Caprice et Marguerite

Due nomi di donna, due film, due personaggi che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro.
Il cinema francese continua a fare quello che molti si sono dimenticati di fare : raccontare storie, con grazia, eleganza, cultura.
“Marguerite” narra in salsa francese e con ambientazione parigina belle époque la storia di una simil Florence Foster Jenkins (Marguerite Dumont), una ricchissima donna accompagnata da un marito nobile decaduto che la protegge dal mondo esterno.
Il motivo?
La nostra eroina ha una insana passione per la musica e il belcanto accoppiate ad una straordinaria mancanza di talento che la porta ad organizzare imbarazzanti esibizioni nella propria lussuosissima magione.
Tra sontuosi banchetti (il vero motivo della presenza di così tanti socialites) e stecche furiose si consuma un dramma umano con risvolti quasi paradossali, soprattutto quando la protagonista si incaponisce a volersi esibire davanti ad un pubblico vero in un grande teatro.
Film di grandissima eleganza formale, recitato al solito splendidamente, in particolare da Catherine Frot (la cuoca del presidente francese in un precedente film), film fortemente originale, grottesco, sicuramente funebre, con un forte sentore di morte incardinato nel personaggio del maggiordomo compiacente che ricorda neanche tanto alla lontana il suo omologo in “Sunset Boulevard”.
A breve uscirà anche la versione ufficiale e quindi “americana” di questa strana storia, diretto da Frears e con la Streep e Hugh Grant nelle due parti principali.
“Caprice”, mai tradotto e quindi visto in originale sulla benemerita Mubi (un sito che fa rivivere in chiave moderna la meravigliosa tradizione del cinema d’essai), è invece l’ultimo gioiello di quel genio che è Emmanuel Mouret.
Attore, regista, sceneggiatore delle proprie opere, Mouret è quello che era Woody Allen molti anni fa, declinato in francese e quindi con forti richiami anche a Rohmer (soprattutto) e a Truffaut.
Dopo aver visto lo splendido “Un baiser, s’il vous plaît!”, vedere “Caprice” porta alla dipendenza.
La leggerezza, l’eleganza, la classe di questo giovane maestro della commedia è stupefacente.
La storia, semplice ed efficacissima, racconta di un modesto insegnante (lo schlemiel francofono) che quasi per caso intreccia una relazione amorosa con una nota attrice, contro tutte le aspettative.
A complicare la storia la protagonista del film (Caprice, ossia la sempre più convincente Anaïs Demoustier), innamorata fastidiosa e stalker del personaggio di Mouret.
Un meccanismo inesorabile, con mille varianti, anche sorprendenti, e un tocco che fa pensare a Lubitsch e al miglior Allen, quello ormai dimenticato nelle nebbie del tempo.
Attendo con ansia di vedere l’intera filmografia di questo fenomeno, grato di aver riscoperto quel brivido che dopo “Provaci ancora Sam” mi fece divorare un film dopo l’altro del grande Woody.
Semplicemente imperdibile.

Cose di famiglia

Mentre seguivo molto distrattamente (oh yes) l’ennesimo buffonesco raduno di Roma chiamato quasi ironicamente “Family Day”, frequentato da pseudo politici che in qualsiasi paese sarebbero in un angolo derisi e insultati a giorni alterni e che, da soli, fanno capire il livello delle idee di quella piazzetta, mi sono visto una intervista con Isabella Rossellini, expat di lusso a NYC, che raccontava il suo stupore da cittadina del mondo quando, dopo l’adozione di suo figlio da madre single le veniva negata qualsiasi legalità nel suo paese d’origine.
Lo diceva con amarezza mista a sorpresa, quell’espressione che hanno gli stranieri quando racconti loro l’inferno fiscale-politico-burocratico-subculturale che loro pensano sia semplicemente il paese della “grande bellezza”.
Dopo anni di battaglie legali alla fine Isabella ha ottenuto quanto dovuto ma non ha potuto fare a meno di notare l’antiquata morta gora che è sempre più l’Italietta.
Un paese che non ha mai fatto le rivoluzioni per quelle che sarebbero state motivazioni eccellenti e straordinarie rispetto al resto del’Occidente, ma in compenso scende in piazza e parla per giorni di un ritrovo che definire reazionario e fuori tempo e fuori logica equivale perfino a nobilitarlo.
Questo è il paese delle continue controrivoluzioni, totalmente e acidamente refrattario alla libertà e alla modernità, dove viene ritenuto sensato scendere in piazza per impedire libertà civili altrui.
Recentemente ho rivisto uno dei gioielli di quel gran genio iconoclasta che è Ricky Gervais : “The invention of lying”, una parabola acutissima sul ruolo della menzogna, un racconto straordinario di una finta società dove tutti dicono la verità sempre fino al momento in cui il protagonista, per uno scarto di fantasia, capisce che dicendo cose non vere la vita viene agevolata e risolta e lui stesso svolta definitivamente su tutti i piani.
Il film è divertente fino al delirio ma la seconda parte è ancora meglio : velocemente l’invenzione della menzogna porta alla creazione della religione.
In una sequenza straordinaria di scene memorabili il nostro ometto insignificante e “loser” nell’animo scopre che mentire alla madre in punto di morte sul futuro dopo la morte non solo risulta una vera manna psicologica per la mamma stessa ma lo pone subito alla ribalta mondiale come “conoscitore” dell’aldilà, interprete in questo caso quasi controvoglia di una serie di “verità” consolatorie, da wishful thinking applicato.
Parabola perfetta sul ruolo della religione nella vita degli uomini.
Ma questa è la “pars construens”.
La “pars destruens” è che la pretesa ridicola di avere la verità assoluta, definitiva, in tasca, genera facilmente i mostri che vediamo spesso su varie ribalte.
Fa tenerezza vedere l’Occidente “religioso” strepitare contro la possibilità, ancorché remota, che la cultura islamista voglia imporre, anche con la forza, la propria mentalità a casa nostra.
Perchè è esattamente quello che hanno sempre tentato di fare le religioni “nostrane” da noi, con violenza e pervicacia degna di miglior causa.
Tutte le religioni psicologicamente e politicamente fanno danni e tutte sono teocratiche per principio, quindi non c’è possibilità di mediazione.
Papa Bergoglio tra le tante cose per cui è odiato, è odiato anche per questo : perché ha osato dire pubblicamente che non ama la Chiesa militante e aggressiva politicamente che ha ampiamente sconfinato nel nostro paese negli ultimi cinquant’anni.
E quindi qui, invece di aggiornarsi mentalmente e finalmente riconoscere diritti pari a tutti, come peraltro la Costituzione dice da sempre, si fanno ancora battaglie ideologiche grottesche che passati i vari confini della penisola vengono viste per quello che sono : cartine di tornasole dell’arretratezza culturale di un paese ancora troppo attaccato alle sottane dei preti con relativa mentalità medievale.
Oltretutto se io fossi cattolico mi ribellerei all’idea di farmi rappresentare politicamente da certi figuri.
Ma in questo senso è noto che quella fazione è particolarmente di bocca buona : basta demonizzare gli “avversari” e magari agitare la solita parolina magica (comunista!) per far votare con allegria anche un primate qualsiasi.
Le religioni, in particolare quella cattolica, fatalmente inclini all’ipocrisia e alla doppia morale, da una parte chiedono a gran voce allo stato riconoscimenti, diritti, rispetti perfino eccessivi e fuori luogo (ai quali gli sventurati, ossia gli stati vari, hanno spesso purtroppo risposto e spesso per motivi davvero inconfessabili), chiedono quindi, dal loro punto di vista, libertà religiosa appunto (con generose prebende a latere), dall’altra però pretendono di negare perfino quelle di base a chi non la pensa come loro.
Curioso, vero?

Steve Jobs

Non potevo mancare alla messa laica dell’appuntamento con questo nuovo film su uno dei miei idoli di sempre.
Gli altri due, anche loro ormai scomparsi, sono David Bowie e Stanley Kubrick.
Tutti control freaks, tutti di una qualità quasi scandalosamente superiore alla media, tutti visionari e dotati del famoso terzo occhio, dall’alto, sulla realtà e sul futuro.
Torniamo a Steve.
Quando ho saputo che dopo il ridicolo filmetto con Ashton Kutcher, si era finalmente allestito un progetto degno del protagonista, non vedevo letteralmente l’ora di poterlo vedere questo film.
Diretto da Boyle (un regista a mio avviso grande ma ancora sottovalutato), con Fassbender e Winslet (una coppia d’attori di altissimo livello), ma soprattutto con la sceneggiatura di Aaron Sorkin (l’unico vero genio rimasto ad Hollywood, all’altezza dei dialoghisti del passato) e basato sulla biografia ufficiale di Isaacson, questa invero dettagliata quanto deludente.
Come ormai è noto, Boyle, proprio perché ometto di qualità, se ne è allegramente infischiato della verosimiglianza e tantomeno dell’aderenza alla notarile e noiosa biografia ufficiale.
Ha avuto la fortuna di avere qualche rifiuto, da parte di Di Caprio (luckily), di Bale (che probabilmente l’avrebbe portata a casa bene) e ha assunto l’uomo giusto, con la fame giusta ancorchè straordinariamente non somigliante all’originale (irlandesi-tedeschi e siriani in effetti hanno differenze…), Michael Fassbender, che oggi è un grande, grande attore.
E che, a quanto pare, ha detto la sua su questo film in maniera importante nelle prove, su come dovevano essere allestite, sul taglio da dare al tutto.
Un futuro regista, probabilmente.
Quello che mi è piaciuto da impazzire di questo film è la sua impostazione teatrale.
Non mi stupisce quindi che sia stato un flop al botteghino : è una operazione molto raffinata, la sublimazione dell’arte sorkiniana del “walk and talk”, un tre atti di parola già pronto per futuri allestimenti in scena, non agiografico, non biografico.
Tre lampi sul personaggio preso nel dietro le quinte di tre keynotes fondamentali, dichiaratamente antinaturalistico e quindi quasi anni ’70 nel suo delineare un personaggio controverso, “bigger than life”, con tratti di penna e dialoghi al fulmicotone.
Con Jeff Daniels, nella parte di John Sculley, semplicemente monumentale, vecchio compagno d’avventure di Sorkin nel meraviglioso “The Newsroom”, la più grande serie “di parola” del decennio.
L’interplay tra Fassbender e la Winslet è il cuore pulsante del film e non delude neanche per un secondo.
Due ore che filano via in un attimo solo parlando, segnale classico della grandezza della scrittura.
Grande film, per palati fini.

7 is higher than 25

Adele è un grosso equivoco.
Nessuna intenzione bassamente denigratoria della cantante inglese, peraltro recentemente dimagrita.
Mi riferisco al ruolo grottescamente spropositato che ha preso nel disastrato panorama musicale.
In un mondo dominato da canzonette dance plastificate di nessun interesse e credibilità (Katy Perry e simili), dal delirante proliferare del rap e dell’hip-hop fino allo sfinimento, caso classico dell’estensione demente di un piccolo gimmick musicale a genere a sé stante e fagocitante l’intero mondo (Kanye West un genio? You must be joking), da qualche cantautore sfiatato e finto sofferente (Sheeran e mille altri, indistinguibili), da qualche gruppo sedicente ispirato (le patetiche nullità che rispondono al nome di Coldplay, Muse e così via) è chiaro che bastano anche piccoli bagliori di soul bianco ben cantato per far gridare al miracolo.
In attesa perenne di qualche vera star che faccia anche lontanamente ricordare le stelle e lo splendore del passato, ci si butta sul primo disco a caso e si sprecano aggettivi.
La stessa sorte era toccata ad una delle ispirazioni dichiarate di Adele, la sopravvalutatissima Amy Winehouse che, oltretutto, morendo giovane per l’assurda sequenza di eccessi che l’ha contraddistinta è entrata nel mito a dispetto del talento, microscopico e derivativo.
Negli stessi giorni in cui Adele imperversa nelle classifiche battendo tutti i record, muore Bowie, uno dei pochi veri pilastri della musica moderna e qualcuno, riascoltando o, peggio, ascoltando per la prima volta, comincia a capire la differenza abissale tra il prima e il dopo.
Perchè quello che conta è la musica, la qualità e l’originalità della stessa e qui, mi dispiace, Adele è un microbo, soprattutto in quest’ultimo album, a dispetto della tecnica vocale ineccepibile.
Non molti anni fa la musica dance era musica straordinaria, la musica pop si divideva tra “commerciale” (composta da giganti come Spandau Ballet ad esempio) ed “impegnata” (qui l’elenco è lungo) e resisteva, come sempre, il pianeta della black music (soul, R&B, jazz…) visitato spesso e volentieri anche da grandi artisti e interpreti bianchi.
Oggi che domina il maelstrom mediocre resiste ancora il retropensiero della nobiltà intrinseca di questo mondo.
Molti artisti sono stati anche il tramite tra le vere vette di questo mondo, spesso sconosciute ai più, e il grande pubblico.
Lo stesso Sinatra fa parte di questo elenco di “traduttori”, per dire.
Adele quindi “sembra” nobile, grande.
Brava vocalmente lo è senz’altro ma, come molti esemplari nostrani dimostrano, non basta la voce per fare la musica, ci vuole la sostanza ossia la musica stessa.
E di gente che sa scrivere pezzi, sul modello inarrivabile di Burt Bacharach, ce ne sono sempre meno, anzi non ne esistono proprio più.
Oggi per trovare quelli bravi davvero bisogna cercare tra le pieghe, spesso bisogna scovare nomi totalmente sconosciuti.
Siamo in un deserto musicale che qua e là ha qualche piccolissima pepita e spesso derivativa, nostalgica, come se in fondo la grande musica fosse persa per sempre.
Seal, spesso e volentieri, ha sfornato qualche minerale di valore e rappresenta il giusto contrappasso ad Adele-tutta forma e niente sostanza.
Ha l’ossessione dei numeri come la sua omologa inglese ma nel suo caso è l’elenco seriale degli album (l’ultimo si chiama “7”) a differenza del riferimento anagrafico della cantante di Tottenham.
Per me Adele al suo meglio non è quella di “25” ma è questa, live alla Royal Albert Hall.
Grande voce ma soprattutto grande pezzo.
Seal au contraire, continua con la sua personale ricerca del bello e sforna con “7” un album della stessa categoria (grande voce, atmosfere soul e così via) ma mille volte più consistente.
Con l’ennesimo album continuo, non noioso, davvero sentito (“soul”) straccia la biondina 10-0.
Ma guardate attentamente le classifiche di vendita.

In loving memory of a genius

La notizia della morte di David Bowie mi colpisce e rattrista profondamente.
In questi anni sono finite molte epoche, più del normalmente prevedibile, e anche questa notizia sembra suggellare questa verità.
Personalmente stiamo parlando del musicista ma in genere di uno degli artisti che ho più amato e stimato, musicalmente stiamo parlando di un genio assoluto che ha rappresentato una guida e un faro per decenni e per migliaia di artisti.
Proprio ieri sera leggevo di lui in un lungo articolo trovato in rete e proprio stamattina avrei voluto fare un post sul suo ultimo, straordinario album “Blackstar”.
Come spesso capita la realtà si è inserita di prepotenza dettando i suoi tempi, che non sono i nostri, e mentre stavo leggendo di lui mi è arrivata la notifica della notizia sull’Ipad.
L’ultimo album uscito poche ore fa e nel giorno del suo compleanno era ricco di inquietudini profonde, di profezie direi ed era stato introdotto da due video oggettivamente disturbanti come quello della titletrack e quello della splendida “Lazarus”.
Poi, in realtà, l’album è su toni più “lievi” ma pur sempre con la caratteristica principale di David in quasi tutte le sue espressioni : lo sguardo di un uomo fuori dagli schemi, fuori da ogni luogo comune, straordinariamente avanti al suo tempo a dispetto dell’età.
Un album creato con un gruppo di fantasmagorici musicisti jazz modernisti di New York scoperti in un locale, con ritmi inusuali, una impronta jazz estrema che, come dice il mitico produttore Tony Visconti, ancora complice di Bowie in questa ultima avventura, ha voluto aprire altre porte del rock ma con musicisti che non hanno gli stilemi classici bensì jazz e di quelli avanguardistici.
Per dirla con Tony : meglio un album rock (in senso lato) suonato da jazzisti che il contrario.
L’album è incredibile e passa da capolavori atomici come “Sue”, autentica perla del futuro, alla veramente profetica “I can’t give everything away”, un pezzo che mette i brividi e che declina in chiave moderna e ormai soprannaturale il lirismo di Bowie.
E che ha un testo che, come il primo di tanti “momenti di bilancio”, ad esempio la meravigliosa “Ashes to ashes”, sembra lanciare segnali precisi sull’uomo dietro le maschere.

I never done good things (I never done good things)
I never done bad things (I never done bad things)
I never did anything out of the blue, woh-o-oh
Want an axe to break the ice
Wanna come down right now

(Ashes To Ashes)

I know something is very wrong
The pulse returns for prodigal sons
The blackout’s hearts with flowered news
With skull designs upon my shoes

I can’t give everything
I can’t give everything
Away
I can’t give everything
Away

Seeing more and feeling less
Saying no but meaning yes
This is all I ever meant
That’s the message that I sent

(I can’t give everything away).

Quando pochi anni fa era arrivata la notizia del suo rientro dopo l’infarto in scena (e dove, se no?) con l’album “The next day”, il titolo stesso e il tono di questo ennesimo grande album sembrava far presagire una possibile, serena terza età anche musicale.
“Blackstar” rivela il volto di un uomo molto stanco, sofferente ed invecchiato ma di un musicista splendente che, come una stella, alla fine esce di scena come i grandissimi ed esplode con una luce meravigliosa.
Addio, David.

In volo con Checco

Come al solito si fa finta di non capire.
L’enorme successo dell’ultimo film di Checco Zalone ha subito rinfocolato la vecchia diatriba tifoidea tra presunti intellettuali e presunto popolino in merito alla cultura italiana.
Se si sbagliano le domande le risposte saranno sempre sbagliate ed “impugnabili”.
Il problema, ovviamente, non è la presenza di gente come Fabio Volo sugli scaffali delle librerie o Checco Zalone nelle sale.
In tutto il mondo esistono prodotti che si rivolgono ad un pubblico di bocca buona, più o meno popolari nel senso lato del termine.
Il problema italiano, specifico, è duplice e il cinema autoriale che si invoca come alternativa non c’entra nulla.
Primo problema : i numeri dimostrano che gli italiani tendono a consumare, nella stragrande maggioranza, SOLO questi prodotti.
Secondo problema : i numeri dimostrano che il consumo culturale in senso lato è spaventosamente basso in Italia rispetto al resto d’Europa e questo vale per qualsiasi forma d’arte o cultura.
Qui sta il dilemma.
Personalmente non ho mai avuto remore nel consumare qualsiasi cosa, anche per innata curiosità onnivora, e quindi non subirò le consuete lamentele dei mediocri furbastri che in genere stoppano qualsiasi critica dicendo le consuete frasi : ma non l’hai neanche visto, letto etc.
Ho letto ANCHE parecchi libri di Volo e visto tutti i film di Checco (salvo quest’ultimo che, magari, è un capolavoro).
Sottolineo magari, ovviamente.
I miei numeri sia nel consumo di libri che di film sono talmente superiori alla media italiana che posso permettermi anche questi lussi.
Perchè di lusso si tratta, soprattutto riducendosi il tempo di vita e di fruizione, il lusso di attardarsi anche con queste cose potendo fare altro.
Ne sono sempre uscito deluso, sia per la pochezza della proposta, sia per la sensazione di aver perso del tempo sostanzialmente.
Zalone, a differenza di Volo, gode del vantaggio di venire dall’epoca d’oro dei cinepanettoni ed è chiaro che in relazione a quella melma può sembrare, ai più sprovveduti, un genio della comicità.
Volo, in compenso, gode del vantaggio competitivo di attenuare i suoi successi grazie ad uno zoccolo duro di lettori numericamente molto inferiore ai frequentatori di cinema che riequilibra la sorpresa di trovarlo in testa alle classifiche grazie alla compresenza di gente come Camilleri o altri che forniscono un solido passatempo per gente che legge molto.
Se lasciamo perdere altri lidi o l’America stessa, dove in genere le cose di qualità non trovano molto spazio (nel cinema americano recente degli Apatow e altri poi non ne parliamo), nell’Europa migliore è facile verificare cosa è considerato “popolare” e paragonarlo, per stile e contenuti, all’equivalente italiano.
Questa è la verifica, impietosa, da fare, anno dopo anno.
Non il consumo di prodotti “di nicchia” che attirano sempre, ovunque, una minoranza illuminata.
Al turning point del nuovo anno sono andato anch’io in un multisala per vedere il nuovo film di Woody Allen, uno che spesso rifila pacchi in tarda età ma che riesce sempre a muovermi, per antica abitudine.
Mi sono trovato in una inspiegabile, inusitata mostruosa fila che solo dopo ho capito fosse riferita al primo giorno di Zalone superstar.
Non è mai piacevole sentirsi in gregge anche perché mi sono trovato in un multisala che, only in Italy, non prevedeva pagamenti ai consueti dispensers con carta di credito.
Dopo una decina di minuti ho capito che non sarei mai riuscito a vedere il mio film e mi sono dileguato, con grande gioia.
Alcuni involontari umoristi continuano a sostenere che quando un successo è popolare ed è osteggiato per l’oggettiva pochezza artistica lì si nasconde l’invidia.
Si usavano questi pseudo argomenti anche nel recente, apparentemente svanito, ventennio berlusconiano.
Argomenti tifoidei per gente con piccole meningi.
L’invidia ovviamente non c’entra nulla e tantomeno la legittimità di questi furbetti di guadagnare sulla dabbenaggine e la pochezza culturale del popolino.
Tutti sanno benissimo che il modo migliore per prosperare in questo paese e anche altrove è fatturare sulla stupidità delle masse.
Il problema è constatare, nel 2016, che l’Italia che i nostri padri ingenuamente consideravano in grande avanzamento, soprattutto culturale, grazie alle lauree, alle migliori possibilità economiche e così via, in realtà si attarda ancora su queste strade, come se non cambiasse mai nulla.
I finti laureati che appestano la penisola, incapaci di scrivere e parlare con accettabile ricchezza e qualità, quelli dell’abuso vocalico su Facebook (cazzoooo amiciiiiii) sono la più plastica rappresentazione del bug anticulturale che è il fattore principale per cui non cambia mai nulla da queste parti, perché tutto parte dalla cultura, che piaccia o no.
Stiamo parlando dell’80% della popolazione, quello che rideva con orrida convinzione ad un film di Aldo, Giovanni e Giacomo (il peggiore, tra l’altro) qualche anno fa, mentre io e pochi altri ci guardavamo in giro stupiti in un cinema milanese, quello che odia “gli intellettuali” e li ha sempre ridotti all’irrilevanza mentre altrove sono ascoltati e “usati”, come si dovrebbe, per innalzare il livello della società.
Il cinema comico italiano è il simbolo di questo paese, che non si è mai alzato dalla “fase anale”, quella dell’infanzia emotiva e mentale.
E come dice una persona a me cara, Ottavia, se si parte da quella zona a ora che si arriva al cervello si fa notte.
Come capita sempre nei posti dove cultura è una parolaccia che evoca antiche noie di origine propriamente scolastica, non esiste in Italia un vero interesse specifico per le arti.
Provate a verificare il commento medio di quelli che escono dai cinema già in cerca affannosa di un posto dove andare a mangiare con gli amici.
“Bello-brutto”, “lento-veloce” (cosa che mi fa impazzire), al massimo qualche accenno veloce alla trama (rovesciando le priorità) : nessun accenno al linguaggio, alla recitazione, alla sceneggiatura.
Specularmente in libreria, diventata velocemente un gineceo di appassionate post-Harmony (da qui il successo delle cinquanta sfumature…), tolto il famoso zoccolo duro, la gggente difficilmente parla di ciò che davvero conta in un’opera letteraria.
Quindi, mi dispiace, hic Rhodus hic salta : quando cambieranno numeri e vincitori allora sapremo che questo paese, davvero, vuole cominciare a cambiare.
Per quanto mi riguarda trovo ozioso illudersi ancora ed aspettare.
Abbiamo dedicato fin troppo tempo e fegato al sedicente bel paese, volgare e sghignazzante.
Anche perché non dovete credere al luogo comune dell’italiano provinciale e quindi esterofilo e autorazzista.
Al dunque, e il dunque è quasi sempre tifoideo (vedi recente squallida vicenda Vale-spagnoli), gli italiani sono ferocemente provinciali e quindi nazionalisti in maniera violenta e ridicola, grottescamente convinti per davvero che tutto il mondo sia paese.
Quella forma di sciatto provincialismo che fa parlare male del governo, dello Stato e delle tasse così come delle cose che in genere non vanno ma in maniera superficiale, non riflessa, non approfondita.
La realtà è che quelli che poi vanno oltre ed analizzano davvero le questioni scoprono, spesso con stupore, di essere andati troppo avanti e di essere rimasti soli nella loro giusta, puntuale, precisa, dettagliata descrizione dello sfacelo italico.
E da qui al dileggio e all’isolamento vero il passo è breve, come tutti i grandi intellettuali di questo paese hanno potuto verificare di persona.
Ma questo non andate a dirlo alle greggi che vogliono ridere.
Peraltro semel in anno, mi raccomando.

Pride

“Pride” è uno di quei piccoli grandi film che ci fanno amare il cinema inglese.
Il cinema inglese e quello francese, i due baluardi della qualità nel cinema europeo, vivono in fondo su cose semplici : buoni attori, buone sceneggiature.
Come tanti film del passato britannico “Pride” racconta con strepitosa grazia e singolare efficacia una storia di piccole persone alle prese con una vicenda che li eleva al di sopra della loro normale condizione, sulla falsariga di “Full Monty” e mille altri esempi.
Qui l’ambientazione sono i primi anni ’80 in UK, la Thatcher-era, quella che ho attraversato in lungo e largo nelle mie frequenti peregrinazioni in Britannia e che era caratterizzata dal post punk e dalla new wave, dalle scritte “Thatcher evil”, dalle rivolte sociali degli esclusi, tra cui in primis quella dei minatori che in questo film viene narrata ampiamente.
Una piccola storia vera che vede un gruppo organizzato e militante di giovani gay e lesbiche che gestiscono una prima libreria “di genere” raccogliere per strada ingenti fondi per i minatori del Galles in sciopero prolungato, quanto di più lontano dalla comunità LGBT ormai nascente a Londra.
La narrazione dell’incontro di questi due mondi antitetici è deliziosa e la morale è chiara : la stretta di mano, la comunanza di interessi (il nemico comune : la Thatcher e in generale la retrograda borghesia ottusa tuttora resistente) che diventa anche lezione di vita sull’accoglienza del diverso da sé e sul comune destino di uomini e donne, senza etichette di sorta, tantomeno legate alle preferenze sessuali.
I protagonisti del film sono i futuri ragazzi del Blitz e di mille altri club nascenti, quelli pronti a vivacizzare la capitale con fantasiosi vestiti neoromantici e post-glam, pronti per gli Spandau Ballet e altri, secondo il classico schema inglese delle mode decadenti e chic che nascono in ambiente proletario.
La musica degli Smiths, dei Frankie goes to Hollywood, dei Bronski Beat e di altre icone gay degli Eighties irrora questo gioiello e lo porta senza sforzo verso il finale, dove si racconta che il riconoscimento delle istanze LGBT a livello parlamentare passerà attraverso anche il voto determinante delle Unions dei minatori (che renderanno quindi il favore a tempo debito) e che l’AIDS, all’apice della sua virulenza, farà ancora danni nella comunità gay (malattia subito fraintesa dai soliti religiosi invasati e demonizzanti), il tutto sulle immagini dello storico gay pride che unì per la prima volta in corteo le due istanze.
In una Gran Bretagna che, come sempre, per prima in Europa apriva la via alla liberale convivenza e quindi al riconoscimento pieno dei diritti, con l’eccezione delle solite, minoritarie sacche di ignoranza violenta legate alla religione, due termini che vanno spesso a braccetto nella stessa frase.
Piccolo, straordinario film, pieno di gioia vera.
Unmissable.

Boxing guys

All’avvicinarsi del giorno del pacco (Boxing day), diventa simpatico mettere un piccolo punto fermo e fare una istantanea dei tipi umani cristiano-cattolici che sono rimasti sul piatto.
Un piatto che sembra ridursi giorno dopo giorno, secondo molte statistiche, e che ha in sé caratteristiche eternamente presenti ma che oggi sembrano riequilibrarsi al loro interno secondo modalità inedite.
Io vedo là fuori, nel mondo freddo e sempre più indifferente, tre tipologie antropologiche.
Il primo tipo umano, silenziosamente maggioritario fino a pochi anni fa, è quello classico, postbellico, dell’italiano medio di buona volontà, cattolico per imprinting culturale inevitabile e mai messo veramente in discussione.
I signori e le signore di 70, 80 anni adesso, che scuotono la testa di fronte ad un mondo completamente diverso dal loro, fatto di rituali ferrei e indiscussi (le feste, le messe, il buon borghese vicinato), di parrocchie calde e accoglienti che si immaginavano prive di ogni nequizia, di parroci retrogradi ma di buon servizio.
Oggi questo mondo resiste in quel parafrancescanesimo aggiornato che è fatto di micro realtà, di piccoli punti dove la gente trova conforto e spesso dona conforto, penso con maggior convinzione teorica di una volta ma anche maggior disincanto.
Forti di un’idea che resta in testa a dispetto di ogni buonsenso e plausibilità, soprattutto se riferita all’organizzazione chiesastica che c’è dietro, questo è l’unico dei tre tipi che ritengo presentabile in società e degno di rispetto.
Forniscono un servizio di cui le nostre società hanno sempre più bisogno e sostanzialmente agiscono bene, indipendentemente dalle basi teoriche del loro agire.
Rispetto al mondo che sta svanendo, questo tipo umano mi sembra in recessione numerica ma in miglioramento qualitativo e organizzativo.
Il secondo tipo umano è quello perenne del neo-fariseo fanatico.
Numericamente tutte le organizzazioni religiose hanno una percentuale di questi militanti invasati che generalmente non supera il venti per cento.
Se fino a poco tempo fa mi sembrava in crescita, per distorsione mediatica legata all’Italia ed alle sue perversioni politiche, oggi mi sembra fortunatamente in riflusso anche se difficilmente si schioderà dallo zoccolo duro.
Duro di cervice, soprattutto.
Sono quelli che non solo conoscono la verità ma sostengono anche all’interno della loro religione di conoscerla e applicarla bene solo loro e pochi altri.
Cultori nevrotici delle forme del passato e dell’intangibilità dottrinale, di riti e cerimonie, sono sempre destinati a prendere botte in testa dalla realtà, inclusa quella vaticana, come Bergoglio sta evidenziando, e quindi diventano subito inclini al negazionismo (della realtà stessa) e, in epoca web, fantasiosi creatori di ossessive realtà alternative.
Naturalmente illiberali e nazisti nell’animo vengono spesso rimbalzati anche umanamente fino a confinarsi nelle loro cellule settarie in un meccanismo solipsistico incessante oppure a diventare carne da rehab.
Come si suol dire : io avrò anche bisogno di JC in futuro, ma voi sicuramente avete bisogno di farvi vedere da uno bravo.
Adesso.
Il terzo tipo umano, che una volta si confondeva col primo, quando la religione era comunque molto superstiziosa, soprattutto nelle fasce socio-culturali basse della società, ora svetta come categoria a sé e, tragicamente, è l’unica che sembra in crescita.
Sto parlando dei confusi sincretisti, per dirla meglio dei “sincretini”, che ispirati anche da vicende estranee al cristianesimo mischiano tutto in orridi calderoni e portano alla luce che ormai questa religione è affare di paesi ben lontani dall’Europa e che, in genere, non brillano per lucidità di fronte al presunto irrazionale.
Nel paese delle fattucchiere che fatturano e delle madonnine che piangono a comando (Veronesi dixit), è subito successo immediato.
Va bene tutto : dalle apparizioni non spiegate, al business delle pietre e delle visioni, al delirio delle sedicenti veggenti che, guarda caso, vedono realtà che vogliono vedere (Lutero all’inferno ed esattamente come dicono loro. La descrizione dell’aldilà esattamente come nel Vangelo) senza che nessuno rida loro in faccia per il palese, smaccato, triste wishful thinking che inficia qualsiasi descrizione.
Un mondo molto vasto, variegato, quello delle messe di liberazione e dell’esoterismo che ricorda i deliri americani ma anche le macumbe sudamericane.
In genere questi tipi forniscono materiale per ilarità convinta quando raccontano, spesso sui socials, grande specchio amplificatore della stupidità umana, una sequenza di cose inverosimili e non vere che vengono accettate ormai tutte, senza neanche più una parvenza di filtro.
Perché contrariamente al luogo comune, è il credente che spesso diventa credulone e finisce per credere a tutto e a vedere provvidenze e legami laddove nessuno sano di mente unirebbe i puntini a casaccio.
In rottura prolungata come trottatori maldestri, galoppano nelle praterie dell’irrazionale fino allo sfinimento proprio e altrui.
Sempre pronti a dare per buone e raccogliere ogni tipo di sollecitazione, soprattutto le più spericolate, i sincretini finiscono a gestire shops pieni di pietre e pergamene, dando perlomeno un contributo piccolo ma significativo al PIL nazionale.
D’altronde non c’è miglior business di quello costruito sulla dabbenaggine altrui.
E non c’è miglior venditore di un venditore convinto della propria merce.

Il nome del figlio

A volte amo farmi del male, senza per questo essere un seguace dell’autore di “Venere in pelliccia”.
Soprattutto quando si tratta di pellicola non mi faccio mancare nulla e preferisco assumere tutte le sostanze per poi valutare con calma e completezza di informazione.
Questo film era da tempo che lo volevo vedere e non certo perché mi aspettassi il capolavoro ma più che altro per valutare lo stato di salute del cinema italiano rispetto a quello francese.
L’operina della Archibugi è infatti liberamente tratta dalla pièce “Le Prénom” di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, da cui il giustamente celebrato film “Cena tra amici” sempre degli stessi, uno dei quali (La Patellière) è addirittura figlio d’arte di uno dei grandi registi di commedia degli anni ’70, sodale di De Funès in mille deliranti scorrerie.
Anche questo film, in Italia, sia a livello di critica che di pubblico, è stato portato in palma di mano come film ottimo, eccelso esempio di commedia d’autore e così via delirando.
Da tempo vado dicendo che il problema della cultura italiana è, appunto, culturale più ancora che tecnico.
Non che manchino i problemi proprio tecnici, di vera e propria competenza specifica, ma il piano culturale prevale e travolge tutto, così come era capitato per un altro film con Alessandro Gassmann, quel tremendo “Se Dio vuole” di cui avevo parlato in un precedente post.
Come capita spesso anche nel teatro italiano, la Archibugi prende un testo che funziona, che ha fatto successo altrove, e lo “adatta” alla realtà italiana.
Adattandolo si compie il massacro, inevitabile, e quasi sempre è un massacro in salsa quasi dialettale o comunque molto, molto provinciale.
In questo caso il classico romanesco.
D’altronde se l’obiettivo era il siparietto sulla realtà italiana, tocca perfino darle ragione : l’Italia, soprattutto rispetto alla Francia, è questa cosa qui.
Meschina, ignorante, acida e cattiva, volgare, profondamente volgare.
Ma non è solo questo che disturba.
Se scendiamo su un piano puramente tecnico e narrativo, da una parte abbiamo un film perfetto, con un testo preciso, efficace, in punta di forchetta, con dialoghi fulminanti e i giusti twists e le sorprese che vengono preparate, costruite, rifinite da veri maestri.
Dall’altra abbiamo un film che non ha neanche un centesimo del timing e della perfezione dell’originale francese, piccolo dramma per una commedia, viene diluito in una salsa ridicolmente banale e tradizionale che è quella del “grande freddo dè noantri con canzoncina inclusa cantata a squarciagola”, viene diretto con sciatteria imbarazzante, mascherata con piccoli penosi devices come l’onnipresente drone dei figli, che permette scenette pseudo-cool e recitato da una congerie di “attori” che, tolto il solito Gassmann col pilota automatico recitante sé stesso e la sua onnipresente maschera (fino a quando?) e un Lo Cascio totalmente miscast e danneggiato oltre le sue colpe da un film disastrato, è composto da un gruppo di personaggi straordinariamente privi di talento, nemici della dizione, sublimemente inadatti a sollevare dalla polvere una operazione così mal congegnata.
Si arriva fino al punto di lasciare il povero Papaleo in balia di un personaggio ambiguo e del confronto con uno dei tantissimi, piccoli grandi attori transalpini come Guillaume de Tonquédec, costretto e lasciato fare fino al punto di citare qualche suo tormentone televisivo (sic) per fare l’occhiolino al consueto pubblico ignorantemente distratto.
Nessuna costruzione dei personaggi, al punto che le vere svolte di un testo atomico si perdono in pochi secondi e neanche vengono colte, nessuna vera idea di regìa alternativa (lasciare come è una cosa perfetta, no vero?), il solito Titanic all’ombra del cupolone.
“Twittami ‘sto cazzo”, immortale battuta perfino inserita nel trailer, recitata da una sciagurata Ramazzotti, è l’epitome a questo specchio del paese, inadatto sia nei contenuti che nelle forme.
Che un disastro del genere possa perfino fare gridare al miracolo sfugge all’umana comprensione, ma si sa che la cattolica Italietta ama credere ai miracoli.
Soprattutto quelli fasulli.

Je ne sais quoi

Un certo non so che…
Invece è chiaro cosa c’è nel cinema francese, soprattutto quello leggero, che lo differenzia da tutto il resto del mondo e che evidenzia perfino dolorosamente il distacco culturale dalla penisola cugina.
Si chiama classe, leggerezza ricercata, cultura, eleganza.
Questo vale perfino quando si va nella categoria della farsa, della comicità più fisica, più estrema.
Due personaggi così antitetici come Emmanuel Mouret e Louis de Funès penso sia difficile trovarli all’interno del cinema francese.
Li distingue l’approccio, i temi, il ruolo (Mouret regista-attore, De Funès solo splendido interprete-mattatore), la generazione.
Eppure il filo conduttore, il fil rouge, è la cartesiana, piana eleganza del risultato.
Gli sfortunati cugini italioti tuttora traccheggiano tra Boldi e l’eterno panettone volgare contrapposto al finto minimalismo, alla reale evanescenza di operazioni di commedia “sofisticata” vanificate dall’esilità degli script, dalla rozzezza degli attori, dalla sostanziale modestia culturale dei progettisti.
Subcultura da tinello contro piccolo cinema filosofico, romantico.
Il primo diverte le masse incolte, rassicurate nella loro nullaggine dagli eterni riti, il secondo è pane per la mente, massaggio leggiadro per persone pensanti e, orrore, “leggenti”.
In un mondo ideale il cinema di De Funès è il cinema popolare par excellence, così come è sempre stato in Francia.
Un attore monumentale, di prodigiose capacità tecniche e mimiche, maestro del delirio, della collera, dell’impersonazione dell’acido borghese incattivito ed avido, una macchietta diventata archetipo.
Capace di dare fuoco ad operette apparentemente modeste ma in realtà, ad esempio, dotate di sceneggiature di ferro, la chiave di tutto il cinema che funziona, inesorabili, portate avanti e rappresentate da guitti in stato di grazia : non si contano le centinaia di attori meravigliosi, di contorno in questi film immortali.
Senza citare i più famosi film come “Tre uomini in fuga” o la serie dei Fantomas, la grandezza di De Funès si trova in capolavori come “Io, due figlie, tre valigie” (una delle poche commedie europee screwball paragonabili ai grandi film del glorioso, defunto passato americano), “I 3 affari del signor Duval”, il lunare “Jo e il gazebo”, il folle “Si salvi chi può” (con finalino classico di danza di massa, come nelle farse francesi d’ordinanza), il grottesco “Le grandi vacanze”.
Genio assoluto e tuttora insuperabile della comicità di tutti i tempi.
Dall’altro lato dello spettro stilistico, la commedia elegante e di parola, si trova Emmanuel Mouret, recente incarnazione dell’ometto alleniano in salsa intellettuale e con retrogusti Rohmer, Truffaut, soprattutto quest’ultimo e soprattutto nel personaggio di Doinel interpretato da Léaud che ha fatto la storia del cinema non solo francese.
Ho recentemente visto “Un baiser s’il vous plaît” (Solo un bacio per favore) e ne sono rimasto incantato.
Un film semplice e geniale, fatto di nulla, costruito su racconti a scatole cinesi, che solo una grande mente poteva realizzare in questo modo.
Chapeau.