World Cup memories

Mentre il calcio italiano fa ridere nuovamente l’universo mondo con le sue velleità di riforme e di rinnovamento a fronte di un gattopardismo becero e sempre più imbarazzante (ricorda qualcosa?), è utile ripercorrere il recente mondiale già archiviato alla storia per capire le tendenze del gioco più popolare del mondo.
Che ormai il calcio sia assurto al livello di minimo comun denominatore ludico mondiale sembra evidente, soprattutto nella sua versione “nazionale”.
Se la globalizzazione ha reso i club di fatto delle multinazionali di lusso in perenne tour, le nazionali sono diventate dei melting pot di razze e culture seguendo la parallela crescita del fenomeno all’interno dei singoli confini.
Dal punto di vista calcistico, come già intuiva Brera, teorico etnico della prima ora, la mescolanza è un vantaggio che non riguarda ormai solo nazioni naturalmente “miste” come il Brasile.
Il Brasile, appunto.
Questo mondiale, il migliore degli ultimi anni per tanti aspetti, ha rappresentato il mondiale della svolta definitiva, del global football realizzato.
E questo ha inesorabilmente messo in luce i limiti delle vecchie gerarchie e la perdita di importanza del fattore campo.
Se poi aggiungiamo la coincidenza della maturazione definitiva del modello tedesco, simbolo di questa new age, e del declino di talento all’interno della tradizionale fucina brasiliana ecco spiegate contemporaneamente la fine del Brasile come “nazione privilegiata” del mix etnico-razziale e la fine del tabù della vittoria di una europea in terra sudamericana.
La ormai leggendaria mattanza (chiamarla partita normale mi sembra iperbolico) del 7-1 è sicuramente il punto di svolta storico che porta definitivamente nella nuova era, l’Hiroshima del football multietnico e globalizzato.
L’information age e la mescolanza fanno sì che ormai tutti sappiano tutto in tempo reale e che nessuna nazione o movimento, salvo i capricci del caso e del talento, parta in vantaggio rispetto al resto del mondo.
Contano quindi sempre di più programmazione e organizzazione ed è quindi logico il declino (temporaneo, immagino) di grandi potenze storiche lievemente cialtronesche come Brasile ed Italia.
Mentre la Spagna assomiglia più ad un declino ciclico dopo anni di grazia generazionale.
Contano quindi anche i campionati.
Liga, Premier e Bundesliga.
La Germania, poi, erano anni che meritava il massimo riconoscimento e, anzi, il miglior calcio dal punto di vista formale l’aveva espresso, in termini di brillantezza e velocità, proprio nel passato (penso alle due magnifiche cavalcate con Argentina ed Inghilterra nel 2010).
Secondo una vecchia regola non scritta, prima si fa lo show poi si vince con concretezza : qualcuno penserà alla parabola 78-82 dell’Italia bearzottiana.
Una nazionale tedesca lontana dai vecchi modelli, meticcia, veloce, brillante e largamente condizionata dal verbo guardioliano-spagnolo del tikitaka ma in salsa già più avanzata e mutante.
Nel nuovo mondo uno come Van Gaal abbandona antichi dogmi locali e gioca un calcio internazionale “medio”, equilibrato, flessibile, attento difensivamente, che solo qualche passatista poteva pensare impossibile nella terra degli orange.
Come sempre quando arriva la modernità, l’Italia frana.
Una nazionale ampiamente mediocre e sopravvalutata per motivi storici, condotta da un allenatore appena sufficiente non poteva andare molto lontano e dopo la vittoria con l’Inghilterra ero tra i pochi a non esultare, anche perché la mia anima anglofila me lo impediva di default.
Era evidente che la finale europea era stata letta male.
Come in tutti i recenti trionfi il fattore caso e fortuna avevano giocato un ruolo non banale.
Il mondiale del 2006 ad esempio non aveva creato nulla di buono e di derivativo proprio perché non capito e l ‘esultanza acritica aveva, come sempre, obnubilato le menti del popolino tifoso.
La frase memorabile detta profeticamente da un mio amico assistendo alla finale con la Francia, proprio poco prima del pareggio italico (“Adesso segna Materazzi ed è la fine del calcio”), simboleggia una edizione mediocre dove la squadra di Lippi con aiutini arbitrali (Australia), aiutini del caso (tabellone) e un pò di grinta malnata secondo la solita logica al contrario (dopo Calciopoli facciamo pure gli offesi e quindi ci incazziamo) aveva portato ad un mondiale penoso vinto penosamente.
In pratica una sola partita decente, la solita contro la Germania, nazionale che evidentemente fa resuscitare sempre gli animal spirits azzurri, come anche la partita degli Europei recenti aveva dimostrato, anche lì unica partita sensata in un Europeo squallido, finito malissimo con una finale umiliante.
Dopo questo mondiale carioca il mondo sembra aver messo gerarchie più sensate e coerenti.
L’Italia resta quindi coerentemente dietro, grazie anche ad un “movimento”…fermo da decenni, ostaggio del banditismo delle curve (anche qui facili i paralleli politico-partitici), schiavo del gattopardismo e delle larghe intese burocratiche, tecnicamente e tatticamente in retroguardia, economicamente in affanno (eufemismo), culturalmente come sempre disperante, sistematicamente perdente nelle competizioni internazionali anche di club.
I magici anni ottanta sono lontani anni luce.
La retorica grottesca di un Caressa non può quindi coprire la miseria e il gap.
Solo qualche generazione spontanea di talenti potrebbe far rialzare la testa alle due grandi deluse, Italia e Brasile (Thiago Silva un fuoriclasse? Per favore…), perché se aspettiamo qualcosa di sensato e di organizzato mi sa che dovremo aspettare molto.
In questo senso nutro maggior fiducia nella Spagna, una nazione che ha dimostrato di andare oltre i propri limiti culturali storici ed è oggettivamente beneficata da un ciclo positivo di talenti che non sembra finito, come la Under dimostra.
E, aggiungerei, con un sistema interno (Liga etc) che sembra in linea con la modernità.
Da queste parti, come sempre, prevale il sollievo per la fine del confronto col resto del mondo e il felice rientro nell’orgia parolaia del calciomercato perenne e del tifo tra campanili sempre più sbilenchi.
Enjoy autarchia.

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Azzurro tenebra

Che uno come Tavecchio (nomen omen) fosse chiaramente inadeguato alla carica a cui ambisce, soprattutto in questo ennesimo momento di rifondazione del calcio italiano, nessuno poteva dubitarne, perfino per motivi che lambiscono pericolosamente Lombroso.
Il nostro ha poi aperto bocca e tolto ogni dubbio a chi ancora ce l’aveva.
Difficile però stupirsi nuovamente per il letale mix di arroganza, incompetenza, mentalità giurassica, ignoranza e inciucismo familista che ammorba la sedicente classe dirigente del più derelitto dei paesi europei.
La selezione al contrario tipica di questo paese disperante e disperato, eterno nei suoi vizi, continua imperterrita.
Parte dalla lontana democrazia cristiana di una volta e arriva fino alle forze italia (grottesco nome così adeguato alla bisogna) di oggi, che subito infatti si sono schierate con il nostro, in nome della comune appartenenza alla ribalderia fine a sè stessa, quella 2.0 sfrontata e dominante.
E che ha infettato anche il campo teoricamente avverso, in nome di una subcultura dominante che è il tratto più tipico dell’italietta sconfortante di questi ultimi vent’anni.
Che mischia marketing spregiudicato e antichi vizi, dicendo con arrogante aggressività l’inosabile in nome di una presunta schiettezza.
Molti italioti idioti sono cascati facilmente in questa trappola e continuano a cascarci, in nome della comune Weltanschauung (qualcuno poi spieghi loro il significato della oscura parola germanica).
A dimostrazione della tabe eterna che è etnica e culturale, non congiunturale.
Presunto è la parola chiave.
Tutti i colpevoli sono presunti, a dispetto di ogni pur chiara evidenza, perché l’importante è negare sempre e farla sempre franca.
Presunta è la voglia di cambiamento (di riforme, diremmo oggi e sempre) perché il gattopardo corre felice sulle macerie italiche.
Qualcuno, per caso, ha avuto cura di prendere nota delle promesse mirabolanti del premier, con tanto di data certificata, e dei risultati veri?
Ovviamente non l’ha fatto nessuno in questo paese di dementi e, statene pur certi, fra poche settimane partirà l’antica litania del “lasciatelo lavorare, poverino”, che maschera da sempre l’autoritarismo “chiagni e fotti” che ha realizzato in pieno la facile profezia montanelliana.
Allora è utile ripercorrere il libro di Arpino, come da titolo, e vedere nel calcio del 1974, da rifondare cà va sans dire, la galleria di antichi mostri che ritorna, come sempre, non prima del belletto e di un passaggino in tv che non si nega a nessuno.

Serge d’abord

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Ho sempre avuto una latente, insana passione per Serge Gainsbourg.
Il genio assoluto della musica francese del secolo scorso, un incrocio tra Bukowski, Casanova e Dorian Gray.
Come Bukowski un romantico dissimulato sotto una veste cinica e trasgressiva.
Alcolista, tabagista, grande amico delle donne (come recita lo splendido documentario “Serge Gainsbourg, l’uomo che amava le donne”, passato recentemente su Sky Arte) una rara forma di esteta immoralista morale che è passata ormai di moda nel nostro mondo così prosaico e monocorde.
Musicalmente una miniera caleidoscopica, uno di quei musicisti alla Bowie, alla Prince, ossia irrequieti, cangianti, perennemente in cerca di maschere ed ispirazioni, grandi spugne sonore.
Ha visto tutto, ha attraversato tutto e l’ha fatto con un senso dello spettacolo e della provocatorietà che ha precorso i tempi e che ha rappresentato, soprattutto nei magici decenni (60-70-80), la versione in salsa francese del mito della celebrity dissoluta e antiborghese.
Nella sua discografia si può trovare di tutto, dalla canzone esistenziale al progressive, al dub, al rock plastificato, all’avant-garde, al jazz.
Tutti lo ricordano per il suo primo successo planetario, quel “Je t’aime…moi non plus”, inizialmente inciso con la Bardot e poi portato alla gloria con la nuova e definitiva musa e compagna di vita, Jane Birkin.
Spesso e volentieri la sua vita e la sua arte si sono intrecciate a quelle delle donne che di volta in volta beneficava con qualche pezzo straordinario.
Capostipite assoluta BB, a cui Serge ha dedicato un intero album (“Initials BB”) e alcune tracks memorabili come la stratosferica “Bonnie and Clyde”.
Ma vengono in mente anche la Adjani, Françoise Hardy, Juliette Greco, Vanessa Paradis e mille altre.
Con la Adjani incise anche quel pezzo di mimetismo sonoro perfetto che è “Beau oui comme Bowie”, classico fascinosissimo pezzo omaggio, con tanto di chitarra laser e “clap clap” alla duca bianco.
Fino ad arrivare alla donna della sua vita, Jane Birkin, con la quale oltre a vari pezzi “alimentari”, ha concepito un album capolavoro come “Histoire de Melody Nelson”, un’opera di una potenza pari al Battisti degli ultimi anni per profondità concettuale e sofisticatezza della tessitura timbrica, e che richiama le cattedrali sonore pinkfloydiane che fanno da improbabile sfondo alla voce profondamente maudit del ragazzo francese.
Cose rare nell’Europa non anglofona.
Negli occhi della sua figlia Charlotte, attrice feticcio di Von Trier e altri, resiste ancora quello sguardo stropicciato e malinconico che ha ammaliato decine e decine di donne bellissime.
È una fortuna che le donne non diano poi così tanta importanza all’aspetto estetico.
Serge questo l’ha sempre saputo, dall’alto di un carisma inarrivabile.

PPP e il futuro

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Ho visto per caso questo frammento di vecchia televisione dove Pier Paolo Pasolini, assieme a vecchi compagni di scuola, alcuni di minore notorietà, partecipa ad un proto talk show condotto da Enzo Biagi.
A parte la tenerezza e la nostalgia per un certo stile, oggigiorno totalmente assente, e al netto di certe polverosità fortunatamente dissolte, è rivelativo assistere a questo siparietto perché ci racconta molte cose del nostro paese e della sua finta evoluzione.
Molto chiaramente, ad esempio, si visualizza come da queste parti il vero intellettuale autentico (parola che ad un certo punto viene spesa da Telmon per Pasolini : la persona più autentica che abbia mai conosciuto. Appunto) viva una solitudine profonda che diventa, anche visivamente, una esclusione dalla ribalta principale.
Perfino con l’aiuto dei suoi stessi “amici”.
Pasolini dice cose di una lucidità quasi profetica e le dice, come è ovvio, come se fossero cose assolutamente scontate.
Attorno a lui persone anche intelligenti vivono tranquillamente all’interno del “matrix” del tempo senza fondamentalmente capire l’urgenza di certe frasi.
Penso che Biagi, dopo l’editto bulgaro ed altre amenità, avrà ripensato a certe frasi di Pasolini e forse avrà perso, nel tempo, quell’aura di simpatica medietà quasi “democristiana” che gli impediva di andare oltre, da buon borghese “integrato”, come si diceva una volta.
Alcuni, durante la discussione, tentano l’etichettatura forzata, secondo un vecchio costume italico.
Se non sei con noi, sei contro di noi.
Oppure troviamo delle cose tue personali sulle quali attaccarti e denunciare la tua doppiezza.
In realtà Pasolini è quanto di più lontano dall’intellettuale di sinistra “organico” che si possa immaginare.
Marxiano per formazione culturale, avendolo letto per davvero a differenza di altri e quindi avendone colto alcune ineccepibili intuizioni, il suo apartitismo ed il suo non ideologismo sono evidenti.
Ragionare sulle cose senza ipocrisie, andando oltre i facili paraventi e i giochini interessati della “speranza” e del wishful thinking a tutti i livelli, porta fatalmente all’anarchismo e all’agnosticismo.
Il ragionamento sul potere, sulle sue manipolazioni, sulle sue armi (la televisione), sul capitalismo e il consumismo di massa è assolutamente perfetto.
E prefigura l’Italia che sarebbe arrivata, che probabilmente gli avrebbe fatto orrore e contemporaneamente avrebbe confermato in maniera quasi didascalica l’ovvio che teorizzava senza nessuna spocchia.
Oggi l'”épater le bourgeois” dei talk shows è delegato a banali complottisti di quart’ordine o, peggio, ad urlatori di sesta categoria.
Quanta forza invece in questo ometto disincantato e assolutamente lucido in un mondo di creduloni.

Globish

Sono un ottimista.
Nonostante tutto e a dispetto di ogni nefandezza che l’oltraggiosa fortuna (per dirla col Bardo) si incarica di sciorinarci, l’approccio è sempre quello del “metterci mano” e impegnarsi per migliorare la propria sorte.
Non che a lungo termine non resti pessimista.
Keynesianamente “a lungo termine saremo tutti morti” e peraltro non amo indugiare sulle spiagge del “wishful thinking” più irrazionale.
Più che altro lo trovo una perdita di tempo. E una posizione inconciliabile con la vera onestà intellettuale, che non ama le scorciatoie e gli ideologismi fideistici troppo facili, visto che nessuno di noi davvero ne può sapere qualcosa.
Ma ciò non mi impedisce l’approccio positivo nel breve che, se ci pensate, è l’unica cosa che possiamo realisticamente fare, visto che il passato è passato, nonostante “si ripresenti” come una cena andata a male spesso e volentieri, e il futuro sia visto spesso come una costante ansiogena minaccia, se ci si lascia prendere troppo la mano.
Applichiamo tutto questo alla politica ed alla economia mondiali attuali, la declinazione globalistica che è il capitalismo attuale.
Le crisi economiche riportano a galla, come funghi velenosi, tutti gli estremisti del mondo.
E quindi non manca in questo triste periodo una pletora di personaggi strani che dicono ogni cosa, complici la smemoratezza degli uditori e il baccano della comunicazione che copre ogni tipo di voce.
In genere amano trovare capri espiatori facili (gli immigrati, i cinesi, le banche e così via) oppure affidarsi a teorie cospiratorie varie dandole per scontate.
La realtà è talmente complessa che in parte li perdona perché una parte di verità spesso si trova in qualsiasi voce, perfino la più improbabile.
Ma è la teoria sottostante che smaschera l’ideologia e il partito preso, cose che allignano come una mala pianta in ogni lido del mondo, soprattutto da queste parti, come ultima Thule del guelfo ghibellinismo che è il DNA di questo popolo di confusi.
Un bersaglio facile è oggi la globalizzazione.
Niente di più generico e impreciso per lanciare i propri strali.
D’altronde questi personaggi non arretrano certamente di fronte alle realtà macro, non si lasciano spaventare dall’evidente sproporzione tra le proprie armi conoscitive e l’immensità spazio-temporale del confronto.
Sono in genere i filosofi e i teologi anche dell’aldilà, che cercano di spiegarti, mentre tu trattieni il riso e il compatimento, esattamente quale è il senso della vita, cosa succede e come, agitando, spesso, un libro (scritto da uomini) come prova indubitabile.
Il trinomio Dio-Patria-Famiglia li agita e li corrobora, felicemente ignari del fatto che i peggiori massacri della storia, questi sì davvero quantificabili, sono stati perpetrati proprio nel nome di un dio qualsiasi o di una patria (ultimo rifugio dei farabutti, come felicemente diceva qualcuno).
Si ignora che è proprio la tragedia dei nazionalismi, dei pregiudizi, dell’ignoranza, anche razziale, di un mondo piccolo e astioso che ha portato “filosoficamente” alla creazione dell’ONU e della UE e quindi alle basi politiche sacrosante della globalizzazione.
Si tende a dimenticare che è tipico dell’uomo sperare che la storia si fermi al giro giusto per sé stessi.
Come si stava bene quando la classe media europea prosperava e il mondo extraeuropeo non osava farci concorrenza, magari pure sleale, perché non aveva la forza economica che ha adesso.
Conosco anche inglesi che hanno ancora nostalgia dell’Impero.
Posso anche capirli e sono anch’io lievemente nostalgico dell’epoca del fardello dell’uomo bianco, ma ora è un mondo veloce, interconnesso, soprattutto grazie alla tecnologia e alle comunicazioni, ed è un mondo che non si esaurisce certo nella vecchia Europa ed è per questo che la UE è fondamentale.
Come tutti i cambiamenti profondi non sono perfetti (quale epoca storica si può definire ideale? Lo diciamo oggi solo perché non abbiamo vissuto davvero in quell’epoca…), sono convulsi, spesso contraddittori ma negarli di principio in nome di un presunto passato aureo oltre che antistorico è miope.
Basta guardare cosa è diventata la mia amata lingua inglese.
Anch’io snobisticamente amo le inflessioni oxbridge e, quando mi capita, cerco di parlare un inglese quasi demodè.
Ma non per questo non amo la deriva attuale, dove la lingua del Bardo è diventata il “globish”, una specie di vulgata da Impero Romano, declinata in mille inflessioni e in mille varianti, anche buffe.
Una lingua per un mondo che nonostante tutte le cervici ristrette e i paraocchi locali cerca di dialogare senza pregiudizi, senza razzismi e senza preconcetti.
Non mi sembra poco, affatto.

Cherrypicking n. 17

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Ultimi bagliori di brit pop?
L’antica arte albionica di cesellare pop magico e meraviglioso, sotto varie forme, non è mai tramontata veramente dai primi anni sessanta.
Rappresenta quella spinta che più di ogni altra ha elevato la musica “commerciale”, il pop-rock, da arte minore a vera e propria colonna sonora dei nostri tempi, vera e propria musica per le menti moderne, più del jazz stesso, eternamente e sontuosamente derivativo, o tantomeno della classica, sempre più confinata nell’elitarismo della musica contemporanea, apprezzata solo da qualche maniaco come me.
Eppure…questi anni 2000 stanno facendo vacillare molte certezze.
Sempre più rarefatta la musica di qualità, sempre più frammentato il panorama, perfino Britannia non manda più i bagliori di una volta, o perlomeno non con la stessa frequenza, per attardarsi nel rap, nel pop plastificato tanto di moda oggi, e in mille altre derive drammaticamente non decisive.
Dall’albero maestro dei Beatles, dei meravigliosi Kinks fluisce la corrente maestra, con mille epigoni, tra cui amo ricordare i più grandi, gli Xtc, forse il gruppo più genuinamente “inglese” di tutti i tempi, degni figli del gruppo del grande Ray Davies.
E si sono appaiate le due derivazioni del “progressive”, il romanticismo visionario in musica, con gruppi inarrivabili come Genesis, Yes, tutto il grande filone di Canterbury, e del decadentismo arty (dai Roxy fino ai Japan, e oltre fino a Spands, Durans…).
Negli anni ’90 “brit pop” è diventato un brand, un marchio, secondo le regole del tempo.
E ha visti contrapposti Oasis e Blur, due epigoni derivativi, di alterno livello, ma soprattutto molto diversi fra loro.
Nel deserto che già negli anni ’90 si vedeva distintamente arrivare, capisco bene che la musica dei simpaticissimi fratelli Gallagher, sia stata vista proprio come un’oasi in un mare di musica inutilmente irritante.
Sono, direi, l’ala lennoniana del post brit pop, come icasticamente espresso dal finale di molti loro concerti, nel quale scendeva spesso una enorme tela con l’effigie del grande occhialuto al quale si inchinavano rispettosamente tutti i componenti del gruppo.
Meno morbida, più rock e meno incline ai compromessi.
Blur, fedeli al nome, sono più confusi ma, spesso, anche più interessanti.
Ridurli all’ala “maccartiana” della filiazione “fab” mi sembra abbastanza riduttivo.
In realtà in loro e soprattutto nel leader Damon Albarn risiede un’anima inquieta, aperta a molte influenze, passibile di grandi cambiamenti come l’ultimo album “solo” del nostro dimostra.
Un album che ha la malinconica, nostalgica tristezza dell’uomo intelligente.
Al di là degli ultimi fuochi degli epigoni dove vedo, anche episodicamente, il futuro di questa eterna corrente?
Lo vedo in Syd Arthur, un gruppo che già nel nome ha le stimmate dell’ispirazione (Barrett…), che ha tra i componenti il nipote di Kate Bush (!), che suona il violino, ovviamente (buon sangue non mente mai), come in una continuazione dinastica che già la seconda parte del nome fa presagire (Arthur, appunto) e che ha impresso a fuoco il logo “Canterbury” sulla loro musica così antica e così stranamente moderna.
Lo vedo in Spacehotel, un quasi misconosciuto single act di un britanno con cui interagisco su Twitter, degno e spesso sontuoso epigono dell’ala “decadent-arty”.
Sembrerebbe che sia lecito sperare ancora nella grande isola.

Molière in bicicletta

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Devo avere qualche conto in sospeso con isole e biciclette.
Andavo pure in vacanza, e l’ho fatto per anni, nell’unico posto in Italia dove il verde, la privacy, la sicurezza e le bici la facevano da padroni.
Un’isola.
Per non parlare del mio amore per l’isola per eccellenza, la Gran Bretagna.
Insomma un posto molto poco italiano.
Il film in questione è ambientato nell’Île de Ré, un’isola affascinante sull’Atlantico, collegata alla terraferma da un ponte, ricca di dune, canali, paludi, posti strani.
Mi ha ricordato davvero la mia isoletta vacanziera al suo meglio.
E parla anche di teatro, di un attore affermato, più giovane, ovviamente “venduto” alla televisione e ad una serie nazionalpopolare che l’ha reso celebre, che cerca di coinvolgere l’antico maestro, ritirato a vita privata, isolato, aristocraticamente arroccato ai grandi del passato e ad una cultura che non esiste più.
Un film così non poteva non piacermi.
Soprattutto perché è l’ultimo giocattolo interpretativo di un grandissimo come Fabrice Luchini, uno dei giganti della recitazione europea.
Un attore sontuoso, capace di tutto, di mille sfumature, autentico chirurgo delle emozioni, dotato di un talento inarrivabile.
Si sente molto Molière e si seguono le complicate vicende delle prove di lettura dei due diversissimi personaggi.
Il riluttante Luchini tiene sulle spine fino all’ultimo Wilson, perfettamente in parte, sulla sua decisione di “rientrare nel mondo”, anche se attraverso la porta stretta e poco illuminata di un teatro.
Comme d’habitude sarà una donna a “concludere” la vicenda per loro, sfociando in un “non lieto fine”, che rassicura sulla bontà di questo piccolo gioiello filmico.
Parafrasando una persona a me cara, “certamente non un film adatto ai ragazzotti che si fanno i selfies nei bagni dei multisala”.
Come spesso capita in terra francese, un piccolo film che è, nel suo raffinato understatement, un capolavoro.

Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio

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Le meravigliose prolusioni su Sky di quel raconteur di gran classe che è Federico Buffa hanno accompagnato i miei giorni di avvicinamento ai Mondiali, evento che in altre ere geologiche della mia vita attendevo quasi messianicamente.
Era IL vero evento sportivo, amplificato dalla rarità dell’evento stesso (come le Olimpiadi) e da una cornice, un mondo, indubitabilmente più romantici e meno inflazionati mediaticamente.
La splendida frase di Mourinho è stata il naturale cappello ai racconti di Buffa, una frase rivelativa non solo dell’intelligenza nativa, superiore, del portoghese ma anche una frase applicabile praticamente ad ogni ambito umano.
Perché nella vita esistono i soldatini più o meno inconsapevoli ma fortunatamente anche quelli che hanno una visione dall’alto, quasi extra personale, che fa comprendere l’importanza della cultura e di una visione più ampia per fare meglio qualsiasi compito, anche il più semplice.
Buffa sicuramente appartiene a questa seconda categoria e la sua dialettica curiosa, ricca di cultura e sensibilità autentiche, è una vera gioia ed eleva l’umile football a categoria del pensiero, snodo sociale, segno dei tempi.
Anch’io ho i miei ricordi, come tutti.
Il primo mondiale televisivo in diretta della storia è anche il primo mondiale di cui ho vaghi ricordi.
1966. In Inghilterra. Quest’isola è proprio un turning point perenne nella mia vita.
Il primo mondiale davvero vissuto è quello, leggendario, di Mexico ’70.
A mio avviso, assieme a quello dell’82, il mondiale più emotivamente leggendario per un italiano, e non solo per motivi sportivi.
Talmente iconico che per anni il mondiale di calcio è sempre stato chiamato “Mundial”, riecheggiando l’ambientazione linguistica spagnola dei due mondiali per eccellenza.
Anche calcisticamente, a mio avviso (e non solo), le due nazionali più archetipiche e forti della storia.
Ricche di uomini, di grandi storie, di friulani di ferro e toscani, della consueta sapienza difensiva italica, del magico equilibrio di cui ha pontificato per anni Brera, dei maggiori talenti della storia del football tricolore.
Nel ’70 le immagini sgranate del bianco e nero, gli orari insoliti, la consueta crescita eroica della squadra…tutto ha contribuito al mito, incluso questa canzone che nasconde postumamente in sé il segreto di quell’epoca felice in maniera diabolica.
Mexico ’70 è anche il mondiale della epica Italia-Germania.
Devo a mio padre, come sempre compagno di grandi visioni calcistiche e non solo, il poter dire : io c’ero.
La sera dell’incontro ricordo con chiarezza un nubifragio e conseguente blackout nella zona dove abitavamo.
Andai a letto partendo dall’ingenuo presupposto di rinunciare alla partita.
Ovviamente mio padre non ci pensava nemmeno e mi svegliò nel pieno della notte comunicandomi l’insano proposito di portarmi dalla nonna a vedere il match.
La nonna abitava a 10-15 km, era fuori dal blackout e in epoca pre-cellulare potete immaginare bene cosa potesse comportare la cosa.
Superato lo shock la nonna ci presentò un brunch ante litteram notturno sontuoso (le nonne di una volta e la cucina : un rapporto quasi carnale) e seguì con noi con tanto di urla finali una delle partite oggettivamente più incredibili della storia del gioco, una vera epopea.
Quella nazionale ricca di campioni ormai stremata perse la famosa finale dell’Azteca con un Brasile atomico, una delle macchine da calcio più geniali e belle mai viste.
Nel 1974 ero ormai un fan e ricordo bene la tragicomica partita con Haiti (in montagna con la scuola) seguita dalla fascinazione orange della prima grande Olanda e la delusione per la finale persa con la Germania.
Mi andò di traverso la pizza con i parenti e iniziai la mia lunga abitudine all’idea difficile che il mondo non si incarica di renderci felici (copyright : mia moglie) e che la determinazione feroce è anche fortunata e spesso supera il talento, la spensieratezza, il romanticismo.
Tutto questo calcisticamente si declina con un altro grande aforisma, quello del britanno Lineker : “Il calcio è uno sport semplice: si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi”.
Nel 1978 il mondiale triste e truccatissimo dell’Argentina militarizzata vide soprattutto la nascita della nazionale bearzottiana, un uomo che ha meritato interi romanzi, come quello splendido di Garanzini, un altro della categoria di Buffa.
A detta di molti la miglior nazionale mai vista, secondo me il prologo di una nazionale giunta a maturazione con l’82.
L’82, appunto, per molti di noi IL mondiale.
E non solo per la vittoria insperata e leggendaria di una nazionale straordinaria.
Le epiche partite con Brasile ed Argentina, l’inizio del miracolo, le vidi in religioso silenzio e senza distrazioni con mio padre, con apposite uscite anticipate dall’ufficio e preparazione psicofisica come per un impegno diretto.
E un dialogo tecnico continuo tra di noi davvero monumentale.
Per la finale invece tutti divisi, con rispettivi gruppi di amici, e i miei in pieno delirio a festeggiare perfino in Piazza Duomo a Milano.
L’86 è il ritorno in Messico, meno romantico, più consapevole : ovviamente il mondiale di Diego Maradona, un mondiale vinto quasi praticamente da solo.
Quasi come quello del ’90, quello italico.
Nella terra dei borboni e dei barboni non manca mai, nelle grandi occasioni, il consueto gusto nazionalpopolare, secondo me rappresentato appieno dall’orrenda canzonetta che tutti ricordano, altro che Mina e il samba jazz della piacevole ossessione del ’70.
E in un certo senso anche da Schillaci, versione “popular” e incompiuta del Paolo Rossi del mundial.
Per me e la mia generazione il mondiale di passaggio.
L’Italia, come dice giustamente Buffa, era un paese depositario dei suoi consueti problemi ma fondamentalmente all’apice finale del suo benessere iniziato nel dopoguerra, alla vigilia del terremoto Tangentopoli (rivelatosi ovviamente poi illusorio nella sua palingenesi) e calcisticamente al top di tutto.
Tutti i campioni venivano da noi, ed erano fuoriclasse assoluti come Platini, Maradona, Matthaeus e mille altri, i club dominavano le coppe e gli stadi erano sempre pieni e non ancora devastati fino in fondo, come adesso, da hooligans, degrado e crisi economica.
L’Inghilterra, invece, era alla vigilia della svolta : dagli hooligans e dal bando delle competizioni alla rinascita e alla Premier moderna, ricca di campioni, di stadi meravigliosi e della consueta civiltà sportiva anglosassone che si riprende il gioco.
Mondiale di passaggio appunto, dall’infanzia più o meno prolungata alla vera vita adulta.
Vidi anche la mia prima e finora ultima partita di un mondiale live : quel quarto, Germania-Cecoslovacchia, al quale partecipai con grande emozione e che mi mise al cospetto dei futuri campioni del mondo (i tedeschi : potevamo dubitarne?).
1994 in Usa : le follie e la fortuna smisurata del sopravvalutatissimo Righetto Sacchi, le polarità zona-uomo della critica nostrana guelfoghibellina, il caldo epocale, un mondiale vissuto quasi in vacanza, sul lago, con un amico appassionato.
Lunghe sessions di videogiochi calcistici e serate birra-anguria secondo tradizione.
Eravamo già nel nuovo mondo.
1998 : il mondiale della Francia, il calcio champagne di Zidane e Deschamps, più concreti dei grandi del passato (Platini-Giresse-Tigana : uno dei centrocampi più visionari della storia), e il mio tifo sfrenato per loro contro il Brasile di Ronaldo, fino alla non scontata vittoria.
2002 : un mondiale già stranamente globalizzato, in Corea, ampiamente pilotato, con semifinaliste bislacche come Corea e Turchia. Finale vista in vacanza con gli amici come 4 anni prima, sulla mia isoletta italiana di elezione (lunga storia…), finale insolita tra un Brasile ronaldiano all’apice e una Germania che iniziava a rialzare il capino dopo anni di insolita mediocrità.
2006 : il mondiale della più fortunata Italia di sempre, brutta, non simpaticissima, una finale vista con un certo freddo aplomb nel solito posto vacanziero, nonostante la vittoria storica.
Per molti di noi uno dei mondiali che più ci hanno fatto notare il distacco emotivo rispetto al passato e non solo per l’arrivo tardivo della maturità ma anche per i meccanismi di un mondo, quello odierno, che non è fatto per creare epopee ed emozioni vere, non plastificate.
A parte la consueta vittoria con la Germania, una specialità tutta italiana, bestia nera dichiarata di una delle nazioni più vincenti ed ostiche di sempre, sulla falsariga di quello che sarebbe successo perfino all’Italia piuttosto mediocre di Prandelli dei recenti Europei.
Anche lì una sola partita buona in mezzo a noia e mediocrità dilaganti fino alla squallida finale con la Spagna, una delle figuracce peggiori, imho, della storia del calcio italiano.
Che avevano pure vinto i mondiali del Sudafrica del 2010, appunto, mondiali globalizzati, discretamente dimenticabili e con l’Italia peggiore di sempre.
Visti a casa, con rituale blackout, ma a mille miglia emotive da quel 1970 e da “quel” blackout.
E il cerchio si chiude.

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Dopo elezioni europee.
A livello mediatico nulla di nuovo sotto il sole.
Renzi che sottolineava con forza il non legame tra europee e politiche, ora rivendica con forza il plebiscito.
I comici giornaletti, impropriamente venduti come quotidiani, sottolineano la tenuta di b, puramente legata al suo sforzo personale, a fronte dell’ennesima slavina di voti persi.
Prima delle elezioni, inutile dirlo, il minimo sbandierato era il 20%.
Tutti si accaniscono prevedibilmente contro Grillo e il M5S, giustamente individuati come unica vera opposizione e voce fuori dal coro.
Anch’io, come tanti, ho sbagliato previsioni.
Pensavo ad uno scenario più di transizione dove tutti più o meno tenevano in questo tripolarismo improprio che è diventata la politica politicante italiana.
Sottovalutavo il laurismo automatico dell’elettorato italiota, in piena fase di innamoramento dell’uomo solo al comando, come sempre.
Dalle scarpe di Lauro al milione di posti di lavoro e ai contratti (puntualmente disattesi), dalla farsa dell’IMU agli 80 euro.
Franza o Spagna.
A proposito proprio di Europa, altrove, come sempre, una vera opinione pubblica, meno incline al conservatorismo fiacco e stanco dell’eterna DC (oggi : il PD), pur avendo una classe politica nettamente superiore alla nostra (e qui ci vuole ben poco), è più incline a giudicare il potere senza compromessi, facendo spesso vere rivoluzioni.
Purtroppo le fa, questa volta, verso l’estrema destra e l’euroscetticismo (eufemismo) che è l’ultimo cavallo di una parte ideologica nata per creare capri espiatori continui.
In Italia M5S è stato davvero l’argine sociale contro questa deriva ma la parziale revanche della Lega, nella sua improponibilità, fa presagire scenari ben più foschi.
E d’altronde uno degli errori del Movimento è stato, secondo me, proprio la posizione ambigua, irrisolta verso l’Europa.
Con sfumature euroscettiche di comodo che personalmente ho sempre trovato sbagliate.
Il paradosso per noi “euroconvinti” è che questo scossone migliorerà il progetto, perché una forte critica e una vera opposizione, perfino quando è becera, migliora sempre i più accorti.
Renzi stesso ne sta beneficiando.
Renzi, appunto.
Abile, parolaio, spregiudicato, con l’idea che la verità sia un optional.
Perfetto erede del suo predecessore, pacchetto già pronto, in salsa giovanilistica, per l’ennesimo ducetto da dare in pasto ad un pubblico (spiace chiamarlo elettorato) di bocca buona e incline al personalismo più irriflessivo.
Lo slogan furbesco del “io faccio, gli altri protestano e basta”, ancorché falso ha funzionato.
D’altronde “populismo” è un insulto che viene sempre utilizzato contro l’avversario pur restando la strada maestra di tutti i politici, inclini sempre più a vellicare la pancia dell’elettorato per farsi meglio i fatti propri.
Forse questo è il motivo principale per cui non potrei mai essere un politico.
A dispetto dei molti tifosi e dei molti ideologi, i partiti sono taxi che si prendono per fare cose e in genere hanno lati positivi e lati negativi.
Si vede che in fondo l’italiano medio ama l’orizzonte geografico in cui si muove la macchinetta e non intravede scenari diversi.
Continua inoltre il censimento sulla psicopatia berlusconiana.
Ora è al 16%.
Pare inferiore al reale perché sembra ci siano stati molti annullamenti dovuti alla scrittura compulsiva del nome sulle schede.
Particolare grottesco perfetto.
Personalmente sono sorpreso non del tracollo, come dovrebbe essere, ma del fatto che esista uno zoccolo duro (di cervice) a questi livelli.
Ma, si sa, sono un inguaribile ottimista, perfino vivendo in questo paese senza speranza.
In un recente post parlavo del fatto che i veri antiitaliani, ossia la percentuale reale di chi si sente straniero in patria per motivi prima di tutto culturali, raggiunge al max. il 20%.
Casualmente la percentuale di M5S, ma non voglio trarne una conclusione a tutti i costi.
Indubbiamente però l’italiano medio esagera in lamentazioni ma poi chiede un comodo strapuntino, la consueta minestrina di lenticchie anche low cost.
E se proprio deve coltivare degli estremismi, li coltiva a destra, dove il suo conservatorismo etimologico trova sbocchi naturali, culturali.
Questi ultimi vent’anni hanno spiegato ben bene al colto e all’inclita come funziona da sempre il paese dei campanelli.
Se proprio devo fare una previsione non richiesta per il futuro, fermo restando che gli scenari comunque cambiano più in fretta del passato, ora la corsa nel centro dx sarà la ricerca del Renzi da contrapporre a quello del PD : giovane, abile, mediatico, coalizzatore, spregiudicato, ovviamente indifferente ai veri temi di fondo.
E si tornerà ad un bipolarismo quasi inevitabile.
Sullo sfondo la grande massa degli astenuti, per buoni o cattivi motivi, che guarda l’eterno teatrino.

Confronti

Il problema è che adesso, più che mai, la rete e l’informazione abbondante permettono dei riscontri immediati, permettono un confronto che mette al muro qualsiasi tentativo di mistificazione e di provincialismo.
Anche se gran parte della società italiana è fatta da persone talmente imbevute di ignoranza e ideologia da rifiutarsi di vedere l’evidenza.
Non c’è come una campagna elettorale, ufficiale, non permanente come capita da sempre qui, per accentuare il disagio di essere in questo paese.
Se guardiamo solo la settimana scorsa sono “successe” talmente tante cose sgradevoli e insensate che la sola visione dei giornali e della televisione rende difficile la digestione.
In testa alla classifica la schiera di droni, spesso ultimamente femminili, sia del PD che del PDL, maestrine dell’ottusità e della testa che viene scossa ritmicamente a favore di telecamera come a simulare comprensione vera e quindi dissenso motivato.
Io le chiamo le regine naysayers, ultima incarnazione del delirio politichese italiota.
Il mondo fatto alla rovescia ha un grado di pervasività tossica che fa male a livelli quasi insostenibili e gli esempi “impossibili altrove” sono infiniti.
Diventa difficile quindi sostenere la famosa autoconsolatoria teoria del “bel paese” e della “brava gente”, già ampiamente ridicolizzata dalla storia (sempre che la si conosca).
L’italiano medio ama molto lamentarsi ma in fondo in fondo ha una visione nettamente sopravvalutatoria del paese in cui vive.
La forma più sofisticata di campanilismo è quella sottilmente autoconsolatoria nazionale.
Al di là del basso continuo della lamentela, alimentata da una politica e da una società in genere che forniscono inesauribili motivi di sdegno.
Col tempo ho quindi imparato a fare la tara e a distinguere il vero antiitaliano, quello profondo, quello sofferente per davvero dal solito italiota “chiagni e fotti”.
La percentuale di connazionali che vivono davvero come in esilio, consapevoli della gravità del tumore culturale, eredi di una lunga tradizione anche di letterati, di artisti, di politici ed imprenditori fuori dal coro, secondo me non supera il 20% della popolazione.
Una cartina di tornasole della visione miope nazionalpopolare sono cibo e valutazione “turistica” dell’Italia.
Provincialismo e campanilismo, due delle peggiori zavorre mentali del paese, giocano qui un ruolo preponderante.
L’italiano medio pensa di vivere nel paese più bello del mondo (la retorica permanente dell’ “80% delle opere d’arte del pianeta sono qui”) e dove si mangia meglio.
E gran parte di questa popolazione, restando qui o uscendo male, ossia con il paraocchi mentale, resta convinta di queste due sciocchezze.
Non c’è dubbio che l’Italia abbia una grande tradizione gastronomica e che sia uno dei paesi con più storia “evidente”.
Ma questo ovviamente non esclude che altri paesi, soprattutto in Europa, siano tranquillamente paragonabili, con la differenza che altrove il livello culturale e sociale siano tali da valorizzare al meglio i patrimoni.
E con la non piccola differenza che in quasi tutti gli altri parametri di “benessere” (in senso lato) siano anni luce avanti.
Regna il paradosso che ho sempre evocato all’estero : vedere opere d’arte italiane fuori dai confini nazionali è in genere il modo migliore per vederle.
Onde evitare le mille tragedie pompeiane di turno.
Una notizia : l’Italia NON ha, peraltro, l’80% delle opere d’arte etc etc…è un calcolo sbagliato, ma è un calcolo litania che serve sempre nell’eterna retorica del dibattito politico italiano.
Sul cibo, poi, la grande forza dell’Italia, la varietà legata alla cultura contadina “povera”, sta velocemente diventando, in epoca di globalizzazione sofisticata, un limite.
Al punto che la vera enogastronomia italiana viene “preservata” da figure a tutti note, ad esempio Carlo Petrini, perché la sciatteria e la cialtronaggine culturale e sociale del paese che la ospita, la sta seriamente mettendo a rischio definitivamente.
Nel mondo si mangia bene ovunque, come chiunque abbia girato per davvero sa, è solo una questione di budget, ma soprattutto di occhio lungo e cultura.
Ad esempio la banale cultura di “sapere” le varie gastronomie e non cercare, secondo il classico meccanismo beota, lo spaghettino a Kuala Lumpur.
Nel paese degli “omnia immunda immundis”, pensare male è uno sport nazionale.
In questo cupo declino non stupisce che l’emigrazione dei giovani, da economica stia diventando culturale.
Basta leggere le testimonianze in rete di moltissimi giovani italiani.
Al netto delle nostalgie per amici e parenti (un classico inevitabile), la distanza e l’immersione in mondi diversi acuisce il disprezzo per la madre patria e amplifica una visione esatta di un paese già marcio di suo, ma, dopo questi ultimi, terrificanti vent’anni, completamente perso ormai per ogni discorso moderno e sensato.

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