finisce ironicamente con “It”, canzone eterna che si conclude beffarda con le frase citazionista degli Stones dove “It’s only rock’n’roll but I like it” viene sostituita con una frase analoga che accenna alle lotte interne e non solo (‘cos it’s only knock and knowall, but I like it…).
Mentre già dal primo album solista Gabriel si lecca le ferite con pezzi immensi come “Solsbury Hill”, musica immaginifica e testi amarissimi, i Genesis, da buoni inglesi repressi e un po’ complessati come molti, tra cui Hackett stesso, li hanno etichettati, fanno la scelta interna e scelgono Collins per sostituire Gabriel.
Collins, riluttante, poco amato (anche in seguito sarà odiato per l’eterno successo da solo e per la sua iperesposizione, perfino da Banks che non lo nasconde affatto, unico ad essere presente ai due Live Aid dopo il volo in Concorde), musicista però tecnicamente completo e migliore di tutti i possibili cantanti provinati, prende da quel momento timidamente il microfono senza far rimpiangere l’arcangelo (cosa in sé davvero complessa) ma soprattutto, senza farsi notare, con la concretezza del travet che ha l’occasione della vita, porta i suoi due compari ben nati verso la vera gloria commerciale.
Prima, però, incidono l’ego trip del duo Banks-Rutherford, quello anti gabrielliano, e piazzano sul mercato uno degli album più belli della storia e non solo dei Genesis, “Trick of the tail”.
Piuttosto sorprendentemente direi.
Ancora adesso la sequenza Entangled-Squonk-Mad man moon, suonata senza soluzione di continuità fa venire i brividi e porta alle lacrime in pochi nanosecondi.
Dopo, lentamente ma inesorabilmente, il piccolo e malmesso ex batterista ripulisce il gruppo da tutte le benedette scorie progressive e lo porta nel secolo giusto, quello di Mtv nascente.
A suon di pezzi brevi, nervosi, hits e pop stardom.
E dietro le quinte colleziona trenini e memorabilia di Alamo secondo la più bislacca iconografia dello sfigato.
Ma colpisce nel segno perché perfino Banks, anima nobile e musicista elitario se ne esiste uno, ricorda nel documentario con lacrimuccia l’emozione tuttora esistente nel sentire le proprie hits per radio o lo shock cardiaco nel vedere le folle oceaniche degli stadi per i trionfali tour, soprattutto quello di “Invisible touch”, sapendo bene che non sarebbe durata a lungo.

Finchè c’è Fincher…

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David Fincher è sempre stato uno dei miei registi preferiti, uno dei pochi ormai che valga la pena seguire in questa Hollywood sempre più disastrata.
Il suo recente passaggio anche alla produzione televisiva high-level con lo splendido “House of Cards” conferma che il nostro ha capito come tutti che il futuro della qualità e del film pensante, adulto, è già lì, nella serialità di livello, e non certo nelle occasionali e sempre meno producibili e distribuibili pellicole di due-tre ore.
Fincher ha inanellato una serie di film entrati nella leggenda, tra i quali “Seven” e “Fight club” ma, come capita spesso, ha raggiunto l’apice con un film ampiamente sottovalutato come “The game”, autentico capolavoro nel genere del film a incastro verso l’abisso e vetta formale difficilmente superabile da chiunque.
In compenso il suo ultimo periodo è parso a me molto alimentare, grandi blockbusters (tipo “Millennium”) ma poca sostanza vera oppure imbarazzante come per quel “Benjamin Button”, caso da manuale di magniloquenza produttiva al servizio del nulla.
“Gone girl” (L’amore bugiardo…sì, certo) è il ritorno alla forma consueta e uno dei migliori thriller degli ultimi anni, genere ormai desertificato dalla new hollywood, pariteticamente alla commedia brillante, un genere di cui ricordo a malapena “Fracture” (Il caso Thomas Crawford) come uno degli ultimi veri capolavori.
Protagonista di “Gone girl” Ben Affleck, un non-attore che si fa preferire proprio per l’aria perennemente attonita e per la specializzazione in parti di belli e ricchi caduti in disgrazia.
Sulla falsariga della scelta apparentemente bislacca di Cruise per quel capolavoro atomico che fu “Eyes Wide Shut” di Kubrick, un regalo quasi immeritato, dietro la camera e il progetto esiste un regista che non sceglie a priori i migliori ma fa le ricerche giuste per il ruolo.
Per un ruolo “attonito” e abbastanza ritardato vanno bene entrambi, perfetti nella parte del marito che non sa mai nulla e ci arriva sempre dopo.
Figura che tutti noi abbiamo incontrato nella nostra vita e che spesso abbiamo interpretato direttamente.
Probabilmente anche meglio del duo Tom-Ben, nomen omen per i non brillantissimi all american men.
Ad un certo punto viene data la definizione di “sociopatica”, ossia colei che non è empatica, è fredda nel profondo, la manipolatrice senza scrupoli per eccellenza.
Rosamund Pike è perfetta per il ruolo e interpreta, perfino con folli estremismi, l’ultima versione della classica “dark lady” siffatta.
Al netto di qualche forzatura, un gran bel vedere, un finale molto amaro e un basso continuo che descrive nel profondo la falsità e la manipolazione mediatica, altra manipolazione che permea ormai qualsiasi vicenda umana, soprattutto di quelle che sventuratamente assurgono ai fasti della cronaca.
La verità è un optional, antica morale ma sempre disturbante, la buona fede pure.
In questo mondo di pazzi e di veri vampiri Fincher dipinge sempre bene i suoi scenari e questo è il film che mi ha più ricordato “The game” proprio per l’incedere sconsolato, ricco di amarezza, di grande bellezza formale, mentre il mondo intero di una persona si sta sgretolando in maniera quasi surreale, nel gioco di specchi del falso e del vero che si rincorrono fino alla totale sovrapposizione.
Bentornato David.

Struck n. 16

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Questa è una vera chicca.
L’atmosfera d’altri tempi, l’energia di quel periodo, il post punk e la straordinaria fioritura della new wave.
C’è tutto in questi venti minuti scarsi di Xtc in un concertino quasi per amici in Olanda.
Prima degli attacchi di panico di Partridge, prima del ritiro a vita privata, prima di album cesellati, meravigliosi, intrisi di nostalgia e sempre di grande musica.
Qui prevale l’elettricità strana del periodo, perfino la vena istrionica di un Partridge ante litteram, la determinazione di quell’altro, sottovalutatissimo genio che è Colin Moulding.
Musica stranetta anzi che no, come sempre, piena di twists e di varianti geniali.
Si vede bene da dove sono venuti, ma si vede anche meglio che questi militano da sempre in un’altra lega.
Pezzi come “Love at first sight” e altre genialate acide passano via in un lampo.
Se pensate che questa era la musica che facevano i giovinastri emergenti in quei tempi così commoventi e analogici, viene quasi da piangere.
Soprattutto vedendo le giacchette nere e il tono da borghesi arty con un’idea in testa.
Soprattutto oggi dove tutto è estremamente plastificato e programmato, come un codice, come una app.
Nell’82 chiudono baracca e burattini, almeno live, e piazzano, se mi credete, una sequenza di album che i posteri studieranno come le ultime vestigia del pop più scintillante, più raffinato.
Pezzi come questo e questo e mille altre frecce nel cuore.

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