The meeting

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Due piccole pillole dal paese dei campanelli, un paese di cui mi sono sinceramente ed ampiamente stufato e di cui non intendo più di tanto occuparmi se non per quel tanto che serva per difendermene e vivere al riparo dai suoi veleni.
Ogni anno si svolge in questo buffo paese il meeting di Rimini di CL.
Consueto appuntamento sociale per la numerosa classe “dirigente” (classe “digerente”, dissero con arguzia) o aspirante tale in cerca, come sempre in questo paese, di una sponda o di una amicizia che serva per altri scopi, di solito ben più prosaici di quelli sbandierati, peraltro pure discutibili e fantasiosi.
La versione amicale e settaria del familismo amorale che è una delle chiavi per capire questo paese immobile.
Quest’anno non poteva esserci teatrino migliore per vedere le due italie all’opera, una ipermaggioritaria, l’altra strettamente di nicchia e vista con sospetto e fastidio crescenti.
Renzi, perfetto rappresentante della prima “spiaggia”, quella del luogo comune eletto a sistema di vita, dell’arrivismo a qualsiasi costo (fare, fare, fare : cosa?), della menzogna come meccanismo di controllo e deformazione della realtà, blatera di “berlusconismo e antiberlusconismo che hanno bloccato per anni il paese”.
Come sempre, l’ometto è furbo e quindi pericoloso.
Inserisce sempre una parte di verità (il blocco del paese, peraltro eterna tabe di un paese immobile) per adescare i gonzi che non amano scendere sotto la superficie (l’80% della popolazione) e intanto veicola l’idea perversa e così tipicamente italiota del “tutti sono uguali”, superiamo questa inutile contrapposizione e così via.
Dimenticando che nell’Italia degli ultimi vent’anni era un imperativo morale e “tecnico” essere contro certe istanze.
Oltre che la prova medica del fatto di avere un cervello irrorato.
Nello stesso contenitore e per la prima volta qualcuno ha avuto il coraggio di dire l’ovvio in faccia agli stessi avventori della kermesse riminese.
La prolusione di Fantinati (guarda caso del M5S) che ha parlato di laicità dello Stato (orrore!) e di mercanti nel tempio (ma davvero?) ha suscitato tanto scandalo, facile suscitare scalpore in uno stagno, ma state pur certi che passerà veloce ed inosservata, come una savonarolata d’estate.
Dubito che sulle televisioni varie ne sia stato dato un gran risalto e comunque la si metta nei vari talk shows passerà ben presto indistinta nel frastuono generale e questo i padroni del vapore (fumo, appunto) lo sanno benissimo.
Il digital divide farà il resto, quello che pone saldamente l’Italia ai primi posti per consumo di tv generalista e agli ultimi per diffusione della banda larga e della rete.
Peraltro anche le ultime statistiche Ocse fanno ben sperare se il 50% della popolazione viene tecnicamente definito “ignorante di ritorno”, superando quindi la facile speranza oltre la naturale dipartita delle numerose generazioni antiche che hanno affossato per anni ogni tentativo sensato di miglioramento, sprovincializzazione e modernizzazione del paese.
O Renzi, la neo melassa democristiana, o la destra becera, ossia l’humus della stragrande maggioranza degli italioti.
Vi lascio a questo bellissimo bivio e cerco il passaporto.

Se Dio vuole…non sono italiano

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Invece purtroppo lo sono.
E senza neanche il “per fortuna” dubitativo messo pietosamente dal grande Giorgio Gaber in questa famosa canzone-invettiva.
Come tale quindi sono fatalmente esposto più del necessario e del salutare ai prodotti “culturali” di questo paesello arretrato e cado in tentazione.
In questi giorni in sequenza mi sono visto due film come “La vita facile” e il più recente ed acclamatissimo nonché popolarissimo “Se Dio vuole”.
Nessuno potrà mai accusarmi di amare altri lidi e altre produzioni culturali senza conoscere quelle locali.
Dell’Italia ho fatto indigestione a vari livelli.
E la mia idea non cambia, soprattutto al cinema.
Il primo, più antico, meno di successo, pur essendo lontano dall’essere un film di valore è comunque, paragonato al secondo, “Ben Hur”.
Il secondo, imbarazzante, piatto, insultante per una intelligenza media, è il classico film italiano di successo.
Le costanti che accomunano le due operazioni sono il tentativo, maldestro, di ricostruire la commedia italiana di livello (quella degli anni 50-60-70) e il baratro di una recitazione non all’altezza di un simile compito.
Il vero, grande cinema italiano si è sviluppato sulle due direttrici classiche, impegno politico e commedia, e ha toccato le sue vette in quel trentennio, grazie a registi come Rosi, Monicelli, Dino Risi e altri nonché all’apporto determinante di grandi attori come Tognazzi, Gassman etc per non parlare di una schiera di caratteristi venuti dalla gavetta vera (il teatro, anche scalcagnato).
Oggi il residuale cinema di qualità italiano ha tinte globalizzate e vive soprattutto all’estero, nei festivals, ma con successo limitato in patria (penso ai vari Sorrentino, Tornatore, Moretti e così via).
Il resto è questa roba qui.
Sceneggiature disastrose, regie distratte (eufemismo), attori imbarazzanti per pochezza tecnica e dizione (giovani e donne soprattutto), retrogusto culturale da tinello retrogrado e reazionario degli anni cinquanta, una certa tendenza alla caciaronaggine del “siamo brava gente” che non è buffa praticamente mai.
Nella “vita facile” perlomeno c’è un tentativo di sceneggiatura, due attori sufficienti (con un Favino perennemente sopra le righe nel suo sordismo fuori tempo) e la consueta “barking bitch” femminile (una Vittoria Puccini improponibile).
“Se Dio vuole” invece è un Titanic fin dal primo minuto.
Un film cortissimo che sembra eterno, come i suoi presunti temi.
Leggendo i commenti del pubblico nei vari siti, entusiasta, mi sono reso conto una volta di più che il problema di questo paese è proprio di base, culturale.
Un coro di “grande film, non banale e pieno di spunti interessanti”, “il ritorno della grande commedia all’italiana”, “finalmente il tema della fede trattato in maniera intelligente” e così via.
Mi sentirei proprio di dire, per restare in tema, “perdona loro perché non sanno quel che dicono”.
La sceneggiatura è talmente telefonata e prevedibile che diventa un gioco di società per vincere la noia indovinare il passaggio successivo.
I personaggi sono tutti stereotipi e parodie non credibili neanche per un minuto.
La parodia dell’uomo intelligente e di successo ateo, la parodia del prete carismatico, la parodia della donnetta di sinistra (una Morante tragicamente involuta dai tempi di “Bianca”, ormai prigioniera di vezzi e tic nevrotici invincibili).
Se da una parte Gassman junior, sempre più mimetico col padre, ha gioco facile nel gestire in relax una particina stereotipata e romanesca, il buon Giallini, che una volta sarebbe stato messo come caratterista laziale da dieci minuti (come aveva intuito Verdone), messo davanti alla necessità di recitare per davvero in italiano questa ciofeca, frana miseramente.
Degli attori di contorno è meglio non parlare, per non infierire.
Il tono generale è quello della recita parrocchiale da quattro soldi.
Brutto segno quando l’unica scena che strappa una risatina forzata è quella dove uno fa versi scemi (la tremenda farsaccia della scena della finta famiglia).
Inutile dire che in questo scempio di tempo e pazienza parlare di “temi” è semplicemente ridicolo.
Tutto è al livello di un catechismo da prima elementare scarso.
Senza arrivare alle raffinatezze di un “Gemma Bovery” o di un “Molière in bicicletta”, i campioni di incassi oltralpe, basti pensare anche a come viene trattata la farsa in terra francese (“Non sposate le mie figlie!”).
Dialoghi, recitazione, sceneggiatura.
E un mondo dove i reazionari vengono messi in burletta, con feroce eleganza, e non sentiti come il vero substrato ideologico della società.
Penso che l’imminente confronto tra “Le prénom” e il remake italiota “Il nome del figlio” chiarirà il tutto, definitivamente.
Per chi ha occhi per vedere, naturalmente.

Struck n. 18

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In quest’epoca senza più cinema di qualità, soprattutto americano, la gloriosa tradizione della commedia romantica adulta si è dispersa come un bel sogno perduto nelle nebbie del tempo.
Solo pochi anni fa avevamo un Woody Allen al top della forma, avevamo innumerevoli altri americani, soprattutto in costa est, che sfornavano meravigliose commedie, di situazione, di dialogo, in punta di forchetta e naturalmente Neil Simon dominava le scene teatrali.
Oggi abbiamo fantasy inutilmente costosi e Judd Apatow.
L’equivalente della dance plastificata e del rap che hanno sotterrato la musica dell’ultimo ventennio.
Come al solito bisogna riparare sulle migliori serie tv, la vera àncora di salvezza in questa epoca buia.
E sulla HBO in particolare, vera miniera.
E come al solito ormai non bisogna contare sugli yankees.
Dall’Inghilterra infatti viene Stephen Merchant, quel genietto alto, smilzo, nerd e occhialutissimo (la società di produzione, guarda caso, si chiama “Four Eyes”) socio di Gervais in mille avventure crude e sarcastiche che per la prima produzione americana, da solo, sceglie L.A. – California (come in Allen, la patria della superficie) e l’eterno tema dei rapporti uomo-donna visti con gli occhi di un single inglese, web designer, che cerca di rimorchiare lontano da casa.
L’ometto disegnato da Merchant, versione britannica dell’eterno schlemiel, è meschinuccio, attaccato ai soldi, irretito dall’apparenza (le modelle, i parties, il ruolo sociale e la sua medaglietta) ma alla fine paga sempre un po’ di più del dovuto, sia economicamente che umanamente.
Cosa che mi ha ricordato subito vari modelli umani e che stupidamente mi intenerisce.
Secondo l’immortale canone del capolavoro del genere (“Play it again, Sam”), si affanna e cerca tra mille donnette superficiali e senza qualità, se non estetiche, quando ha vicino una donna vera, intelligente e realmente affascinante, con velleità artistiche e culturali, spesso donna di altri, coinquilina, migliore amica e con interessi affini che vanno al di là delle spiagge, delle amiche e del botulino.
Il “meccanismo di Linda” dello straordinario film scritto da Woody e diretto da Herbert Ross si applica alla perfezione anche qui, grazie anche ad una attrice perfetta e updatata al punto giusto.
Nello splendido secondo episodio, “La limo”, ad esempio, magistrale la scena del ritrovo culturale proposto da “Linda” (qui Christine Woods alias Jessica) e l’ultima scena nella limousine tra i due protagonisti, agrodolce e perfettamente alleniana.
Senza dimenticare inoltre i due splendidi personaggi nerd e sfigatelli di contorno, che vedono il nostro come un guru ed un vincente, perenne monito alla relatività di tutti gli assunti.
“Hello Ladies”, come in una specie di futuro alternativo migliore e realizzato, è la commedia come avrebbe potuto essere, aggiornata al secondo decennio degli anni 2000 (di già?) ma non plastificata e senz’anima come la sedicente commedia degli ultimi anni.
Intendiamoci : siamo lontani dai livelli inarrivabili dei modelli di riferimento ma è bastato l’accenno ai vecchi temi della commedia urbana sofisticata, la grande dimenticata di quest’epoca senza romanticismo vero e senza vera ironia, per far sgorgare la rituale lacrimuccia.
Guarda caso, inoltre, la musica che irrora tutta la serie è “antica” : Hall and Oates, Roxy Music, 10cc e mille altri smoothies.
Sulla falsariga dell’altro “estraneo” passato in questo periodo, “Mozart in the jungle”, operazione lussuosamente graziosa nata come web serie su Amazon e fossile di una vecchia era di commedie metropolitane, questa serie è un gioiellino partorita da uno che ha mantenuto il vizio del cervello pur senza perdere un grammo della sua godibilità immediata.
Prevedibilmente, peraltro, “Hello Ladies” non ha superato la prima stagione, a conferma del degrado ormai irreversibile del gusto medio di quello che una volta era il glorioso pubblico statunitense.
Provaci ancora Stephen.
Torna nella capitale.

Ex Machina

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Quando ho saputo che Alex Garland, il geniale scrittore inglese dietro molti film di Danny Boyle e altri, autore di romanzi come “The Beach”, approdava alla prima regia ho sfidato la calura estiva e il generale, depresso ambiente cinematografico italico delle vacanze (tutto il contrario negli States, dove è “high time”), per vedermelo su grandissimo schermo.
E il vecchio Alex “delivers”, come dicono a Londra.
Un esordio così stratosferico non lo ricordavo da tempo.
Debitore dei suoi stessi temi distopici nonché della meravigliosa serie britannica “Black Mirror” questo capolavoro, rarefatto, elegantissimo, senza una parola o una scena in più del dovuto e del necessario, entra fin dal primo secondo “in medias res” e colpisce nel segno a ripetizione.
Non esagero se dico che questo è il film che avrebbe potuto fare Kubrick se avesse davvero portato a casa il progetto AI, ampiamente infettato dalla cooperazione col banale e populistissimo Spielberg e poi finito, e male, dal regista di ET.
Apologo spietato e up to date sul tema dell’intelligenza artificiale, gioco di specchi e di inganni con finale “apparentemente” a sorpresa, questo film è una lama lucente che entra nella carne di un mondo ampiamente tecnologizzato e ampiamente inaffidabile allo stesso tempo, incarnato dallo splendido personaggio del CEO della società simil-Google che accoglie nella sua immensa tenuta il “fortunato” vincitore della lotteria aziendale.
Cast assolutamente perfetto e realizzazione quasi zen, con quella raffinatezza tutta inglese nella gestione degli spazi e dei luoghi.
Domhnall Gleeson, ormai recidivo in queste produzioni, reduce dalla parte “a ruoli invertiti” (rispetto a questo) di un famoso episodio di “Black Mirror”.
Oscar Isaac, ideale nella parte in chiaroscuro di Nathan, il CEO della mega società.
Meravigliosa Alicia Vikander, in una parte che può davvero cambiarti la carriera, che porta a casa la migliore e più precisa, chirurgica interpretazione di un robot mai vista.
Accoppiata in maniera credibile, nella sua ambiguità, ad una sensualità mai vista.
La struttura a sezioni, con capitoli e chiuse a nero, così kubrickiana, è perfetta per scandire la minacciosa discesa agli inferi.
E una geniale scena di ballo da perderci la testa che è l’epitome perfetta, fredda, spietata, della superficialità tossica di un certo mondo oggi dominante.
Da vedere e da rivedere, questo è un film benchmark per il futuro della “fantascienza” pensante.

Il trash e il kitsch

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Amo la fantascienza e amo il trash, due territori spesso contigui, soprattutto al cinema.
Grande l’entusiasmo quindi quando mia moglie, complice un post di un blog che segue abitualmente, mi ha suggerito il noleggio on demand di “Jupiter ascending”, l’ultima controversa space-operona dei fratelli Wachowski, gli autori dell’immortale “Matrix”.
Peccato però dovermi accodare alla lunga schiera di detrattori accaniti di questa monumentale ciofeca.
Spesso anche i migliori di noi si dimenticano la differenza tra trash e kitsch, secondo la dogmatica definizione del Labranca.
Trash è sostanzialmente emulazione fallita o, in alternativa, operazione consapevole verso l’improbabile, verso un cattivo gusto così esibito e surreale da diventare artistico.
Kitsch è invece il semplice e puro cattivo gusto senza coscienza, la sciatteria decerebrata.
“Jupiter ascending” appartiene gloriosamente alla seconda categoria (“glorious failure” dicono gli americani di operazioni ambiziose e rovinose, ma questo più che altro è un “bomb”, come da altra classica definizione critica yankee) e per questo alla lunga, ma anche alla breve, è noioso e fortemente deludente.
Gli ex fratelli Wachowski (ora fratello e sorella : don’t ask…) godono di una meritata fama di visionarietà che proviene da vecchi gioiellini come “Bound” ma soprattutto da film come “Matrix”, vero caposaldo della fantascienza e non solo.
Andati simpaticamente ma decisamente in vacca con operazioni recenti come “Cloud Atlas”, pastrocchio dalle sfumature new age sulla falsariga di altri immortali bombs come “The fountain” di Aronofsky e perfino “Mission to Mars” di un solitamente lucido De Palma, hanno già dato ampia prova di essere passati dalla visionarietà vera al bad trip e alla confusione mentale, spero almeno chimicamente indotti.
L’idea di fondo di “Jupiter”, pur se ampiamente traslata dalla vecchia, geniale intuizione anticapitalistica di Matrix, poteva giustificare la nascita di un piccolo cult.
Peccato poi che però davvero serva una sceneggiatura, una regia degna di questo nome, degli attori e così via.
La cosa paradossale di questo film è che è costato una vera fortuna ma che sembra fatto con due lire, talmente è tirato via senza ingegno e un minimo di vera fantasia.
Come si nota soprattutto nel finale videogamico, una specie di “Tomb raider” dei poveri tra tristi piattaforme di cartapesta e precipizi fintissimi.
Per non parlare del secondo paradosso, che attanagliava anche vecchie discutibili operazioni come “Speed racer” : sembra un film frenetico, dovrebbe essere un film iper adrenalinico ma in realtà, complici la sciatteria velenosa della sceneggiatura e il rosario dei cliché che viene sciorinato senza pietà per lo spettatore, è in realtà un film estenuante, grottescamente lento e noioso, a dispetto dei mille combattimenti.
Debitore distratto di innumerevoli film, sepolto dai cliché, appesantito da una sceneggiatura imbarazzante, questo film dai molti demeriti crolla fino in fondo grazie ad un cast da leggenda del miscast che chiaramente non crede un secondo a quello che sta facendo.
La punta surreale è rappresentata dal duo Mila Kunis – Channing Tatum, due che già di loro non sono certo dei fenomeni, ma che messi in questo tritacarne demente ne escono a pezzi.
L’espressione costante dei due, come dell’intero cast, è quella del disagio di scoprirsi esposti al ludibrio, con la feroce determinazione di portare a casa l’assegno e fuggire il più in fretta possibile con una punta di vergogna.
La Kunis poi, attrice già scarsa in operazioni normali, qui miscast fino al delirio, continua a fare domande inutili per tutto il film (lo “spiegone” perenne, cancro di quest’epoca ricca di fantasy inutili, è il marchio di fabbrica di una sceneggiatura pessima) donandoci però, qua e là, perle leggendarie come la già immortale “Io amo i cani” in uno dei primi, telefonatissimi approcci con il lupoide dalle orecchie a punta (oh yes) Tatum, involontario omaggio all’altra saga mefitica ed infernale del periodo, quel “Twilight” che è il simbolo di un periodo storico che, complice la mancanza di cultura cinematografica, gusto ed intelligenza di gran parte dell’audience, dalla bocca buonissima e dalla scarsissima memoria, ha mandato in soffitta quello che una volta era il glorioso cinema americano.
Solo il buon Redmayne, pur con varie forzature stereotipate, la porta eroicamente a casa, complice un talento nettamente superiore ai suoi comprimari e delinea un discreto, se non memorabile, villain.
Non basta poi la scopiazzatura fatta male di “Brazil” e il conseguente, gradito cameo del grande Terry Gilliam per salvare una nave affondata già al varo.
Peccato, in fondo anche questa è una occasione persa per il trash intelligente, visto che si è preferito rimanere nell’affollatissimo ambito dei baracconi per bambini ritardati.
Il trash intelligente, ad esempio, pervade un film visto recentemente come “Kingsman”, altro film del genere “se vuoi un messaggio, vai in posta”, rivisitazione del genere Bond in salsa postmoderna e tarantiniana.
Un film che ha il grande merito di non prendersi mai sul serio e gioca con i cliché, invece di esserne dominato, e che sempre fa intravedere un cervello sveglio dietro la macchina da presa.
“Jupiter ascending” : un viaggio verso il nulla cosmico.

Christian Petzold !

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Christian Petzold.
Annotatevi questo nome.
È la prova provata che per fare grande cinema bastano pochi mezzi e che in Europa ci sono ancora grandi registi.
Italia esclusa?
Lascio a voi ogni valutazione in merito.
Sorrentino e Tornatore, secondo me e molti i due migliori registi italiani, sono dei grandi artisti e professionisti al servizio di produzioni e cast internazionali.
Appena hanno potuto, se ne sono stati ben lontani dagli ambienti e dalle maestranze nostrane, attori fragorosamente inclusi.
Qui invece siamo in Germania, una Germania che valuta e osserva il suo passato più spinoso, nazismo e DDR, attraverso le lenti felici della storia personale.
La Germania non è solo la caricatura che piace diffondere in questi giorni impazziti.
E mi è sempre sembrata una nazione immensamente più civile e democratica dell’Italia.
Ho visto i due ultimi film di Petzold, quelli che l’hanno imposto all’attenzione degli appassionati cinefili di tutto il mondo.
Films fatti in casa, con l’economia di mezzi dei grandi, quasi bergmaniani, e con il gruppo di attori amici e feticci, qui Nina Hoss (compagna del regista comunque non sospettabile di nepotismo : una attrice straordinaria senza discussioni) e Ronald Zehrfeld, una specie di Russell Crowe teutonico al servizio di un cinema psicologico, di mezzi toni.
“La scelta di Barbara” è ambientato nella DDR (già sfondo per lo splendido “Le vite degli altri”) mentre “Il segreto del suo volto”, riecheggiante furbescamente il titolo del mio amatissimo “Il segreto dei suoi occhi”, capolavoro assoluto, si chiama correttamente e molto più significativamente “Phoenix”.
Quest’ultimo, tratto da un romanzo francese “Le retour des cendres”, parla del ritorno da Auschwitz ma soprattutto del ritorno alla vita di una sfigurata in cerca del marito.
Thrillers psicologici dissimulati sotto l’aspetto dimesso di ambienti spogli, quasi post atomici, che sono la Germania del ricordo, quello lontano del dopoguerra e quello vicino del muro.
Se mi credete, due film eccezionali, di grandissima classe, e con un finale perfetto, da manuale, che sembra quasi la ciliegina sulla torta ed una peculiare qualità di questo nuovo maestro.

Pianto greco

Più passa il tempo e più mi è chiara la complessità del reale e l’inganno perpetuo delle ideologie contrapposte che cercano disperatamente e spesso per motivi inconfessabili di ridurre la realtà all’interno di categorie mentali rigide, sovrastrutturali, autoconservative, false in buona sostanza.
La vicenda greca e le valutazioni sull’Europa sono uno scenario perfetto per far risaltare l’eterno polverone.
Anche in questo caso non esistono verità assolute, complottistiche magari, facilmente manichee.
Fino a quando l’Europa non è entrata in una crisi mondiale e sistemica nessuno si lamentava della moneta unica e dell’Europa stessa.
Ovviamente appena le cose sono diventate complicate la canea e la caccia al capro espiatorio si sono alzate a dismisura.
Così come le presuntuose analisi di economisti e non solo, ammalati di protagonismo e seriamente convinti di aver ragione sempre, perfino in macroeconomia che non è esattamente considerabile una scienza esatta al 100% e materia dove quasi tutti, quasi sempre, hanno ragione a posteriori.
Qualcuno pensa seriamente che si sarebbe evitata la crisi senza euro?
Qualcuno ha analizzato davvero cosa sarebbe successo ai singoli stati in questa crisi senza euro?
Per non parlare di quelli che si sono dimenticati allegramente di cosa è l’Italia e la sua politica, soprattutto dagli anni 70 in poi, prigionieri dell’idea ideologica che tutto il mondo è paese, a dispetto di evidenze clamorose.
Sembra incredibile ma certuni vorrebbero tenersi l’Italietta, capolista mondiale, non europea, in molte classifiche disperanti.
Populismi, professorismi e il valzer continua.
Una delle tante domande è semplice : se al posto della Germania ci fosse stata qualsiasi altra nazione con l’economia a posto siamo davvero convinti che il negoziato sarebbe stato diverso?
O ci piace pensare al solito luogo comune antitedesco?
Si può pensare che la Germania, prima economia europea, prima popolazione nel continente, non debba essere trainante?
Se al posto della Grecia ci fosse stato un nostro debitore diretto, saremmo stati altrettanto tolleranti?
Avremmo accettato le leggerezze del governo e delle gestioni precedenti con una alzata di spalle?
Avremmo accettato di buttarla in politica?
Per non parlare delle sciocchezze sul colpo di stato e sulla cessione di sovranità.
L’Europa è basata sull’idea di cessione di sovranità che è implicito se si vuole fare un mega stato federale sul modello americano.
Infatti a mio modesto parere gran parte dei problemi nascono da questo continuo, finto malinteso e da una lenta, troppo lenta creazione del nuovo stato.
Con il contorno di nazionalismi e personalismi dei singoli politici, francesi e tedeschi inclusi.
Ho sentito qualcuno dire che l’Europa permette di fare politiche che si vorrebbe, ma non si riesce, a fare al proprio interno.
Magari fosse così.
In realtà è esattamente il contrario : tutti quelli che bazzicano l’Europa sanno che i politici e i nazionalismi incrociati, con relativo corollario di riluttanza a rinunciare al proprio scettro e alla propria rilevanza, sono il vero cancro.
Ed è questo, secondo me, il vero errore della Germania in questo giro di vite greco.
Non certo quello di pretendere serietà e compliance comuni a qualsiasi azienda di medio livello.
Semmai quello di non considerare l’aspetto “politico” e di immagine della vicenda.
Infatti il buon Matteo su questo, argomento che conosce bene e suo unico interesse nativo, ha detto anche parole sensate, riferite a entrambi i “contendenti”.
Lo stesso meccanismo decisionale e la conseguente criminalizzazione della UE e della Troika restano un difetto di immagine e un intralcio ad una gestione più open minded dell’intera questione.
Col risultato che il famigerato duo Merkel / Schaeuble più che altro fa rimpiangere Kohl, Schmidt, Schroeder, gente così.
In questo senso, da europeista razionale, penso che prima se ne vanno e meglio è.
La mediocrità ottusa e l’assenza di lungimiranza in queste cose sono un peccato davvero mortale.
Ciononostante solo uno sprovveduto o uno in malafede può pensare che l’Europa abbia davvero un deficit democratico formale.
Renzi è al governo secondo le regole e formalmente questo, pur non piacendomi, non è un deficit democratico.
Parallelamente le istituzioni europee, create da governi regolarmente eletti, hanno legittimità formale.
Devono però fare un salto di qualità ideale, secondo le logiche dei fondatori dell’Unione, e ambire ad una democrazia più visibile e diretta, meglio comunicata.
Anche per spazzare via i facili populismi di quelli che pensano seriamente che il popolo debba decidere su tutte le questioni, soprattutto quelle che non comprende, senza delegare nulla ai rappresentanti.
O anche gli opposti estremismi, di sinistra e di destra, che guarda caso si saldano proprio qui e adesso.
Il che comporta anche e di nuovo una riduzione dell’invadenza delle singole nazioni.
Pensate ad un futuro dove le elezioni europee sono le vere elezioni (sul modello presidenziale americano), quelle che contano, e non l’occasione per i singoli partiti delle singole nazioni di piazzare i mediocri, gli impresentabili (Lega maestra in questo senso, a perenne ricordo della loro leggendaria apertura mentale al di fuori di Voghera), i diversamente e meglio allocabili.
La California (non il Wyoming, by the way) è fallita recentemente e non dico che nessuno se ne è accorto ma quasi.
Io spero e auspico una Europa di questo tipo.
Capisco che piacciano le chiacchiere televisive ma la dicotomia austerità-crescita è fuffa.
Se l’economia è in crisi una certa dose di austerità è inevitabile.
E non c’è nessuna ideologia complottarda alle spalle ma puro buon senso amministrativo.
Semmai è sulle regole di ingaggio e in generale l’apparato legale e di regolamenti che va applicata più flessibilità intelligente e una generale semplificazione antistatalista.
Ma è ovviamente tutt’altro discorso.
Et-et, non aut-aut : sempre difficile per gli ideologici e i manichei di tutte le casacche accettare una realtà inevitabilmente grigia.
Sarà impossibile migliorare questa Europa? Vedremo, sono processi lunghi e la storia non fa sconti, soprattutto in questo momento.
Aspetto ancora di capire dai nostalgici del nazionalismo e della divisione quale è il loro progetto per un mondo palesemente e clamorosamente diverso dalle loro visioni, addirittura premoderne.
L’Europa è l’unico progetto globale possibile (l’Europa unita è e resta una delle tre economie più importanti al mondo) ma ovviamente il modo in cui è gestito va migliorato molto e richiede il suo tempo di realizzazione.
Nel frattempo però bisogna anche smetterla di fare le anime belle e pensare che i soldi non comandino sia in politica che in economia, sia davanti che dietro le quinte.
Mi piace questo mondo? Molto poco ma è utopia pura quella di pensare di poterlo cambiare radicalmente, mi accontenterei di piccole migliorie.
Sia chiaro : la Grecia non sarebbe comunque mai uscita dall’Europa, per mille motivi, anche e soprattutto geopolitici, e l’euro è sicuramente qui per restare.
Ovviamente pronto a ricredermi se la realtà si adeguerà all’idea dei complottisti, non ho partiti presi e non prendo partiti in generale.
Accetto però scommesse nel frattempo sia contro i faciloni sia contro i catastrofisti totali.
Anche a medio termine, perchè a lungo, come disse Keynes…

Maps to the stars

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David Cronenberg è un regista tendenzialmente “sgradevole”.
In certi casi sa essere anche “molto” sgradevole.
Eppure l’entomologo freddo e cinico del Canada è anche uno dei pochi registi che valga la pena seguire.
Fin dai tempi dei primi capolavori, come lo straordinario e profetico “Videodrome” (uno dei film che più inesorabilmente colpisce nella storia di qualsiasi guardone cinematografico) e oltre, fino a “Crash”, “Existenz” e molti altri.
L’ossessione per il corpo, per la compenetrazione stessa dei corpi, per quella che una volta si sarebbe chiamata la “reificazione” delle persone giunge con “Maps to the stars” al punto di svolta.
Non si tratta più di fare della fantascienza e guardare, inorriditi, la mente umana fare scempio anche del proprio corpo in nome dei propri demoni.
Qui, a Hollywood, gli umanoidi sono già tra noi da tanto tempo, quasi a seguire lo sviluppo del più volte citato e ultraprofetico “They live” di Carpenter.
Sembrano umani, fanno una vita di superficie assoluta, ultrasaturata nei colori e surrealmente ipermoderna, tra botulino e ossessioni varie psicomotorie (Cusack è un guru che fa fisioterapia “mentale”), falsità e sorrisini assortiti, ma, nella sostanza, sono già qualcos’altro.
Ci sono momenti di una freddezza crudele raggelante in questo film importante e disgustoso allo stesso tempo.
Quando Julianne Moore, attrice nevrotica letteralmente “distrutta” dalle ossessioni carrieristiche e social, scopre che la propria rivale per la parte della vita (che è la parte di sua madre in un remake) perde stupidamente il bambino in un incidente domestico e quindi anche la parte che era già sua, la scena di malcelato giubilo con la propria agente e poi con la propria assistente, con tanto di balletto, sono quanto di più fastidioso e indimenticabile uno possa ricordare.
Come le numerose scene provocatorie di “funzionalità” degli umanoidi, nel sesso, nelle funzioni corporali.
Nella tremenda scena di sesso a tre, subito dopo, Julianne squarcia per noi la quarta parete e cerca di avere un piccolo momento di requie chiedendo aiuto e calore umano al suo amante.
La scena che ne segue è memorabile, memento assoluto delle “bestie” senza senso, manipolatrici, crudeli, egoiste, opportuniste e senza coscienza che infettano ormai il mondo per come lo conosciamo.
Julianne ha preso giustamente la Palma d’Oro per questo viaggio nell’inferno quotidiano, hollywoodiano e non, agghindata come un Virgilio ancora a mezza strada tra il mondo di una volta e il nuovo mondo.
Poi ci sono i mostri assoluti, la splendida Mia Wasikowska, l’assistente della protagonista, uno dei migliori e ormai rari talenti della new Hollywood, ritratto perfetto del mondo di insetti che circonda le celebrità, nevrotico, derivativo, tendenzialmente divorante.
Fino infatti alla scena straordinaria dell’uccisione, dove Mia ha l’espressione perfetta e curiosa di chi cerca di aprire una bambola senza capire molto quello che sta succedendo.
C’è pure il tema dell’incesto, una metafora del mondo che divora sè stesso, con quel bambino divo così significativamente “lynchiano”, in un film che accosta una volta di più, anche nell’atmosfera generale, perfino nel sonoro, i due grandi visionari del cinema americano degli ultimi trent’anni.
Gli umanoidi che popolano questo film senza speranza hanno ancora pulsioni primarie, hanno un inconscio “ingombrante” che si cerca di tenere a bada come un incubo allucinatorio con farmaci e con nuove tecniche molto costose e raffinate.
L’abuso di farmaci e la cultura della pillola sono la seconda grande caratterizzazione hollywoodiana che va oltre la metafora stessa.
Grande film, non per tutti i gusti come da regola della casa.

Watch out !

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Per noi che, come dice un mio amico “melomane”, se la Apple si mettesse in testa di costruire elicotteri o bunker antiatomici potremmo valutare la cosa, l’arrivo dell’Apple Watch è stato ovviamente un evento da guardare con attenzione.
Dopo qualche giorno di uso assiduo e costante posso ben dire che l’attesa non è stata vana.
Il primo device post-Jobs e il primo passo di Apple nel mondo dei wearables : non sembra che i fenomeni di Cupertino abbiano sbagliato il bersaglio, anche questa volta.
La vera natura della mela, dopo la geniale intuizione di Steve di puntare tutto sul mondo post-pc, quando tutti erano distratti e scettici, e di farlo con la consueta classe e con il perfezionismo estremo tipico di un fan, è sempre stata quella di focalizzare il punto, analizzare la necessità dei devices e delle loro funzioni e poi sfornare inevitabilmente ed invariabilmente il modello che poneva lo standard, superava i goffi tentativi precedenti, sempre all’insegna della pulizia formale, della bellezza estetica, del design che diventa modo di vivere.
Il Watch che ho al polso, così come il primo Iphone, è lontano dall’essere arrivato alla sua forma definitiva e matura, è ampiamente perfezionabile ma pone le basi per un vero utilizzo quotidiano di un wearable nella vita di tutti i giorni.
Sembra quasi che dopo aver “costretto” il mondo intero a scoprire l’indispensabilità di un “palmare” (per dirla con antichi gerghi), la Apple volesse far rialzare la testa a milioni di ometti chini sui loro smartphones e farci riscoprire la bellezza e la naturalezza della posizione eretta senza però perdere un contatto costante e possibile con la nostra “infosfera”.
Ecco perché parlare di “accessorio” dell’iPhone è molto riduttivo.
Le già annunciate caratteristiche del primo aggiornamento software (WatchOs 2.0) previsto per Settembre alludono agli sviluppi.
Che sono il consolidamento di una piattaforma software su cui lavorare, una girandola di apps in costante aumento, la liberazione dalla dipendenza diretta con iPhone e così via.
Io, come molti, ho preso la versione più economica, quella Sport, anche pensando alle possibili interazioni nella mia ora quotidiana di bicicletta.
Le versioni superiori, più simili a gioielli che a pezzi di hardware, sfumano sempre più il confine tra i due mondi, seguendo la direzione elitaria che la Apple ha sempre giustamente perseguito e con esiti economici che più volte hanno sbalordito noi fanatici della prima ora, quando Apple coltivava questi vizietti per un gruppo di adepti in guerra contro il mondo prosaico di Microsoft e altri.
Non appena il mondo dell’informatico è uscito, prima dai laboratori, poi dagli uffici, per entrare nelle case e nell’immaginario delle persone, secondo la nota teoria del “software diffuso” e sempre più vicino alla psiche, al corpo, a tutte le attività umane, Apple si è trovata naturalmente in prima linea “mentale” contro la polverosità tastierosa, grigia e beige, del vecchio mondo informatico.
Nokia, Blackberry, la stessa Microsoft ne sanno qualcosa.
La mela 2.0 è sembrata subito come l’irruzione di una tecnologia aliena, colorata, perfetta.
Come un passaggio dalla tv in bianco e nero alla tv a colori in HD su mega schermo piatto in un sol colpo.
Ed eccomi qui, ogni giorno, e soprattutto in giro, a controllare le mie notifiche, a parlare con Siri (gulp), a farmi guidare per strada da Maps con piccoli segnali “aptici” sul polso, come un butler digitale che ti pizzica dolcemente, a misurare le mie pulsazioni e i miei giri in bicicletta, a cercare di chiudere i dannati cerchi dell’applicazione di attività fisica, a fare traduzioni al volo sempre parlando…
Per non parlare dei tocchi di classe alla ricerca della UI perfetta come la “digital crown”, un ritorno alla fisicità della clickwheel dell’Ipod, o come lo schermo che sente la pressione prolungata per entrare nei sottomenù, la terza dimensione nel software, tecnologia che verrà implementata anche sul nuovo Iphone.
Le applicazioni sembrano infinite e personalmente attendo con ansia l’utilizzo a livello “casa”, “hotel”, “automobile”, “pagamenti” che già sono sul piatto.
Non pensavo che sarei tornato ad indossare con costanza un “orologio”, giusto Jony Ive e quei diabolici di Cupertino potevano riuscirci.

La maggioranza “silenziosa”

Quando ho letto che all’ennesimo “Family day” di qualche giorno fa si sono presentate, incuranti del ridicolo, un milione di persone, ho indugiato una volta di più nel mio ormai atavico pessimismo di fronte al paesello delle controriforme continue senza riforme vere.
Una volta si diceva che la maggioranza silenziosa lasciasse fare politica e prendere in mano la cultura (argomento che maneggiavano oggettivamente con impacciata difficoltà) agli altri, la minoranza aggressiva che imponeva le logiche del tempo ad un popolo naturalmente lavoratore, sano, cattolico.
Era l’ennesimo trucco, ovviamente.
In realtà questo paese è sempre stato governato, anche nelle sue istanze profonde e non solo sulla superficie della politica politicante, da quella parte che b non a caso continua ad evocare come la parte sana del paese, la parte “moderata”.
Parte che ovviamente, prima con la DC ed alleati e poi con il tragico ventennio postfascista successivo, ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo, chiagnendo e fottendo allegramente, additando allo smoderatissimo popolino fascista nell’animo il drappo rosso per controllarli meglio.
Capite bene quindi la mia sorpresa con sorriso incorporato quando molti, tra cui uno…scienziato, sull'”Huffington Post” hanno demolito l’ennesima menzogna e hanno ridimensionato di parecchio la presenza di pubblico all’insano evento.
Che fa il paio, per ottusa stupidità intollerante, con gli happening di “lettura” silenziosa (here we go again) delle sentinelle, nostalgicamente rabbiose per la perdita di supremazia culturale.
D’altronde, si sa, indugiare troppo nel trappolone ideologico cattolico (b direbbe : la scelta di campo) porta inevitabilmente al bivio che tutti noi, che abbiamo tollerato cristianamente gli intolleranti cristiani bigotti, abbiamo constatato di persona : o fanatismo illiberale (il prezzo della coerenza) o ipocrisia (lo scontro con la realtà).
Dal padre al paternalismo è un attimo, così come dalla supremazia al suprematismo per i sedicenti missionari per conto terzi.
Sull’evento in sè ovviamente non c’è molto da dire : chiunque si raduni in piazza per dimostrare contro diritti altrui secondo me è già fuori di senno.
Se aggiungiamo poi il carico da venti del farlo in un paese che è tuttora agli ultimi posti per leggi sui diritti civili e affini, siamo nel patologico urgente.
Perchè la “pancia” del paese, per far riferimento all’organo impropriamente usato per pensare, ha in grande odio il diverso (come le cronache degli ultimi tempi dimostrano ad abundantiam), vive nella sua provincia addirittura pre-statuale, si beve ogni giorno quasi solo ed esclusivamente una tv dove imperversano sgallettate sculettanti e nello stesso tempo preti pontificanti (diade che ha sempre gettato nello sconforto gli europei di fronte al nostro telecomando e simbolo massimo del paternalismo) e sembra dimenticare, di fronte alle donne, ai gay, a chiunque sia “diverso” agli occhi ottusi di un maschietto medievale piccolo piccolo, che esistono ragioni per cui esistono movimenti siffatti e che additarli oggi come invadenti e prevaricatori equivale al pensiero deviato di chiunque faccia dei danni seri, prolungati, profondi e poi non si attenda reazioni.
Con un Renzi apparentemente già in declino, nonostante la bravura affabulatoria e retorica, qui sempre apprezzata oltre misura, il popolino sembra già pronto per ritornare agli antichi amori, in una comunione di intenti e affinità talmente forti che, si teme, possa andare avanti all’infinito.
Ma, come dicevamo, esiste una speranza.
La speranza si chiama il dato numerico : in fondo non sono poi così tanti e la maggioranza rumorosa abita altrove.
In fondo il paese più vecchio d’Europa si rinnoverà fatalmente, complice il tempo.
In fondo Internet, con tutti i suoi difetti, apre la mente, apre al mondo e non è un mezzo totalmente passivo e top down come la tv (fascista per natura e infatti sfruttata a fondo da tutti i fascismi del mondo).
In fondo prima o poi l’Europa prenderà in mano direttamente il comando, da stato federale vero, e certe enormità dovrebbero sparire.
In fondo la Chiesa stessa con Bergoglio, l’odiatissimo Bergoglio, cerca (davvero?) di girare a 360 gradi e rinunciare all’ingombrante e imbarazzante presenza nella società e nell’economia, soprattutto italiana, cerca di includere invece che escludere, sorridere invece di pontificare sul nulla, rinunciando a imporre dogmatismi spericolati ed indifendibili.
Non so quando l’Italia smetterà di restare in fondo a tutte le classifiche di lettura libri e giornali, libertà di stampa, libertarietà di leggi e sistema decisionale, conoscenza del mondo e così via.
Forse quando la maggioranza silenziosa smetterà di berciare, questo sarà il segnale che anche questo paese avrà voglia, finalmente, di entrare nella modernità.

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