Le minoranze

Come è noto la storia viene fatta dalle minoranze.
Inutile elencare nella storia passata gli esempi infiniti.
Il problema di questo nostro tempo di inizio millennio è che sono le peggiori minoranze possibili quelle che dettano i tempi dell’agenda.
Mi riferisco alla psicopatia dell’estremismo ideologico e religioso che ovviamente arruola facilmente, anche a posteriori, tutti i deviati e i disperati del mondo.
Mi riferisco anche alle destre fasciste in grande spolvero e pronte, altrettanto rumorosamente, a prendere il potere per usarlo male, more solito.
Sarebbe utopisticamente bello mettere in uno stadio queste frange rumorose e violente, dichiaratamente acefale e piloriche, e passare poi alla fine per le pulizie.
Il mondo purtroppo invece esplora sempre nel dettaglio il male, le follie, le atrocità, le complicazioni varie mettendo sempre a dura prova quel bagaglio di sorriso e di ottimismo di base che permea i migliori di noi.
L’unica minoranza che sarebbe auspicabile contasse qualcosa, quella dei pensanti e dei senza paraocchi, non solo oggi è l’unica vera minoranza soggiogata ma è anche quella che gode di cattiva stampa.
Oggi vincono i “Libero”, il “Giornale”, che vive annate sempre più imbarazzanti dopo le vette montanelliane, o per andare altrove i “Mirror” e i “Daily Mail”, che hanno una percentuale di “boobs” direttamente proporzionale alla scarsità neuronale dei suoi lettori, entusiasti sostenitori della Brexit.
Il web, grande mare magnum senza direzionalità precise, può essere contemporaneamente il network terroristico per eccellenza (altro che moschee) ma anche il recipiente di mille informazioni di prima mano che ovviamente solo pochissimi vanno a vedere per davvero.
Prolifera così la cultura del luogo comune e del semplicismo applicati indistintamente al gossip o alla geopolitica, senza soluzione di continuità e senza neanche un sospetto sulla diversa complessità dei due argomenti.
Tra i tanti luoghi comuni che appestano questo periodo davvero sfortunato c’è quello del fallimento della convivenza multietnica.
Basterebbe aver fatto due viaggi o letto due libercoli di storia, anche solo americana, per sapere che da sempre il melting pot funziona, al netto delle tensioni che ci sono sempre in qualsiasi comunità complessa, perfino non multietnica.
Chi è uscito magari con gli occhi aperti dal paesello (vero, italioti?), ha constatato di persona che sono decenni che razze, etnie, classi convivono più o meno tranquillamente in tutto l’Occidente.
Ma come è noto fa più notizia l’uomo che morde il cane o, più semplicemente, il poco male ha sempre migliore stampa del tanto bene.
Se proprio vogliamo parlare di integrazione, l’esperienza diretta insegna che il benessere economico trascina con sè anche tutto il resto, altro che ideologie e religioni.
La variabile vera oggi è la povertà e la disperazione delle periferie occidentali e su questo bisogna lavorare.
Bisogna rendere una parolaccia (ci siamo quasi) l’integralismo in ogni sua forma, religiosa o ideologica : vedi le due minoranze citate ad inizio post.
Bisogna ragionare senza rumore e strepito, molto difficile oggi e ancora più difficile quando i Le Pen e i Salvini avranno preso la loro fetta di potere, e guardare i fatti, che sono silenziosi, spesso impopolari, non alla portata di tutte le menti, soprattutto quelle esagitate.
A quel punto la maggioranza lavorativa e tesa al benessere, ossia l’85% del mondo indipendentemente da religioni e culture, potrà tornare a vivere ragionevolmente in pace, per quanto questo possa succedere nel mondo, posto notoriamente tragico ed imperfetto.
Così come lo è il corpo umano, generatore di mille problemi e della più grande industria antropica, quella farmaceutica.
Davvero : se Dio esistesse, avrei molto da dirgli sulla presunta perfezione della sua creazione.
In fondo anche Lui, immeritatamente, ha sempre goduto di ottima stampa.

Hard times

Tempi duri per i complottisti e per i semplificatori ideologici di realtà complesse.
Più il popolino non comprende quello che succede, un classico sociale, più si arrampica sui vetri, complice anche il web, perché da qualche parte ci sarà sempre qualcuno che dice qualcosa di più o meno sensato, credibile, dimostrato.
Se l’esercizio della democrazia diretta non fa ben riposare coloro che sono dotati di neuroni funzionanti e di spirito critico, come la Brexit dimostra ad abundantiam, anche la democrazia indiretta, con la fatale attrattiva crescente delle masse per i pagliacci, spesso pericolosi pagliacci, rappresenta un motivo per temere la declinazione moderna dell’ormai antica dominazione della maggioranza.
Uno dei motivi per diffidare delle ricette pentastellate è la teorizzazione del lavacro purificatore della democrazia diretta.
Non c’è dubbio che alla base ci sia la buona fede di chi ha visto per anni la propria nazione devastata da una casta cancerogena e senza nessuna credibilità o autorità morale (quindi anche fiscale), un Casaleggio che pretende trasparenza, onestà e politica ai cittadini.
Dal mio punto di vista questo sarebbe la premessa, il sine qua non minimale di una democrazia decente.
Non avrei invece tutta questa fiducia nella capacità di raziocinio e di informazione dei cittadini ma senz’altro non esiste altra via tecnica per il futuro.
Il M5S è comunque un fortunato argine italiano ad altre derive ribellistiche europee che hanno invece caratteri fascisti reali.
Forse la Brexit non è venuta del tutto invano se permetterà anche ad una minoranza (magari decisiva elettoralmente), di aprire gli occhi.
In UK, paese comunque enormemente più serio del nostro, si dimettono tutti.
Boris Johnson e Nigel Farage, più il secondo che il primo, hanno dimostrato fino in fondo la loro inconsistenza demenziale.
Farage peraltro aveva già molti trascorsi di giravolte, di menzogne smentite il giorno dopo le elezioni.
Ma quest’ultima, intascando pure due anni ancora di stipendio sempre nell’Europarlamento tanto odiato, è la più clamorosa.
Dimostra con chiarezza che di fronte alle sfide vere, al tirarsi su le maniche sul serio di fronte ai problemi reali o di fronte a problemi nuovi creati dalla propria insipiente follia, il mediocre, l’ideologico, il fasullo scappano come conigli.
Il fatto che la Brexit ci sia stata, il fatto che molti, per la prima volta, abbiano scoperto con sgomento i numeri veri, ha forse svegliato i complottisti più blandi, gli stupidi meno integrali e integralisti.
Il fatto che in Austria si rivoti, dopo i mille inutili strepiti di una destra come sempre acefala e complottarda, dimostra che in gran parte dell’Europa esiste una realtà meno affascinante dei deliri “conspiracy” di qualcuno ma molto più prosaica e perfino sensata.
L’Italia, invece, come sempre, resta un mondo a parte.
Ma i neo strepitanti destrorsi sembrano averne perso la memoria, sbavanti di fronte al nuovo capro espiatorio : una Europa debole, ostaggio delle vecchie nazioni, vista invece come un moloch senza pietà.
Non posso dire di essere sorpreso.
Lo sono invece di fronte al rigurgito di razzismo che perfino nella liberale e tollerantissima Inghilterra, in particolare a Londra, sembra uscito dalle fogne per infettare un luogo che sostanzialmente sembrava indicare da anni la via per un mondo migliore.
Come nel durissimo periodo thatcheriano, come in un suicidio insensato, questa scelta folle e demenziale sembra aprire per la UK un periodo inutile di difficoltà economiche straordinarie, contrasti sociali, violenza che riporta a quell’infausto periodo, moltiplicato per dieci.
Anche adesso sembra quasi che sia inevitabile che una donna “forte” (Theresa May?) serva ancora per sanare i problemi.
Destinati a rivivere sempre il peggio, penso che rimpiangerò amaramente l’epoca “cool Britannia”.
Non c’è niente da fare : le fanfare della destra e del populismo cieco sono sempre la premessa o la conseguenza di una malattia sociale, di una tragedia.
La tragedia dell’ignoranza.

Out

Devo confessare che la paura che i miei amici britanni facessero una solenne sciocchezza ce l’avevo, al di là dei sondaggi abbastanza tranquillizzanti.
Mai come in questo limpido caso si vedono con chiarezza le distorsioni e i paradossi della democrazia.
Hanno votato per l’out, come da manuale, le parti deboli della società, deboli sia per censo che per istruzione, le più anziane spesso, che in UK fanno rima spesso con nostalgie per l’Impero e per il mondo che fu.
Da un punto di vista anglofilo quale il mio li posso perfino comprendere, ovviamente non giustificare.
La moderna, cosmopolita Londra ovviamente è la capitale di una nazione che guarda indietro e che non ragiona come la sua splendida città-mondo.
Bring back UK, dicevano.
Resterà il back, su tutta la linea, temo.
Le destre acefale che dominano in tutta Europa, complice la crisi, l’immigrazione e mille altre paure, fanno il loro mestiere di manipolazione delle intelligenze deboli, refrattarie all’analisi dei fatti e dei dati e trovano un facile bersaglio soprattutto nelle vecchie generazioni che rifiutano questa modernità, soprattutto se accelerata come lo è stata negli ultimi venti, trent’anni.
Alla fine Cameron sarà ricordato per aver dato un colpo terribile non solo all’Europa, e per calcoli politichesi di bassa lega, ma anche all’UK che rischia seriamente lo smembramento.
La Scozia vuole la secessione e l’entrata in UE e lo vuole perfino l’Irlanda che addirittura vuole riunirsi : segnale, questo sì positivo, della fine della rilevanza delle religioni e quindi delle loro guerricciole continue.
Ecco il primo paradosso : quelli che vogliono un Regno Unito fortissimo, sulla nostalgia dei vecchi fasti, si troveranno un’Inghilterra isolata, bastonata economicamente e perfino ridotta nel suo territorio, unicum storico.
Il secondo paradosso è squisitamente economico : il popolino vota per un meccanismo che stritolerà loro per primi, come capita sempre nella storia.
Dopo le colpe di Cameron, le colpe dell’Europa istituzionale che ha delle responsabilità pesanti nell’aver permesso di essere usata dai dementi come capro espiatorio.
Alla fine mancano uomini come Kohl, come ho sempre detto, oppure gente capace di “raccontare” le banalità degli ovvi vantaggi di essere in Europa nel mare della globalizzazione e del nuovo mondo.
Certamente lo zoccolo duro del popolino è resiliente all’uso del cervello, ma quel 4-5% per spostare gli indirizzi sarebbe stato traghettato dalla parte della ragione.
Gente come Schäuble, Juncker etc, e lo dico da tempo, sono la rovina di una idea non solo giusta ma UNICA per affrontare il nuovo mondo con ragionevoli sicurezze e questa frittata paradossalmente potrebbe accelerare il processo di miglioramento della classe dirigente europea, oppure, al contrario, portare alla rovina antistorica della disgregazione totale.
D’altra parte sono curioso, dopo questo referendum, di sentire le campane stonate dei complottisti a senso unico : forse non è proprio così ferrea e nazista l’Europa se basta così poco per scardinarla.
In realtà è proprio la debolezza dell’Europa il vero problema, come abbiamo sempre detto, inascoltati nel mare di populismo un tanto al chilo che sta weimarizzando il vecchio continente.
Vecchio, appunto.
Sembra infatti che i giovani, cosmopoliti per natura e senza zavorre mentali passatiste, così come in Italia, sappiano vedere con chiarezza il vero cambiamento, al di là degli strepiti.
Una piccola speranza in questi tempi davvero bui che stanno accelerando la decadenza dell’Occidente, grazie all’aiuto non richiesto di finti patrioti, invecchiati male.

L’errore

Pur non essendo sensato occuparsi della cosa pubblica italiana, una via di mezzo tra “cosa nostra” e la commedia dell’arte con sfumature kafkiane, dico brevemente la mia sulle elezioni amministrative.
Renzi ha fatto l’errore ampiamente prevedibile ed ha perso netto.
Da buon figlio del suo tempo, ricco di pseudocertezze superficiali e povero di sincerità e profondità di pensiero, sembrava perfetto per un popolo di beoti.
E lo è in effetti.
Ma è anche arrogante e troppo innamorato di sè stesso e del potere, sulla falsariga del suo modello principale, sotto i ferri per una operazione al cuore.
Al quale rispettosamente ed ipocritamente porgeva i suoi deferenti pensieri, durante un recente dialogo pubblico con Scalfari.
Come tale ha finito per credere alle sue amenità ed ha pensato davvero di poter “rottamare” la sinistra senza fare un lavoro profondo di ricostruzione di un paese disperante e senza una vera operazione verità sul passato, soprattutto quello recente.
Ecco il problema di questa “classe dirigente”, la totale mancanza di credibilità vera, non bastano le faccette compunte a simulare pensiero : prima o poi la frasetta da baci perugina o da studio aperto smaschera l’inganno.
Renzi ha semplicemente preso il posto dei vecchi capibastone in nome di una rivoluzione solo apparente e ha diviso in primis il suo campo.
“Dimenticandosi” che nell’altro campo, quello dell’eterna destra acefala italiana, riscuoteva simpatie modeste e comunque non straripanti sul piano elettorale e che il ventre molle del paese, quello appunto ex-berlusconiano, non aspetta altro che un ricompattamento.
Che si può fare attorno a qualsiasi cosa o animale, come il passato ha dimostrato abbondantemente vista la grottesca semplicità di gusto degli aficionados e la loro totale indifferenza per i fatti.
Una sinistra che, a sentire lo scomparso Pannella, che se ne intendeva davvero di partitocrazia e che ora è ipocritamente celebrato, ha sempre avuto il vizietto del consociativismo, forma eufemistica per definire la complicità criminale, fin da tempi insospettabili.
E che nei fetidi anni 80-90-00 e fino ai giorni nostri ha allegramente banchettato sulle spoglie di un paese già quasi morto, in finta opposizione al gruppo di potere di centrodestra.
L’entità delle malefatte compiute, anche ai danni della verità, è tale che perfino in un paese come il nostro è sorta una reazione forte come il M5S.
Che come prima cosa ha denunciato, correttamente, lo stallo e l’illusione di una democrazia credibile e bipolare per davvero.
Ora che il M5S trionfa, controcorrente dichiaro che penso che questo sia l’apice del successo del movimento.
Ma non per i motivi apparenti che il piccolo borghese medio, magari oggi renziano per desuetudine al pensiero libero e profondo, potrebbe credere.
Ossia che dopo mesi di prevedibile sabotaggio mediatico saranno riusciti a dimostrare che “anche” quelli del Movimento sono uguali agli altri e oltretutto non sanno governare.
Cosa che già fa ridere di per sè proveniendo da gente che ha fatto strame del paese per anni fino ai deliri di “mafia capitale”.
Votata peraltro da gente che non ha mai detto nulla di fronte a quegli abnormi mostri.
Tutti col ditino alzato, già li vedo, a chiedere ai poveracci del Movimento ogni piccolo dettaglio, ogni perfezione.
Magari avessero avuto la stessa implacabile cattiveria in passato : questo paese avrebbe avuto una vera opinione pubblica e non quella platea di sudditi felici, gonzi belanti ed opportunisti che è la classe media.
In realtà il Movimento imploderà, prima o poi, perché in Italia lo spazio per una cittadinanza pensante ed eticamente viva, rivoluzionaria come lo richiede la situazione, che è tutt’altro che normale e lo è da decenni, non supera il 10-20%, culturalmente parlando.
Al massimo il Movimento potrebbe irrorare un futuro centrosinistra post-tutto, post dalemiano ma anche post renziano, che avrà il compito emetico di fare l’opposizione all’imminente, prevedibile nuovo mostro di centrodestra in arrivo.
Renzi sarà così definitivamente ricordato nella storia, a dispetto della sua evidente vanagloria e della sua frenesia operativa furba e lievemente patologica, come colui che è riuscito nel ricostruire un campo avverso, chiaramente maggioritario, che non era più capace di riprendersi dall’eterno, interminabile epitaffio del suo padre padrone, grottescamente idolatrato.
Milano, capitale morale ed economica del paese, specchio perfetto del marciume mentale profondo di un paese barbaro, ha già dato i primi segnali del futuro imminente.
Non è un bel vedere, come da eterna tradizione.
Per quanto mi riguarda il M5S è come una “mani pulite” per via elettorale ma se questa volta riuscisse davvero nell’intento si verificherebbe una cosa totalmente inedita : sarebbe la prima volta nella storia d’Italia che la controriforma non batte qualsiasi riforma, anche allo stato nascente.
In un paese senza media decenti e senza opinione pubblica libera, dove non si sa se prevalgano gli utili idioti o i futuri clientes di qualsiasi sistema marcio, sarebbe un miracolo.
E in genere non credo ai miracoli, anche solo per statistica.
Personalmente, al netto di qualche fesseria populistica tipo l’apertura ad una possibile uscita dall’Europa, un movimento che rinuncia al finanziamento pubblico (un fatto evidente che scardina il sistema dato per scontato) e che giustamente rifiuta qualsiasi commistione con la melma di sempre, pur votando eventuali buone idee targate da altri, ha già fatto molto di più in termini rivoluzionari di chiunque abbia mai calcato l’arena politica italiana.
A riveder le stelle?
Permettetemi di dubitarne.

La cultura di ressa

Io sono sempre affascinato dalle manifestazioni del fanatismo di massa della cultura consumistica.
La cultura di massa è sempre, inevitabilmente, anche cultura di ressa e la ressa produce inesorabilmente code.
Quello che però sorprende adesso e che dice molto del panorama mentale odierno è il sorriso ebete del criceto alla ruotina che digerisce queste cose con beata incoscienza.
Mi riferisco alle code per Expo, ore di delirio per vedere un deludente padiglione di paccottiglie.
O per inebetirsi con selfies conditi da frasi da cioccolatino di fronte ad una versione low cost delle installazioni di Vegas, come il famigerato “albero della vita”.
Oppure all’ultima incarnazione del delirio di massa : le code per “The floating piers” di Christo.
Gente che non conosce quasi nulla di autentici capolavori artistici in giro per il mondo, che mai farebbe un quarto d’ora di coda per entrare al Quai d’Orsay (il museo), in compenso si sdraia al sole su un pericolante tubo di plastica galleggiante perché le sirene dei media li hanno portati lì.
In questo ha perfettamente ragione Sgarbi quando accenna ad una forma di onanismo che io, aggiungo, è tipico della sciampista, il tipo umano medio della cultura di massa odierna, che si nutre di televisione e di subcultura cheap come sempre, ma pensando, curiosamente, di non essere più inautentico o volgare.
Il popolino inconsapevole è mosso da fili invisibili e si fa condurre anche fuori dai consueti meccanismi lavorativi, dove il gioco è più brutale e scoperto.
Non solo rubo il tuo tempo, valore supremo, per quattro denari ma anche nel tuo tempo “libero” colonizzo i tuoi poveri pensieri, oggi incanalati verso una inconsapevole ricerca di spiritualità plastificata (da qui il successo del new age e di cose analoghe, tipo appunto l’installazione di Christo), perché ti devo far digerire il mantra di essere diverso e “speciale” anche all’interno di altre migliaia di schiavi sorridenti, speciali come te.
Uno dei motivi per cui è progressivamente diventato impossibile andare a vedere una partita di calcio, ad esempio, oltre alla violenza dell’ambiente e al rumoroso fanatismo delle curve contrapposte, è proprio questo.
Per chi ha occhi per vedere, l’umanità radunata in grossi eventi è sempre a dir poco ridicolmente fastidiosa.
Il calcio aveva anche la possibilità di diventare uno spettacolo, come a teatro, come ad un concerto, ma ha scelto altre vie, soprattutto in Italia, precludendone l’accesso ai pensanti.
Come sempre, chiunque voglia fatturare sulla stupidità delle masse sorridenti ha sempre campo aperto.
In questo senso il mio rispetto per loro non potrebbe essere più profondo, quasi quanto i fondali del lago d’Iseo che guarda, stupito.

Brexit lessons

Come tutti i referendum, anche la Brexit fa toccare con mano uno dei due corni del problema della democrazia.
Il primo, come è noto, è che la democrazia è sostanzialmente un inganno, una parola, perché sono troppe le variabili, spesso truffaldine, che impediscono il dominio del popolo.
Il secondo è che il popolo, come è altrettanto chiaro, non dovrebbe legiferare direttamente su quasi nulla, sia per manifesta incapacità di intendere e di volere, sia per le distorsioni del sistema stesso che grazie a mille manipolazioni, in primis mediatiche, pilota ampiamente la questione.
Personalmente, pur rispettando e condividendo l’opinione del grande Winston (“È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”), resto anarchico di principio e oligarchico per pragmatismo.
Un sistema che privilegia la quantità sulla qualità, soprattutto nella cultura di massa odierna, non può che generare mostri ma ovviamente li preferisco ad altri mostri e ovviamente, proprio perché uomo di mondo, so benissimo che sulla base di questo assunto ci sarebbero subito dei lestofanti che si proclamerebbero “i migliori”.
Sulla falsariga di quanto succede quando vanno al potere delinquenti che agitando spettri giusti, li girano poi a proprio favore (economia, giustizia, fisco…e così via).
Il sistema premia i mentitori e i manipolatori e la vera èlite resta sullo sfondo, quindi teniamoci stretta questa democrazia colabrodica.
Detto questo, ogni referendum dimostra che il popolino non dovrebbe mai mettere bocca in questioni che non capisce, non conosce o fraintende.
In Europa, poi, esiste popolino e popolino.
Francia ed UK (ma non solo), da sempre hanno dimostrato una reattività agli abusi di potere ed una “consapevolezza” da vera opinione pubblica nettamente superiore a quella dei paesi latini in senso stretto.
Questa è l’unica cosa che mi tiene tranquillo di fronte al possibile Brexit : mi aspetto che, come è successo con la Scozia, il ragionamento e il buon senso prevalgano a fronte di un generale degrado, anche in Euroamerica, della qualità della democrazia e del rumore dei suoi rappresentanti più imbarazzanti e retrogradi.
Ho visto recentemente David Cameron alla BBC affrontare la questione Brexit in maniera totalmente pragmatica, finalmente libero da vincoli elettoralistici, e portare a casa finalmente il punto, anche davanti ai miei occhi scettici.
Da buon politico moderno sa benissimo che una delle leve per far ragionare il popolino è sicuramente la paura e qualche numero l’ha fatto.
Qualsiasi persona informata dei fatti e dedicata agli argomenti economia, politica e geopolitica, assetti mondiali e così via ha ben chiaro che il mondo globalizzato, per sua natura, è interdipendente e che restare fuori da certi tavoli è semplicemente esiziale.
Nel caso poi della UK, se per caso gli antichi animal spirits isolazionistici prevalessero, sarebbe un suicidio finanziario ed economico difficilmente giustificabile.
Perfino la Svizzera ha dimostrato che oggi restar fuori da certi meccanismi internazionali è stupido e anacronistico ed ha accettato logiche economiche e politiche fiscali di trasparenza senza precedenti che nessuno, fino a pochi anni fa, pensava possibili.
Come tutti sanno l’Europa è ampiamente perfettibile ma è altrettanto certo che per perfezionarla ed entrare finalmente nel nuovo mondo restare all’interno è essenziale.
Cameron abilmente ha girato a suo favore il sofisma classico dei poveri di mente : comandano i tedeschi (non simpatici anche al di là della Manica), ci condizionano in tutto e così via.
Ha raccontato di quando ha trattato con l’Europa da “socia” fondatrice e ha portato a casa significative migliorie nei rapporti commerciali.
Ha dimostrato nei fatti e con la sua esperienza di leader degli ultimi anni che in realtà si è condizionati se si resta FUORI da certi consessi, perché allora sì, alle porte di Londra, gli europei federati faranno quello che vogliono e spesso contro gli interessi del Regno Unito.
Ha elencato cifre precise che dimostrano che sulla base degli interscambi commerciali Europa-UK, che sono prioritari, e sulla base del fatto che Londra è la capitale finanziaria del mondo intero, il danno dell’uscita sarebbe davvero profondo e duraturo.
Per non parlare degli effetti a breve termine, ad esempio una speculazione che banchetterebbe sulla sterlina.
La frase di Jobs, altro grande elitista, come tutte le persone intelligenti, la dice lunga sulla fiducia che bisogna avere nella massa : “La gente non sa quello che vuole, finché non glielo fai capire tu.”.
Da trader dilettante e ottimista di natura mi posizionerei alla vigilia del referendum su un possibile “long” della GBP.
Così avrei un altro buon motivo per incrociare le dita e sperare che i miei amici d’Albione facciano, come spesso è capitato nella storia, la cosa giusta.

A,b,c,x,t,c…

La meravigliosa “onda” della new wave inglese (1976-86, un decennio scarso), a dispetto di ogni logica e sfidando l’inesorabilità del tempo, continua a voler alzarsi per quei pochi eletti che la vogliono ancora vedere.
Ultima onda di grande musica prima della glaciazione dell’epoca digitale, è sempre stata una nicchia per pochi, al di là di quei piccoli bagliori di notorietà iniziale.
Spesso i grandi veri e riconosciuti (penso a Bowie, Prince…) sono stati portati al successo planetario e numerico per i motivi sbagliati : il look, le trasgressioni.
Altri, dotati…”solo” di una musica straordinaria hanno raggiunto ben più modesti successi materiali.
Spesso hanno sigle criptiche : ABC, XTC.
Gli XTC sono stati definiti in UK “the most criminally underrated band in music history”, per dire.
Eppure resistono, a modo loro.
Andy Partridge, nume tutelare degli XTC, ritiratosi convintamente dalla follia concerto-album-concerto, grazie anche a provvidenziali panic attacks, vive da vecchio signore nella campagna di Swindon, cura un curioso account Twitter dove dispensa il suo acido pensiero laterale, colmo di sarcasmo da grande mente pensante.
Scrive libri come “Complicated game”, che sto divorando, dove ripercorre un glorioso passato attraverso alcune canzoni del suo preziosissimo repertorio divagando meravigliosamente.
Ormai rinuncia quasi asceticamente alla composizione e vive la vita che ha sempre voluto, lontano dal fragore volgare del successo, in campagna, con la donna finalmente giusta.
Lui che aveva scritto canzoni come questa sull’argomento : definitive e intrise di una dolcezza nostalgica inarrivabile.
Gli ABC invece, la definizione di glamour e soprattutto di “lush”, termine quasi non traducibile, invecchiano elegantemente attraverso il leader Martin Fry, altro esemplare di vecchio signore inglese che ha portato avanti la torcia di questa musica epicamente ricca, splendente, fuori dal tempo.
Anche nel buio di anni osceni hanno scritto albums eccezionali, con perle come questa.
Ora chiudono il cerchio e riprendendo il loro primo album, considerato per anni uno degli esordi più stratosferici nella storia del pop, scrivono e portano in giro in Inghilterra in venues meravigliosamente decadenti ed eleganti (come il Brighton Dome) il loro nuovo album, “The Lexicon of love II”, ideale continuazione del vecchio “Lexicon”.
E lo portano in giro con l’orchestra, a dimostrazione della complessità di textures e della raffinata magniloquenza della loro arte.
L’album, inutile dire, è come sempre splendido, una vera lezione di classe e di qualità.
Chi scrive canzoni come “The flames of desire”, “Ten below zero” o le meravigliose “The ship of the seasick sailor” e “Kiss me goodbye” avrà sempre il mio imperituro rispetto.
La loro musica è come una pasticceria di Parigi che apre per un’ora soltanto i suoi battenti ad un malato di diabete.
Saprei perfino dirvi l’indirizzo nella “ville lumière”.
Ecco : musicalmente quella pasticceria si chiama ABC.

Remember

Come l’altro grande canadese, Cronenberg, ho sempre apprezzato Atom Egoyan, soprattutto nei suoi primi, ambigui, freddi film, ricchi di una inquietudine tutta particolare.
Mi ricordo ad esempio “Exotica”, una delle perle sottovalutate del cinema mondiale.
Nel tempo poi, tra qualche punta qua e là, si è spesso dedicato ad un elegante manierismo commerciale, dando il suo tocco algido a thriller abbastanza convenzionali.
Con “Remember” torna al grande cinema e confeziona, probabilmente, uno dei più straordinari film degli ultimi anni.
In famiglia siamo misteriosamente attratti da tutto ciò che ha a che fare con la seconda guerra mondiale, il nazismo, l’Olocausto.
Quindi questo film, al di là della firma folgorante del suo autore e ad un cast da primato, attraeva anche per questi motivi.
Ma in realtà il tema di Auschwitz e dello sterminio degli ebrei è solo il trigger della storia, ambientata tra gli Stati Uniti e il Canada moderni.
Se c’è un film di cui è pericoloso parlare della storia è proprio questo, un meraviglioso congegno ad orologeria che già dal titolo è un inno all’ambiguità.
Parliamo allora degli attori, una specie di “all stars” degli attori anziani (il film parte da un istituto geriatrico), a partire da un incredibile, monumentale Christopher Plummer.
Un attore che sapevamo grande ma che qui assurge a vette che avrebbero meritato miglior sorte ed una cornucopia di premi.
Il contraltare è Martin Landau, per dire, e tra le piccole parti troviamo perfino un altro gigante come Bruno Ganz.
Non c’è da dire molto di fronte ad un piccolo film perfetto, quindi vi invito assolutamente a vederlo.
Probabile che inesorabilmente questa storia abiti il vostro cervello nelle settimane a venire.

Eden Gardens

Quando all’83’ di una drammatica partita, il talentuosissimo Eden Hazard del mio amato Chelsea ha segnato un meraviglioso gol che ha regalato al Leicester (anche loro in casacca blu) uno storico titolo in Premiership ho subito pensato che gli ingredienti della favola c’erano proprio tutti e che a questo punto bisognava solo chiedersi non se ma quando verrà fatto un film su questa incredibile storia umana e sportiva.
Oltretutto gli inglesi sono storicamente i migliori nel raccontare queste storie di riscatto, gli “underdogs” che hanno tutti un motivo per lottare contro il destino che li vuole perdenti e marginali.
Sono tante le storie che si possono raccontare di questa che resterà sicuramente nella storia come una delle più grandi sorprese sportive di tutti i tempi.
Tutto il mondo ha spinto e tifato, ad un certo punto, al di là del becero tifo locale o di antiche rivalità.
L’Inghilterra, oltre che creatrice e “regolatrice” di questo come di tanti sports, ha nel DNA da sempre un certo spirito romantico che ha resistito nonostante tutto all’avvento del business, della globalizzazione e del calcio spettacolo mondializzato.
Pur essendo la Premiership uno dei simboli di questo calcio, l’Inghilterra è comunque lo sfondo ideale per questa splendida narrazione, un pò sulla falsariga del romanzo archetipico di Nick Hornby (Fever pitch – Febbre a 90), uno dei migliori libri sullo sport e sulla passione che ne deriva.
Ma è la storia anche di uno che ha scelto l’Inghilterra come il luogo dove tornare a vivere dopo i mille veleni e le crudeli meschinità della sua madrepatria.
Claudio Ranieri, uomo perbene, elegante, mai sopra le righe, che cita Kipling (If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same) e vive una vita normale, non poteva reggere a lungo in Italia, come tanti, dove le pressioni e le feroci etichette (perdente, fallito e così via) non sono mai proporzionali alla vera qualità della vita nonché all’importanza della posta stessa (oggi la Serie A è notevolmente inferiore alla Premiership).
Un altro expat di lusso che mette a nudo l’impossibilità di vivere in maniera normale e serena nel paese di provenienza, malato di superficialità e rancorosa ignoranza.
Un altro vero vincente e uno dei motivi per cui, personalmente, sono particolarmente contento di questa vittoria a dir poco imprevedibile.
Perfino nello specifico calcistico il trionfo del Leicester ha un significato profondo.
Nell’era del calcio robotizzato, del possesso palla e delle percentuali, una squadra che gioca di rimessa in maniera clinica e va contro ogni dettame del calcio moderno, ma lo fa in maniera sublime, intensa, feroce, evidenzia che sono tanti i modi della vittoria, contro ogni omologazione.
Il primato del buon senso e del pragmatismo intelligente, quindi, fino a creare un organismo perfetto che sull’onda dell’entusiasmo è andato ben oltre i propri limiti fisici e tecnici.
Difficile dire se la favola continuerà, personalmente ne dubito, ma intanto portiamo tutti a casa questa bellissima storia.
Pronti agli occhi lucidi, prossimamente, sul grande schermo.

Cherrypicking n. 22

Dopo la cerimonia dei David, passata, come da tradizione, dal polveroso ridicolo grigiore burocratico della vecchia Italia all’americanismo di maniera della nuova, ovviamente migliore, edizione Sky, mi sono concesso insolitamente un trittico di film italiani.
Non ho voluto farmi male gratuitamente ed ho scelto accuratamente le nuove opere di due tra i pochissimi che valga la pena seguire, Moretti e Tornatore, e l’ultimo film di uno minore che qualche volta ha il guizzo di fare progetti interessanti, ossia il buon Sergio Rubini.
Moretti e Tornatore, assieme a Sorrentino, sono forse gli unici registi di respiro davvero internazionale che abbiamo allo stato attuale, e infatti spesso e volentieri sono apprezzati di più all’estero, secondo la nota legge del “nemo propheta”, nonchè fanno largo uso di attori e maestranze spesso non italiche, consci dello sfacelo, soprattutto recitativo, che impera da queste parti.
Partiamo dal buon Nanni.
Umanamente parlando sta attraversando una crisi di certezze, di logiche, di pensiero di cui non fa mistero.
E i suoi film ne guadagnano.
Ad esempio “Mia madre” mi sembra nettamente superiore e nettamente più maturo del celebratissimo “La stanza del figlio” che invece trovai meccanico, superficiale, sicuramente sopravvalutato.
Dai tempi di “Bianca”, piccolo grande film tuttora nel mio cuore, questo film crepuscolare mi sembra il suo migliore, assieme ad “Habemus Papam”, altro apologo sullo smarrimento.
Perfino la Buy, ultimamente gettatasi via in operazioni alimentari affrontate con i consueti occhioni sgranati e con un nevrotismo di maniera che la accomuna proprio alla Morante che da “Bianca” in poi è diventata la macchietta di sè stessa, perfino lei sembra rinascere a fronte di uno script e di un film essenziali, asciutti.
Inutile dire che la presenza della monumentale Giulia Lazzarini è uno dei motivi principali per vedere questo film.
L’antica eroina del Piccolo, eterno memento della grandezza degli attori del passato, raramente passa per le vie del cinema ma quando passa, ovviamente, lascia il segno.
A lei viene anche affidata la splendida battuta finale del film, una specialità, quella dei finali folgoranti, che Moretti ha cominciato a frequentare fin dai tempi di “Habemus Papam”.
“La corrispondenza”, ultimo film di Tornatore, non ha certo goduto di buona stampa e, secondo me, al di là di qualche suo demerito.
Se questo film l’avesse fatto qualche altro regista o non venisse dopo lo straordinario “La migliore offerta”, avrebbe senz’altro avuto miglior sorte.
Oggi parlare d’amore e di morte in questa maniera, così vera e romantica, è difficile per chiunque senza cadere nel “cheesy” (cosa che il buon Peppuccio sfiora qua e là) o nel pomposo.
In realtà la storia, pur esile, regge su meccanismi sofisticati, da film francese, e trova, oltre alla scontata grande interpretazione del solito Jeremy Irons, una certezza, perfino la sponda, against all odds, di una improbabile Olga Kurylenko, alla quale viene data una parte di studentessa-stunt, perfetta per rimandare con eleganza alle avventure action alle quali la nostra è abituata sul grande schermo.
Amore e morte : di cosa parlare se non questo?
Tornatore assolve al compito con la consueta eleganza, così poco italiana, e porta a casa un piccolo, buon film, che sicuramente crescerà nella considerazione nel tempo.
Se nel film di Moretti una delle battute chiave la dice la Buy, regista scopertamente smarrita : “Tutti pensano che io sia capace di capire quello che succede, di interpretare la realtà, ma io non capisco più niente.”, nel film di Tornatore la dice Irons, “mago” d’amore con lievi sfumature stalking, alla “Every breath you take”, che, chiosando sulla sua mortalità, dovuta ad un solo piccolo errore, dice : “Il mio errore lo conosco, è quello di non averti incontrata prima”, una frase che avrei voluto scrivere io, se mi credete.
Finiamo in minore con Sergio Rubini.
Il meglio che si può dire su “Dobbiamo parlare” è che è di impianto chiaramente verbale-teatrale, cosa che personalmente apprezzo sempre molto e che è, in parte, quello che avrebbe potuto essere “Il nome del figlio” se la regista di quello sfacelo non si fosse impegnata duramente solo nell’opera sistematica di demolizione di un vero capolavoro venuto da oltralpe.
Qualche spunto c’è, il tentativo apprezzabile di fare qualcosa di più del solito teatrino dialettale c’è ma ci sono anche molte cadute di tono e, soprattutto, una presenza attoriale femminile (come capita purtroppo spesso) nettamente al di sotto del compito, pur non immenso, affidato da Rubini alle due protagoniste.
Comme d’habitude una mezza occasione sprecata, pur restando, facilmente, al di sopra della consueta melma immangiabile che è la “commedia” italiota moderna.