Melassa

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Tra le tante cose che denotano lo scorrere del tempo e la regola del cambiamento, per noi aficionados agèe, evangelisti della prima ora, vedere oggi la Apple sul tetto del mondo fa una certa impressione.
Sul marketing si creano tante fortune, spesso immeritate, ma la mela attuale raccoglie copiosi frutti economici e soprattutto trionfa a dispetto di tutto come in una forma di risarcimento per molti anni di battaglie da “maverick” contro il sistema e perfino anni di disperata battaglia contro un fallimento sempre imminente.
Diventa difficile spiegare alle nuove generazioni cosa era la Apple ai nostri tempi, i tempi delle “pc wars” dove contavano la “compatibilità”, lo standard, dove si usavano i personal computer sempre offline, dove si caricavano i programmi (già locuzione antiquata) con dischetti dalle capienze ridicole e così via.
In quel mondo grigio, primitivo, anche se pieno dell’entusiasmo della nuova era, schierarsi dalla parte della mela era un fatto quasi filosofico.
Il primato della bellezza, della UI, di internet, erano chimere nella mente dell’illuminato Steve e di pochi altri.
Gli altri, Bill Gates in primis, lavoravano sulla quantità (anche dei dollari) e mentalmente, pur parlando di nuova tecnologia, ragionavano, soprattutto commercialmente, con categorie ancora del secolo scorso, tradizionali.
Nel momento in cui si è entrati nel futuro “wired” e immateriale per davvero, Steve Jobs, dopo aver dichiaratamente e velocemente archiviato le pc wars con una sconfitta (il famoso keynote dell’accordo con Gates), si è trovato immediatamente a suo agio.
E ha finito per vincere anche commercialmente, col paradosso che il traino del mondo extra pc sempre connesso (ipod-iphone-ipad…una triade insuperabile, una sequenza magica) ha fatto crescere esponenzialmente perfino le vendite del Mac, che è sempre stato il migliore e anche il più bello dei personal computer, ma che oggi, potenza del marketing, lo dimostra anche nei numeri.
Da maverick a superpotenza, oggi è la Apple IL sistema.
E vive il mondo post Steve Jobs.
Pur avendo una enorme ammirazione per Steve fin da tempi non sospetti, quando pochi sapevano anche solo chi fosse, anch’io sono consapevole che perfino Steve sbagliava tempi e modi.
Ho vissuto in diretta il keynote della presentazione del Rokr (what? Ve l’eravate dimenticato, vero?) e quindi non ho una visione totalmente apologetica, perfino sul piano della comunicazione e del carisma, peraltro indubitabile.
Ma vedere oggi Tim Cook nell’ultimo keynote mi ha fatto da una parte tenerezza, dall’altra tristezza.
Non entro nella valutazione dell’uomo e del dirigente, mi fido della posizione e della valutazione fatta da Steve stesso.
Lo valuto come “front man” riluttante, dichiaratamente riluttante, e come creatore di forme che sono anche sostanza, soprattutto in quel mondo.
Ho toccato con mano la fragilità di un uomo che ha un compito abbastanza immane e che è soggetto prevedibilmente a pressioni eccessive.
Nel keynote ho notato la voce incrinata dall’emozione e dalla tensione, la buffa esultanza da “travet” per quelli che solo in un brutto sogno possono essere considerati grandi successi.
Mi riferisco al momento del “one more thing”, al pugnetto per Apple Watch, alla triste pantomima, mal recitata, con gli scoppiatissimi e bolsissimi U2 che non fanno un disco decente da vent’anni.
Alle spalle l’azienda lavora ancora bene e ha una tradizione ed una inerzia che la preservano da “major faults”, ma nella sostanza è perfino troppo evidente che la scintilla è andata per sempre e il mondo stesso va in varie direzioni che la Apple stessa, affannosamente, cerca di rincorrere, invece di indicare la strada, come ha sempre fatto.
Tutto è molto più prosaico e soggetto ad errori e piccole-grandi manchevolezze.
L’iOs è stato stravolto, copiando Android (whaaat?), per biechi motivi commerciali, ed è, almeno esteticamente, enormemente inferiore alle prime releases.
È anche enormemente più fallibile, come i continui bugs e aggiustamenti dimostrano.
In questo la maniacalità e il perfezionismo dell’era Jobs sembrano malamente svaniti per sempre.
L’Apple Watch (piccola novità : si vuole uscire dalla schiavitù del prefisso i-), pur promettente, viene presentato in fretta e furia, mesi prima di un suo reale aggiustamento, proprio per parare il colpo delle mancate novità.
L’Healthkit è tardivo, presentato male e senza le necessarie applicazioni è inutile.
Si propongono mille varianti degli stessi prodotti, come per coprire tutte le nicchie possibili, ma sempre a prezzi eccessivi vista la sostanziale mancanza di novità ed una concorrenza che non sta certo a guardare e può vivere ancora per dieci anni sul benchmark creato da Jobs nei devices post-Pc.
Indubbiamente non si può inventare la ruota tutti i giorni e nessuno saprà mai se e come Steve avrebbe reagito ad un mercato ormai ultra saturo e post tutto.
Ho sempre visto la Apple non come quella che inventa ma come quella che fissa gli standard definitivi, con bellezza, intelligenza, classe e semplicità.
Un pò come l’illuminato che ha unito valigia e ruote creando lo standard della mobilità in viaggio e vedendo, in forma semplice, una cosa che era sotto gli occhi di tutti ma che inspiegabilmente nessuno aveva mai connesso (una delle ultime famose scene di “This must be the place” di Sorrentino parla proprio di questo…).
Steve, come tutti i grandi, se ne è andato decisamente presto, lasciando i mortali ad arrabattarsi con un mondo sicuramente troppo prosaico e limitato per la sua mente libera e superiore.
La mutazione genetica è in atto.

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Cherrypicking n. 20

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Il periodo berlinese di Bowie e dei suoi accoliti, Iggy Pop, Tony Visconti, Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar, la crema dell’intellighenzia del rock inglese, è sempre stato uno degli apici culturali, psicologici, filosofici, musicali dell’intera storia della musica moderna.
David si rifugia qui per scappare dai pusher e dai deliri della feroce città degli angeli, per annegare nell’anonimato che ti salva dalla follia e per rigenerarsi sotto tutti gli aspetti possibili.
Sulla cover del suo live americano “David live”, appare un David spettrale e pre-cadaverico al punto che Bowie, a distanza di anni, dirà che l’album andrebbe ribattezzato “David is alive and well and living only in theory”.
L’ultimo album prima della fuga ha già un passo nel futuro, è lo stratosferico “Station to station” e ha in sé pulsioni contraddittorie, soul plastificato in letale combinazione con elettronica distorta, e la malata atmosfera anche del film di Roeg con Bowie, “The man who fell to earth”, una delle pellicole più affascinanti e disturbanti dell’intera filmografia inglese.
David arriva a Berlino e cambia look, gira con cappello e vestiti dimessi, si libera dell’intero suo guardaroba e di quasi tutte le sue proprietà, gira in bicicletta.
Una forma di zen di autodifesa.
Le lunghe passeggiate nella città più spettrale e affascinante del momento, in piena decadenza, ancora abbarbicata agli ultimi bagliori della separazione forzata del muro, impregnano questi solchi imbevuti di divino.
Hansa by the wall il nome dello studio di registrazione, del rifugio sonoro che contribuisce alla produzione, in sequenza, di “Low”, “Heroes” e “Lodger”.
La trilogia berlinese.
Tre capolavori assoluti, il terzo incredibilmente sottovalutato ma ancora adesso, a distanza di 35 anni, la definizione migliore di rock moderno.
Tony Visconti, produttore storico e mentore del primo Bowie, quello ziggyano, racconta delle sue peregrinazioni sotto il muro con la fidanzata del tempo, nelle pause di lavorazione e il vampiresco Bowie che lo immortala per sempre nel testo di “Heroes” :

I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns shot above our heads
(over our heads)
And we kissed,
as though nothing could fall
(nothing could fall)

In quella temperie e in quella rinascita, David si salva la vita ma in parte la salva anche a noi, cambiando totalmente pelle, entrando di prepotenza nel futuro, inventando nuove sonorità oppure mettendole a fuoco e a lucido come nessuno aveva mai fatto prima.
Una specie di Apple musicale, l’importante non è uscire prima col prodotto ma arrivare meglio e stabilendo lo standard.
E anche dopo, un album sensazionale, derivativo, come “Scary Monsters”, dominato dal genio di Fripp e contenente la nuova “Fame”, quella anthemica, indimenticabile “Fashion”, pezzo gelido, definitivo, visionario (“We are the goon squad and we are coming to town. Beep Beep.” Che dire?).
Nonché pezzi immortali come “Ashes to ashes”, il conto definitivo con le vecchie mitologie, ormai morte e seppellite col sarcasmo dei grandi.
E con un finale giustamente indimenticabile :

My mother said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”

E dopo ancora, l’ultima maschera e il periodo di “superstardom” che ha seguito “Let’s Dance”, con la ricerca degli hits con Neil Rodgers e un tour, “Serious Moonlight”, che è la definizione del cool e del controllo sovrumano del palco e della scena.
Iggy Pop, intanto, lucido e veloce come una scheggia, in piena era post Stooges partorisce subito il suo capolavoro, quel gioiello di “The Idiot”, interamente prodotto col sodale, l’algido ragazzo londinese che ne è la sua versione ripulita e dandy.
In questo straordinario primo album solo, colonna sonora del suicidio di Ian Curtis dei Joy Division, altra anima persa ma persa per davvero, senza una sua salvifica Berlino, ci sono varie perle.
A parte “Sister Midnight” e “China girl” che saranno rimasticate e messe su vinile anche dal grande Duca (“Red Money”, immensa, e l’omonimo superhit di “Let’s dance”), ci sono due pezzi che una volta ascoltati non escono più dalla corteccia cerebrale, di una grandezza senza pari.
“Dum Dum boys” e “Mass Production” hanno la cadenza e l’incedere delle grandi imprese del dandismo decadente in musica.
Berlino, o cara.

Serve un medico

“La religione è un’illusione, e deriva la sua forza dal fatto che corrisponde ai nostri desideri istintuali” (Sigmund Freud).
“Se una persona vede un amico immaginario è pazzia, se mille persone credono di vedere un amico immaginario è religione”.

Rileggere Freud e in particolare l’illuminante “L’avvenire di un’illusione” è sempre positivo per mettere al loro posto le aggressive pretese delle religioni organizzate.
In quel saggio ci sono anche parti davvero definitive sia sulla dannosità dell’indottrinamento religioso precoce, che crea nevrosi e problemi infiniti tuttora, e che è, tanto per cambiare, profondamente illiberale nella sua stessa concezione, sia sulla somiglianza tra le pratiche di devozione e le azioni cerimoniali dei nevrotici ossessivi.
Siamo sempre nel vasto campo dell’apotropaico e della trasformazione di un “wishful thinking” in un meccanismo inesorabile di controllo delle masse, grazie anche all’uso smodato e oserei dire quasi criminale del senso di colpa.
Anche la storia recente dimostra ad abundantiam la dannosità di ogni sistema ideologico che, ritenendosi erroneamente al di sopra di ogni controllo di valutazione razionale, crea facilmente mostri che, in nome di qualsiasi dio, si sentono in dovere di controllare le persone o eliminarle se contrarie al loro credo.
In questo senso trovo sempre risibile e ipocrita, secondo la più bella scuola nostrana, l’atteggiamento che assumono i cattolici quando si paragonano ad altre religioni concorrenti.
Le uniche istanze per le quali, a fatica peraltro, il cattolicesimo è più presentabile in società rispetto ad altri deliri, sono riconducibili all’azione incessante, inesorabile, di un mondo che, soprattutto dopo Lutero (che aveva ragione praticamente su tutto) e l’illuminismo, si è rifiutato di vivere in una teocrazia senza alcun riferimento alla razionalità.
La Chiesa, ed è un controllo facile questo, si è sempre trovata, inevitabilmente, dalla parte sbagliata in quasi tutte le questioni fondamentali degli ultimi secoli (mi viene in mente il suffragio universale e la donna, per fare un esempio tra i tanti).
Salvo poi “rettificare” a posteriori per puro spirito di sopravvivenza.
Lasciati a sé stessi è evidente che i cattolici avrebbero continuato a tenere nel Medioevo la società, analogamente a quello che succede, in parte, in altri ambienti e in altre religioni.
In tempi di conflitto aspro religioso, ennesima dimostrazione della persistente dannosità di ogni sistema ideologico assolutista, pavlovianamente i cattolici “duri e puri”, che hanno in odio fanaticamente la “tiepidezza” dei pensanti, hanno sempre risposto innalzando i vessilli crociati e farneticando di reazioni agli assolutismi altrui con il proprio assolutismo, elevando a feticcio, ad esempio, le origini cristiane dell’Europa.
Niente di più lontano dal buonsenso e dalla realtà.
Chiunque abbia esperienza di mondo e che abbia visto, parlato, interagito anche con altre religioni e pensieri, sa benissimo che gli uomini in genere si assomigliano nella loro ricerca di serenità, benessere anche economico, libertà.
Questo succede anche nei paesi non cristiani ed è questo che lentamente sta succedendo anche lì, al di là degli estremismi e delle follie amplificate dai media.
Quindi se davvero si vuole combattere una certa deriva, la risposta non è ideologica assolutista ma proprio di taglio opposto, ed è quello che, in background, sta succedendo davvero e succede tutti i giorni in molte metropoli multietniche in Europa e nel mondo, al di là delle logiche differenze culturali.
La vera soluzione è il superamento e la non accettazione di qualsiasi ideologia da “verità in tasca” indubitabile.
Tanto più se non sorretta da uno straccio di credibilità qualsiasi se non l'”ipse dixit” di qualcuno o di qualche libro.
Trovo che questo sia un passaggio cruciale per il futuro delle nostre società, anche perché la democrazia, pur con tutti i suoi enormi, evidenti limiti, è ovviamente l’unica strada percorribile che metta al riparo dall’arbitrio “certo” e la democrazia è evidentemente e strutturalmente incompatibile con ogni forma di teocrazia.
Oggi il passatismo e la nostalgia per le fedi assolute, ancorché acritiche e refrattarie ad ogni cervello libero e con spirito critico allenato, hanno molte sponde e vivono ancora di una, illusoria, revanche.
Lo vedo anche nei nostalgici delle “patrie”, dei “popoli” intesi come una volta.
Quali popoli? Quali patrie?
In una società sanamente multietnica si impara che tutti hanno ragioni e diritti ma che nessuno ha mai ragione se esercita il proprio diritto aggressivamente contro gli altri.
E ogni bandiera è sempre un buon pretesto per menare le mani a sproposito, come anche i deliri subculturali calcistici e le relative “fedi” dimostrano ogni giorno.
Per questo apprezzo una UK che è basata su un matrimonio di interessi, anche culturali, che vanno al di là delle etnie intese “alla Lega”, ossia in maniera medievale, completamente fuori dal tempo e dal buonsenso.
E spero ovviamente in un referendum scozzese che confermi l’uso del cervello, a riguardo.

…driven to tears

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And then, it finally happened.
Unavoidably I cried.

Little light shining,
Little light will guide them to me
My face is all lit up, my face is all lit up
If they find me racing white horses,
They’ll not take me for a buoy

Let me be weak, Let me sleep
And dream of sheep

“And dream of sheep”, the beginning of the “Hounds of Love”‘s suite, a lyric and a song absolute, definitive, couldn’t help but defeating me with a theatrical setup like that.
Anyway the emotion had begun much earlier, with a pounding heart and a sensational party atmosphere, almost religious, to the tune of “Lily”, the beginning of a concert and a show, that of Kate Bush’s Hammersmith Apollo after 35 years of absence from the scene, which will surely remain in history.
“Lily”, one of my top ten songs to bring in the famous deserted island, a propitiatory song, really on the verge of religion.
Kate barefoot, regularly black-dressed as a priestess, comes in from the side, almost in a whisper, followed by backing vocals, and the scream that I heard, the reception, is something that I have never witnessed in any show, ever.
The first thing that I noticed was the band, a war machine of instruments’ gods (Omar Hakim on drums, Mino Cinelu on percussions, David Rhodes on guitar, John Giblin on bass … pretty much the cream of the brood of grandchildren of Miles Davis, Peter Gabriel and many others. Today the university of music), controlled by the supremely crystal clear Hakim’s drums who, of course, along with Rhodes, is the driving force of the sound.
The “Lily” start is one of the most perfect things I’ve ever seen on a stage.
The stage show begins as a concert in paradise, still remaining a traditional concert.
Impeccable as always, the London audience, though overwhelmed by emotions, stays in its place, no films, no photos, sits down at the beginning of every song, following the clear request that Kate cleverly asked before the first of this series of 22 “theatrical” concerts.
Kate, in an impressive vocal shape, really on the verge of divine, effortlessly rattles off songs from his boundless and extraordinary repertoire: Lily, Hounds of Love, Joanni (in a version to die for), Top of the city, Running Up That Hill (greeted by a roar that shook the foundations of the dear, old, although renovated, Apollo), King of the mountain (another wonderful version, even greater than on record).
We would go on like this for hours and no one would ever say anything, it would still have been the peak of a career in music voyeuring.
But the lyrics of the final “King of the Mountain” should have warned us:

The wind is whistling
The wind is whistling
Through the house

Here, as announced, the concert quickly becomes something else with a wonderful coup de théâtre, it becomes immediately a lavish multimedia musical.
Lights, wind, and suddenly the band disappears in the background, a shipwreck is staged in a few seconds.
A shipwreck on stage.
And a rescue helicopter that travels over the heads of the lucky witnesses, flooded by the lights, the screams and the music.
I have attended years of concerts, musicals, theatre seen and partly done behind the scenes.
I do not remember such an impact, never seen anything comparable, let alone in conventional rock concerts.
At this moment the genius of Adrian Noble immediately shines, Adrian, the other superstar in charge of the theatrical part from Kate, incidentally the leader of the RSC for years, the Royal Shakespeare Company.
I.e. the best in the world.
It seamlessly depicts the legendary suite of “The Ninth Wave”, the second part of “Hounds of Love”.
And his story of shipwreck and rescue.
Today this piece of music is regarded at the same level of the best classical music, a piece that was thus defined by Brett Anderson of Suede in the recent, beautiful tribute that the BBC has reserved the divine Kate (minute 41’13 “onwards).
This first act of the show is so full of things and so devastating that you get at the end almost exhausted.
It’s almost eerie visually, in the style of the house, with threatening fish people, interspersed with rare moments of stillness.
Videos that show the reality, what is really happening, and the scene, the theater, as a place of dreams.
As explained in the beautiful production booklet that is sold like hot cakes before, during and after the show.
The final, on the contrary, strikes a note that’s almost hieratic.
Kate leaves the stage, ending the parable of the suite, supported by hand by fish people in a funeral ceremony, taken in the proscenium between two wings of the audience and finally, finally, glides away.
And then again out on the stage with the band for “The morning fog”, almost a resurrection ritual, with the tranquility and simplicity of the great music
Exit.
Five-minute standing ovation from 3,000 people in awe.
On the curtain that heralds the second part of the show there is a feather, the symbol of the “KT fellowship,” the company of Kate, the only name put outside of the theatre along with the name of the show.
No need to put Kate’s name, because this, obviously, is NOT just a concert.
If Noble had to do a work of subtraction in the first part, given the amount of stimuli, in the second, of course, wisely, he does a work of adding.
The second act depicts the suite of “Aerial”, the work of the great return, very ethereal, almost peaceful and rural, the “Pastoral” by Kate after the “Fifth” of the first act.
And this second one finally delivers justice to another great masterpiece by Kate, with a visual version of absolute elegance.
Even more remarkable than in the first act the presence of Albert (Bertie), the very young and very talented son of Kate, who is at the root of the decision to return to the scene and definitely for this only reason will be idolized for years by me and all fans.
Elected by the mother chief consultant for the entire show, he sings and acts very naturally, already a professional ready for musicals.
Here he’s a painter, he paints a huge picture, a tableau vivant that changes all the time with the changing of the seasons, and interacts with a life-size wooden puppet.
This time the band remains clearly on stage, occupies the left side as in a Greenaway movie.
At one point comes even the unreleased track, “Tawny moon”, sung by Bertie himself.
A gorgeous mid-tempo, à la Gabriel, à la Sylvian.
À la Kate, if she would make up her mind and write a traditional musical.
The final “Aerial” grows, and grows up into a frenzy, like a summer storm.

I want to be up on the roof
I’ve gotta be up on the roof
Up, up high on the roof
Up, up on the roof
In the sun

The musicians, dressed in disturbing carnival masks vaguely echoing beloved Kubrick’s “Eyes Wide Shut” (Kubrick beloved by us, by almost everyone, but also by Kate, as she said several times).
An unbelievable final with Kate slowly turning into a bird, a blackbird.
She is “exposed” to the public, in a parallel with the “ceremony” of the first act.
Darkness on stage.
Standing ovation.
The stage is empty, only the instruments on stage and two trees that fell from the top to the two limits of the scene and one gets Kate’s grand piano on the left.
Kate, welcomed by a roar, goes to the piano.
And with inescapable simplicity traps everyone with a solo piano version of “Among Angels” : now we are all really in another dimension.
I never heard sing live at this level, especially with a simple piano.
Big finale with the entire band on proscenium and “Cloudbusting”.
The end.
Then a standing ovation and an applause that never ended, never.
Needless to say the show was welcomed by all critics enthusiastically as one of the landmarks in history and not only in music’s one.
And after this short stretch, Kate will return to his beloved countryside and tea, with modesty and understatement, still ignoring fashions and conventions (including those of the “greatest hits”), thanks to a genius, intelligence and a talent that won everyone tonight.
Maybe it was really a dream.

Driven to tears

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Alla fine è successo.
Inevitabilmente ho pianto.

Little light shining,
Little light will guide them to me.
My face is all lit up,
My face is all lit up.
If they find me racing white horses,
They’ll not take me for a buoy.

Let me be weak,
Let me sleep
And dream of sheep.

“And dream of sheep”, inizio della suite di “Hounds of love”, un testo ed una canzone assoluti, definitivi, con una messinscena di quel genere non poteva non vincermi.
Ma l’emozione era cominciata ben prima, con un batticuore clamoroso ed una atmosfera di festa quasi religiosa, sulle note di “Lily”, inizio di un concerto e di uno show, quello di Kate Bush all’Hammersmith Apollo dopo 35 anni di assenza dalle scene, che resterà sicuramente nella storia.
“Lily”, una delle mie dieci canzoni da isola deserta, una canzone propiziatoria, davvero ai limiti del religioso.
Kate scalza, con regolare tunica nera da sacerdotessa, entra in scena di lato, quasi sussurrando, seguita dai backing vocals, e l’urlo che ho sentito di accoglienza è una cosa che non ho mai sentito in nessun spettacolo, mai.
La prima cosa che ho notato è stato il gruppo, una macchina da guerra di dèi dello strumento (Omar Hakim alla batteria, Mino Cinelu alle percussioni, David Rhodes alla chitarra, John Giblin al basso…praticamente la crème dei nipotini di Miles Davis, Peter Gabriel e mille altri, oggi l’università della musica), comandata dalla batteria suprema, al cristallo, di Hakim che, chiaramente, assieme a Rhodes è la guida tecnica del sound.
La partenza di “Lily” è una delle cose più perfette che abbia mai visto su un palco.
Lo spettacolo inizia così, come un concerto in paradiso, ma un concerto tradizionale.
Come sempre impeccabile il pubblico londinese, pur travolto dalle emozioni, sta al suo posto, non filma, non fotografa, si siede ad ogni pezzo, come da richiesta esplicita di Kate prima di questa serie di 22 concerti “teatrali”.
Kate, in una forma vocale impressionante, davvero ai limiti del divino, snocciola come se niente fosse una sequenza di pezzi dal suo sconfinato e straordinario repertorio : Lily, Hounds of love, Joanni (in una versione da svenimento), Top of the city, Running up that hill (accolta da un boato che ha scosso alle fondamenta il caro, vecchio, ancorché ristrutturato, Apollo), King of the mountain (altra versione immensa, perfino superiore a quella su disco).
Saremmo potuti andare avanti così per ore e nessuno avrebbe mai detto nulla, sarebbe stato comunque l’apice di una carriera di guardoni musicali.
Ma il testo del finale di “King of the mountain” avrebbe dovuto metterci in guardia :

The wind is whistling
The wind is whistling
Through the house

Qui, come annunciato, il concerto diventa subito qualcos’altro e con un coup de théâtre meraviglioso, diventa subito musical multimediale.
Luci, vento e di colpo sparisce il gruppo e va sullo sfondo e si mette in scena in pochi secondi un naufragio.
Un naufragio in scena.
Con tanto di elicottero di soccorso che viaggia sulle teste dei fortunati testimoni, inondati dalle luci, dalle urla, dalla musica.
Ho alle spalle anni di concerti, di musicals, di teatro visto e fatto anche in parte dietro le scene.
Non ricordo una cosa simile, mai visto nulla di paragonabile, figuriamoci poi nei normali concerti rock.
Il genio di Adrian Noble qui emerge subito, Adrian, l’altro fuoriclasse incaricato della parte teatrale da Kate, incidentalmente il capo per anni della RSC, la Royal Shakespeare Company.
Ossia il meglio a livello mondiale.
Si mette in scena la leggendaria suite di “The Ninth wave”, la seconda parte di “Hounds of love”, senza soluzione di continuità.
E la sua storia di naufragio e di salvezza.
Oggi considerata alla stregua della migliore musica classica, un pezzo che veniva definito così da Brett Anderson dei Suede nel recente, bellissimo tributo che la BBC ha riservato alla divina Kate (minuto 41’13” in poi).
Questo primo atto dello show è così ricco di cose e così devastante che si arriva alla fine quasi esausti.
Visivamente quasi inquietante, secondo lo stile della casa, con minacciosi fish people, alternati a rari momenti di quiete.
I video che indicano la realtà, cosa sta succedendo per davvero, e la scena, il teatro, come luogo del sogno.
Come indicato nello splendido libretto di produzione che è andato a ruba prima, durante e dopo lo spettacolo.
Ma il finale finale, come contraltare, è in una nota quasi ieratica.
Kate esce di scena, concludendo la parabola della suite, sorretta a mano dai fish people come in una cerimonia funeraria, portata nel proscenio tra due ali di folla e infine, definitivamente, fuori.
Finalino sul proscenio con la band per “The morning fog”, quasi una resurrezione, con la tranquillità e la semplicità della grande musica.
Exit.
Cinque minuti di applausi di 3000 persone incredule.
Sul sipario che preannuncia la seconda parte c’è una piuma, il simbolo della “KT fellowship”, la compagnia di Kate, unica nota, oltre al nome dello spettacolo, presente anche all’esterno del teatro.
Non c’era davvero bisogno di indicare il nome della musicista, perché questo, palesemente, NON è un semplice concerto.
Se Noble nella prima parte aveva dovuto lavorare di sottrazione, vista la mole di stimoli, nella seconda, evidentemente, sapientemente, lavora di aggiunta.
Il secondo atto mette in scena la suite di “Aerial”, il lavoro del grande ritorno, molto rarefatto, quasi pacificato ed agreste, la “Pastorale” di Kate dopo la “Quinta” del primo atto.
E fornisce finalmente giustizia ad un altro grande capolavoro di Kate, con una versione visiva di una eleganza assoluta.
Entra in scena in maniera ancora più importante Albert (Bertie), il giovanissimo e talentuosissimo figlio di Kate, che è alla radice della scelta di tornare in scena e che solo per questo sarà idolatrato per anni da noi fans.
Eletto dalla madre consulente totale, canta e recita con grande naturalezza, già da professionista pronto per il musical.
Qui fa il pittore, dipinge un enorme quadro, un tableau vivant che racconta nel frattempo l’alternarsi delle stagioni, interagisce con un puppet di legno a grandezza naturale.
Il gruppo, questa volta, resta in scena, occupa la parte sinistra del palco come in una composizione alla Greenaway.
A un certo punto arriva perfino l’inedito, “Tawny moon”, cantato proprio da Bertie.
Un pezzo mid tempo splendido, alla Gabriel, alla Sylvian.
Alla Kate, se si mettesse in testa di fare un musical tradizionale.
Il finale di “Aerial” cresce, cresce fino al delirio, come un temporale estivo.

I want to be up on the roof
I’ve gotta be up on the roof
Up, up high on the roof
Up, up on the roof
In the sun

I musicisti, vestiti con maschere carnevalesche inquietanti, alla “Eyes wide shut”, dell’amatissimo Kubrick (da noi, da quasi tutti, ma anche da Kate, come da lei detto varie volte).
Un finale incredibile e pian piano Kate si trasforma in un uccello, in un blackbird.
Viene “esposta” al pubblico, in un parallelo con la “cerimonia” del primo atto.
Buio.
Ovazione infinita.
Il palco è vuoto, solo gli strumenti in scena e due alberi che sono piombati dall’alto ai due limiti della scena e uno ha traguardato in pieno il piano a coda di Kate, sulla sinistra.
Entra da destra Kate, accolta da un boato e va al piano.
E con inesorabile semplicità uccide tutti con una versione piano solo di “Among angels” e davvero tutti siamo in un’altra dimensione.
Mai sentito cantare dal vivo a questo livello, soprattutto con un semplice pianoforte.
Finalone con gruppo al proscenio e “Cloudbusting”.
Fine.
A seguire una ovazione e un applauso che non finiva mai, mai.
Inutile a dirsi lo spettacolo è stato accolto da tutta la critica in maniera entusiastica, come uno degli apici della storia non solo della musica.
E dopo questo breve tratto, Kate tornerà all’amata campagna e al tè, con la modestia e l’understatement di chi, felicemente, ignora mode e convenzioni (anche quelle del “greatest hits”), grazie ad un genio, una intelligenza ed un talento che hanno conquistato tutti.
Forse davvero è stato un sogno.

Cherrypicking n. 19

Quando mi fanno la rituale domanda impossibile, quella che si fa sempre agli appassionati di musica, cinema, letteratura, io non so mai bene cosa rispondere.
La domanda, ovviamente, è : quali sono le dieci, cinquanta, cento opere…che preferisci e porteresti sull’isola deserta.
Normalmente farfuglio qualche nome degli artisti che ritengo imprenscindibili… ma poi esistono le grandi opere “uniche” (caso da manuale : Salinger).
Se parliamo poi di cinema raramente faccio qualche nome italiano.
Non è casuale.
In generale trovo che il cinema italiano sia parecchio sopravvalutato, perfino nel periodo d’oro, quello che tutti ricordano e venerano anche all’estero.
Fellini-De Sica-Rossellini, la sacra triade, più qualche aggiunta tipo Antonioni, Germi e così via.
Più che nel neorealismo o nell’immaginifico magico alla Fellini (secondo me ampiamente sopravvalutato) io penso che la vera grandezza specifica italica, significativamente, stia nella commedia amara, soprattutto quando questa veniva portata ai suoi massimi livelli, non certo oggi.
Mi riferisco agli anni 60, 70 ed 80, anche qui il magico trittico decennale che c’è anche nella musica pop.
Non a caso per me i grandi registi italiani sono Monicelli, Risi e i grandi attori sono le maschere amare comiche di un Tognazzi, Sordi, Manfredi, Gassman.
L’Italia è un paese che non ispira la grande tragedia e la grande commedia dialogica brillante ma è la terra di Plauto e della narrazione di un paese marcio, romanamente disincantato e crudele.
“Amici miei” resta ancora adesso uno dei più grandi film italiani di sempre, integralmente e unicamente italiano, ed è una carrellata di mostri, una finta commedia.
Risi aveva categorizzato addirittura la cosa con “I mostri”.
Dagli anni ’80 ha prevalso la mediocrità e, se non il nulla dei “cinepanettoni”, ha vinto almeno l’aurea prevalenza del “carino”, condito dalle mille facce televisive e non che il non acutissimo fruitore italico ama ritrovare in tutte le salse.
L’unico regista che, mi sembra, faccia eccezione è Tornatore.
Una menzione d’onore la farei anche per Salvatores.
Entrambi non sono registi italioti nell’animo, questa culturalmente è la cosa bella e che li salva spesso dall’oblio istantaneo, anche se entrambi sono stati premiati al massimo livello (Oscar e altro) per due film che perpetuano in parte l’equivoco dell’acquarello italiano (Mediterraneo e Nuovo Cinema Paradiso), ma con punte di eccellenza e una generale, autentica, spinta romantica e sentimentale che li eleva al di sopra della medietà.
Molto significativo, direi, dei meccanismi mentali automatici e prevedibili, soprattutto della cultura americana, non a caso considerata non tra le più brillanti del pianeta.
Cultura americana che, passata la sbornia di grande cinema che ha costruito la grande Hollywood, oggi vive la transizione al nuovo mondo facendo operazioni, nella migliore delle ipotesi, tardo manieristiche come quel celebratissimo “American hustle”, visto recentemente, che ne è l’epitome perfetta.
Schierata quasi per disperazione la nazionale degli attori giovani americani presentabili, attori peraltro usati come macchine di virtuosismo un po’ sterile e fine a sé stesso (lontani dalla perfezione anglo francese), regia alla Scorsese anche senza Martin, visto che quest’ultimo ormai si è perso nei suoi deliri (come l’isterico, fiacco e banale “Wolf of Wall St.” dimostra ad abundantiam), queste sono le basi iperpreparate di questo finto filmone.
Il resto è Transformers oppure macchine di divertimento plastificato e stereotipato (con la solita tiritera dei generi, esplorati mille volte) per masse di depensanti chine sul proprio smartphone e con troppi popcorn nell’altra mano.
Al fine ne dico uno di film che trovo degno dell’isola deserta ed è italiano.
Solo di nome, ovviamente, perché la fattura, la regia, l’ambientazione e perfino gli attori…tutto è rigorosamente non italiota.
E si vede.
Mi riferisco a quel capolavoro che è “La migliore offerta”, di Tornatore.
Altro film che, come “American hustle”, in fondo parla di truffe.
Guardatelo, non ve ne pentirete mai.

Cherrypicking n. 18

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C’è sempre stato nella storia del rock chi ha voluto andare oltre il recinto della canzone, il genere, il semplice incassare denaro derivante da un talento di songwriting superiore alla media.
Sono anime curiose, inquiete, veri musicisti polivalenti.
Due tra i migliori di questa categoria sono senz’altro Sting e George Michael.
Eredi della tradizione splendida del cesello autoriale della musica inglese, entrambi dotati di un carisma e di una voce fuori dal normale, passata la sbornia giovanile del successo travolgente di Police e Wham (il cui repertorio già brillava di gioielli di perfezione pop), ben presto si sono messi in proprio e rivolti ad altri lidi.
Sting si è subito votato alla grande madre, il jazz, e ha piazzato due albums straordinari, di crossover, con musicisti sublimi (tra cui Omar Hakim, divino batterista, presto nell’ensemble di superstars, vera aristocrazia degli strumenti, riunito da Kate Bush per il suo ritorno epocale sulle scene).
Ma poi si è spinto fino a Dowland (semper Dowland semper dolens, dicevano), musica da camera medievale rivisitata e a “Symphonicities” (riecheggiante “Synchronicity”, il meraviglioso album canto del cigno dei Police), versione orchestrale dei suoi grandi hits.
Come in parallelo ha fatto anche George Michael col recente “Symphonica”, operazione analoga di “nobilitazione” classica dei grandi classici scritti nel tempo.
Il biondo, visto non molto tempo fa a Montecarlo ancora in gran spolvero, ha ora toccato anche i lidi del teatro musicale.
E come tutti i grandi intellettuali, invecchiando distilla i suoi temi sulle cose essenziali, amore e morte, e torna indietro nel tempo.
Il tempo della sua infanzia.
“The last ship”, album e musical, parla della natìa Newcastle, della fine dell’epoca industriale, dei cantieri navali in chiusura.
E della sua ambizione sfrenata, del voler uscire da quel ghetto di povertà per entrare “in quella macchina”, come racconta con divertito understatement quando narra della visita rara di una celebrity (la regina madre) in quel posto dimenticato.
Una Rolls e due ali di folla : mi sa che il nostro è riuscito ad entrarci, in quella macchina.
Recentemente ho visto un documentario (sempre sia lodata Sky Arte) dove il nostro presentava l’opera in forma concerto a New York.
E sono rimasto folgorato da due pezzi : “Practical arrangement” (l’amore) e “So to speak” (la morte).
Entrambi cantati con l’adorante vocalist Jo Lawry (ex fan, ovviamente…sarebbe un’altra storia da raccontare).
“Practical arrangement”…un testo definitivo e semplice, come solo i veri grandi sanno scrivere.

Am I asking for the moon?
Is it really so implausible?
That you and I could soon
Come to some kind of arrangement?

I’m not asking for the moon
I’ve always been a realist
When it’s really nothing more
Than a simple rearrangement

With one roof above our heads
A warm house to return to
We could start with separate beds
I could sleep alone or learn to
I’m not suggesting that we’d find
Some earthly paradise forever
I mean how often does that happen now
The answer’s probably never
But we could come to an arrangement
A practical arrangement
And you could learn to love me
Given time

I’m not promising the moon
I’m not promising a rainbow
Just a practical solution
To a solitary life

I’d be a father to your boy
A shoulder you could lean on
How bad could it be
To be my wife?

With one roof above our heads
A warm house to return to
You wouldn’t have to cook for me
You wouldn’t have to learn to
I’m not suggesting that this proposition here
Could last forever
I’ve no intention of deceiving you
You’re far too clever
But we could come to an arrangement
A practical arrangement
And perhaps you’d learn to love me
Given time

It may not be the romance
That you had in mind
But you could learn to love me
Given time

Magia pura.
Sempre su Sky Arte passa in questi giorni un doc su George Michael in concerto all’Opéra di Parigi, primo artista pop invitato ad esibirsi nel tempio.
Come George dice nel filmato, anche lui, come me, è sempre stato colpito da quel posto leggendario.
Quando si arriva a Parigi è una delle visioni più emozionanti, proprio architettonicamente, con quella spettacolarità visiva tipica dei boulevards di quella città fatata.
George e la Francia : per me un legame personale sempre vivo.
Mi ricordo una sera a cena a Le Suquet, il dedalo di viuzze in salita di fronte al porto di Cannes, ricco di turisti e di ristoranti straordinari.
Tutta una sera a desinare meravigliosamente ascoltando un album nuovo di una voce nota…finchè la padrona di casa ci regalò il cd che non uscì più dal nostro menù sonoro di quella lontana vacanza.
Era “Older”, un album che da solo vale una carriera, ancora adesso l’apice dell’arte di Michael.
All’Opéra il nostro, con una voce sempre più maestosa e convincente, snocciola due ore di musica straordinaria, tratta perlopiù da “Songs from the last century”, collection della grande musica pop jazz dell’epoca Cole Porter e non solo, nonché vari pezzi tratti da “Symphonica”.
E in più qualche pezzo di “Older”, quel vecchio capolavoro, nato, come spesso capita, sull’onda della nostalgia e del primo accorgersi del tempo che passa.

Greed

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Fin dai tempi dell’omonimo film di Von Stroheim e dal “Greed is good”, parola d’ordine reaganiana pronunciata da Gordon Gekko nell’epocale “Wall Street” di Oliver Stone, l’avidità di denaro è sempre stato un ottimo argomento per film e dintorni.
Ho visto in sequenza due recenti pellicole, declinazioni locali di un mood simile.
“The wolf of Wall Street” del grande Martin Scorsese e “Il capitale umano” di Virzì.
Due film molto diversi fra loro, due marchi registici chiari, due occasioni mancate secondo me, ancorché superficialmente additati come capolavori nel deserto circostante.
Forse non è più possibile parlare in maniera equilibrata di argomenti simili e l’eccesso di cinismo ed amarezza in fondo non aiuta l’esito artistico, dopotutto.
La poetica del violento eccesso scorsesiano approda qui ad esiti sempre formalmente scintillanti ma, mi sembra, in un contesto generale di stanchezza, di ripetitività, perfino di grottesco sfinimento.
L’eccesso, il piede fisso dell’acceleratore di chi pensa solo ai soldi e vuole solo fare soldi, la volgarità profonda, sono tutti temi volutamente diventati forma, niente è casuale in un manico come Scorsese, ma la riuscita finale, al di là di alcune interpretazioni memorabili (Di Caprio in primis), mi sembra in linea con la base di partenza quasi filosofica del personaggio rappresentato : un bluff.
Uguale disappunto, anzi maggiore, alla visione del film di Virzì.
Ero molto intrigato dall’idea di dipingere certa borghesia piccola piccola, piena di soldi e vuota di tutto, non solo di valori.
L’Italia vincente e particolarmente ributtante degli ultimi vent’anni.
Mi fidavo di Virzì, ottimo regista di bozzetti e personaggi, mi fidavo della scelta di uno script extraitaliano (il libro americano di Stephen Amidon, ambientato in Connecticut), mi fidavo perfino della location fantabrianzola.
Mi sbagliavo : questa è una occasione strapersa, soprattutto per la cattiva qualità dei dettagli e della fattura, secondo una nota legge italica.
È questa la differenza principale tra il cinema italiano e il cinema di qualità europeo, francese ed inglese in primis : le storie, gli attori, la finezza della realizzazione.
La pessima idea di girare i films in presa diretta mette in risalto la drammatica imperizia degli attori italiani, perfino quelli più celebrati.
“Dizione!”, direbbero a scuola.
Una generale aria di dilettantismo e di sciatteria inficia fortemente questo che poteva essere un film molto importante, sia per i temi che per l’atmosfera.
Il risultato è una generale aria di non credibilità, di film programmatico, troppo programmatico.
Tutti i passaggi chiave del film vengono declamati in maniera stentorea con effetti stranianti.
Perfino due come Gifuni e la Bruni Tedeschi, che non sono certo dei grandi attori, ma che almeno hanno esteriormente il “physique du rôle” perfetto per gli ambienti descritti, vengono travolti dalla generale aria di finzione macchinosa.
Ci credo poi che la new entry giovane (Matilde Gioli) venga descritta come un fenomeno di bravura, in mezzo ad un disastro di queste proporzioni, semplicemente perché recita in maniera sensata e “piana”.
Per non parlare del povero Bentivoglio, di gran lunga il miglior attore del bigoncio ai nastri di partenza, umiliato da una parte scritta e realizzata in maniera così caricaturale da rovinare completamente il risultato a cui chiaramente si puntava.
Il potere corruttivo del denaro e la sua volgarità impregnano sia l’ambiente del film di Scorsese, dove si declina, all’americana, in esteriorità godereccia basic (sesso, droga e rock’n’roll) sia il film di Virzì, dove, all’italiana, si esprime meschinamente nei doppi giochi e nel familismo amorale imperante.
Pensate cosa ne avrebbe tratto uno come Chabrol, maestro di molte cose ma soprattutto delle ambiguità borghesi, da uno script come quello di Amidon.
O il grande Stanley da una storia così rivoltante come quella del finanziere Jordan Belfort.
Probabilmente ne sarebbe uscito il “Full Metal Jacket” del denaro, perché è proprio quando si affondano le mani nello sterco che serve una visione alta.

World Cup memories

Mentre il calcio italiano fa ridere nuovamente l’universo mondo con le sue velleità di riforme e di rinnovamento a fronte di un gattopardismo becero e sempre più imbarazzante (ricorda qualcosa?), è utile ripercorrere il recente mondiale già archiviato alla storia per capire le tendenze del gioco più popolare del mondo.
Che ormai il calcio sia assurto al livello di minimo comun denominatore ludico mondiale sembra evidente, soprattutto nella sua versione “nazionale”.
Se la globalizzazione ha reso i club di fatto delle multinazionali di lusso in perenne tour, le nazionali sono diventate dei melting pot di razze e culture seguendo la parallela crescita del fenomeno all’interno dei singoli confini.
Dal punto di vista calcistico, come già intuiva Brera, teorico etnico della prima ora, la mescolanza è un vantaggio che non riguarda ormai solo nazioni naturalmente “miste” come il Brasile.
Il Brasile, appunto.
Questo mondiale, il migliore degli ultimi anni per tanti aspetti, ha rappresentato il mondiale della svolta definitiva, del global football realizzato.
E questo ha inesorabilmente messo in luce i limiti delle vecchie gerarchie e la perdita di importanza del fattore campo.
Se poi aggiungiamo la coincidenza della maturazione definitiva del modello tedesco, simbolo di questa new age, e del declino di talento all’interno della tradizionale fucina brasiliana ecco spiegate contemporaneamente la fine del Brasile come “nazione privilegiata” del mix etnico-razziale e la fine del tabù della vittoria di una europea in terra sudamericana.
La ormai leggendaria mattanza (chiamarla partita normale mi sembra iperbolico) del 7-1 è sicuramente il punto di svolta storico che porta definitivamente nella nuova era, l’Hiroshima del football multietnico e globalizzato.
L’information age e la mescolanza fanno sì che ormai tutti sappiano tutto in tempo reale e che nessuna nazione o movimento, salvo i capricci del caso e del talento, parta in vantaggio rispetto al resto del mondo.
Contano quindi sempre di più programmazione e organizzazione ed è quindi logico il declino (temporaneo, immagino) di grandi potenze storiche lievemente cialtronesche come Brasile ed Italia.
Mentre la Spagna assomiglia più ad un declino ciclico dopo anni di grazia generazionale.
Contano quindi anche i campionati.
Liga, Premier e Bundesliga.
La Germania, poi, erano anni che meritava il massimo riconoscimento e, anzi, il miglior calcio dal punto di vista formale l’aveva espresso, in termini di brillantezza e velocità, proprio nel passato (penso alle due magnifiche cavalcate con Argentina ed Inghilterra nel 2010).
Secondo una vecchia regola non scritta, prima si fa lo show poi si vince con concretezza : qualcuno penserà alla parabola 78-82 dell’Italia bearzottiana.
Una nazionale tedesca lontana dai vecchi modelli, meticcia, veloce, brillante e largamente condizionata dal verbo guardioliano-spagnolo del tikitaka ma in salsa già più avanzata e mutante.
Nel nuovo mondo uno come Van Gaal abbandona antichi dogmi locali e gioca un calcio internazionale “medio”, equilibrato, flessibile, attento difensivamente, che solo qualche passatista poteva pensare impossibile nella terra degli orange.
Come sempre quando arriva la modernità, l’Italia frana.
Una nazionale ampiamente mediocre e sopravvalutata per motivi storici, condotta da un allenatore appena sufficiente non poteva andare molto lontano e dopo la vittoria con l’Inghilterra ero tra i pochi a non esultare, anche perché la mia anima anglofila me lo impediva di default.
Era evidente che la finale europea era stata letta male.
Come in tutti i recenti trionfi il fattore caso e fortuna avevano giocato un ruolo non banale.
Il mondiale del 2006 ad esempio non aveva creato nulla di buono e di derivativo proprio perché non capito e l ‘esultanza acritica aveva, come sempre, obnubilato le menti del popolino tifoso.
La frase memorabile detta profeticamente da un mio amico assistendo alla finale con la Francia, proprio poco prima del pareggio italico (“Adesso segna Materazzi ed è la fine del calcio”), simboleggia una edizione mediocre dove la squadra di Lippi con aiutini arbitrali (Australia), aiutini del caso (tabellone) e un pò di grinta malnata secondo la solita logica al contrario (dopo Calciopoli facciamo pure gli offesi e quindi ci incazziamo) aveva portato ad un mondiale penoso vinto penosamente.
In pratica una sola partita decente, la solita contro la Germania, nazionale che evidentemente fa resuscitare sempre gli animal spirits azzurri, come anche la partita degli Europei recenti aveva dimostrato, anche lì unica partita sensata in un Europeo squallido, finito malissimo con una finale umiliante.
Dopo questo mondiale carioca il mondo sembra aver messo gerarchie più sensate e coerenti.
L’Italia resta quindi coerentemente dietro, grazie anche ad un “movimento”…fermo da decenni, ostaggio del banditismo delle curve (anche qui facili i paralleli politico-partitici), schiavo del gattopardismo e delle larghe intese burocratiche, tecnicamente e tatticamente in retroguardia, economicamente in affanno (eufemismo), culturalmente come sempre disperante, sistematicamente perdente nelle competizioni internazionali anche di club.
I magici anni ottanta sono lontani anni luce.
La retorica grottesca di un Caressa non può quindi coprire la miseria e il gap.
Solo qualche generazione spontanea di talenti potrebbe far rialzare la testa alle due grandi deluse, Italia e Brasile (Thiago Silva un fuoriclasse? Per favore…), perché se aspettiamo qualcosa di sensato e di organizzato mi sa che dovremo aspettare molto.
In questo senso nutro maggior fiducia nella Spagna, una nazione che ha dimostrato di andare oltre i propri limiti culturali storici ed è oggettivamente beneficata da un ciclo positivo di talenti che non sembra finito, come la Under dimostra.
E, aggiungerei, con un sistema interno (Liga etc) che sembra in linea con la modernità.
Da queste parti, come sempre, prevale il sollievo per la fine del confronto col resto del mondo e il felice rientro nell’orgia parolaia del calciomercato perenne e del tifo tra campanili sempre più sbilenchi.
Enjoy autarchia.

Azzurro tenebra

Che uno come Tavecchio (nomen omen) fosse chiaramente inadeguato alla carica a cui ambisce, soprattutto in questo ennesimo momento di rifondazione del calcio italiano, nessuno poteva dubitarne, perfino per motivi che lambiscono pericolosamente Lombroso.
Il nostro ha poi aperto bocca e tolto ogni dubbio a chi ancora ce l’aveva.
Difficile però stupirsi nuovamente per il letale mix di arroganza, incompetenza, mentalità giurassica, ignoranza e inciucismo familista che ammorba la sedicente classe dirigente del più derelitto dei paesi europei.
La selezione al contrario tipica di questo paese disperante e disperato, eterno nei suoi vizi, continua imperterrita.
Parte dalla lontana democrazia cristiana di una volta e arriva fino alle forze italia (grottesco nome così adeguato alla bisogna) di oggi, che subito infatti si sono schierate con il nostro, in nome della comune appartenenza alla ribalderia fine a sè stessa, quella 2.0 sfrontata e dominante.
E che ha infettato anche il campo teoricamente avverso, in nome di una subcultura dominante che è il tratto più tipico dell’italietta sconfortante di questi ultimi vent’anni.
Che mischia marketing spregiudicato e antichi vizi, dicendo con arrogante aggressività l’inosabile in nome di una presunta schiettezza.
Molti italioti idioti sono cascati facilmente in questa trappola e continuano a cascarci, in nome della comune Weltanschauung (qualcuno poi spieghi loro il significato della oscura parola germanica).
A dimostrazione della tabe eterna che è etnica e culturale, non congiunturale.
Presunto è la parola chiave.
Tutti i colpevoli sono presunti, a dispetto di ogni pur chiara evidenza, perché l’importante è negare sempre e farla sempre franca.
Presunta è la voglia di cambiamento (di riforme, diremmo oggi e sempre) perché il gattopardo corre felice sulle macerie italiche.
Qualcuno, per caso, ha avuto cura di prendere nota delle promesse mirabolanti del premier, con tanto di data certificata, e dei risultati veri?
Ovviamente non l’ha fatto nessuno in questo paese di dementi e, statene pur certi, fra poche settimane partirà l’antica litania del “lasciatelo lavorare, poverino”, che maschera da sempre l’autoritarismo “chiagni e fotti” che ha realizzato in pieno la facile profezia montanelliana.
Allora è utile ripercorrere il libro di Arpino, come da titolo, e vedere nel calcio del 1974, da rifondare cà va sans dire, la galleria di antichi mostri che ritorna, come sempre, non prima del belletto e di un passaggino in tv che non si nega a nessuno.

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