Il periscopio e il cockpit

C’è una app che sta spopolando in questi giorni e che dà vera “addiction”, soprattutto per i vecchi cultori delle webcam (quorum ego) o, più prosaicamente, per i fanatici dei social di tutte le risme.
Si tratta ovviamente di Periscope, una app di live streaming ossia una non novità in termini assoluti ma, come capita spesso ad Apple, la versione giusta, semplice, perfetta, vendibile, dell’idea di trasmettere in tempo reale da ogni parte del globo qualsiasi cosa.
I fortunati fondatori hanno parlato di “invenzione del teletrasporto” e, devo dire, al netto del marketing, le possibilità e l’interattività sembrano infinite.
Soprattutto quando il “broadcaster” risponde a voce alle sollecitazioni via chat dei partecipanti, spesso bislacche.
Il mio vecchio cuore di giornalista e fanatico video esulta all’idea del reporting che questa app veicola e il fatto che l’esplosione recente di un palazzo a New York sia stata “allertata” e vista in tempo reale prima su Periscope che sul web tradizionale (già recentemente considerato velocissimo rispetto ai media tradizionali) racconta del futuro, anzi del presente delle news.
Privacy?
Un falso problema.
Non si sbaglia : in questo mondo dominato da molte tare tra cui il legalismo, più se ne parla di una cosa e meno in effetti viene protetta e tutelata.
Il numero di telecamere fisse oggi presente nelle città (e non solo) del mondo è tale che, per citare un recente, vicino esempio di cronaca, la ricostruzione video di un incidente stradale mortale è stata possibile grazie al report incrociato di varie fonti visive, escludendo per ora i passanti dotati di smartphone.
E questo numero è in aumento.
Per i distopici una conferma dell’orwellizzazione della nostra società.
Per i tecnofili moderati come me una conferma del fatto che ormai siamo in un mondo così e quindi è inutile parlare di privacy.
Bisogna coltivare con accuratezza la propria immagine sui social, usarli e non esserne usati, contro le derive deliranti delle giovani generazioni, ma senza farsi troppe illusioni.
Fa impressione quindi in un mondo siffatto l’impressione old style della ricostruzione “solo audio” o la esasperazione del concetto di privacy sulle info sanitarie emerse dal recente disastro dell’aereo Germanwings.
Penso che questa tragedia paradossalmente invochi anche nel trasporto aereo, un ambito nel quale la tecnologia domina, più tecnologia, soprattutto audiovisiva e di controllo remoto, due fattori dei quali noi vecchi amanti dello sguardo sul mondo “pilotato” da casa siamo stati inconsapevoli pionieri sul web.
Anche per proteggerci dall’insano narcisismo, soprattutto in punti sensibili come una cabina d’aereo, e poter sviluppare, in dosi omeopatiche, quel piccolo narcisismo warholiano che ogni social promuove in forme sempre più articolate e capillari.

Still talking

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Il buon Massarini, sempre ghiotto e curioso di ottima musica (e non solo) recentemente nel suo programma ha fatto vedere questa assoluta chicca.
Talking Heads a Roma, al meglio della loro forma, in piena era post “Remain in Light” (sì, ha ragione Massarini, uno dei migliori dieci album di sempre), a spezzare il pane della conoscenza per la consueta audience italica, tutta coretti calcistici ed entusiasmo abbastanza inconsapevole.
Il gruppo sul palco, allargato e potentissimo, è una macchina da guerra ritmica con la ciliegia finale di Adrian Belew in controcanto chitarristico, uno degli dèi dello strumento, autentica testa pensante del rock angloamericano dell’epoca, con i King Crimson, Bowie e mille altri.
Lo vidi con il Duca nel Sound+Vision tour, un tour di rara eleganza e pulizia formale, e fu memorabile.
Gli stessi Heads li vidi dopo questa fase, in uno dei famigerati concerti al laghetto di Redecesio, immortalati sarcasticamente da Zappa in un suo famoso album e leggendari per disagi, zanzare, lacrimogeni e meraviglie varie.
La musica di quest’ora scarsa è davvero oro distillato.
Il consueto frullatore acido ritmico creato da menti superiori dove c’è di tutto, dall’elettronica avantgarde newyorkese alla Eno al blues al tribale, in dosi perfette, come in una magica ricetta.
Venuti a sciacquare i panni nel fiume della tradizione black americana (Take me to the river, appunto), gli Heads sono e restano uno degli apici della musica rock, ancora incredibilmente attuali, postmoderni e globalizzati.
Con la chicca del “cantante nevrotico”, un vero intellettuale a tutto tondo, David Byrne, uno dei grandi geni della musica degli ultimi trent’anni.
Una Tina Weymouth al basso mai così ieratica e concentrata per stare dietro a questo treno di musicisti in fuga a 2000 all’ora, ingentilisce un palco dove il rock supremo mentale, newyorkese, sposa la ritmica più selvaggia e cronometrica.
E dopo poco parte il treno con “Drugs”, “Crosseyed and painless”, “Houses in motion” per finire con “The great curve”, cibo per la mente e acida filastrocca che potrebbe andare avanti all’infinito.
Stratosferici.

Sacro denaro

Il documentario di John Dickie dato recentemente su “History Channel” non dice nulla di nuovo per chi, negli anni, ha voluto semplicemente guardare in faccia la realtà del Vaticano e della Chiesa senza i paraocchi di una fede intesa male, ossia come difesa dai nemici ad oltranza.
Certi giornalisti anglosassoni, con la loro “ingenuità” nativa e con la professionalità senza sconti così sconosciuta nel paese dei media servi, hanno più volte fatto inchieste sia sulla mafia, sia sulla politica nostrana, sia sulla Chiesa, ossia sulle vere troike di potenza senza controllo dalle quali bisognerebbe guardarsi, stupendosi perché cose eclatanti per chiunque si informasse un minimo non fossero aggredite dal gregge belante che sarebbe il primo, in teoria, a dover difendere la Chiesa dall’interno e dai mali evidenti che la corrodono.
In realtà solo con Bergoglio, con la consueta ipocrisia connaturata alla religione cattolica, i fedeli, soprattutto quelli più integralisti, si sono accorti che le menzogne di copertura e le cortine di fumo per anni dispensate ad arte, usando anche a sproposito la dottrina, sono apparse ormai indifendibili anche all’interno della Chiesa stessa e dei suoi vertici.
Personalmente, pur credendo nella integrità personale del nuovo papa, odiatissimo dai gruppetti di sette vincenti degli ultimi anni, integralisti, inclini al lavaggio del cervello, illiberali, affaristi, non ho molta fiducia nella capacità di rinnovarsi vera ed intellettualmente onesta della macchina vaticana e della Chiesa così come è concepita.
So che Bergoglio ha allontanato molte persone e molte ne sta convincendo facendo leva, astutamente, sul ruolo del marketing per mantenere il potere vero.
Ma dubito fortemente che sia lui, da solo, a poter cambiare nel profondo gli “animal spirits” e le logiche interne, più probabile che venga in realtà strumentalizzato dalla gran parte dell’apparato, grazie alla sua genuinità francescana e quindi al suo appeal pubblicitario di massa.
La recente uscita di Bergoglio sul veloce pontificato e sul fatto che entro 4-5 anni si farebbe da parte, oltre a codificare per sempre la logica di “cambio di amministratore delegato” che ha così scioccato gente abituata a considerare, seriamente, il Papa come messo divino inamovibile se non per morte (cosa sulla quale, soprattutto con Wojtyla malato, la retorica degli integralisti ha toccato vette di farneticazione difficilmente superabili), sembra anche rivelare, tra le righe, un uomo consapevole dei suoi limiti psicofisici e bisognoso quasi di “tranquillizzare” il mondo tutt’altro che evangelico e remissivo che lo circonda.
Il “cahiers de doléances” cattolico, peraltro, è lungo, fin dai tempi della svolta dei patti che hanno arricchito a dismisura la Chiesa, quelli firmati, cà va sans dire, con quel gentiluomo di Mussolini.
IOR, pedofilia, copertura degli scandali sessuali, generati da una dottrina demente che comprimendo la logica naturale delle cose (altro che “legge naturale”!) genera mostri, uso improprio del denaro ingenuamente portato dal gregge e non solo, spregiudicato uso delle relazioni politiche (lo scandalo dell’esenzione dall’odiosa IMU solo per lo sterminato patrimonio immobiliare della Chiesa che genera affari ovunque, soprattutto alberghieri, mettendo la cappellina a latere che giustifica l’esenzione stessa).
Guardare i bilanci numerici di tutti questi enti apre molte scenari sia sull’8×1000 che su mille altre amenità.
Ma non temete, i generatori di risposte precotte automatiche che sono i cattolici duri e puri, hanno già trovato la via giusta che è quella, piuttosto comica, dell'”uomo peccatore – istituzione salda”.
Che è come dire che dentro un postribolo si può parlare, credibilmente, di santità.
Finita l’era Bergoglio temo che la Chiesa dovrà inventarsi altro per tenere legati uomini che spesso hanno il vizio di pensare.

KB

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Le iniziali del titolo rimandano immediatamente alla divina Kate Bush.
Ma sono le stesse di un altro grande britanno che, a differenza di Kate, presente “in note” con “Running up that hill”, ha partecipato direttamente alla splendida cerimonia d’inaugurazione delle recenti Olimpiadi di Londra.
D’altronde su di lui il glorioso Regno Unito ha sempre puntato, mettendogli sulle spalle fin da piccolo l’enorme responsabilità di erede del grande Laurence Olivier.
Kenneth Branagh, una vita da predestinato che non ha fallito, ma sempre con quel sorriso disincantato di uomo contemporaneo, così diverso dall’aura intangibile di Olivier, uomo della vecchia Inghilterra imperiale.
L’isoletta magica, culla del teatro e di tante altre cose, ha sempre avuto come grande forza trainante una genìa di registi, attori, drammaturghi senza pari in tutto il mondo.
La generazione di KB non ha fatto rimpiangere quella precedente, ricca di fenomeni, da Olivier a Judi Dench, Maggie Smith ed altri monumenti della recitazione.
Non era facile né scontato.
Peraltro dettando legge sia nel dramma che nella commedia, a dimostrazione che il vero talento non conosce veri confini.
Dalla RSC (Royal Shakespeare Company), l’università del teatro europeo, e poi con la propria compagnia, Kenneth già ventenne svetta sui difficili palcoscenici londinesi, subito con Shakespeare, e poi verso il cinema, col debutto alla regia con “Enrico V” a soli 29 anni.
Da quel momento in poi, secondo me, raramente ha sbagliato un colpo, sempre in crossover tra UK ed USA, come si addice ad un cittadino del mondo.
Una logica binaria che attraversa due suoi film che ho adorato e adoro tuttora come due perle inarrivabili.
Nel primo, “Gli amici di Peter”, sorta di “Grande freddo” in salsa worcester, la sua parte è quella dell’uomo di successo che ovviamente ha varcato l’Atlantico per cogliere i grandi frutti, come scrittore a Hollywood sposato ad una attrice regolarmente capricciosa.
Nel secondo, lo straordinario e devastante “In the bleak Midwinter” (Nel bel mezzo di un gelido inverno), film definitivo sul teatro e sulla vita in una Compagnia, KB, da regista, si immedesima nell’attore regista teatrale sfigato e visionario, protagonista di questa commedia capolavoro, ancora diviso tra il passato, gli amici, la dimensione ridotta (fare Amleto, ultima chance senza soldi in un paesino chiamato “Hope”…) e il possibile successo, guarda caso oltreoceano (qui rappresentato dalla superficiale e potente agente Joan Collins).
Una dicotomia che anche la vita di KB regista rappresenta in pieno.
L’alternativa tra il teatro, l’Inghilterra, i progetti “ridotti” e la magniloquenza blockbuster di operazioni come “Thor” e “Cenerentola”, pellicole al quale il nostro ha dato comunque una patina di nobiltà senza esserne travolto.
Ma sono quei due film citati prima alcuni degli apici indiscussi, così come la rivisitazione post hitchockiana di “Dead again” (L’altro delitto), con Emma Thompson, compagna di molti anni anche nella vita, Derek Jacobi ed altri eccelsi attori inglesi.
Per non parlare delle due vette shakespeariane, il patinatissimo “Amleto” in versione integrale (più di 4h…ricordo ancora gli svenimenti in sala alla prima), a mio avviso la versione cinematografica definitiva del magico testo, e il vitalissimo, primaverile, grandioso “Much ado about nothing”.
Più recentemente, solo Kenneth poteva dedicarsi credibilmente ad un testo di Anthony Shaffer (autore da West End se mai ce ne fu uno), il fantastico “Sleuth” (2007), con Jude Law che incredibilmente regge la scena con un altro gigante inglese, Sir Michael Caine.
Oppure la piccola, ma significativa, sortita nel nuovo mondo delle serie tv deluxe, quel “Wallander” così impregnato di atmosfere post marlowiane in salsa svedese.
Nel 2011, in “Marilyn” di Simon Curtis, Kenneth accetta la sfida col suo riferimento di sempre, e non sfigura nel ruolo di…Laurence Olivier, alle prese con una bizzosissima Monroe sul set di “The prince and the showgirl”.
Un cerchio che si chiude.

Struck n. 17

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Quando ci capita di tornare al grande cinema, anche recente, non si può restare indifferenti.
E tocchiamo con mano l’ormai enorme iato tra un certo cinema di parola, scandaglio teatrale nella psiche umana, e il cinema anche migliore dei nostri giorni, così postmodernamente di superficie.
Ho visto quasi per caso “L’infedele”, un film del 2000 di Liv Ullmann su sceneggiatura del suo mentore, amante, regista Ingmar Bergman.
Un film “di” Liv Ullmann ma senza Liv Ullmann.
Qui sostituita da una attrice di pari bellezza ed efficacia, la straordinaria Lena Endre, quella che Ingmar stesso definiva “uno Stradivari”, per la perfezione nella mimesi dei sentimenti.
Davanti a lei, un altro monumento della cinematografia mondiale e bergmaniana in particolare, Erland Josephson.
Che in questo drammatico triangolo amoroso rappresenta l’artista solitario che vive su un’isola quasi deserta e che “evoca” Marianne, la protagonista, perché le racconti la sua storia in modo che diventi una storia da mettere su carta.
A totale immedesimazione l’artista si chiama Bergman e l’isola (anche qui l’eterna fascinazione per le isole, soprattutto nella loro relazione con l’amore) sembra proprio essere quella di Fårö, il buen retiro di Ingmar nella vita, luogo metafisico e luogo dell’anima se mai ce ne fu uno.
Scommetterei che Von Trier, altro scandinavo, sia partito da questo film straordinario per impostare la narrazione di “Nymphomaniac”, la donna “dannata” che racconta senza reticenze e l’uomo maturo, isolato, che ne raccoglie le confidenze.
Come in molti film di Bergman la famiglia, l’amore coniugale, la passione e il sentimento sono la carne e la trave portante di un cinema di parola elegantissimo, potente, metafisico, quasi da tragedia greca.
La Ullmann ci aggiunge una certa nota femminile, più concreta e indulgente allo stesso tempo, nonché un certo gusto quasi hitchockiano nel disseminare di indizi e di piccoli segnali la storia, cosa che, nella rarefazione dell’impianto scenico, ha un effetto dirompente.
Come in certi film di Haneke o del grande Chabrol.
Sulla falsariga di “Conversazioni private” (il primo film della Ullmann), dei bergmaniani “Sarabanda” (film geniale) e “Scene da un matrimonio” (monumentale e definitivo), questo film è un cuneo innestato laddove esiste il cuore dell’uomo : l’amore e i suoi misteri.
Grandissimo film.

La surrealtà

Due sono le issues che appassionano la chiacchiera costante, totalmente inutile, del popolino e della pseudoinformazione italioti : politica e calcio.
Entrambe sono alimentate dal manicheismo tifoideo demente e semplificatorio che questo popolo di sventurati beve col latte materno.
In questo aiutati dal background latente cattolico che non brilla certo per amore per il pensiero libero e critico, per pragmatica lucidità o per riconoscimento della complessità del reale.
Entrambe in Italia hanno la stessa valenza : due cose per cui accapigliarsi ferocemente ma che restano sostanzialmente false, falsate e irrilevanti.
La manifestazione di Salvini ieri a Roma ha dato il via ad un altro giro di chiacchiere.
Dopo l’abisso, soprattutto culturale e morale, degli ultimi vent’anni, un vero monumento alla superficialità, all’uso privato protervo delle istituzioni, all’illiberalismo ed al luogo comune ideologico, capisco che vedere due baldi giovani quasi presentabili alla ribalta possa sembrare una novità.
I due Matteo ingannano spesso su questo terreno.
Siamo alla solita illusione.
Così come i comunisti sono uno spauracchio ed un falso problema, i fascisti invece sono spesso e volentieri d’attualità, nella sostanza, in questo paese fortemente sudamericano.
Oggi si scontrano infatti due fascismi contrapposti.
Da una parte, la parte che ha sfilato ieri a Roma, abbiamo la solita destra “pilorica” italiota che sembra incapace di usare altri parti più nobili per esercitare la difficile arte del pensiero.
Che usa il solito, vecchissimo meccanismo del capro espiatorio (oggi : Europa ed immigrati) per nascondersi la complessa realtà della crisi e del cambio di sistema geopolitico ed economico mondiale e, magari in secundis, per nascondere proprie colpe passate di cui comunque qui nessuno chiede conto.
Che vuole passare dalla secessione dall’Italia (I terroni!) alla secessione dall’Europa (Gli extracomunitari!) per occultare la propria secessione dal cervello.
Semplificatoria per natura, culturalmente incapace di comprendere un mondo che corre e va in direzione opposta e contraria.
Dice anche cose sensate, ad esempio su fisco e giustizia, due inferni tipicamente italiani, ma dimenticando che era così anche prima (un classico della smemorata Italia, questo) e glissando sul fatto che, ad esempio sul piano fiscale, la flat tax al 15, che avrebbe anche un valore morale (oltre il 20 nessun stato ha un diritto vero, tantomeno morale, figuriamoci nell’italiota inferno burocratico, corrotto ed inefficiente) ma che è semplicemente utopico in un paese così fortemente indebitato.
Se questo servisse a snellire un paese elefantiaco nella sua spesa pubblica, passi, ma sono proprio le sparate come queste che allontanano la vera soluzione realistica dei problemi.
In altri paesi, di maggiore intelligenza, memoria e cultura, ad esempio l’odiatissima Francia (perenne monito di come dovrebbe essere l’Italia), una come Le Pen, che rispetto a Salvini è un gigante, è un paria, come anche le recenti vicende post Hebdo dimostrano.
Dall’altra parte il Matteo vincente piace e piacerà sempre a questo popolino.
Mascellone protervo, facilità disinvolta alla menzogna, furbizia e gusto feroce per il potere : queste si chiamano affinità elettive con la propria clientela di bocca buonissima.
Intorno una schiera di servi e di amazzoni con la faccetta compunta, refrattarie all’ironia e all’intelligenza critica, disabituate alle domande vere (quelle, rare, che beccano in sporadici talk shows e sempre con mille scuse da parte dell’ospite), prontissime alla querela minacciata al primo incidente di percorso, esperte di scuotitesta professionale di fronte alle telecamere.
Pensavamo che fossero tutte prerogative del famigerato ventennio precedente ma in realtà ormai è la norma.
Di fronte, come sempre, un giornalismo naturalmente prono ai potenti.
Specchio di un paese dove intellettuale è una parolaccia e l’indipendenza e l’onestà intellettuale non vengono proprio capite in un paese dove il tifo è una fede (e viceversa) e spesso garantisce laute prebende e carriere.
Politicamente chiunque abbia indicato che “il re è nudo”, ossia l’ovvietà dell’accordo neanche tanto segreto tra presunte maggioranza-opposizione (in Italia è il M5S) viene progressivamente ed inesorabilmente bastonato fino ad una futura, probabile irrilevanza.
La colpa è di non essersi schierati in questa finta contrapposizione.
Quante volte negli ultimi vent’anni ci siamo sentiti sballottati e tirati per la giacca da una parte o dall’altra come se il pensiero critico, libero, fosse una anomalia da estirpare?
Non amo le folle e non ho neanche molto rispetto per la presunta saggezza del popolo.
Per questo non potrei mai fare il politico, soprattutto in questo paese.
Di fronte alle piazze come quella di ieri, così come quasi sempre, forte prevale un senso di surreale spaesamento.
Spaesato, appunto.
Fuori dal paese.
Un buon obiettivo, soprattutto per le giovani generazioni.

L’àpote n. 6

Le cronache di questi giorni confermano l’ovvietà che le religioni e le ideologie in genere fanno sempre danni.
Storicamente il sonno della ragione ha generato sempre mostri.
La rete amplifica il delirio, così come amplifica qualsiasi cosa nell’era dell’iper-informazione.
In rete trovo sempre più spesso una consonanza di amorosi sensi e di intenti tra gli integralisti religiosi ed i complottismi a ruota libera.
Mi ha sempre colpito il fatto che gente che è granitica nelle sue certezze su cose invisibili, discutibili, al minimo opinabili, comunque non conoscibili senza grosse concessioni alla “suspension of disbelief” o al “wishful thinking” che è la ragione stessa dell’elucubrazione teologica, qualsiasi essa sia, siano altrettanto sicuramente, implacabilmente certi di intere teorie dietrologiche e neghino l’evidenza, la storia, il documento.
Certezzismo e negazionismo si stringono la mano da sempre.
Alla base il rifiuto della realtà per quello che è, il tentativo disperato di manipolare la realtà per adattarla alle proprie ideologie, la violenza insita in chi nega la complessità del reale e la sua sostanziale inafferrabilità e refrattarietà all’ingabbiamento in piccole, meschine sovrastrutture mentali.
Una forma di psicosi evidente.
Oltretutto il modo con cui poi vengono propalate queste cose è sempre, inevitabilmente, non liberale.
Perfino il buon Bergoglio ha agitato pugni con chi offende, altro paladino non richiesto della “libertà d’espressione ma…”.
Ritorno al Medioevo?

Carlo!

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Guardando “Carlo!”, il breve documentario di Giagni e Ferzetti su Verdone, è facile indulgere alla nostalgia ed alla malinconia sul tempo che passa e su come eravamo, esattamente come nelle corde del protagonista, regista e comico solo apparentemente buffo.
L’affettuosa simpatia che Verdone ha per i suoi personaggi, spesso mostruosi, è la stessa che in genere si prova per lui stesso, una persona che molti amerebbero chiamare “amico”.
Lui stesso dice nel documentario “non sono bravo a fare gli stronzi, non ci tento neppure”.
Dipinge personaggi soli (la solitudine è il comune denominatore dice Verdone stesso), spesso grotteschi, mai feroci, disumani, cattivi.
Resta curioso che il nostro regista più fieramente “provinciale”, romanesco, erede evidente dei Sordi (ma con più dolcezza, appunto), dei Fabrizi, sia in fondo quello che più ha cercato, nel mondo commerciale e spesso becero della commedia all’italiana post epoca d’oro, di andare oltre le strettoie del genere in cui abitava così naturalmente e talentuosamente, di cercare modelli più alti, spesso di derivazione americana.
Con le differenze qualitative del caso, come regista spesso mi è sembrato, almeno idealmente, l’Allen italiano e come attore una specie di Lemmon.
Due nomi che ricorrono spesso nei suoi discorsi.
In questo senso Verdone mi ha sempre incuriosito, nei suoi tentativi, qualche volta falliti, qualche volta “malinconicamente” raggiunti, di andare oltre Roma e la commedia post monicelliana.
Sulla falsariga del suo modello Woody, ha tentato di andare oltre la “formless comedy” del grande creatore di gag o di personaggi, per andare fatalmente verso la commedia romantica agrodolce.
Nonostante da una parte il mondo gli chiedesse sempre le stesse cose.
Woody ha spesso ironizzato sul fatto che la gente gli dicesse continuamente ed ossessivamente che erano meglio le prime commedie, quelle che facevano ridere.
E Carlo dice che dopo due film di enorme successo basati sull’accumulo delle gags e dei personaggi che l’avevano lanciato, tutti erano al varco perché pensavano si fosse sparato tutte le cartucce di guitto televisivo.
Con “Borotalco”, un film che rivisto adesso fa tenerezza nella sua preistorica, involontaria descrizione di un’Italia scomparsa, Carlo cerca altro ed è qui che comincia a piacermi infatti.
Due in particolare sono i film che ho apprezzato, i due della fuga dall’Italia ovviamente, anche geografica.
Uno ha avuto successo, l’altro clamorosamente no.
In entrambi ha un ruolo preponderante la musica, la musica rock, quella di Hendrix ma anche quella di Sylvian.
Carlo è un grande appassionato e questo me lo rende ancora più affine e simpatico.
Il primo è “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”, a mio avviso una delle più belle commedie italiane di sempre.
Con la grande Margherita Buy, grande perché nella parte della vita, quella archetipica, quella dove non può sbagliare.
Con le tenerezze sulle derive del fandom, della fuga in Inghilterra, “Land’s end” appunto, dove si svolge una delle scene più famose del film.
Un film che punta alla Cornovaglia e vuole arrivare fino in fondo non poteva non incuriosirmi.
Con quella punta di profonda malinconia che imao (in my arrogant opinion) rende Verdone un regista migliore di quello che in fondo sarebbe.
Il secondo film è “Iris Blond”, un film inferiore al primo, soprattutto per la sua protagonista femminile (Gerini vs. Buy : no match) ma che aveva delle atmosfere, degli stilemi, perfino una musica anni luce lontani dall’Italia e dalla Rometta di molte pellicole del nostro.
Musica notevole, peraltro, scritta apposta per il film, post elettronica, mai abbastanza valorizzata nella sua originalità.
Un finale talmente “europeo”, malinconico e piovoso, che il buon Cecchi Gori produttore del film, ricorda Carlo, esplose con rabbia lamentando che con quel finale avevano perso almeno qualche miliarduccio.
Verdone è già abbondantemente pronto per il suo “Borghese piccolo piccolo”, per seguire le orme del suo padre putativo Alberto Sordi, che aveva suggellato l’eredità con “In viaggio con papà”, da lui voluto e diretto.
Forse ci aveva già tentato con il cameo perfetto de “La grande bellezza”, anche se il montaggio di Sorrentino, come poi è trapelato, ha un po’ minimizzato l’impatto che avrebbe potuto avere quel personaggio.
Meglio così senz’altro piuttosto che l’annuale rito del film diretto in proprio, anche qui come il suo mentore Woody, e anche qui con esiti a dir poco alterni.
“Sotto una buona stella” era francamente imbarazzante e non all’altezza di una filmografia ormai ragguardevole.
Con l’affetto che per lui tutti proviamo : provaci ancora Carlo.

L’amour

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Invecchiare, alternativa che preferiamo ad altre peggiori, come è noto ha qualche inconveniente.
In realtà non penso alle solite che vengono in mente ma penso a quelle, veniali, che toccano chiunque di noi sia minimamente interessato alla fruizione di opere d’arte.
Libri, film, musica.
Se una parte qualsiasi di questi veicoli d’emozione raccontano le due issues principali di ogni vita, l’amore e la morte (Woody aveva davvero proprio azzeccato il titolo di uno dei suoi capolavori comici) è sempre più difficile, appunto, non emozionarsi.
Nemmeno le consuete barriere della tecnica, della disquisizione su modi e tempi, della visione da “critico”, attenua questa umida slavina.
Meglio in ogni caso avere una spalla pensante e col cuore pulsante al proprio fianco.
Di solito capisce e ci prende in giro, ma in fondo esorcizza le stesse passioni, le stesse paure.
E guarda nella stessa direzione, mano nella mano.
Ho visto recentemente due piccole, grandi opere che hanno colpito ancora nel segno del mio cuore e della mia mente.
Uno è l’episodio finale di una serie, “The Newsroom”, che ho adorato convintamente per anni, per ambientazione, regia, dialoghi (Aaron Sorkin è un genio e lo sa), recitazione, tutto.
In realtà siamo alla seconda stagione, prima dell’ultima, tuttora inedita in Italia.
Non sorprenda ormai che il meglio del cinema oggi viva su altri schermi.
Assieme alla tecnologia e alle comunicazioni, il meglio di questo mondo si trova proprio lì e compensa gli enormi arretramenti che qualsiasi ometto della nostra età ha riscontrato in altri territori, soprattutto quelli musicali.
“Election Night, part II” viaggia per gran parte del suo tempo sui livelli, invero altini, della serie, ma è negli ultimi cinque minuti, come capita spesso, come capitò ad esempio nello spettacolare pilot, che si alza improvvisamente l’aereo.
Esattamente come capita nella vita, prosaica perlopiù, ma qualche volta in elevazione improvvisa e rivelativa.
Nel finale di stagione si sblocca di colpo l’eterna sospensione amorosa tra i due protagonisti.
E si aprono nuove vie “sentimentali” su altri personaggi.
Vista così sembra una parabola classica di molte serie, anche alimentari.
La differenza la fanno, come sempre, gli accenti di verità, la qualità del dialogo e delle interconnessioni, la strepitosa bravura degli interpreti.
Con Jeff Daniels (al top della sua arte, secondo me, a parte la folgorante parentesi di “The purple rose of Cairo”) ed Emily Mortimer siamo in banca, sotto questo aspetto e molti altri, con quella nota costante sorkiniana autoironica e veloce che attenua la saccarina incombente.
Il clic del mouse chiude un altro episodio memorabile ed una serie che, secondo me, rimpiangeremo a lungo.
Al cinema è invece sempre più raro trovare film per adulti pensanti e quando questo capita, come spesso è stato registrato in questo blog, mi affretto a farne menzione.
“Le week-end” di Roger Michell appartiene di diritto a questa categoria e non appena è stato possibile vederlo mi sono affrettato al divano (immagine terribile, ne convengo).
Un film su una anziana coppia inglese che torna a Parigi, luogo del loro viaggio di nozze, per un weekend romantico.
Non poteva non intrigarmi.
Soprattutto se il film ha la firma di Roger Michell (regista di “Notting Hill”) e la penna di Hanif Kureishi alla sceneggiatura.
Poi, la ciliegina sulla torta che in realtà è tutta la torta per film come questi : due interpreti fenomenali, di solida formazione anglosassone, Jim Broadbent e Lindsay Duncan.
Due tipi umani che abbiamo incontrato spesso, la donna, più concreta, più dura, l’uomo, il professore un po’ sognatore ma con la “perversione” di cercare solo l’amore della moglie senza neanche pensare al resto del mondo e alle “sconosciute” da portare a letto e in casa.
Vedere recitare questi due giganti è come assistere all’interplay tra due grandi musicisti.
Una serie di sfumature, tempi, atteggiamenti al limite della perfezione, cronometrici e tecnici fino alla totale sovrapposizione con la realtà concreta della vita di ogni coppia.
Mi ha ricordato un film molto più crudele, una analisi spietata dell’amore NELLA morte, come “Amour” (appunto) del grande Haneke.
Oppure mi ha ricordato l’amore così come dovrebbe essere e una delle scene che ricordo come tra le più struggenti della recente storia del cinema, Morgan Freeman che entra in sala operatoria guardando la moglie in “The bucket list”, un film decisamente più commerciale ma con grandi momenti e soprattutto con grandi interpreti.
Come spesso in questi film il rito borghese della cena fa da sfondo alle agnizioni più importanti e alle svolte del plot.
Anche questo film non fa eccezione e la scena in questione è magnifica, anche grazie al contributo di un Jeff Goldblum perfettamente in parte nel ruolo dell’intellettuale vanesio, superficiale, di successo.
Sulla falsariga del leggendario “Bande à part” di Godard, il film si conclude su una nota leggiadra, da simbolismo francese rivisitato, con i tre personaggi principali che ricreano in un bar della Parigi moderna la stessa danza pensosa e sincopata.
Un piccolo gioiello.

Distopia in salsa bearnaise

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Michel Houellebecq è sicuramente uno dei miei scrittori contemporanei preferiti.
Ho sempre l’impressione che lui sia al centro dei pensieri che girano nel mondo e che abbia sempre quel pizzico di feroce trasgressività che rende più appetibili le pietanze, spesso indigeste, che serve.
Questa volta, con “Sottomissione”, penso che abbia superato sé stesso e si sia ritrovato al centro del mondo, perfino suo malgrado, con un romanzo di filosofia politica che alla luce dei fatti recenti di Parigi è semplicemente profetico.
Non si può dire che Michel, pur vivendo spesso fuori dall’Esagono, non abbia le idee chiare su quanto succede lì e in generale nel mondo.
Questo romanzo sta spopolando in vendite ed attenzione quasi come se ci fosse stata una regia occulta.
Si tratta invece di pura coincidenza ma la scrittura resta e le distopie, sempre affascinanti su carta, qui trovano un nuovo, dolente epigonale campione.
La storia è nota, è un romanzo breve (altra qualità sempre più apprezzata su queste sponde) che racconta con la consueta disincantata e depressa ferocia e sempre in prima persona (il protagonista è un professore quasi in pensione, esperto di Huysmans) una deriva politica ipotetica, ossia il saldarsi per convenienza politica ed economica delle istituzioni francesi con un partito islamico di minoranza che grazie alla moderazione e alle qualità del suo leader riesce ad andare al potere, in forte contrapposizione al FN di Marine Le Pen, e a far virare la Francia “gentilmente gentilmente” come direbbe MogolBattisti, verso una morbida realtà sociale neo-musulmana.
I temi sono tanti e trattati con la consueta penna laser : la decadenza dell’Occidente (e chi se non Huysmans?), la sua fondamentale mancanza di valori forti e quindi la facile cessione di sovranità verso chi ne ha (anche se discutibili) a patto di avere una serie di optionals, soprattutto economici, ai quali è ormai difficile rinunciare : soldi, donne (qui la poligamia naturale di certi maschietti aiuta), cavalli di Troia del cambio di mentalità.
Il tutto facendo nomi e cognomi di personaggi della politica e del giornalismo viventi, prefigurando addirittura una tempistica attuale, quasi non distopica in realtà ma ucronica : il 2022.
Domani mattina.
Chiaramente un pamphlet amorale ed estremo, in salsa bukowskiana alla Houellebecq, ossia in versione meno popolare e più borghese inacidita, più adatta al crudele mondo moderno e alla civiltà europea, infinitamente più raffinata e perversa, in fondo, di quella oltreoceano.
Qua e là sprazzi di porno quasi sconsolato, residuale, nell’ambito di una depressione cosmica, autoriferita che è quella del suo autore : basta guardarlo nelle recenti, frequenti interviste e si capisce molto del suo mondo e dei suoi personaggi.
In forza di questo e spesso nonostante questo Michel vola alto e ha una tecnica e uno stile di scrittura che inesorabilmente tengono incollati alla pagina.
A dispetto della sua stessa ammissione, che condivido in pieno, secondo la quale il vero killer delle pretese dell’islamismo estremo è la laicità e non una religione contrapposta, Michel si ricorda di essere un creatore di fiction, al di fuori dei talk shows, e impiatta un’idea diversa, con sfumature inedite.
Secondo me e secondo molti romanzo folgorante, soprattutto nel finale, di grande attualità cà va sans dire, sicuramente non per tutti i gusti.

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