Struck n. 5

Tags

,

I nostri neuroni sono rimasti folgorati a vita negli anni 70 e 80 e la musica di quel periodo ci ha ampiamente colonizzato il cervello.
Tutti gli albums “postumi” dei gruppi di quell’epoca magica sono stati, chi più chi meno, ancora dei capolavori.
Nel 2012 i Wang Chung, gruppo “minore”, se mi credete, nel panorama eighties, hanno anche loro partecipato alla ronda nostalgica dell’album a grande distanza di tempo.
La classe non è acqua e questa musica, pur ripulita e digitalizzata, depurata dall’eccesso di synth tipico dell’era, ha ancora una forza e una bellezza che invano cerchereste nel deserto attuale.
Ascoltate questo gioiello come si degusta uno Shiraz d’annata.

OK Glass !

Tags

,

La storia della tecnologia viaggia veloce, anche sociologicamente parlando, e quello che fino a ieri era visto come impensabile, improbabile, non usabile, diventa velocemente mainstream.
Ricordo come se fosse ieri l’entusiasmo di un mio fornitore che mi venne a trovare in ufficio con una novità clamorosa.
Si presentò con due valigie voluminose : la prima con contratti e documenti vari come sempre (l’Ipad era ancora tecnologia aliena), la seconda con un device imbarazzante, enorme, costosissimo, che prendeva la linea qualche volta e male e con una durata batteria ridicola, che si contava in minuti.
Uno dei primi telefoni “portatili” per il quale era richiesto oltretutto, chicca solamente italiota, una burocrazia impressionante, come se si possedesse un ordigno nucleare.
Non si contano gli amici che negli anni (per non parlare dei rappresentanti della generazione precedente) rifiutavano a parole, con disprezzo, l’idea stessa di possedere un mobile phone e portarselo in giro.
Sappiamo come è finita.
Anzi, dal luddismo alla mania il passo è più breve di quanto sembri.
D’altronde una delle “last famous words” più grottesche è quella riferita all’inutilità e macchinosità del telefono…nessuno si sarebbe alzato per rispondere.
In effetti è un pò quello che è successo : l’hanno miniaturizzato per portarselo in giro everywhere, anche se le telefonate ormai sono un’app come un’altra e certo non la più importante.
Ho mille aneddoti sullo scherno e la sorpresa di tutti quelli che incrociavo negli anni 80-90 che mi vedevano armeggiare con tutti i tipi di palmari esistenti ed esistiti prima dell’Iphone e dell’avvento definitivo degli smartphones.
Piacevolezze della vita degli early adopters, come quando spedivo mail a quattro carbonari, tutti facenti parte della stessa rete dello stesso provider, agli albori della posta elettronica : c’è gente che si emoziona sentendo il rumore elettrico di scarico dei vecchi modems, non esagero.
Forme avanzata di nostalgia.
Oggi che giriamo in un mondo in cui tutti, proprio tutti, hanno la testa abbassata per strada e fanno mobile computing perenne, anche se non lo sanno, qualcuno ha pensato bene di alzare il livello dell’asticella e, magari, riguadagnare la posizione eretta.
In un mondo in cui Apple, per la prima volta dopo il ritorno di Jobs, sembra prendere fiato dai propri successi, dopo la metabolizzazione della morte del grande Steve, chi se non i grandi rivali di Google potevano lanciare la sfida vera?
E questa volta direttamente nel mondo hardware.
Si parla molto di questi Google Glasses, frontiera davvero futuribile del wearable computer.
Diciamocelo : ora che ci siamo abituati proprio tutti, nessuno è in grado di rinunciare per davvero alla propria dose eccessiva di informazioni e connessioni, sociali o meno.
Il fatto di poterlo fare guardando comunque il mondo (il concetto stesso di “augmented reality”) e con l’uso completo delle mani ha un suo fascino evidente, così come pone, da subito, un sacco di questioni di “etiquette” e di eventuali divieti.
Negli USA si sono già portati avanti ed esistono già uffici e locali che li vietano, prima ancora della loro commercializzazione, prevista per inizio 2014.
La capacità di fare foto e video e registrazioni di ogni sorta, tra le mille altre cose, in tempo reale al semplice comando vocale “Ok glass” + something inquieta non poco.
Noi fanatici ovviamente invece siamo già in salivazione avanzata e pensiamo alle mille apps ed alle mille applicazioni possibili ed alla potenza di un aggeggio che in tempo reale può darti qualsiasi tipo di informazione, anche sul mondo circostante, tenerti in comunicazione e darti perfino le informazioni sonore del caso per “trasduzione ossea”, senza quindi inquinare in maniera esponenziale l’ambiente circostante, sul modello della conversazione classica dei cellulari oggi riscontrabile in qualsiasi treno o spazio affollato.
Potrebbe benissimo fare la fine del Segway (usi solo specialistici) ma ciò non toglierebbe la sua sostanza di prodotto straordinario che, usato con buon senso, avrebbe mille plus.
Epic fail o meno lo stesso Segway era un’idea geniale, affossata qua e là anche da regolamentazioni di viabilità complicate e molto diseguali.
L’epoca del wearable computer è comunque davanti a noi, in ogni caso.
Magari con utilizzi mirati che al di là degli iWatch mille volte previsti, vadano nella direzione del medicale e del fitness (sensori), sempre comunque legati allo smartphone come unità di riferimento base “in esterni”.
Noi della generazione di passaggio siamo sempre sotto fascinazione (Siri, il cloud, il software sempre più semplice, “polished” e sempre meno costoso) mentre i nostri figli, primi nativi digitali, ci guardano con tenerezza e interagiscono naturalmente con icone ed apps mentre uno dei loro coetanei già ha in testa il mondo fra dieci, vent’anni.

I due visionari

Tags

, ,

La nostra è una società molto omologatrice, soprattutto nel cinema, e solo lo strapotere del web sta rimescolando le carte.
Resta il fatto che il cinema in sala è comunque una operazione costosetta e quindi il mainstream, spesso mascherato da preoccupazioni economiche facilmente dimostrabili, trova terreno fertile.
Oggi poi dove l’accesso al web e alla tv permette spazi impensabili, la produzione cinematografica tradizionale è diventata un giocattolo per pochi che si rivolge ai molti e quindi perde fatalmente le ali e la qualità di nicchia.
Ho appena visto, ad esempio, l’ottimo ed abbondante “Effetti collaterali” di Steven Soderbergh.
Buonissimo esempio di film di qualità, tardo manieristico (secondo la classica cifra soderberghiana) ma che ha rinunciato in partenza ad ogni svolazzo.
Quello che si direbbe un solido lavoro da professionista e il massimo che si possa chiedere oggi all’offerta : comunque un film che tra non moltissimo sarà subito fuori dal circuito primario delle sale.
Si stenterebbe a credere che Soderbergh ha fatto anche un film come “Schizopolis”, ultimo vezzo autoriale vero prima di gettarsi in una sequenza di film che una volta si sarebbero chiamati “commerciali”, di solida fattura (il talento c’è) ma ancorati inesorabilmente al reale, che nel cinema è sostanzialmente la rivisitazione dei generi (Out of sight, Erin Brockovich, Traffic e così via).
I due visionari per eccellenza del cinema moderno, i due sopravvissuti, sono senz’altro Lars Von Trier e David Lynch.
Non imprevedibilmente sono ai margini dell’industria e laddove per Soderbergh parlare di “ultimo film” (Effetti collaterali) è un vezzo da ricco operatore culturale che vuole dedicarsi ad altro, per questi due sembra quasi una condanna di un mondo che non li rispetta molto, proprio per la loro imprevedibilità e anche per i loro eccessi, così poco inquadrabili in un foglio excel.
Io li trovo entrambi adorabili e stranamente rassicuranti, anche nei loro frequenti eccessi e nelle loro sprocetature talentuose.
Rischiano grosso e non hanno mai avuto paura di farlo, nel bene e nel male, assecondando il loro talento fiammeggiante da veri artisti in un mondo molto, molto prosaico.
Entrambi hanno uno “sguardo” inconfondibile, come è tipico dei grandi registi, entrambi hanno avuto qualche (rara) resipiscenza per la forma compiuta e regolare (a naso direi “Elephant man” per Lynch e “Le onde del destino” per Von Trier, non a caso i due film di maggior successo del duo bislacco) ma in generale hanno picchiato duro senza ritegno e per questo li amiamo anche nei loro eccessi.
Von Trier è addirittura passato dalla teorizzazione (di necessità virtù, direi) della sobrietà estrema del “Dogma” al “liberi tutti” che è venuto dopo.
In “Antichrist” (titolo significativo) la sensazione di aver superato alcuni limiti è stata evidente e senza spregio, talvolta, per il ridicolo.
Anche se quando arriva la volpe parlante, fa una certa impressione e resta una di quelle classiche scene che, per come è costruita, resta impressa nella mente a lungo, come capita con i grandi.
“Melancholia” è un film di una struggente tristezza quasi insostenibile, una specie di fantascienza dell’anima che colpisce più volte nel profondo.
Cosa fare di più? Programmaticamente un giornalista gli disse “ti resta solo un porno” e il nostro, proprio perchè autentico nella sua libertà folle, lo ha preso in parola.
L’imminente “Nymphomaniac” promette moltissimo e mischia il sesso più esplicito con la faccia nota di attori mainstream, tra cui i veri e propri feticci Gainsbourg-Defoe.
Cosa dire invece su Lynch?
Lynch è Lynch, dico solo che all’uscita da “Fire walk with me” a Londra le facce col punto interrogativo erano molte, il chewing gum visivo meraviglioso aveva colpito duro ma soprattutto l’inesplicabilità labirintica di molte scene.
Alla proiezione milanese di “Inland Empire”, opera di culto se mai ce ne fu una, la lunga durata e la estrema provocatorietà facevano vittime come mosche.
All’uscita eravamo rimasti in tre colpiti da un treno visivo di cui non avevamo capito nè la direzione nè la provenienza.
Non capita tutti i giorni.
Quest’opera davvero terminale, del 2006, realizzata in digitale e punteggiata qua e là da grandissimi attori in cerca di novità vere (un nome su tutti : Jeremy Irons) sembra proprio il canto del cigno di un geniale inventore di immagini, l’opera oltre la quale è oggettivamente difficile andare.
Alcuni trademarks di David sono il sonoro usato in funzione narrativa disturbante, l’attenzione alle scene indelebili e inspiegabili, il gusto alla Freaks (by Browning) per le deformità : quando tutti questi elementi hanno raggiunto un loro, irrazionale, equilibrio si è giunti al capolavoro.
Penso ad esempio a “Mulholland Drive”, film folgorante, ancora sufficientemente commestibile da essere premiabile (Cannes 2001).
Prima di pensare alla consueta riserva dove preservare questi mavericks, cominciamo a cercare quelli nuovi.
Probabilmente dobbiamo cercare in rete e, successivamente, vedere quelli che continuano anche dopo il successo commerciale.
Mi sa che resteremo abbastanza soletti quaggiù.

Cacciari è un format

Tags

Come conseguenza inevitabile dell’implosione del PD e dell’outing col PDL, i media nostrani stanno ricorrendo al solito profluvio di talk shows e servizi di politica “spettacolo” così tanto e così giustamente, secondo me, temuti da Beppe Grillo, un buon conoscitore del mezzo e dei suoi trucchi.
Inutile dire che i nostri sono facilmente prevedibili.
E quindi ecco che il buon Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia, dilaga a tutte le latitudini e su tutte le reti.
Un vero e proprio format, creato ad arte con la segreta speranza che il nostro, famoso per gli sbuffi e le incazzature (modello francese direi), non solo punteggi con i suoi rimbrotti, quasi sempre da un collegamento lontano dallo studio, i malcapitati on site ma anche, nei momenti di dizione diretta, dispieghi il consueto torrenziale eloquio inferocito.
Nel merito inutile dire che sono quasi sempre d’accordo con lui.
Il ruolo della Cassandra imbestialita appartiene a tutti quelli che usano il cervello in questa terra dove l’esercizio dello stesso resta sport oscuro.
Piace anche l’idealità sottesa e in fondo la concretezza dei giusti di fronte al fangoso delirio degli operatori professionali della politica, intenti a tutt’altre logiche e considerazioni.
L’analisi del PD moribondo è in fondo pane ideale per l’idealista Massimo e i media inzuppano il biscottino golosi della superficie, come sempre.
Ma sono i Letta che fanno la storia.
Dommage.

Ottimismo della domenica

Tags

Il riflesso condizionato della semplificazione becera ha fatto altri danni.
Ho sempre diffidato di chi invocava la semplicità in certi contesti, nove volte su dieci era un modo disperato di non guardare in faccia la complessità del reale e restare simpaticamente e comodamente adagiati nelle proprie banalità e nei propri pregiudizi.
Si può dire che il neo governo Letta fosse necessario, sulla falsariga del troppo vituperato governo emergenziale Monti, e che sia stato composto in maniera intelligente e furba (Vendola dixit ma non solo).
Si può dire, con altrettanta certezza, che è il governo di salvezza emergenziale anche della casta che infesta il nostro paese, un cancro antidemocratico della cui esistenza non è lecito dubitare vista la valanga di fatti che suffraga questo assunto.
Entrambe le cose sono vere.
Ed è semplicemente ridicolo il tentativo odierno dei media, specchio di questo paese e quindi, in genere, servi fedeli del potere fino all’autoconvinzione psicotica, di trattare alla stregua di idioti dispensatori di conspiracy theories le poche voci di dissenso che si levano e che rivelano l’ovvietà dei vari re nudi e della falsità del 99% di loro.
La semplice rassegna stampa e l’elenco delle affermazioni dei vari protagonisti rivela l’ovvio, ossia che la coerenza, la sincerità e il rispetto per gli elettori non sono propriamente al primo posto nelle priorità di un politico italiota.
Già l’abuso della parola “elettore” (ridurre il cittadino alla funzione che serve) è una sineddoche significativa.
La maggior parte degli osservatori pensa che ora il governo debba operare bene per superare questa prova e depotenziare il mostro grillesco.
Penso che si sbaglino di molto e che sottovalutino il potere di manipolazione della realtà che qualsiasi potere esercita, soprattutto quello spregiudicato e disperato.
Aspettiamoci mesi di orwelliana discesa agli inferi, in questo senso, non solo grazie alla spudorata e allenatissima macchina del consenso di destra ma anche grazie al fattivo apporto della sua sposa di sinistra finalmente venuta allo scoperto, dopo anni di fidanzamento, in questo outing finale.
E vedrete che in pochi anni la storia sarà stata riscritta, i padri della patria celebrati e le stonate voci messe nel silenziatore con l’urlante e demente applauso della solita carne da macello : la gente che parla nei telegiornali e nei talk shows.

Über alles

Tags

, ,

A latere e in parallelo alla evidente egemonia politica ed economica della grande Germania riunificata, il recente trionfo delle squadre tedesche in Champions League parte da lontano.
E segna probabilmente la fine dell’apogeo calcistico spagnolo, sia in nazionale che a livello club, che ha caratterizzato gli ultimi anni pallonari.
Nel calcio europeo esistono varie fasi e vari cicli che si alternano (la Francia degli anni 90, l’Italia degli anni 80 e la finale di Manchester Juve-Milan come punto massimo del dominio dei club) ma le grandi realtà restano sempre.
La Germania perfino nell’epoca del declino più assoluto, a dimostrazione di una coriacea affidabilità e ad uno spirito di squadra che la Mannschaft ha sempre avuto in più rispetto ad altre nazionali.
Mi riferisco agli anni 90 dove comunque, pur tra molti bassi e pochi alti, riuscì a portare a casa con squadre mediocri un campionato europeo (1996) fino ad una incredibile finale nei mondiali 2002 con una delle squadre più improbabili della sua storia.
Le grandi “epifanie” calcistiche oggi sono possibili solo ancora a livello nazionale, laddove i club sono diventati in gran parte multinazionali intercambiabili e dai valori sportivo-culturali ormai omologati.
Tutti ci ricordiamo la grande Olanda degli anni 70 ma io ricordo anche che una delle più grandi impressioni che mi fece una squadra nella storia fu la Germania del ’72, un Europeo vinto in carrozza con una squadra giovane, brillante, piena di talenti infiniti (Beckenbauer, Muller, Breitner e così via), la prima Mannschaft diversa dal clichè della squadra solida ma noiosa e la futura killer delle ambizioni di una delle squadre più brillanti della storia, proprio l’Olanda di Cruyff, Neeskens e compagnia bellissima.
La stessa impressione, in salsa multietnica, che mi fece la nazionale di Löw nei mondiali del 2010 : una squadra supersonica, veloce, modernissima, brillante, piena di talenti non così celebrati ma sontuosamente assemblati che distrusse letteralmente Inghilterra ed Argentina in due partite memorabili.
Un pò come vedere l’URSS di Lobanowski nel periodo d’oro (1986-88) in salsa germanica.
E anche negli Europei del 2012 solo la bestia nera Italia, cromaticamente simboleggiata da Mario Balotelli, in una partita abbastanza unica nel suo genere le impedì la “solita” finale con i rivali spagnoli di sempre (Euro 2008, Mondiali 2010).
Ora il trionfo anche a livello club con la probabile, non prevista, prima finale tutta tedesca della storia.
E dopo due semifinali d’andata straordinarie, da cambio di regime.
Alle spalle bilanci a posto, stadi meravigliosi, una ripulitura generale che ha sfruttato, come sempre, l’evento (mondiali 2006) per ricostruire, german-style, quindi in maniera molto ordinata e continua, l’intero movimento.
Che ora, rispetto al nostro, sembra inarrivabile anche a livello culturale.
Sul campo, una generazione di talenti eccezionale, allevata nella multietnicità convinta e profonda della nuova Germania.
Talenti che giocano anche nei top teams stranieri (Ozil e Khedira al Real su tutti, oggi avversari in semifinale) ma che in gran parte restano a casa anche perchè oggi meglio della Bundesliga c’è poco (la Premier).
8 gol in semifinale che aprono un nuovo mondo, una squadra, il Borussia, di una bellezza manovriera che non si vedeva da tempo, oggi in via di dissoluzione, temo.
Lewandowski e Goetze al Bayern concentrano a Monaco la potenza di un intero movimento per comandare ancora di più in Europa (migliorabile il Bayern di oggi?) ma potrebbero impoverire la competizione all’interno.
Una boccata d’ossigeno per uno sport del quale, è lecito dirlo, ci interessa sempre meno, soprattutto in Italia, in piena depressione culturale, economica, qualitativa, anche nel calcio, specchio di questo paese.
Poi magari al ritorno cambia tutto e questo post è stato inutile.
Non credo.

E lo sventurato rispose

Tags

Il grottesco finale di partita del Quirinale é un simbolo perfetto di un paese paralizzato nei suoi eterni difetti e, in particolare, devastato dall’invincibile cancro partitocratico.
La partitocrazia d’altronde sembra essere una perfetta sintesi del marcio del paese, della sua radicale alterità alla vera democrazia, alla trasparenza, al liberalismo e all’etica.
La svolta iperpresidenzialista che la pseudo democrazia italiana ha preso recentemente è semplicemente l’orpello tecnico che permette all’eterna casta autoreferenziale di perpetuare i propri giochini in maniera più efficace.
Faceva tenerezza vedere la rete e Twitter in particolare dare fiato alle giuste esigenze di trasparenza e di logico buon senso, come se davvero i rappresentanti politici a Roma giocassero lo stesso sport.
In questo senso M5S sta legittimando in pieno il suo ruolo di cartina di tornasole clinicamente ineccepibile di un sistema totalmente inaffidabile ed alieno.
L’ultimo appello di Grillo a Bersani (eleggiamo insieme Rodotà, fuori dai giochi e meno manovrabile, poi ci mettiamo d’accordo sul governo, poi magari ci prendiamo qualche soddisfazione sul piano giudiziario…) ha smentito l’accusa strumentale di mancanza di proposte da parte del M5S e ha fatto calare definitivamente la maschera rivelando il vero volto dietro l’apparente incomprensibile stupidità.
Poi senz’altro ci sono anche ingenuità ed errori e in questo il PD é sicuramente campione del mondo da sempre ma dietro c’è una vera e propria weltanschaung, ampiamente raccontata da Travaglio in un suo famoso libro e simboleggiata alla perfezione dal famoso intervento di Violante alla Camera su b e il conflitto di interessi.
Basta vedere l’elenco dei saggi proposto da Napolitano e la posizione dello stesso in molte questioni cruciali per capire veramente la logica al di là della retorica del civil servant, subito peraltro pre-battezzata da regolare benedizione della CEI, come capita sempre in questo sventurato paese borbonico papista.
E l’imminente governo del presidente safety car penso ci farà rimpiangere una fuga che questo paese merita ampiamente, soprattutto dopo gli ultimi venti, deliranti anni.
Tra le tante ennesime conseguenze tragicomiche l’ovvia e scontata rilegittimazione di b e compagnia bella (aggettivo ironico), assurti a livelli empirei sia nella credibilità istituzionale (il che è una eterna barzelletta amara), sia nei sondaggi, a perenne eternazione del monito sempre attuale di Nanni Moretti.
D’altronde l’Italia, il paese dell’eterno chiacchiericcio inconcludente su calcio e politica, il paese della controriforma senza riforma, non mette mai punti fermi su nulla, dimentica tutto e rimescola tutto fino alla completa confusione, interessata o meno.
Se pensiamo allo scenario solo di qualche mese fa capite bene che non credere in questo paese disperante e disperato è una necessità morale e un servizio al proprio cervello.
Omaggio dovuto sia a Vendola che a Barca, gli unici a cantare fuori dal coro (oltre ai grillini ovviamente) in questa squallida vicenda.
E Renzi, come al solito, furbetto e mediaticamente corretto e pronto, tardivamente, a raccogliere i cocci di un partito che avrebbe dovuto essere suo giá da mesi, vent’anni dopo un Blair.
A dimostrazione dei ritmi italioti in un mondo che corre.
Penso che l’immagine simbolo di queste giornate sia quella dell’abbraccio tra Bersani ed Alfano che è la sostanza delle cose nel potere italiano in genere (non solo politico) nonché la dimostrazione plastica dell’indifferenza del PD all’aspetto mediatico e alle istanze della sua stessa gente, critica perché pensante, a differenza di alcune tifoserie dementi improvvidamente confuse con elettorato vero e d’opinione.
Avremo quindi un presidente di 88 anni, pro tempore, e che poche ore prima aveva escluso categoricamente una sua rielezione.
Tre elementi che sono una fotografia di cosa è il loro paese (faccio fatica a dire nostro) dove il finto provvisorio come gestione del potere è una gattopardesca filosofia di vita.
Un paese per vecchi familisti arroccati in clan, non certo famoso per linearità, coerenza ed onestà, anche intellettuale.
Enjoy!

The Pattie Boyd Experience

Tags

, ,

Pattie Boyd è un personaggio incredibile e appartiene alla piccola storia della musica che, spesso, è più affascinante di quella grande.
La musa dagli occhioni dolci, ex modella ma sicuramente appartenente, da quello che vedo e leggo, alla categoria “donne rassicuranti”, complici compagne perfette, ha attraversato il suo tempo, il tempo del libero amore e della rivoluzione sociale e culturale del sex, drugs and rock’n'roll con innata grazia primigenia.
Proprio per questo ha rappresentato in fondo l’evoluzione sana della groupie, la moglie che democraticamente è stata per alcuni, a tempi alterni, ma soprattutto per George Harrison ed Eric Clapton.
L’ho vista recentemente rievocare i bei tempi andati al “Ronnie Wood Show”.
Ronnie Wood, col quale lei ha avuto una breve avventura a base soprattutto di viaggi e divertimento, l’ha definita l’ex moglie di Harrison, poi di Clapton e per poco anche la sua.
Ma dagli sguardi tra i due si capiva che il livello di complicità di questa donna intelligente ed affascinante con lui ha toccato in passato tacche inferiori.
Ronnie in trasmissione rievocava ossessivamente pezzi “down the memory lane” e lei faceva vedere foto dei tempi straordinari che hanno vissuto, soprattutto nel porto di mare della casa di George, quella intrigantissima “Friar Park” che, comme d’habitude nella storia agrodolce dei Beatles, è finita amaramente quando George fu salvato dalla seconda moglie in extremis dall’aggressione in casa di un pazzo “intruder”.
Poco dopo fu messa in vendita come sempre capita, soprattutto alle persone anziane e abbastanza isolate, per “security reasons”.
Una specie di replica della morte “di fama” di Lennon, con un potenziale Chapman mancato.
E lo sparo di New York dell’80, come qualcuno disse, è stata davvero la fine dell’innocenza, la fine dell’estate, dopo anni gloriosi.
Una donna che ha ispirato vari pezzi e almeno tre memorabili non può essere una donna qualsiasi.
E leggendo il suo libro, inaspettatamente interessante, tranche de vie della Londra del rock nei suoi tempi migliori vista dall’interno, questo si coglie appieno.
Tre straordinari pezzi : “Something”, scritta da Harrison, il pezzo che fece capire al mondo che c’era un terzo genio oltre ai due acclaratissimi, definita da Sinatra la più grande “love song” di tutti i tempi, la canzone dell’innamoramento per definizione.
E poi “Layla” di Clapton, il pezzo par excellence dell’urgenza dell’amore inevitabile e “difficile”, uno dei riff seminali del rock di tutti i tempi, uno dei grandi momenti musicali, uno dei veri brividi del concerto di Blackbushe, il più “affollato” evento musicale della storia (sì, c’ero).
Dopo Layla e mille altri discorsi, Pattie si convinse, e dopo il “passaggio”, George accettò la cosa con estrema intelligenza e sportività con l’immortale frase : “Meglio con lui che con un qualsiasi altro idiota”.
E i due rimasero amici, a dispetto di ogni previsione.
Buon ultima “Wonderful tonight” (sempre Clapton), la canzone della fase matura dell’amore : i coniugi non più giovanissimi che vanno a cena fuori, lei che chiede lumi sul look e lui che con dolcezza così classica la rassicura…sei bellissima stasera.

Je suis l’Empire à la fin de la décadence

Non c’è niente di romantico nella decadenza dell’impero americano a tutti i livelli, soprattutto nel cinema, nulla che faccia pensare alla frase di Verlaine o alle meraviglie del decadentismo artistico.
La globalizzazione vera e l’accesso a tutto da qualsiasi parte del mondo (la rete cambia tutto), nonchè la fine dell’illusione tipicamente destrorso-repubblicana dell’hard power per controllare un mondo enorme e sfuggente, a dispetto della facilità di comunicazione, delinea un mondo multipolare e molto meno dominato anche dal soft power americano, con tutto il bene che tutti abbiamo voluto a quella terra.
E nel soft power il cinema ha sempre giocato un ruolo preminente.
Per noi cinefili, oltretutto, il grande cinema classico (ma non solo) ha sempre portato sugli scudi la grande professionalità, innovazione, maestria e forza del cinema per eccellenza, quello a stelle e strisce.
Assistiamo quindi abbastanza increduli ormai al definitivo cambio di scenario, già da vari anni, e nella settima arte il tutto avviene con grandi rimpianti per quello che fu un grande cinema, il cinema più importante e in fondo anche qualitativo del mondo (soprattutto nei livelli medi) e che oggi scompare o quasi, inghiottito, all’interno dalla tv (dove resiste il meglio), perfino dal teatro (Broadway e affini digeriscono ancora decine e decine di talenti), e all’esterno da un cinema europeo e mondiale che, soprattutto nelle punte più alte, è superiore e lo è in quasi tutti i generi, incluso quello glorioso della commedia.
Se ci pensate bene sono anni e anni che assistiamo alla slavina verso il basso.
Personalmente, oltre alle visioni dirette, la cartina di tornasole è sempre stato un amico, noto cinefilo e notissimo americanofilo, che ha passato per anni le sue estati in USA inghiottendo decine e decine di “prime” (la peak season è sempre stata quella estiva).
Nonostante la sua evidente partigianeria, il nostro sono ormai anni che non può che constatare, grazie invece alla sua indubbia competenza del mezzo, che tutto si è svilito, rarefatto in qualità e fondamentalmente ridotto ad una semplicistica mediocrità che fa male.
Uno dei tanti segnali ad esempio è il saccheggio di sceneggiature altrui che negli USA è diventato massiccio negli ultimi tempi, a dimostrazione di una vena creativa in forte diminuzione.
Salvo poi banalizzare quasi tutto in quasi tutti i remakes (tremo a cosa ne faranno di “Quasi amici”, ad esempio).
Per me è molto, molto significativo pensare agli Oscars come esempio supremo dell’assunto.
Non che non ci siano stati errori e dimenticanze atroci in passato (solo pensare a Kubrick ignorato se non da morto fa prudere le mani) ma negli ultimi tempi sono stati premiati due dei film più mediocri e irritanti dell’intera storia, gloriosa, del cinema americano.
Penso a “The hurt locker” della inutilmente adrenalinica Bigelow (comunque ormai molto sfiatata, in bollicine, rispetto a films enormemente migliori come “Point break” e “Strange days”), grottesco Oscar del 2009.
Penso ad “Argo”, Oscar quest’anno.
Ritenere, come è vulgata comune, Ben Affleck il miglior regista giovane moderno di oggi e rivalutarlo perfino come attore la dice lunga sul crollo della qualità nella terra dei Wilder, Hitchcock, Ford, Lumet e così via lungamente elencando.
Il sottofondo di queste operine inutili è, malinconicamente, una forma di patriottismo ormai datato, provinciale, che davvero non parla più al mondo in nessuna maniera, il tutto condito da sceneggiature sfiatate e una cura generale davvero indegna della grande tradizione.
La qualità abita ormai altrove.
Lo sapete chi erano gli Oscar per il miglior film straniero 2009 e 2013?
“Il segreto dei suoi occhi” e “Amour”…basterebbe questo per far capire qual’è il vero award da seguire oggi.
Il piccolo segnale che perfino nel ridotto “giapponese” degli Academy Awards si è cominciata a capire l’antifona è l’introduzione di una unica categoria per “Best Picture” : oggi esistono ancora le due categorie ma film stranieri possono essere candidati anche come “Best Picture”, come è successo ad “Amour” quest’anno.
D’altronde gli ultimi bastioni d’Orione erano già caduti con la vittoria di “Slumdog millionaire” del 2008 e “The Artist” del 2011, senza considerare la parentesi squisitamente british di “The king’s speech”.
Noi nostalgici attendiamo ancora la generazione erede dei grandi registi e attori del periodo 60-70-80, quelli della new hollywood che sostituì, gloriosamente, il mainstream : Scorsese, De Palma, Spielberg, Allen, Pacino, De Niro e così via.
Ma sinceramente non vedo nulla all’orizzonte, qui sul Little Big Horn.

Il segreto dei suoi occhi

Tags

, , , ,

Ci sono dei film che se per caso capita di rivedere sono talmente grandi e talmente irresistibili che vieni tirato dentro a forza.
A questo film ho accennato molti posts fa ed è un piacere adesso dedicargli uno spazio tutto suo, dopo averlo appena rivisto.
A dimostrazione che ormai le cose migliori, soprattutto sul grande schermo, avvengono al di fuori degli States, il film è argentino.
Mai avrei pensato in altri tempi di dedicare attenzione ad un film extraoccidentale, ma l’Oscar al miglior film straniero 2010 ed un paio di recensioni estremamente estatiche di critici che stimo mi avevano spinto alla visione.
Da allora non faccio che consigliarlo a tutti e lo colloco, di prepotenza, tra i 5-10 film indimenticabili che valgono una vita intera.
Difficilmente vi capiterà negli anni di trovare un film così raffinato, così profondo, così multistrato e così vicino alla verità delle cose, soprattutto alla verità della vita, intesa come amore e desideri contrapposti ai giorni matti e disperati del lavoro, delle mille paure e preoccupazioni di qualsiasi vita vissuta fino in fondo.
Non posso dire molto della storia, sia perchè non è mio costume (basta Imdb o Wikipedia) sia perchè si rischia spesso e volentieri lo spoiler, soprattutto in un film come questo.
E’ la storia di una indagine di polizia che non finisce mai ma è anche la storia di due persone che si amano senza che riescano mai ad incontrarsi per davvero, nella realtà, ed è anche la storia delle passioni che muovono ognuno di noi (in una delle tante scene memorabili il protagonista comincia a capire il mistero perchè il suo collega ed amico lo fa ragionare “lateralmente” sulle passioni specifiche di ogni persona, come indizio).
Il meccanismo del noir è al servizio di ben altre verità, in un intreccio di temi e di atmosfere che è rarissimo trovare nei film monodimensionali di oggi e che è difficilissimo trovare realizzato così alla perfezione.
Non pensiate che stiamo parlando di un film esoterico da criptointellettuali, stiamo parlando di un folgorante capolavoro che ha una tale potenza ed una tale profondità di analisi e di sceneggiatura che vi toglierà il respiro per le due ore abbondanti che dura.
La storia d’amore che viene raccontata è, a mio avviso, una delle più straordinarie e precise che siano mai state raccontate, grazie anche alla strepitosa bravura di due attori che, negli USA, sarebbero assurti al livello di fenomeni che meritano : Ricardo Darin e Soledad Villamil.
Mai vista una tale finezza di interpretazione, mai vista tanta verità al cinema, una sequenza di scene che vi resteranno impresse nel cervello a vita che rendono questo film e il suo regista leggendari all’istante.
L’autore del libro da cui è stato tratto il film, l’ottimo Sacheri, contribuisce alla sceneggiatura ma il film, a detta di persone di cui mi fido, è molto, molto superiore al libro, peraltro di ottimo livello.
Il marchio di fabbrica dello stato di grazia, un pò come il classico caso di “Shining” insegna.
Vi ritroverete a valutare la forza di una semplice lettera di differenza, la “A”, quella mancante nella gag ricorrente della macchina da scrivere difettosa, simbolo della realtà prosaica a confronto della realtà vera e decisiva, quella dell’amore, la differenza tra “temo” (ho paura : la vita fa paura) e “te amo”.
Vi ritroverete ad esplorare i simbolismi porta aperta-porta chiusa, nelle scene del tribunale dove i due protagonisti lavorano, dove la porta aperta è l’entrata nel mondo con le sue paure, crudeltà, difficoltà e con i suoi frenetici e sterili strepiti e la porta chiusa è la porta del silenzio e del raggiungimento della verità nell’amore.
Dopo una serie di scene “realmente” romantiche (quindi non sdolcinate ma vere) e una mezz’ora finale di rara grandezza ed impatto, il film si chiude proprio su una porta che si chiude e quindi sull’inizio della nuova vita dei due protagonisti, finalmente aperti all’incontro : arrivati a questa scena avrete sicuramente le lacrime agli occhi e comincerete ossessivamente a consigliare questo stratosferico gioiello a tutti quelli che vi capiteranno a tiro.
Fatevi un regalo, guardate questo film inesorabilmente perfetto.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 201 other followers