The Game

Se amate il Baricco romanziere e lo ritenete un grande, è molto probabile che il vostro range di lettura e la qualità delle stesse non siano elevatissimi.
Gente che preferisce il prosecchino allo champagne, il lambrusco al borgogna per intenderci e chiede le “bollicine” (orrore autentico) o il vino mosso al ristorante.
Il Baricco saggista e affabulatore-divulgatore è invece necessario a tutti.
E questo suo ultimo libro, “The Game” non fa eccezione alla regola.
Un libro imprescindibile, che andrebbe messo come testo nelle scuole, soprattutto italiane, così in ritardo sulla comprensione del mondo digitale che ci circonda e sulla modernità in genere.
Non che dica cose rivoluzionare o fornisca dati e aneddoti che noi early adopters dell’informatica, sia in senso intellettuale che operativo, non avessimo già incontrato, e magari meglio, in migliaia di libri, riviste, siti, soprattutto di stampo anglosassone.
Quello che fa la differenza è lo sguardo di Baricco, le sue intuizioni, il modo in cui le dice, da entusiasta che scopre per davvero un mondo nuovo.
Una specie di novello Steve Jobs, per certi versi, che a forza di togliere, rendere essenziale ogni gesto, focalizzare, trova il prodotto perfetto che poggia su mille tecnologie e gesti fatti prima da altri.
Una specie di omaggio indiretto al modus operandi di un uomo inesorabilmente molto citato in questo saggio.
In queste operazioni Baricco si riconferma un grande, geniale assemblatore, con alcune intuizioni filosofiche formidabili.
E con una idea di fondo, quella dell’esploratore archeologico alla ricerca di fossili che rivelino la nuova civiltà scoperta, che è un booster splendido per un libro come questo.
Partendo anche da un rovesciamento di prospettiva fecondo : non chiediamoci cosa ci rivela delle persone il loro comportamento nuovo, “barbaro” (il libro è un sequel del saggio precedente, dell’ormai lontanissimo 2006, “I barbari – saggio sulla mutazione”), ma au contraire che tipo di uomo ha creato questo mondo, quell’uomo che voleva proprio questo, ha sempre voluto questo tipo di mondo.
Non voglio svelarvi molte delle intuizioni di questo libro, ma posso dirvi che le pagine sulla provenienza culturale di questa insurrezione-rivoluzione, quella californiana libertaria degli anni ‘60, le pagine sui fossili ricorrenti, la ricerca del tutto, il perseguimento del movimento e della verità veloce, l’arte e gli oltremondi del passato, le pagine sulla post verità e sulla fuga dal Novecento vi appariranno tutte davvero definitive nella loro visionarietà pop.
D’altronde tutti viviamo nel Game da anni e sperimentiamo il doppio cuore che anima la nostra giornata, la nostra vita stessa, dentro e fuori senza più soluzione di continuità, e quindi, parbleu, sarà anche utile arredare il tunnel e comprenderlo meglio.
C’è anche qualche accenno ai primi problemi del game nella sua prima maturità, la questioncella delle élites e della politica, del riflusso verso un confine, qualsiasi confine, in funzione anti ansiogena, ma senza grossi approfondimenti e con una sostanziale acquiescenza al concetto di storytelling vincente che è uno sdoganamento della post-verità perfino eccessivo anche per un postmoderno integratissimo come Baricco.
Immagino che il futuro, promesso terzo libro sull’evoluzione della rivolta digitale, toccherà non solo l’era imminente della A.I. ma anche come è stata messa a posto la macchina per evitare le derive negative che ora tutti vedono con fin troppo facile chiarezza.
Libro da regalare agli under 30 per scalfirne l’apparente lobotomica superficialità e farli riflettere su sè stessi e sul mondo che letteralmente ci circonda e ci pervade.
Sicuramente punto di riferimento da qui in avanti per ogni discussione nel merito della rivoluzione digitale e, prevedo, libro molto citato negli anni a venire.
Libro divorato e divorabile in poche ore, qualità non banale nell’epoca velocissima del multitasking e del game.

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La brace

Sinceramente non avevo soverchie voglie di occuparmi di nuovo delle miserie di questo che, ancora temporaneamente, è il paese in cui abito.
Da tempo penso che sia ozioso occuparsene se non per fare, come farò in questo post, l’ennesimo cahiers de doléances a futura memoria.
Una specie di raffinato “not in my name” insomma.
Il problema di questo orrendo governo è la totale non credibilità sia umana che tecnica che morale.
Nasce, intanto, da una menzogna e da una trama alternativa.
Penso che sia tragicamente divertente ripercorrere mesi e mesi di dichiarazione dei due contraenti che giuravano su quanto di più sacro che non si sarebbero mai alleati.
L’unica differenza con il passato, ed è rilevante nel mondo demente del “E allora il PD?”, che riecheggia antiche follie pseudologiche dei supporter berlusconiani, è che questo governo è probabilmente il più popolare da decenni.
Non a caso, direi.
Quindi secondo la logica da branco del tifoso medio ideologizzato, ossia l’italiota medio, va tutto bene sempre e solo da una parte e il regno dei due pesi e due misure, già icasticamente sciorinato con consueta disinvoltura dagli sciagurati 5 stelle, è perfettamente comprensibile nell’assenza totale di una opinione pubblica critica.
Il più popolare, dicevo, perché rappresenta la conclusione finale di decenni di veleno berlusconiano innestato nel corpaccione già poco smart del popolo italiano, ammalato, come sempre di provincialismo e controriforma automatica.
Decenni di miserie evidenti, di declino economico, culturale, morale, perfino estetico non potevano rassegnarsi ad un mondo che, con tutti i suoi limiti, viaggia su parametri diversi, ha una migliore predisposizione alla complessità e al realismo, ha ancora in un certo qual modo una affezione per il progresso liberale e per l’economia reale, non quella fantastica da talk show disinformato.
Ecco quindi, con la consueta capriola gattopardesca e potenziato dalla salsa avvelenata dei socials, il capovolgimento sistematico della realtà, della scienza, perfino del buonsenso e di tutto ciò che, oltre Ventimiglia, può dare fastidio a questa visione antistorica, autarchica, miope e furba.
Il rifiuto della realtà e l’uso criminale della propaganda più bieca a mezzo web sono popolari oggi in fasce del mondo occidentale ma ovviamente qui trova particolare successo, nella più bella tradizione italica, quella di centro di irradiamento dell’iperreale squallido occidentale.
Come più volte detto l’Italia non è affatto, nella sostanza, un paese esterofilo e autorazzista, come dicono certi commentatori superficiali.
Sotto la superficie vige un rigidissimo codice di comportamento, squisitamente italico e inconfondibile agli occhi degli stranieri, di sostanziale resistenza al nuovo, al futuro e al progresso, soprattutto nel campo dell’educazione, dei diritti civili, della cultura, condito con un nazionalismo fascistoide strisciante, sempre ben presente, che prosperando sul provincialismo fetido e ineliminabile dell’italiano medio, racconta l’eternità del proprio modo di vivere come superiore, nei fatti, a quello stupido, poco furbo, meritocratico di altri paesi dell’Europa.
Si capisce bene questa tabe parlando con l’italiano medio di cibo, bellezze artistiche, calcio, questioni sociali e culturali : il becero conservatorismo è insuperabile, unito alla pericolosa e fallace convinzione di essere i migliori a dispetto di ogni evidenza.
Se si condisce il tutto con il familismo amorale, marchio di fabbrica dell’Italia, e la resistenza tuttora forte di antiche credenze, ecco spiegate le doppie morali, la corruzione endemica, l’incapacità di fare e capire il futuro.
Conte va ad officiare la messa catodica da Vespa, eterno rito italiano, sguainando la medaglietta di Padre Pio, Salvini agita il rosario in piazza, Di Maio bacia l’ampolla del sangue di San Gennaro che incredibilmente, nel 2018, rinnova il suo prevedibile miracolo schedulizzato.
In tv, in molte trasmissioni, la parte dell’oroscopo ha spazi e tempi impensabili in qualsiasi tv europea.
Come diceva Veronesi, il paese delle madonnine piangenti non ama la scienza e la medicina.
Su queste basi di ignoranza e refrattarietà alla modernità endemiche prospera il furbo opportunismo di questi manipolatori di consenso che puntano sulla credulonità di quella parte maggioritaria di Italia che ama l’uomo forte per evidente mancanza di peso specifico personale (l’eterno fascismo dei “little angry men”), che in era web si fa travolgere ovviamente dall’indistinguibilità delle fonti e delle verità, vista la traballante tenuta culturale.
La saldatura tra il conservatorismo anche anagrafico di un popolo vecchio e invecchiato male e la superficialità letale, orizzontale, degli ipnotizzati da smartphone ha partorito questo mostro che rischia di fare ben più danni di un Trump, un tumore anestetizzato da una struttura esterna più rigorosa e funzionante, o perfino della Brexit, che pure già costa 500 milioni di sterline al giorno al tafazziano Regno Unito degli esclusi e che forse, sulla base dell’evidenza dello sfacelo, potrebbe perfino avere un secondo tempo.
Lo statalismo endemico, altro che liberismo (parlarne in Italia è comico), la voglia di nazionalismo, di religione di stato, di nazionalizzazione, di ritorno ai cari vecchi tinelli, la criminalizzazione delle minoranze, l’odio per il politically correct (ossia per la semplice educazione) sono ormai a livelli di guardia e sono stati sdoganati, in un’orgia ribalda e feroce che sta rivelando con precisione cronometrica il vero volto, nero, dell’Italia.
Un mondo dove c’è sempre un buon motivo per accusare qualcun’altro delle proprie difficoltà e miserie, la sinistra, i comunisti (davvero? Nel 2018?), i migranti, l’Europa cattiva e arcigna.
Chiunque è buono per evitare di guardarsi allo specchio e scoprire di essere terzo mondo su tutte le issues in Europa.
A livello economico la ricetta è truccare i conti, non toccare ovviamente la spesa pubblica ma fare altro deficit spending, evitare ogni vera riforma o investimento a medio e lungo periodo, non dire mai la verità (guardate i dati su flat tax, reddito di cittadinanza : lo iato monumentale tra le promesse e la realtà), criminalizzare i mercati, operazione semplicemente ridicola, fare i bulli con l’esterno, Europa in primis, tipico atteggiamento di chi non vuole costruire nulla ma solo isolarsi e farsi compatire, a turno, da tutti.
A livello comunicazione vige la regola ferrea della menzogna propagata a mezzo algoritmo, della narrazione al popolo di ciò che vuole sentirsi dire, della creazione continua e artificiosa di miti, nemici, capri espiatori su cui scaricare la rabbia.
“Abbiamo sconfitto la povertà!”, “Me ne frego!”, “Impeachment!” e via delirando e insultando l’intelligenza dei pochi pensanti rimasti.
A livello di crescita civile della società, in perfetta controtendenza con quasi tutto il resto del mondo civile, questioni ampiamente superate ovunque qui vengono ridiscusse e si profila un mondo autarchico, antico, da “Dio-Patria-Famiglia” da anni ’50.
Un mondo neofascista in senso tecnico.
Che fa largo uso della propaganda ai tempi dei socials (Zuckerberg e soci non rientrano nei bersagli della critica ai poteri forti, non a caso) e che nello stesso tempo bollando come fake news quel poco di opinione pubblica qualificata rimasta, che si esprime comunque gran parte ancora in giornali, media, blog seri, fa appello alla revanche, all’inferiority complex, alla impreparazione, all’opinione da bar così efficacemente descritta da Eco e che mette tutto sullo stesso piano, sia la complessità sia le sparate su vaccini, Europa, migranti et similia.
Questa è una delle cose più pericolose del nuovo fascismo occidentale al tempo del web ma in Italia ha proporzioni ormai allarmanti, epocali.
Che salda i vecchi, rinforzati nei loro pregiudizi solo temporaneamente arginati dall’odiato politically correct (che era solo il timido tentativo di educare genti incolte, così come si era fatto dopo la schiavitù e l’apartheid), e i giovani che nel loro vuoto culturale si bevono il web in maniera acritica andando ad allungare la lunga schiera di tifosi schiamazzanti senza volto che è precisamente quello che vogliono i neo potenti, agit-prop interessati della voce del popolo, spesso al di là delle effettive valutazioni numeriche.
È la formula più subdola di potere, quella che non ammette repliche perché il popolo lo vuole.
Era difficile, bisogna ammetterlo, prevedere una deriva peggiore del ventennio precedente ma è a tutti noto, se non completamente anestetizzati dal paesello di nascita, che l’Italia in genere tende a deludere i fiduciosi e, se può, torna indietro.
Nel frattempo e nel dubbio urge soffermarsi sulla scelta del bagaglio.

The Last Romantic

In una scena del moderatamente delizioso “The Longest Week” di Peter Glanz che guardavo solo pochi giorni fa, il protagonista, Conrad Valmont (serve altro?), mantenuto erede dei Valmont di New York (ramo alberghi), riesce, dopo mille peripezie amorose e pigrizie tipicamente tardo capitalistiche a pubblicare il secondo libro che faticosamente aveva partorito.
Titolo : the Last Romantic.
In copertina, significativamente, Napoleone.
Dopo la morte del grandissimo Neil Simon ripenso con sempre più insistenza a ciò che si è perduto, uno dei topoi classici del romanticismo, anche quello manierista post alleniano e newyorkese.
Così come non esiste praticamente più il pop inglese raffinato e così come è praticamente sparito il 90% della musica di qualità vera, in scena e in letteratura sembra quasi sparito anche il divertissement dialogico brillante della commedia sofisticata.
Di derivazione inglese, sia letteraria che scenica, è diventata da Lubitsch, Wilder in poi e fino a Neil Simon, Allen e altri una delle vette della creatività urbano americana.
Oggi è ridotta in riserve minuscole, in certo cinema inglese, in molto benedetto cinema francese : travolta dalla dilagante volgare mediocrità artistica e dalla esilità intellettuale delle nuove generazioni, resta un “guilty pleasure” per vecchi guardoni, se si può usare questo termine per i frequentatori del teatro e del cinema, quei pochi rimasti, e sembra sorprendente anche quando la si ritrova in operazioni recenti super epigonali come questa di Glanz.
Con un Jason Bateman, tra l’altro, che rivela sua la vera natura di potenziale attore feticcio all’interno di siffatte imprese, mentre è costantemente costretto a sbarcare il lunario in commediole inutili come “Game night” e mille altre operazioni “alimentari”.
E con un Tony Roberts, attore feticcio alleniano, nella parte dello psicanalista (bien sûr) a chiudere il cerchio con vecchi, leggendari testi come “Provaci ancora Sam”.
Con la morte di Neil Simon se ne va l’ennesimo caposaldo intellettuale e sentimentale della nostra generazione e non solo, dopo anni di molte, dolorose dipartite che hanno il sigillo della svolta epocale senza ritorno.
Quando producevo, con molti amici, spettacoli teatrali, spesso e volentieri fermavamo le nostre ricerche dalle parti del genio di NYC.
Abbiamo portato in scena, tra le altre, “La strana coppia”, “Rumors” e abbiamo pensato di portare in scena gran parte della sua produzione, così perfetta per l’uso, così magicamente combinatoria e scintillante, una macchina da guerra verbale che, come diceva un mio sodale, si recita quasi da sola.
Ci resterà l’eco di quelle meravigliose divagazioni e nuances sull’amore e sull’arte, quei giochi verbali mozartiani, quei personaggi così “antichi” eppure così moderni nelle loro nevrosi inesorabili.
E chissà se mai qualcuno, oltre a Glanz e pochi altri, vorrà raccogliere e diffondere quella splendida, elegante leggerezza, figlia di una cultura profonda, che in questo mondo sempre più simile ad un brutto film distopico popolato da biliosi e superficiali imbecilli, sembra ormai materia per fantascienza.

New York is not Mecca. It just smells like it.

Money brings some happiness. But after a certain point, it just brings more money.

If you can go through life without experiencing pain you probably haven’t been born yet.

Neil Simon

Once in a lifetime

Ho un grande rammarico nel giorno del mio compleanno (a proposito : 29, ma con una vita talmente intensa che sembrano 57).
Essermi fatto scappare il concerto (concerto?) di David Byrne agli Arcimboldi a Luglio.
Nell’arte è così, per quanto tu possa essere informato, e io sono in overload costante, qualche volta va bene, qualche volta va male.
Ad esempio che dire della possibilità di vedere Damian Lewis dal vivo a Londra fare una pièce come “The goat”, semplicemente passeggiando per Haymarket e vedendo una locandina?
Agli Arcimboldi, teatro che è l’antitesi esatta di come va fatto un teatro (prendere nota dai “verticali” teatri del West End), ho già toccato con mano leggende come Burt Bacharach o Mick Hucknall (accompagnato dal suo simpatico complessino, Simply Red).
David Byrne, classica testa pensante dell’aristocrazia musicale mondiale, americano atipico, lo vidi già come frontman dei devastanti Talking Heads (l’equivalente di Warhol e Pollock in musica) in un lontano concerto nel famigerato laghetto di Redecesio, già debitamente celebrato da Frank Zappa in un memorabile album a base di zanzare, confusione, lacrimogeni e grandissima musica, come solo Frank, l’altro grande americano modernista, sapeva imbastire, dentro e fuori dai palchi.
David lo conosciamo tutti, musica per menti come quella dei Talking Heads, album imprenscindibili come quasi tutti fino al sensazionale, futuristico “Remain in Light”, collaborazioni con altri geniacci d’oltreoceano come Brian Eno (“My Life in the Bush of Ghosts” ancora adesso dà i brividi, un pertugio sonoro dal quale si vede ancora futuro), libri significativi e illuminanti come “Bicycle diaries” (un’altra costante, l’ossessione per il biciclo) e “How music works”.
In rete si possono vedere frammenti di questa ennesima, geniale idea del nostro.
Che volendo sfuggire alle logiche ormai stantie e risapute del concerto celebrazione, pur avendo alle spalle un repertorio immenso e immortale, si è buttato sulle amate sponde dell’arte vera, dell’installazione da art show moderno.
Complici le possibilità che oggi l’elettronica e le reti danno in abbondanza, una delle poche cornucopie di una età altrimenti oscura, molto oscura per la cultura, ha creato qualcosa di nuovo, di totalmente nuovo.
Una specie di parata di musicanti, attori, saltimbanchi che si agitano su una tela vuota, in una grigia e assordante monocromia e che interagiscono con mille strumenti.
Una assoluta continua meraviglia che si può solo intuire su YouTube ma che probabilmente era l’esperienza dell’anno.
Tentato di recarmi a Londra per recuperare (ormai un classico : uno spettacolo per avere un pretesto per tornare a casa), vi lascio con le parole di un pezzo immortale, ancora adesso una delle polaroids perfette dello straniamento dell’uomo moderno.
Happy birthday to me.

And you may find yourself
Living in a shotgun shack
And you may find yourself
In another part of the world
And you may find yourself
Behind the wheel of a large automobile
And you may find yourself in a beautiful house
With a beautiful wife
And you may ask yourself, well
How did I get here?
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
And you may ask yourself
How do I work this?
And you may ask yourself
Where is that large automobile?
And you may tell yourself
This is not my beautiful house!
And you may tell yourself
This is not my beautiful wife!
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Water dissolving and water removing
There is water at the bottom of the ocean
Under the water, carry the water
Remove the water at the bottom of the ocean!
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again in the silent water
Under the rocks, and stones there is water underground
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
And you may ask yourself
What is that beautiful house?
And you may ask yourself
Where does that highway go to?
And you may ask yourself
Am I right? Am I wrong?
And you may say yourself, “My God! What have I done?”
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again in to the silent water
Under the rocks and stones, there is water underground
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Look where my hand was
Time isn’t holding up
Time isn’t after us
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Letting the days go by (same as it ever was)
Letting the days go by (same as it ever was)
Once in a lifetime
Letting the days go by
Letting the days go by

Lilliput

A Lilliput, come è noto, la caverna è buia, male aerata, si guardano le ombre sul muro e si ha paura del sole e del vuoto là fuori.
Questo incide anche a livello fisico sugli abitanti della caverna : poca memoria, difficoltà cognitive, capogiri, aggressività latente che spesso esplode incontrollata.
Come spesso capita la storia si ripresenta, come un rigurgito acido, e ripresentandosi presenta il conto in forma diversa e farsesca.
Se non fossimo tutti coinvolti, a bordo di questa barca di ebbri, ci sarebbe quasi da sorridere delle follie nazionalpopolari in cui spesso questo sciagurato “popolo” indulge con troppa animosità mal congegnata, con troppa celebrata “vitalità”.
Nella caverna suonano arie di opera da sempre e il melodramma regna incontrastato.
In fondo è una delle poche vere eccellenze nazionali, quasi quanto portare gli spaghetti alle portaerei americane impegnate in azioni belliche.
Tutte cose molto impopolari oggi che qualcuno delira di uscire dalla Nato.
Siamo passati dalla fragorosa richiesta di impeachment a mezzo piazza al “troviamoci e ne riparliamo”.
Queste lunghe settimane di delirio a Lilliput hanno perlomeno permesso alla parte riflessiva ed intelligente della popolazione, quella che legge un testo e lo capisce e magari, orrore, elabora concetti complessi, stimabile con ottimismo a non più del 15%, come molte statistiche raccontano, hanno permesso, dicevamo, di aggiustare il tiro sulla reale portata personale, etica, politica ed economica dei protagonisti di questo ennesimo scavo verso il basso di un popolo di talpe.
More solito il panorama è desolante e conferma in pieno un paio di assunti apparentemente in contraddizione.
Il primo è che un popolo ha i governanti che merita.
Il secondo è che la politica, soprattutto in Italia, attrae la parte peggiore della sedicente classe dirigente, rappresentando in pieno la kakistocrazia multilivello che è da sempre la gestione della cosa pubblica e privata della caverna.
In un mondo che va verso la falsa dicotomia popolo-èlite, inganno meraviglioso per aggirare tutte le issues scomode, quelle di autovalutazione, quelle che affrontano la complessità dei problemi, quelle che non cercano soluzioncelle dementi e superficiali a fatti difficili, quelle che non cercano subito affannosamente il capro espiatorio di turno, in questo mondo liquido e bimbominkiale, Lilliput si è trovata immediatamente a suo agio.
Ed è diventata la versione postberlusconiana dell’eterno paesello, cullato nel benessere ma incapace di mantenerlo, viziato, narcisista, drogato dal click facile ma sostanzialmente superficiale esattamente come succedeva nel mondo dei suoi progenitori.
Dopo vent’anni di ribalderia conclamata e in fondo mitigata dai miserabili affari privati di chiunque, siamo passati alla facile agitazione delle masse, tuttora incolte, cosa che mi sorprende come una strana piega della storia, sulla base di una cialtroneria, soprattutto economica, impressionante per aggressività e demenza.
La politica ha ormai perso anche la facciata di cercare soluzioni vere e quindi tutto viene detto e contraddetto ormai ad horas, complice l’overload informativo, in una ricerca del consenso fine a sé stessa e neanche più celata.
Governare viene visto come un accidente, come un pericoloso ostacolo alle proprie smanie narcisistiche, il vero specchio di un tempo dove tutti vogliono sentirsi e fare i protagonisti ma ben pochi, ahimè, hanno le carte in regola soprattutto mentali per non apparire patetici ad un osservatore pensante.
Ma nella caverna ci si esalta per molto meno e le tecniche si sono ormai raffinate fino a livelli che ricordano, anche nelle formule, i deliri delle sette, delle religioni 4.0, dove agitare la bandierina e sentirsi parte di un popolo è tutto, dove il tifo prevale sempre sulla ragione, dove avere dubbi è considerato un errore, esprimere critiche razionali è considerato sgradevole e, in fondo, il negazionismo e il populismo complottista non sono accidenti ma bensì l’essenza stessa della nevrosi tanto più ideologica quanto più si vende per post ideologica.
Tutto questo porta a non vedere la semplice realtà.
Un paese che ha molto più bisogno di Europa e di Euro di quanto desideri ammettere, nella sua sconsolante ignoranza.
Un paese che alle prime difficoltà vere sul piano economico e sociale ha rivelato il suo eterno volto e cerca affannosamente il gioco delle tre carte per evitare le sue responsabilità.
Un paese dove la parola “furbo” e la parola “intellettuale” hanno una accezione rispettivamente positiva e negativa, a differenza di quello che accade nella totalità dei paesi civili occidentali.
Un paese familista, “amicista”, dove la scorciatoia vince sempre sul merito e l’autoassoluzione è uno sport nazionale.
Un paese seduto su una montagna di debiti, frutto di decenni di malpractice e mentalità demenziale statalista e criminale, che messo di fronte alla sua necessità di strutturarsi e ammodernarsi, come sempre, fa il gradasso, cambia le carte, cerca affannosamente la controriforma per non fare mai la riforma.
Le vere priorità, se non ci si facesse distrarre dagli scappati di casa con i loro agitprop, sarebbero : unione politica federale vera, coordinamento investimenti, unione fiscale, educazione e scuole unificate su base europea, eurobond e molto altro.
Come vedete facilmente, tutti punti sui quali l’Italia avrebbe solo da guadagnarci rispetto ai suoi standard attuali.
Invece vai col valzer del vittimismo, delle controverità, dei tedeschi cattivi, dei mercati e del Bilderberg demoniaco, quando basterebbe un contabile al primo anno di economia per sussurrare che pensare di vendere debito pubblico sui mercati per sostenere uno stato che definire pletorico e ridondante è fare un complimento e con un pregresso debitorio di questo calibro richiede, come minimo, una certa credibilità di ritorno investimento.
Invece si straparla di piano B, cosa che disintegrerebbe davvero overnight la ricchezza residua del paese.
Credibilità, la vera moneta, altro che il delirio dello stampare moneta come se non ci fosse un domani.
I due partiti anticasta degli anni 90 e degli anni 2000, sono passati rapidamente dalle urla scomposte allo stagno italiano (creato esclusivamente dall’Italia stessa), alle urla al capro espiatorio esterno, Europa e migranti, in questo grottesco post nazionalismo destroide e tifoideo che ha subito trovato una convenienza nell’allearsi a dispetto di mille strepiti e presunte “purezze” pre-elettorali.
Senza peraltro dimenticarsi che dopo mille strepiti complottisti, queste due sciagure si ritrovano a parlare di governo, esattamente come succede normalmente nell’amata Russia di Putin (nevvero?).
D’altronde questi curiosi e confusi sovranisti sembrano proprio avere un problema di miopia con la Russia, quando paragonano l’URSS di una volta all’UE (cosa che già richiederebbe un TSO immediato), o quando affermano che la Russia odierna è più democratica del resto del mondo occidentale.
L’illusione provinciale del “siamo soli nell’universo” quando anche prima del mondo globalizzato vendere debito pubblico richiedeva, perfino tra i numerosi acquirenti italiani, una certa sicurezza di pagare.
I debiti non contano, la moneta è tutto.
Tutte idiozie già ampiamente ridicolizzate su numerosi palcoscenici qualificati.
E quindi la revanche, l’urlo da inferiority complex : tutti cattivi, tutti alleati contro di noi.
Come in tutte le religioni, come in molti passaggi bui della storia : la razionalità va in standby e prevale la gabbietta mentale.
Esistono già molti piani di miglioramento dell’Europa e dell’Euro che, come tutte le cose umane, sono passibili di upgrade.
Quasi sempre sono avversati proprio dai nazionalisti fuori tempo massimo che per decenni hanno ammorbato l’Unione e che ora, dopo anni di frenate, accusano gli altri di fallimento.
Al tramonto la caverna si riempie di canti ebbri e di luci rossastre.
Numerosi sono gli appellativi marziali ed eccessivamente deferenti che la folla ha urlato, ebbra del proprio rumore.
In fondo il vuoto.
Sventurato il popolo che ha bisogno di tribuni eroi della plebe.
Capitano, mio capitano…
Nel tramonto, mi allontano sorridendo.

Happy end

Da sempre Michael Haneke è uno dei miei registi preferiti.
Mi ha sempre affascinato il suo stile, quello dei grandi maestri, immediatamente riconoscibile.
Rarefatto, algido, sottilmente ironico, con quell’aria, perennemente costante nei suoi film, di sospensione, di osservazione asettica ed entomologica dall’esterno.
Già dal primo, sconvolgente, “Il Settimo continente”, fino a “Caché”, piccolo gioiello paranoico basato proprio sulla mise-en-scène dell’osservazione dall’esterno, malata, maligna, allo splendido “Il nastro bianco” (Palma d’oro a Cannes) fino ai due “Funny Games”, nei quali si mostra lo strano caso, più unico che raro, di remake americano fatto dallo stesso autore che non perde un grammo della sua fredda eleganza nella trasposizione.
“Happy end”, come disse qualcuno, è una specie di “greatest hits” delle tematiche e delle poetiche hanekiane.
L’osservazione spietata del declino della vecchia borghesia occidentale ricorda a tratti il migliore Buñuel con la variante di quel tratto duramente viennese ma elegantemente francese che ricorda al mondo le due patrie di questo straordinario regista.
Decadenza, direi.
L’argomento è questo.
Culturale, fisica, etica.
Un cast da sogno perverso : difficile trovare nello stesso film attori monumentali come Trintignant, la sempre divina Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, un attore che cresce film dopo film, serie dopo serie (“Le bureau des légendes” è già leggenda tra i cinefili), Toby Jones.
Difficile trovare poi attori giovanissimi di surreale bravura come Fantine Harduin, autentico motore del film e rivelazione assoluta.
Meraviglie che capitano alternativamente solo nella terra di Molière o in quella di Shakespeare.
Su di lei e su un immenso Trintignant viaggia la linea base del film e su di loro verte probabilmente la migliore scena dell’intera opera, una scena che sembra quasi capitare per caso, sembra una scena di raccordo e immediatamente diventa la scena dell’agnizione sia in termini di trama che in termini di significato sostanziale.
Si parla dei riti della borghesia, delle sue ipocrisie, delle sue violenze e dei suoi segreti nascosti, il tutto amplificato dall’uso ormai ipnotico dei devices elettronici, delle loro fredde relazioni non empatiche, sui quali regna incontrastata ovviamente la competenza del nativo digitale, ossia la piccola, inquietante Eve interpretata proprio dal fenomeno Harduin.
Struttura circolare con inizio e fine scanditi proprio dalla piccola telecamera di un Iphone.
E perfino la genialata di un rimando interno alla propria filmografia con Trintignant che nella scena madre suddetta accenna di sfuggita al suo personaggio in “Amour”, vedovo assassino per amore e padre di Isabelle Huppert versione carrierista distratta.
Finale ironico, ambiguo, beffardo, folgorante, come nella più bella tradizione hanekiana, a suggello di un titolo quantomai azzeccato e che si fa beffe del cinema tradizionale.
Come diceva il grande re lucertola, altro innamorato della Francia fino al punto di morirci e rimanere eternato per sempre nella frequentatissima lapide del Père-Lachaise…

This is the end
My only friend
The end

Idiocracy

Fortunatamente non sono un politico, anche se in passato qualcuno incautamente me lo propose, ma sfortunatamente sono un elettore in questo sventurato paese e quindi ho seguito con attenzione, come tutti, l’ultima tornata elettorale.
Prima che la “politique politicienne” prenda brutalmente la scena e prima delle probabili mille giravolte e dei mille valzer conseguenti, faccio poche semplici riflessioni.
Intanto rilevo che la gente italica, proverbialmente e provvidenzialmente tendente alla facile dimenticanza a breve, non blatera più di democrazia negata o di complottoni e brogli elettorali a favore dei fantomatici “poteri forti”, visto l’esito elettorale clamorosamente favorevole ai sedicenti amici del popolo.
Sulla falsariga di Brexit e Trump e con la particolarità “giovanile” del M5S, hanno vinto quelli che stanno credendo alla neo-narrazione del momento, in genere anziani nostalgici a prescindere e male informati o giovani anziani dentro.
E non c’è dubbio che visto il naturale, miserabile appeasement naturale, servile, dell’ambiente italico ai potenti, ben presto alcune scemenze da rete andata a male vedranno velocemente un momentaneo bagno di folla anche sui media e sulla scena politica generale.
A dimostrazione che in questo paese senza opinione pubblica qualificata l’ultimo dei problemi è pensare che i media siano contro il popolo.
Il problema è sempre squisitamente culturale e su questo dato di base, come è noto, l’Italia non ha davvero alcuna carta in regola, tra vecchie ignoranze e provincialismi e nuove ignoranze, magari veicolate da una rete, al solito, usata male da molti fenomeni di ritorno, senza categorie critiche né apparente voglia di imparare.
La surreale campagna elettorale che fortunatamente abbiamo alle spalle, non ha affrontato mai le issues di fondo, spesa pubblica assurda, debito pubblico, necessità assoluta di dimagrimento statale, politico, previdenziale, con conseguente drastica riduzione di un fisco criminale, entrata definitiva nel mondo civile e nelle sue regole di convivenza, ma anzi si è scatenata su fantapromesse economiche mixate abilmente alla criminalizzazione del “diverso”, alla creazione inesauribile di capri espiatori preventivi anche sulle future inadeguatezze governative (Europa, neri, tedeschi cattivi e perfida Albione) fidando ciecamente e giustamente sulla qualità degli interlocutori, ossia quegli elettori così icasticamente e precisamente definiti da antichi e da più recenti burattinai.
Nel momento in cui il mondo va naturalmente nella direzione del liberismo di mercato, figlio di un mondo che va avanti, anche pragmaticamente, figlio di comunicazioni e tecnologie che hanno cambiato il globo in trent’anni più che nei 300 ultimi, si inventano complotti nel paese che non ha mai visto neanche lontanamente il liberismo, che è malato di statalismo e di assistenzialismo ancora oggi a dispetto di ogni buonsenso e razionalità, non solo contabile.
Ai media ora piace raccontare la favola del PD pariolino e perdente, una categoria giornalistica dello spirito quasi quanto l’Inter.
Se facessi il politico ci penserei ma visto che faccio altro constato che, come capita spesso nella storia, le cose razionali e giuste vanno contro il mood e la pancia del popolo.
Trovare la quadra è difficile e trovare un linguaggio comune è il precipuo compito del politico : in questo senso vedo che l’ex Ulivo ha una lunga strada da percorrere d’ora in poi, in buona compagnia con le altre socialdemocrazie europee che nel passaggio tra società industriale e informatica si sono perse per strada.
Battaglia culturale particolarmente difficile in questo paese che non poteva che rivelare la sua vera anima di patriottismo becero, altro che autorazzismo.
In questo senso sfatiamo subito un persistente mito e luogo comune : lungi dal idea di esterofilia vera ed informata, che è sola una patina apparente e superficiale, l’anima profonda dell’Italia è nazionalista e anche provincialissima e oggi, nella globalizzazione, è l’Italia che viene vista come il paesello a cui arroccarsi come dimostra la furbissima Lega di Salvini passata agevolmente dalle ampolle padane al partito nazionale, dalla secessione all’autarchia postfascista senza che nessuno abbia osato farle rilevare la tragica e demenziale incoerenza.
Il tutto creando subito una nuova categoria di nemici, dai meridionali ai neri.
La globalizzazione cambia tutto, dato che è un dato di fatto dovuto a comunicazioni e tecnologia, con buona pace dei complottisti idioti che pensano che sia creata e manovrata a tavolino da 4 cattivoni.
Al massimo può essere cavalcata da qualche furbo, in entrambi i campi, come anche la reazione di pancia alla stessa dimostra ad abundantiam.
Superficialità è la parola chiave del momento storico ed è la definizione del gap culturale medio.
Un nazionalismo idiota che prescinde dai dati di fatto ed è il ricettacolo di tutti i pregiudizi sta anche diventando uno dei motivi storici che impedisce la crescita politica dell’Europa che, lungi dall’essere fortissima, è debole proprio per i giochi incrociati di uno stantio sovranismo nazionale che finge di non capire il progetto.
O, peggio, davvero non lo capisce e non capendo demonizza, paragonando la UE all’URSS, cosa che richiederebbe un TSO immediato, tanto per rimanere negli acronimi.
Perfino il voto ai M5S, sensatissimo sul piano della rivolta verso la perenne paluda partitocratica e castale italiana, perfettamente rappresentata perfino dai nuovi apparenti, sembra in realtà un voto giusto dato per i motivi sbagliati ossia per un assistenzialismo come se non ci fosse un domani, dopo i folli plebisciti bulgari del passato per la destra.
In più, in Italia la selezione della classe dirigente al contrario non aiuta e non promette, come sempre, nulla di buono.
Tornando a Bruxelles, se c’è qualcosa che manca è un ufficio marketing e magari qualche politico veramente di visione e di levatura che finalmente faccia i passi decisivi oltre la miope guerra tra piccoli interessi statali.
Il resto la fa la proverbiale poca memoria, figlia dell’incultura, che provvidenzialmente non racconta più alle povere menti come era davvero l’Italia degli anni 70-80-90, nei veri dettagli.
Tornano utili il mai dimenticato libello di Carlo Cipolla e la leggendaria commedia distopica del 2006, come da titolo di questo post.
E dato che il calcio e la politica in Italia, lungi dall’essere qualcosa di serio, sono due generi di intrattenimento, buon divertimento.

Adieu Peter

E anche Peter Mayle se ne è andato qualche giorno fa.
Peter appartiene di diritto a quella lunga schiera di personaggi, soprattutto di cultura, quasi totalmente sconosciuti in Italia ma che sono delle autentiche leggende altrove.
In quell’altrove soggiorno spesso e volentieri e, devo dire, nelle due nazioni separate dalla Manica il nostro era spesso e volentieri ricordato con affetto.
Brillante pubblicitario londinese, allievo del grande Ogilvy, curioso uomo di cultura (possibile la cultura senza una vorace, inestinguibile curiosità?), Peter ha fatto quello che molti di noi si limitano a sognare : riconvertirsi da una precedente carriera “commerciale” per fare quello che si è sempre voluto fare, scrivere fondamentalmente.
E farlo uscendo letteralmente dai propri confini per vivere in posti d’elezione.
Lo racconta in uno dei suoi primi, divertenti libri : era finito in vacanza in Provenza per scrivere un libro, si era trovato ben presto ad accantonare il romanzo da tanto tempo concepito per concentrarsi su quello che lo circondava, un posto straordinario.
Nasce così la leggenda di Peter Mayle in Provenza, una leggenda che l’ha reso famoso e che ha contribuito sicuramente alle già notevoli fortune economiche e turistiche di quella magica regione francese.
Il libro nato da quella prima folgorazione è “Un anno in Provenza”, un libro che tutti gli adoratori di quella terra (quorum ego) conoscono a memoria.
Un libro che ha echi di un Wodehouse minore (Peter stesso sarebbe d’accordo con me che il maggiore è inavvicinabile) e che racconta, come pochi libri che ho incontrato nella mia vita, il coup de foudre divertito che immediatamente si ha per certi luoghi della terra, per la loro cultura, per la stessa aria che vi si respira.
Una eterna nostalgia dei luoghi che è la natura stessa di questo capolavoro del genere e che capisco benissimo avendo nella mia vita conosciuto solo due luoghi che mi hanno segnato così profondamente, al punto da vagheggiare improbabili nascite o rinascite, a mezzo trasferimento di armi e bagagli, cà va sans dire : Londra, l’amore della giovinezza, e la Provenza, la passione della maturità.
Da allora, con sempre maggiore notorietà, cosa che ne faceva una star di quei luoghi fino a incidere sulla sua stessa vita privata, questo expat di lusso, tipico inglese raffinato, elegante, amante del sole e dell’ottima cucina nonché dei meravigliosi vini, ha inanellato una serie di reportage dal mondo agreste chic nel quale la vita l’aveva portato ormai definitivamente.
Da Menerbes alla meravigliosa Lourmarin fino a Vaugines, luogo dove è passato a nuova dimensione.
La fortuna definitiva e la fama mondiale arrivano con “A good year”, un vero romanzo finalmente, autentica bibbia romantica per tutti gli amanti del genere.
Che narra la storia di un finanziere londinese che arriva svogliatamente e nevroticamente in questi luoghi per occuparsi della vendita della casa di zio Henry, luogo delle sue antiche vacanze e bastide spettacolare in rovina.
Inutile dire come andrà : arriveranno contemporaneamente l’amore per una donna e l’amore per il luogo fino al trasferimento e al cambio di vita.
Questa storia è piaciuta ad un altro perverso adoratore della Vaucluse e del Luberon, Ridley Scott, che partendo dai luoghi delle sue vacanze ha congegnato un film di discreto successo con Russell Crowe e Marion Cotillard che ha dato l’ennesima spinta al turismo culturale in tutta la zona.
Noi tutti siamo stati a Bonnieux, il cuore di tutta la storia, oppure a Gordes, nel meraviglioso ristorante della clamorosa piazzetta con gli alberi, per non parlare della rituale gita a Chateau la Canorgue, dove hanno addirittura messo un cartello per scoraggiare i curiosi che vorrebbero, inutilmente, visitare la bastide del film e finiscono, senza ritegno, per consumare bicchieri e bicchieri degli strepitosi rossi locali, oppure, infine, a Cucuron, nella famosissima piazza alberata con la “piscina” dove avviene la festa finale, Place de l’Etang, la piazza dello stagno.
“Coin perdu”, angolo perduto, è il nome evocativo che ha il vino che viene prodotto a Chateau Canorgue e nel film.
Ed è questo che in fondo attrae la raffinata fauna che ogni anno percorre questi luoghi, i suoi strepitosi villaggi medievali, i suoi mercati, i suoi ristoranti, le sue colline.
L’idea, quasi archetipica, di un posto dove rifugiarsi, nella tranquillità dei giusti, dove separarsi quel tanto che basta dalla pazza folla e vivere laddove il bello è una religione gelosamente custodita.
E il bello, come è noto, aiuta a vivere, anzi, probabilmente ne rappresenta il segreto meglio custodito.

Il lapsus

Dopo le dichiarazioni di Fontana e dopo il fatto di Macerata il minimo che posso dire è che non sono affatto sorpreso.
Anzi, sono sorpreso che certe manifestazioni superficiali del sottostante italiano, per usare un termine finanziario quanto mai appropriato, non siano più frequenti.
Chiunque conosca gli animal spirits italiani e la mentalità profonda dell’Italia media, quella delle province ma non solo, sa che è ben lontana dall’iconografia del “brava gente”, questo sì davvero buonista nel senso deteriore del termine, secondo la nuova vulgata di un periodo storico orrendo dove bontà e giustizia vengono declinate solo in senso negativo, decorate con il loro rituale -ismo.
In piena crisi economica e in tempi in cui in tutto il mondo c’è un riflusso che è parte generazionale, parte culturale, di rifiuto della modernità e conseguente rifiuto del cosmopolitismo globalizzato che, tra qualche difetto, ha sicuramente il pregio di smontare in partenza ogni ipotesi di razzismo, di provincialismo, di passatismo, di ideologismo, figuriamoci se l’Italia, messa di fronte per davvero alla sua prima ondata migratoria reale non rivelava il suo vero volto.
Quello di un paese che metabolicamente è refrattario al cambiamento, patologicamente ancorato culturalmente al suo passato, qualsiasi passato.
Dalla frase assoluta, definitiva, del Gattopardo, all’eterna nostalgia di Mussolini, al possibile ritorno di “chiunque” nel campo politico, culturale, perfino musicale (l’eterno Sanremo, l’eterna sfilata di “campioni” degli anni ’60 nelle trasmissioni televisive), l’idea del tinello perenne, l’idea di un popolo oltretutto invecchiato in gran parte e quindi adesso anche ontologicamente avvinto, come un malato, alle sue false, piccole certezze, patologicamente incline al luogo comune, al rassicurante e inquietante paesaggio che certi programmi nazionalpopolari dipingono ampiamente nel loro iperrealismo cafone e irrimediabilmente ignorante, proprio nel senso etimologico del termine.
La quasi certa vittoria della destra, che io come tanti altri prevedevo da quasi due anni, come un ritorno all’ovile di un popolo lontanissimo dal progressismo, avrà il paradossale effetto di farci rimpiangere perfino questi anni tormentati, dominati da personalità ambigue come Renzi (eufemismo) o notarili come Gentiloni.
Solo chi non conosce questo paese disperante può credere per davvero nel potere rigenerante della democrazia, nella superiore saggezza del “popolo”.
Chiunque abbia due neuroni circolanti nell’ampio spazio sopra gli occhi sa che la democrazia, tra i tanti suoi difetti, ha il peccato originale quello vero, quello del primato del numero sulla qualità.
Ma, come Churchill, non riusciamo ad immaginare derive migliori e quindi ci teniamo questo simulacro che quasi sempre, soprattutto in Italia, premia il peggiore.
La battaglia è come al solito culturale ma, come tutte le battaglie culturali in Italia, finisce nella regola di fondo : breve primavera (quando va bene) e subito l’inverno reazionario del “riflusso”.
Gran parte del desiderio di Europa è nato in noi come possibile rimedio pratico all’irriformabilità soprattutto culturale del paese, oltretutto devastato oltre ogni misura dagli ultimi vent’anni.
E, nel concreto, una comprensione più ampia dei fenomeni e quindi l’uscita totale dal provincialismo che è la ROM italica.
Una cosa che avrebbe avuto benefici nel dettaglio a livello legale, economico, formale.
La crisi economica ha fatto ben presto dimenticare a gran parte dell’invecchiata Europa gli enormi vantaggi, anche economici, del mercato unico e della stabilità e ha dato la stura ai peggiori nazionalismi e al delirio del “particulare” che, nel dettaglio, è quello che frena Bruxelles e Strasburgo tutti i giorni.
Effetto paradossale : coloro che la criticano per la sua non evoluzione sono proprio quelli che la frenano.
Questo mood generale che nel mio sconfinato ottimismo di fondo penso transeunte, ha effetti letali sulla mentalità italica, già tendente alla confusione tra realtà e desiderata, alla rimozione del passato, anche recente, all’incapacità di capire il mondo al di là degli stessi paeselli, figuriamoci oltre i confini nazionali, fin troppo vasti già adesso per le piccole menti che abitano questa terra.
Buone elezioni.

Call me by your name

Ormai viziato in fase terminale da un’offerta “home” semplicemente incredibile in quantità, qualità e perfino celerità di uscita, era davvero molto tempo che non mi recavo in quel buffo tempio della settima arte che è il cinema, ormai relegato a divertimento accessorio all’interno di malls affollati di gente normalmente intenta ad altro.
Ma con Luca Guadagnino, di cui sono fan da lungo tempo e che, assieme a Sorrentino rappresenta un’Italia internazionale e cosmopolita portatrice sana di una qualità ormai da top ten del cinema mondiale e quasi sempre tragicamente incompresa in questo paese eternamente malato di rabbioso provincialismo, ho voluto fare un’eccezione.
L’ho visto in prima, subito, a seguito anche delle critiche estatiche di mezzo mondo più che dell’aspetto Oscar che solo in Italia viene vissuto come un prolungamento del sempiterno tifo demente.
D’altronde il paradosso è che lo stesso Guadagnino, in una recente intervista pubblica organizzata dal Guardian che ho visto in rete, ha ampiamente parlato del suo essere il classico italiano non profeta in patria (un titolo di merito indiscusso, soprattutto sul piano culturale), simpaticamente bersagliato di critiche spesso acide anche in passato e visto con sospetto per il suo internazionalismo cosmopolita figlio della buona borghesia e della buona educazione cerebrale che ha ricevuto evidentemente nel corso della sua vita.
La fascinazione estrema di questo film, debitore del miglior Bertolucci, quello anche di pellicole clamorosamente sottovalutate come “The Dreamers”, ma soprattutto debitore del grande cinema francese del passato, è evidente fin dal primo fotogramma, con quei titoli di testa quasi neo-ellenisti, con quella musica superba, e quella prima, straordinaria mezz’ora indolente, di estate profonda, di preparazione al dramma.
La coproduzione italo francese e la presenza di attori d’oltralpe, oltre a che scelte chirurgiche nella recitazione americana (quanto tempo era che non vedevamo il grande Michael Stuhlbarg?), sono al servizio di una ambientazione italiana insolita.
Spostando il radar dalla riviera ligure (come nel libro) alla vicina Crema, Guadagnino porta nella pianura padana degli anni ’80 un lento vento estivo, fatto di rarefazioni alla “Novecento” (due attori francesi e un cast internazionale anche qui : un caso?) intrecciate all’atmosfera distratta, pigra, magica, sognante di un Truffaut, un Rivette, un Rohmer.
Guadagnino dice di aver trovato nel prodigioso Timothée Chalamet l’erede di Jean-Pierre Léaud e un personaggio replicabile, come nel mitico ciclo doineliano.
Non è improprio il parallelismo.
Questo giovane ragazzo americano di chiare origini francesi è semplicemente la rivelazione di questo film e una sicura promessa per il futuro.
L’Italia resta sullo sfondo, con quei accenni ironici al Duce, perfino al pentapartito, con una ricostruzione profonda, dettagliata degli anni ’80 lombardi che, per chi li ha vissuti davvero, fa sincera impressione.
Ma il plot gravita altrove, gravita sulla relazione d’amore omosessuale tra i due protagonisti, vista soprattutto dalla parte psicologica del nuovo Doinel, con una finezza e una eleganza di tratti che ha semplicemente del prodigioso.
Guadagnino non è nuovo a film importanti, quasi sempre di ambientazione borghese ed alto borghese.
Una èlite di censo ma anche di cultura, come in questo caso.
Già “Io sono l’amore” era uno di questi e “A bigger splash” era chiaramente una delle vie possibili per un cinema di qualità, d’arte, perfino in questi tempi oscuri, una specie di rieditazione de “La piscina” (la France d’abord) in chiave postmoderna.
Ma con questo, chiaramente, il nostro ha alzato l’asticella fino a livelli piuttosto inaccessibili per il 90% del cinema mondiale.
Una visione rarefatta, sublime e meditata, una cura formale, fotografica e musicale, oltre che recitativa, davvero d’altri tempi, irrorata dal teatro e dalle sue tecniche alle quali, palesemente, questi attori in stato di grazia hanno attinto a piene mani.
E poi c’è il finale.
Uno dei migliori della storia del cinema e non sto affatto esagerando.
Non voglio svelarlo per non rovinare l’incanto.
Mi basta sottolineare il contrasto tra la vita quotidiana, prosaica che continua e il vero “sturm und drang” davanti al camino e davanti alla vita che lo attende con la “gestione” complicata della perdita.
Ci voleva un attore straordinario per stare in close-up per qualche minuto e concludere un film di questo calibro.
L’abbiamo trovato : si chiama Timothée Chalamet ed è, in poche parole, un genio della recitazione, un talento assoluto e purissimo.
Troverete pochi film come questo in questi anni complicati.
Sicuro classico nei prossimi decenni, da studiare nelle scuole di cinema.
Un capolavoro che ha il gusto di epoche perdute.