Maps to the stars

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David Cronenberg è un regista tendenzialmente “sgradevole”.
In certi casi sa essere anche “molto” sgradevole.
Eppure l’entomologo freddo e cinico del Canada è anche uno dei pochi registi che valga la pena seguire.
Fin dai tempi dei primi capolavori, come lo straordinario e profetico “Videodrome” (uno dei film che più inesorabilmente colpisce nella storia di qualsiasi guardone cinematografico) e oltre, fino a “Crash”, “Existenz” e molti altri.
L’ossessione per il corpo, per la compenetrazione stessa dei corpi, per quella che una volta si sarebbe chiamata la “reificazione” delle persone giunge con “Maps to the stars” al punto di svolta.
Non si tratta più di fare della fantascienza e guardare, inorriditi, la mente umana fare scempio anche del proprio corpo in nome dei propri demoni.
Qui, a Hollywood, gli umanoidi sono già tra noi da tanto tempo, quasi a seguire lo sviluppo del più volte citato e ultraprofetico “They live” di Carpenter.
Sembrano umani, fanno una vita di superficie assoluta, ultrasaturata nei colori e surrealmente ipermoderna, tra botulino e ossessioni varie psicomotorie (Cusack è un guru che fa fisioterapia “mentale”), falsità e sorrisini assortiti, ma, nella sostanza, sono già qualcos’altro.
Ci sono momenti di una freddezza crudele raggelante in questo film importante e disgustoso allo stesso tempo.
Quando Julianne Moore, attrice nevrotica letteralmente “distrutta” dalle ossessioni carrieristiche e social, scopre che la propria rivale per la parte della vita (che è la parte di sua madre in un remake) perde stupidamente il bambino in un incidente domestico e quindi anche la parte che era già sua, la scena di malcelato giubilo con la propria agente e poi con la propria assistente, con tanto di balletto, sono quanto di più fastidioso e indimenticabile uno possa ricordare.
Come le numerose scene provocatorie di “funzionalità” degli umanoidi, nel sesso, nelle funzioni corporali.
Nella tremenda scena di sesso a tre, subito dopo, Julianne squarcia per noi la quarta parete e cerca di avere un piccolo momento di requie chiedendo aiuto e calore umano al suo amante.
La scena che ne segue è memorabile, memento assoluto delle “bestie” senza senso, manipolatrici, crudeli, egoiste, opportuniste e senza coscienza che infettano ormai il mondo per come lo conosciamo.
Julianne ha preso giustamente la Palma d’Oro per questo viaggio nell’inferno quotidiano, hollywoodiano e non, agghindata come un Virgilio ancora a mezza strada tra il mondo di una volta e il nuovo mondo.
Poi ci sono i mostri assoluti, la splendida Mia Wasikowska, l’assistente della protagonista, uno dei migliori e ormai rari talenti della new Hollywood, ritratto perfetto del mondo di insetti che circonda le celebrità, nevrotico, derivativo, tendenzialmente divorante.
Fino infatti alla scena straordinaria dell’uccisione, dove Mia ha l’espressione perfetta e curiosa di chi cerca di aprire una bambola senza capire molto quello che sta succedendo.
C’è pure il tema dell’incesto, una metafora del mondo che divora sè stesso, con quel bambino divo così significativamente “lynchiano”, in un film che accosta una volta di più, anche nell’atmosfera generale, perfino nel sonoro, i due grandi visionari del cinema americano degli ultimi trent’anni.
Gli umanoidi che popolano questo film senza speranza hanno ancora pulsioni primarie, hanno un inconscio “ingombrante” che si cerca di tenere a bada come un incubo allucinatorio con farmaci e con nuove tecniche molto costose e raffinate.
L’abuso di farmaci e la cultura della pillola sono la seconda grande caratterizzazione hollywoodiana che va oltre la metafora stessa.
Grande film, non per tutti i gusti come da regola della casa.

Watch out !

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Per noi che, come dice un mio amico “melomane”, se la Apple si mettesse in testa di costruire elicotteri o bunker antiatomici potremmo valutare la cosa, l’arrivo dell’Apple Watch è stato ovviamente un evento da guardare con attenzione.
Dopo qualche giorno di uso assiduo e costante posso ben dire che l’attesa non è stata vana.
Il primo device post-Jobs e il primo passo di Apple nel mondo dei wearables : non sembra che i fenomeni di Cupertino abbiano sbagliato il bersaglio, anche questa volta.
La vera natura della mela, dopo la geniale intuizione di Steve di puntare tutto sul mondo post-pc, quando tutti erano distratti e scettici, e di farlo con la consueta classe e con il perfezionismo estremo tipico di un fan, è sempre stata quella di focalizzare il punto, analizzare la necessità dei devices e delle loro funzioni e poi sfornare inevitabilmente ed invariabilmente il modello che poneva lo standard, superava i goffi tentativi precedenti, sempre all’insegna della pulizia formale, della bellezza estetica, del design che diventa modo di vivere.
Il Watch che ho al polso, così come il primo Iphone, è lontano dall’essere arrivato alla sua forma definitiva e matura, è ampiamente perfezionabile ma pone le basi per un vero utilizzo quotidiano di un wearable nella vita di tutti i giorni.
Sembra quasi che dopo aver “costretto” il mondo intero a scoprire l’indispensabilità di un “palmare” (per dirla con antichi gerghi), la Apple volesse far rialzare la testa a milioni di ometti chini sui loro smartphones e farci riscoprire la bellezza e la naturalezza della posizione eretta senza però perdere un contatto costante e possibile con la nostra “infosfera”.
Ecco perché parlare di “accessorio” dell’iPhone è molto riduttivo.
Le già annunciate caratteristiche del primo aggiornamento software (WatchOs 2.0) previsto per Settembre alludono agli sviluppi.
Che sono il consolidamento di una piattaforma software su cui lavorare, una girandola di apps in costante aumento, la liberazione dalla dipendenza diretta con iPhone e così via.
Io, come molti, ho preso la versione più economica, quella Sport, anche pensando alle possibili interazioni nella mia ora quotidiana di bicicletta.
Le versioni superiori, più simili a gioielli che a pezzi di hardware, sfumano sempre più il confine tra i due mondi, seguendo la direzione elitaria che la Apple ha sempre giustamente perseguito e con esiti economici che più volte hanno sbalordito noi fanatici della prima ora, quando Apple coltivava questi vizietti per un gruppo di adepti in guerra contro il mondo prosaico di Microsoft e altri.
Non appena il mondo dell’informatico è uscito, prima dai laboratori, poi dagli uffici, per entrare nelle case e nell’immaginario delle persone, secondo la nota teoria del “software diffuso” e sempre più vicino alla psiche, al corpo, a tutte le attività umane, Apple si è trovata naturalmente in prima linea “mentale” contro la polverosità tastierosa, grigia e beige, del vecchio mondo informatico.
Nokia, Blackberry, la stessa Microsoft ne sanno qualcosa.
La mela 2.0 è sembrata subito come l’irruzione di una tecnologia aliena, colorata, perfetta.
Come un passaggio dalla tv in bianco e nero alla tv a colori in HD su mega schermo piatto in un sol colpo.
Ed eccomi qui, ogni giorno, e soprattutto in giro, a controllare le mie notifiche, a parlare con Siri (gulp), a farmi guidare per strada da Maps con piccoli segnali “aptici” sul polso, come un butler digitale che ti pizzica dolcemente, a misurare le mie pulsazioni e i miei giri in bicicletta, a cercare di chiudere i dannati cerchi dell’applicazione di attività fisica, a fare traduzioni al volo sempre parlando…
Per non parlare dei tocchi di classe alla ricerca della UI perfetta come la “digital crown”, un ritorno alla fisicità della clickwheel dell’Ipod, o come lo schermo che sente la pressione prolungata per entrare nei sottomenù, la terza dimensione nel software, tecnologia che verrà implementata anche sul nuovo Iphone.
Le applicazioni sembrano infinite e personalmente attendo con ansia l’utilizzo a livello “casa”, “hotel”, “automobile”, “pagamenti” che già sono sul piatto.
Non pensavo che sarei tornato ad indossare con costanza un “orologio”, giusto Jony Ive e quei diabolici di Cupertino potevano riuscirci.

La maggioranza “silenziosa”

Quando ho letto che all’ennesimo “Family day” di qualche giorno fa si sono presentate, incuranti del ridicolo, un milione di persone, ho indugiato una volta di più nel mio ormai atavico pessimismo di fronte al paesello delle controriforme continue senza riforme vere.
Una volta si diceva che la maggioranza silenziosa lasciasse fare politica e prendere in mano la cultura (argomento che maneggiavano oggettivamente con impacciata difficoltà) agli altri, la minoranza aggressiva che imponeva le logiche del tempo ad un popolo naturalmente lavoratore, sano, cattolico.
Era l’ennesimo trucco, ovviamente.
In realtà questo paese è sempre stato governato, anche nelle sue istanze profonde e non solo sulla superficie della politica politicante, da quella parte che b non a caso continua ad evocare come la parte sana del paese, la parte “moderata”.
Parte che ovviamente, prima con la DC ed alleati e poi con il tragico ventennio postfascista successivo, ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo, chiagnendo e fottendo allegramente, additando allo smoderatissimo popolino fascista nell’animo il drappo rosso per controllarli meglio.
Capite bene quindi la mia sorpresa con sorriso incorporato quando molti, tra cui uno…scienziato, sull'”Huffington Post” hanno demolito l’ennesima menzogna e hanno ridimensionato di parecchio la presenza di pubblico all’insano evento.
Che fa il paio, per ottusa stupidità intollerante, con gli happening di “lettura” silenziosa (here we go again) delle sentinelle, nostalgicamente rabbiose per la perdita di supremazia culturale.
D’altronde, si sa, indugiare troppo nel trappolone ideologico cattolico (b direbbe : la scelta di campo) porta inevitabilmente al bivio che tutti noi, che abbiamo tollerato cristianamente gli intolleranti cristiani bigotti, abbiamo constatato di persona : o fanatismo illiberale (il prezzo della coerenza) o ipocrisia (lo scontro con la realtà).
Dal padre al paternalismo è un attimo, così come dalla supremazia al suprematismo per i sedicenti missionari per conto terzi.
Sull’evento in sè ovviamente non c’è molto da dire : chiunque si raduni in piazza per dimostrare contro diritti altrui secondo me è già fuori di senno.
Se aggiungiamo poi il carico da venti del farlo in un paese che è tuttora agli ultimi posti per leggi sui diritti civili e affini, siamo nel patologico urgente.
Perchè la “pancia” del paese, per far riferimento all’organo impropriamente usato per pensare, ha in grande odio il diverso (come le cronache degli ultimi tempi dimostrano ad abundantiam), vive nella sua provincia addirittura pre-statuale, si beve ogni giorno quasi solo ed esclusivamente una tv dove imperversano sgallettate sculettanti e nello stesso tempo preti pontificanti (diade che ha sempre gettato nello sconforto gli europei di fronte al nostro telecomando e simbolo massimo del paternalismo) e sembra dimenticare, di fronte alle donne, ai gay, a chiunque sia “diverso” agli occhi ottusi di un maschietto medievale piccolo piccolo, che esistono ragioni per cui esistono movimenti siffatti e che additarli oggi come invadenti e prevaricatori equivale al pensiero deviato di chiunque faccia dei danni seri, prolungati, profondi e poi non si attenda reazioni.
Con un Renzi apparentemente già in declino, nonostante la bravura affabulatoria e retorica, qui sempre apprezzata oltre misura, il popolino sembra già pronto per ritornare agli antichi amori, in una comunione di intenti e affinità talmente forti che, si teme, possa andare avanti all’infinito.
Ma, come dicevamo, esiste una speranza.
La speranza si chiama il dato numerico : in fondo non sono poi così tanti e la maggioranza rumorosa abita altrove.
In fondo il paese più vecchio d’Europa si rinnoverà fatalmente, complice il tempo.
In fondo Internet, con tutti i suoi difetti, apre la mente, apre al mondo e non è un mezzo totalmente passivo e top down come la tv (fascista per natura e infatti sfruttata a fondo da tutti i fascismi del mondo).
In fondo prima o poi l’Europa prenderà in mano direttamente il comando, da stato federale vero, e certe enormità dovrebbero sparire.
In fondo la Chiesa stessa con Bergoglio, l’odiatissimo Bergoglio, cerca (davvero?) di girare a 360 gradi e rinunciare all’ingombrante e imbarazzante presenza nella società e nell’economia, soprattutto italiana, cerca di includere invece che escludere, sorridere invece di pontificare sul nulla, rinunciando a imporre dogmatismi spericolati ed indifendibili.
Non so quando l’Italia smetterà di restare in fondo a tutte le classifiche di lettura libri e giornali, libertà di stampa, libertarietà di leggi e sistema decisionale, conoscenza del mondo e così via.
Forse quando la maggioranza silenziosa smetterà di berciare, questo sarà il segnale che anche questo paese avrà voglia, finalmente, di entrare nella modernità.

Una piccola gemma

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“Gemma Bovery” conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il cinema francese (ma direi : la cultura francese) viaggia su ritmi, altezze e stilemi lontanissimi dal mediocre kitsch rabbioso che è la cifra stilistica dell’italietta del tinello e dei teledipendenti.
La levità, la classe, le giuste ambientazioni, la recitazione di mezzi toni, il riferimento ai libri (what?) e alla cultura vera inseriti naturalmente nel vissuto delle persone, sono tutte caratteristiche distintive di questo cinema e del mood francese in senso lato che noi guardiamo, al di qua delle Alpi, con sincero stupore e feroce invidia.
More solito la storiella che innerva questa piccola gemma è abbastanza irrilevante e quasi evanescente : i vicini di casa inglesi, la fuga in Normandia del parigino stufo della città e desideroso di ritornare alla tranquillità e al vivere nella natura (con alcune sferzanti battute sui limiti dell’assunto), la moglie rompicoglioni che addirittura legge Mauriac (!), il pessimista cronico per eccellenza (potreste mai immaginare un riferimento così fine in un film italiota?) e frustra alla radice ogni slancio del marito sognatore.
Tutta questa deliziosa, ennesima perla, vive sull’ossessione romantica di un Luchini come sempre monumentale per la neo-vicina di casa, la splendida Gemma Arterton, ormai abbonata ai fasti di femme fatale “inconsapevole” in ambienti shabby chic (come in “Tamara Drewe” di Stephen Frears, ambientato invece nella campagna inglese), forte della sua passione per Flaubert e acceso dal nome inconsueto della stessa : Gemma Bovery.
Come gli splendidi Bandol e altri rosè meravigliosi che allietano quella terra benedetta, il film scorre leggero e sublime per chiudere su note grottesche e amare (come spesso la vita è, nella sua malefica casualità) ma con un controfinale beffardo che porta al riso come non capita spesso.
Da vedere, come tutti i film in cui compare quel genio immenso che risponde al nome di Fabrice Luchini.

Birdman

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La semantica nelle arti è ampiamente sopravvalutata.
Così come la ricerca del “perché” a tutti i costi, nel dettaglio, o del “che cosa vuol dire?”.
In altre arti l’assillo del “tutto in luce senza ambiguità” è inferiore, thanks God.
Mi riferisco alle arti figurative, alla musica, dove la natura stessa dei giochini porta ad una tregua condivisa.
Nella letteratura e nel cinema invece, la parola e l’immagine che “simula” il reale portano spesso la gente a chiedere ossessivamente chiarezza invece che bellezza.
Infatti i registi più visionari della nostra epoca, i Greenaway, i Lynch, perfino i Sorrentino, spesso si ribellano alle spiegazioni univoche e gridano a gran voce l’arretratezza del cinema rispetto ad altre arti nel ventunesimo secolo, un secolo dove spesso si scrivono libri e si fanno film cose se fossimo ancora nell’ottocento, con il vizio della mimesi e della scimmiottatura del reale.
Film anche belli come “Theory of everything” e mille altri prendono premi ma restano ancora ancorati ad una narrazione che più classica non si può.
Col paradosso che tornando indietro di poco, nei meravigliosi anni sessanta ad esempio, troviamo molta più freschezza e libertà espressiva.
Penso a gran parte dello splendido cinema francese (Resnais, Truffaut stesso, Godard…), penso a Buñuel ovviamente e a tanti altri che oggi sarebbero visti con ancora maggior sospetto.
Però, nonostante tutto, la speranza alberga ancora.
Perfino negli USA e perfino all’Academy quest’anno, ad esempio, hanno dato premi e cotillons ad una operazione così indie e così “moderna”, anche espressivamente, che fino a qualche anno fa sarebbe stato ozioso già solo cercarla nella cinquina finale.
Paradossalmente Hollywood è all’avanguardia, quindi.
I premi a “Birdman” fanno ben sperare, davvero.
Un prodotto americano nel profondo, ma nel senso bello del termine, pur avendo un messicano immigrato (ormai stabilmente in California) come Iñárritu al comando.
Un film sul teatro, quindi a me automaticamente caro, girato con spirito libero e tecnica magistrale (raramente ho visto un uso così continuo ed efficace del piano sequenza), una riflessione felicissima sulla società dei media e dello spettacolo oggi.
Una specie di “Synecdoche New York” senza Hoffman e molta meno depressione standardizzata.
Con la rivalutazione di un grande attore come Michael Keaton (nel film ogni allusione alla dicotomia blockbuster-teatro per la mente è volutissima), qui all’apice evidente della carriera, con la conferma ed il gradito ritorno del sempre splendido Edward Norton, con la prima, vera parte per Emma “big eyes” Stone, con cameos di attori di primo livello e scarsa notorietà come Lindsay Duncan, già vista nel delizioso “Le weekend”.
E con un finale che creerà il solito scompiglio per la sua voluta ambiguità, sulla falsariga di altre celeberrime chiuse di altri grandi film come “Oltre il giardino”.
Capolavoro assoluto.

Youth

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Sono finalmente riuscito a vedere l’ultimo di Sorrentino.
Uno dei pochi per cui valga la pena uscire di casa.
Tu chiamala, se vuoi, autorialità.
Non sono rimasto deluso.
“Youth” è il classico film che apre mille discussioni, cosa già di per sè meritevole, e inevitabilmente polarizza i giudizi agli estremi.
Soprattutto perché la sindrome tutta italiota dell'”aspettare al varco” il vincitore si è qui accentuata, complice il clamore de “La grande bellezza” e la rarefatta, intellettuale elitarietà della proposta in sè, una cosa che fa imbestialire l’italiano medio per definizione, sempre pronto a rassicurazioni sulla sua mediocrità.
Nonostante una dichiarazione esplicita di anti-intellettualismo che nel film esiste (ma che ha altre valenze e che sarà sicuramente fraintesa) e nonostante il fatto che sia un film trasparente, molto semplice, poco criptico, rispetto ad altre esperienze analoghe, anche sorrentiniane.
“Simple songs” si chiama infatti la composizione a cui si fa riferimento spesso nel film, quella che ha dato la notorietà al personaggio del musicista interpretato da Michael Caine e che anima l’ultima, magnifica scena del film.
Certo, la notorietà, usata bene, può portare a Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda nello stesso film.
La competenza, poi, e la lucidità portano a Paul Dano, un attore che bisognava scoprire per davvero prima o poi e che qui, secondo me, davvero spicca il volo nella sua carriera.
In un film autoriferito dove uno dei protagonisti è un regista che “cerca” il suo film testamento (un Keitel monumentale e fragilissimo) e lo stesso Dano è un attore in cerca di una sua voce dopo qualche successo commerciale di poco conto ma di molto fastidio, in quanto ricordato perennemente dai fans.
Sorrentino ha avuto la fortuna, ad inizio carriera, di trovare un attore fuori dagli standard e perfino italiano come Servillo, per far volare dei film che avevano già la cifra stilistica visionaria che tutti riconosciamo.
Ora che gira film internazionali come questo, talmente internazionali da negargli, secondo me, altri premi, soprattutto in USA dove il paraocchi ideologico e culturale è più evidente (“La grande bellezza” è l’Italia barocca, in versione 2.0, che gli americani amano immaginare), Sorrentino non ha più solo fortuna, ma fa scelte sempre oculate, con l’aiuto di uno stile unico, riconoscibile, affascinante che lo rende a momenti l’unico regista italiano davvero degno di questo nome, l’unico che valga la pena seguire fino in fondo, a prescindere da tutto, trama, logiche, storie.
Dopo “Le conseguenze dell’amore”, il gioiello della prima parte della sua carriera, questo è il film suo che mi è piaciuto di più.
Entrambi sono ambientati in Svizzera e questo la dice lunga sulla peculiarità intellettuale di Sorrentino, in fondo un napoletano atipico, riservato, malinconico, naturalmente internazionale, pur con qualche frammento locale, che qui si esprime col personaggio eccessivo di un Maradona a riposo nella struttura hotel-spa-labirinto che è la chiave del film e che è, oltre che un set più gestibile (dal punto di vista pratico), una via verso film filosofici, programmatici, ricchi di metafore.
L’Overlook sorrentiniano è tutto qui, over…look appunto, e pur al netto di qualche spigolatura kitsch e di qualche inevitabile ridondanza da frase ad effetto, è un gran bel vedere, come sempre.
Ho parlato di Keitel e di Dano, secondo me straordinari in questo film.
Parliamo di Caine e Fonda.
Basterebbero i nomi.
Non bastano.
Michael, il grandissimo Michael, uno dei monumenti dell’arte recitatoria ed uno dei più grandi di tutti i tempi, secondo la mia modesta opinione, regala a questo film quell’acida, ironica finezza di cui questo film necessitava in quantità industriale.
Prima mezz’ora semplicemente sbalorditiva sotto ogni punto di vista, classe, cura del dettaglio intimo, nel momento in cui va tratteggiato il personaggio.
E alcune scene memorabili, come quella, magnifica, con la moglie o quella, in sottrazione, della morte dell’amico.
Jane Fonda regala un cameo perfetto, hollywoodiano anni ’70, alla Cassavetes, uno dei registi ai quali Sorrentino in qualche modo sembra debitore in questo film.
Come direbbero in altri luoghi, che Sorrentino sembra conoscere ma giustamente tenere a distanza : tanta roba.

…ma anche no

In questi giorni ero tentato dall’aprire una nuova categoria dove mettere i più tragici, improbabili, ridicoli, squallidi virgolettati, così, nella loro nuda mediocrità, con il semplice cappello a guisa di titoletto “…ma anche no” seguito dal mio consueto numero (n.1 and so on).
Ma nella sharing society che viviamo alla fine queste sono più faccende da Facebook, Twitter e quindi ho rinunciato.
Volevo subito citare i sedicenti testi sacri che sono una fucina di virgolettati discutibili e partire da Abramo, prendendo sul serio la storiellina in un cauto suspension of disbelief, uno dei tanti episodi che, come dice Odifreddi, sono la sintesi dell’idea che per allontanare dai fanatismi religiosi basterebbe invitare le persone a leggere per davvero i testi che si suppongono di provenienza divina.
Ma anche qui esiste l’agile categoria apposita (“L’apote”, per chi fosse minimamente interessato).
Preferisco quindi radunare qui e adesso e probabilmente mai più una serie di frasi che mi hanno colpito nelle ultime settimane e che dimostrano con prevedibile squallore l’ambientino démodé nel quale viviamo e che qualche cultore di Bacco chiama patria.
Partiamo dal più tenace degli umoristi dell’ultimo ventennio, il signor b.
“Durante le elezioni europee ho decretato la fine di Grillo, si è fermata lì la storia di Grillo, oggi non c’è possibilità che vada da nessuna parte e i suoi non contano nulla in Parlamento. E’ una ferita nella democrazia, ma non più un pericolo e andrà verso il degrado”. Se resta al 20%, aggiunge, “il M5S non è pericoloso ma lo sarebbe stato se Grillo fosse arrivato al 51%”.
Ora, è chiaro che la sesquipedale ed inarrivabile sequenza di pericolose sciocchezze dette dal soggetto in questi anni lo rende ipso facto un facile bersaglio ma io riesco ancora a meravigliarmi sia della patologica vanagloria non curata adeguatamente (“ho decretato la fine di Grillo”), sia della straordinaria indifferenza alla logica e alla coerenza : poco prima aveva affermato con pensierosa serietà che gli italiani non avevano mai imparato a votare e che gli avevano negato quel 51% che serviva per cambiare davvero il paese.
Curiosa idea di democrazia, per usare un understatement.
Secondo episodio : il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha definito le nozze gay “una sconfitta per l’umanità”.
Ma anche no (qui è bene scandirlo).
Perenne monito per chi vede in Bergoglio una grande novità, il Vaticano è sempre lì dove sappiamo.
Lontano dalla modernità e dall’idea, davvero rivoluzionaria, che esista una libertà civile anche per gli altri, quelli che non la pensano come loro.
Terzo e più flamboyant episodio, dove si tratta di cose serie e a me molto, molto più care.
Lory Del Santo come Paolo Sorrentino: così l’attrice si autoparagona al regista de La grande bellezza. “Sorrentino si avvicina molto alle mie intuizioni – lui ha fatto dei film e io anche ne ho fatto uno (sic). Abbiamo delle visioni in comune“.
Lory Del Santo ha anche criticato l’ultimo film di Sorrentino. “Come lui, inquadro certi paesaggi e in Youth ho visto cose che avrei fatto anche io, ma il film non l’avrei fatto così, no. Youth ha delle lacune. Il mio punto – continua la Del Santo – è che so quello che bisogna fare per avere un premio. Bisogna essere lentissimi, inquadrare molte montagne. È importante perché sfidi lo spettatore. Il regista sembra dire: io sono superiore perché devi riconoscere la mia arte. Fanno tutti questi film che uno si vuole tagliare le vene, ma io amo le cose noiose. Mi eccitano”.
Di fronte a questo capolavoro e dopo aver rivisto deferenti il meraviglioso “The Lady” su YouTube, la mente vacilla e non riesce neanche a proferire l’ultimo “ma anche no”.

La mia generazione ha perso

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Si susseguono senza soluzione di continuità le generazioni che ragionevolmente possono dire di aver perso la guerra nel tentare di far diventare questo paese un paese “normale”.
Il grande Giorgio Gaber è stato uno degli ultimi esponenti capaci ancora di una triade di emozioni che oggi sembra negata addirittura alla fonte nell’Italia renziana post-berlusconiana : incredulità, indignazione, amarezza.
Giorgio aveva sopportato con non cristiana rassegnazione gli schizzi di fango del ventennio maledetto ma aveva anche collezionato le etichette che il popolino bue, complice da sempre del potere nella condivisione degli stessi “ideali”, affibbia alle pochissime menti libere e quindi critiche.
Laddove in Francia da “bobo” a “gauche caviar” o altrove con “radical chic”, gli epiteti restano all’interno di una normale dinamica borghese, grazie al fatto che esiste una borghesia vera, in Italia il popolino spara le sue sentenze ideologiche manichee con antico riflesso cattolico : comunista.
Così come il grandissimo Pasolini, Dario Fo e altri, dei paria in questo paesello, così anche Gaber, nel momento in cui uscì dal mainstream canzonettaro divenne subito un maestro inascoltato, guardato con sospetto e con quello sguardo tra l’incredulo e il demente così tipico dell’italiota medio.
Nel recente serial “1992” viene citato “Petrolio”, opera incompiuta e straordinaria di Pasolini, in uno dei punti più lucidi e visionari :
«Ci sono persone che non credono niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti al loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale.»
Questo è uno degli orizzonti in cui si è mosso Gaber, che non a caso e sempre in maniera sanamente non convenzionale, ha affrontato anche il problema della fede.
Gli ultimi due meravigliosi album, il primo, del 2001, che si chiama come il titolo di questo post, era il ritorno in studio dopo tanto, tanto tempo.
Conteneva gemme assolute come “Destra-Sinistra”, consueta felice digressione nel sarcasmo verso gli inganni del potere e delle sue etichette, e, appunto, la canzone che contiene il verso da cui il titolo (“La razza in estinzione”).
Un pezzo elegantissimo, con un testo che andrebbe insegnato a scuola al posto di tanti inutili carducci.
Un pezzo che nel chorus centrale, dove sancisce la sconfitta della sua generazione, tocca livelli di poesia nostalgica difficilmente riscontrabili nell’intero canzoniere italiano.
L’ultimo album con inediti è già postumo (2003) e il titolo è tutto un programma : “Io non mi sento italiano”.
Addio, fratello.

Stupidi exponenziali

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Per puro caso e dopo molto tempo ho avuto l’accidente (termine non casuale) di vedere per qualche minuto quella buffa rete che si chiama ReteQuattro.
Vederla nel giorno del Primo Maggio ma soprattutto dell’inaugurazione dell’Expo milanese è stato un vero colpo di fortuna.
Chi mi conosce sa che non pecco certo di ottimismo riguardo alle italiche sorti o meglio riguardo agli eterni, mai risolti problemi di questo strano paese.
Ma vedere all’opera dopo tanto tempo la macchina del consenso che ha distrutto quel poco di buon senso critico che era rimasto in Italia negli ultimi vent’anni mi ha rivelato la mia vera natura di grande ottimista in senso lato, perfino sulle sorti italiche.
La realtà è infatti ben peggiore di come la immaginavo.
Nel 2015 un telegiornale di questo tipo, così infantilmente mediocre, sempliciotto, così manicheo, manicheo in modo raggelante, così sdraiato sulle istanze più caricaturali, quelle che perfino sembrano irreali da quanto sono decerebrate, del piccolo borghese lavoratore medio, non sembra neanche possibile.
Eppure esiste.
Quale migliore occasione poi per fare confusione che gli scontri di ieri a Milano con relative devastazioni?
Da una parte lo stato, ampiamente al di sotto di ogni sospetto da sempre, ma particolarmente dagli anni 60-70, dall’altra i teppistelli.
Proibito ragionare, proibito fare i distinguo, proibito anche solo farsi due domandine semplici semplici.
Una delle domande è quella che attraversa da sempre le menti neuronalmente irrorate da sempre : lo stato ci è o ci fa?
Da una parte l’infinita inefficienza a risolvere qualsiasi problema rafforza il nostro pregiudizio quasi “etnico” sul tumore che rende il nostro paese, sul piano civile, quasi un minus habens a livello europeo, uno strano territorio più simile al Sudamerica che alla Svezia.
Dall’altra in un paese come questo, infestato da milioni di sedicenti furbi inclini al “particulare” e senza cultura né memoria, diventa quasi inevitabile indulgere alle dietrologie che altrove scolorano in fretta.
Studiando la storia poi si capisce che, andreottianamente, pensare male porta all’inferno ma mette dalla parte della ragione quasi sempre.
Di fronte ad una guerriglia urbana perfino di non poco conto e ampiamente prevedibile (mesi che se ne parla di questa giornata, mesi), la reazione delle forze dell’ordine è stata talmente inefficace nella sostanza, rispetto a quanto accade altrove per molto meno, che sembra proprio che ci sia una regia.
La stessa che sembra esserci dietro la resistenza del fenomeno degli ultras negli stadi che ha raggiunto livelli di metastasi talmente diffusi e stabili da rendere sempre più surreale l’eterna chiacchiera melodrammatica e piena di gesti, quanto inefficace ed inutile, che si registra in tutte le sedi da decenni.
A sentire ReteQuattro e l’opinione della ggente in genere il giochino è riuscito anche questa volta.
Il popolino allergico alle letture, malato di alzheimer storico, cultore della vita semplice, abbocca quasi sempre.
Niente più domande sulla nostra impunita, eterna, proterva e tragicomica “classe dirigente”, che sfila in questi giorni con sorrisetti e frasi incredibili per falsità programmatica, che ha sfangato l’ennesimo miserabile scandaletto, mentre costringe il popolino a vivere in un paese infernale sul piano fiscale, burocratico, dei servizi.
E sempre, sempre, con il plauso quasi unanime dei media più timidi e servili del mondo.
Tutti a schierarsi per l’ordine e la legalità (chi non lo farebbe?) come nell’ennesimo derby tifoideo.
O con l’Expo o con i black bloc.
Come se questo fosse il dilemma.
Per quanto mi riguarda la pilotatissima intervista ad un decerebrato teppista fatta ieri urbi et orbi ha la stessa valenza della sospettissima intervista alle rom che dichiaravano in maniera un pò troppo entusiasta la loro vita di furti, trasmessa non molto tempo fa e della cui autenticità, pare, non si è del tutto convinti.
Questo eterno giochino ha intrappolato per anni le menti deboli di un popolo stupido, che si compra con meno della classica zuppa di lenticchie.
Gli 80 euro sono l’ultimo di una lunga serie di memento alla monumentale dabbenaggine italica.
Criminalizzare il dissenso, in altri regimi, è operazione più complessa.
Qui è perfino semplice ed è invocato dalle vittime stesse.
Manipolatori e manipolati vivono sulla stessa frequenza d’onda.
Fino al prossimo happy hour o all’inevitabile trenino sulla spiaggia.

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Nei giorni scorsi, stando su Sky, sarebbe stato possibile passare in un attimo dal top della serialità americana e mondiale al top italiano.
Senza soluzione di continuità.
Dal finale di stagione di “House of cards” alle ultime battute di “1992”.
“1992” mi intrigava molto soprattutto per l’ambientazione e l’argomento, una disamina a distanza di neanche tanti anni del fenomeno Tangentopoli e del passaggio dell’Italietta dalla prima, corrottissima repubblica, alla seconda, maggiormente corrotta ma imbellettata di marketing e di finto nuovismo.
Un classico italiano.
Secondo gli stilemi Sky la produzione è ricca, ostentatamente moderna, lontana dal trash e dal provincialismo mefitico della fiction standard italiana, ricca di mostri indimenticabili.
Le buone notizie però finiscono qui.
Il rituale asino casca laddove non ci si può proprio fare nulla, in uno dei due corni chiave per fare andare avanti un serial che sono script e recitazione.
Se lo script, pur con molte lacune e debolezze, può anche starci, soprattutto se paragonato allo standard italiota, la recitazione, vero punto di non ritorno del disastro italiota in quasi tutte le produzioni (filmiche, televisive, teatrali) qui tocca punte inarrivabili di mediocrità che paradossalmente urlano ancora di più vista la confezione ben più credibile del solito.
È come essere invitati ad un gala e presentarsi in ciabatte e pigiama.
La cosa non è passata inosservata neanche da noi dove una certa desuetudine all’arte della recitazione fa passare per bravi personaggi che altrove, in una produzione, raccoglierebbero le ordinazioni del catering.
Ci sono state pure delle diatribe online tra qualche critico che ha osato dire la verità e le mamme di qualche attrice, come la devastante Tea “ehhhh?” Falco, una maestra della dizione (ma non solo).
Diciamo che, come capita spesso purtroppo qui da noi, ho dovuto scoprire per forza l’esistenza del servizio sottotitoli in MySky.
Ma è anche il tono della recitazione che è costantemente fuori contesto e fuori logica, in un mondo dove peraltro uno come Stefano Accorsi svetta, così, per dire.
Purtroppo le buone scuole non esistono e varie sono le vie per cui si arriva a grandi produzioni, come la stessa fiction evidenzia spesso nel suo racconto.
Script e recitazione sono i due corni per i quali il paesello resta sempre 1000 km. indietro rispetto a Francia e UK, i capisaldi europei, sul piano della qualità, della finezza.
E “1992”, pur nello splendore della produzione,non fa eccezione.
Poco prima mi ero appena visto il finale della terza stagione di “House of Cards”, ossia il meglio mondiale e sicuramente una delle serie, ma direi meglio opere d’arte, della storia del cinema.
A parte la grandezza dell’intera stagione, tutta innestata sulla cupa realtà dell’esercizio del potere (il nostro Frank è ora presidente degli Stati Uniti, come è noto), il finale di stagione è, senza tema di smentita, probabilmente la cosa più grande, monumentale, straordinaria mai vista su uno schermo televisivo.
Una sceneggiatura implacabile, con punte di perfidia geniale come nel plot folgorante dell’uccisione di Rachel, attori immensi in stato di grazia (Spacey e Wright su tutti ma anche il meraviglioso caratterista Michael Kelly che interpreta magistralmente Doug), una regia d’altissimo bordo, perfino un soundtrack che meriterebbe 10 Oscar (Jeff Beal è un fottuto genio).
Nessuno dovrebbe omettere di vedere quest’ora leggendaria, shakespeariana e kubrickiana allo stesso tempo, con punte di genio assoluto come nella scena finale nella Sala Ovale tra i due protagonisti, marito e moglie, che fa finire in decollo totale una serie che è già storia alzando l’asticella ad un livello tale che ci si chiede seriamente come sia possibile anche solo tenere e continuare su questa strada.
Enrico Mentana su Facebook ha parlato della sequenza televisiva “House of Cards – 1992″ come del passaggio da “Blade Runner” a “La liceale nella classe dei ripetenti”.
Vedere in sequenza questi due campioni nazionali a me invece ha fatto l’impressione che hai quando guardi il pattinaggio artistico e dopo l’esibizione del campione olimpico, mondiale, dell’universo (che so, un Plushenko) che fa la prova perfetta, arriva il campione rionale, italiano e deve affrontare una platea muta e ormai molto distratta.

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