The shape of nothing

Raramente nella mia lunga vita e carriera di guardone cinefilo mi è capitato di trovarmi di fronte ad un film più irritante, mediocre, mal pensato e sopravvalutato di “The shape of water”, vincitore, se ci credete, di vari premi tra cui vari Oscar nelle categorie principali.
Se da una parte il cinema italiano è da sempre il ricettacolo di un cinemino mediocre e autoriferito grazie a difetti storici che, secondo la logica del paesello, non vengono mai davvero superati, il cinema americano invece, come tutti sappiamo, ha davvero alle spalle una storia anche gloriosa e un ruolo determinante, tecnico ed artistico, per lo sviluppo della settima arte, nel suo secolo e poco più di vita.
Ciò non toglie che spesso e volentieri il gusto medio americano e di conseguenza anche l’outcome dei premi maggiori abbia rilevato clinicamente l’anima sempliciotta, tagliata con l’accetta e sostanzialmente formulaica dell’americano medio.
Ma se andiamo a vedere albi d’oro, film, generi e attori dagli anni quaranta fino agli anni 90 è incontestabile che gli States abbiano scritto grandi pagine della storia del cinema nonostante imperdonabili colpe come quelle di aver lasciato, ad esempio, due giganti fondativi come Hitchcock e Kubrick fuori dai giochi dei premi e delle celebrazioni per decenni.
Nei generi, e mi viene in mente soprattutto la commedia, oggi ridotta al lumicino o al miserrimo, l’America ha sempre creato prodotti buoni e spesso memorabili, trainanti per il resto del mondo.
Oggi le serie sono l’ultima Thule del residuale talento americano ma in generale l’idea che traspare sempre più nettamente è quella di un declino e di uno sbaraccamento epocali, con l’Europa che ha ripreso saldamente in mano la fiaccola della cultura occidentale nel mercato mondiale (pensate a una serie magistrale e magnifica come Le Bureau des légendes che ha umiliato gli americani perfino sul loro stesso terreno).
Au contraire questo film di rara bruttezza, pieno della insopportabile e finta retorica superficiale dei tempi, dove ad esempio viene chiamato poetico quello che è talmente cheesy e banale da significare un insulto ai pensanti, con dialoghi e sceneggiatura sciatti, francamente imbarazzanti e involontariamente comici, ricco di volgarità e violenza gratuite, secondo il costume di un tempo minorato, che negli anni 50 e 60 sarebbe stato relegato al ruolo di squallido film di serie Z, oggi si eleva al livello di un Oscar semplicemente scandaloso.
Se poi pensiamo che pur nella mediocrità dei tempi altri candidati erano : Call me by your name (capolavoro, ma film quasi nouvelle vague, davvero troppo europeo per i palati grossier oltreoceano), Dunkirk (grandissimo film di uno dei pochi veri talenti paragonabili ai grandi registi popolari di una volta, Christopher Nolan) , The darkest hour (ottimo film di genere)…premiare questa triste, fintissima, idiotica baracconata da quattro soldi fa veramente pensare.
Ho provato sincera pena per gli ottimi attori coinvolti in questo bomb monumentale, omaggio al cheap e alla rimasticatura pessima, ignorante, di antichi temi, che è il cancro artistico di questa epoca, inspiegabilmente assurto a trionfi che neanche lontanamente meritava.
Se posso, cerco di evitare il lamento del canuto sulla bellezza dei tempi andati ma quando vedo provocazioni come queste metto mano alla fondina.
Così penso anche a John Ford e a cosa era il cinema popolare americano di una volta.

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Ce n’est qu’un début

In questi mesi gira un’aria che è una via di mezzo tra i film distopici degli anni 80, pieni di riferimenti ad un futuro buio, dove le democrazie liberali sono sparite, sostituite da ossessive, orwelliane “democrature” di chiaro stampo fascista e come tali, sempre molto popolari tra il popolo in sbornia barabbesca, e l’aria che girava nel ’68 e dintorni, che ricordo perfettamente a corollario della mia giovinezza, piena di falsi problemi, di richiami impropri al popolo che la sapeva lunga, dove anche andare in giro vestiti con eleganza era visto con sospetto palpabile.
La differenza tra le due cose, soprattutto in Italia, è che nessuno si lamenterà della prima mentre della seconda abbiamo dovuto sorbirci per anni i peana sui danni fatti sia durante che dopo la sua dipartita.
Ho finito di leggere un libro che, tra molti, mi sembra sia un baedeker fondamentale per leggere con correttezza e visione storica questo tragico momento : Yascha Mounk – Popolo Vs. Democrazia.
Avete letto bene : spesso il popolo è in contrapposizione alla democrazia.
Al dunque cosa scegliereste?
Provate a pensare ad un popolo che legittimamente esprime un parere favorevole ad Hitler e appoggia convinto, in uno sciamare di sondaggi, l’eliminazione di minoranze etniche, di media non compiacenti, della stessa sostanza della opposizione.
Sta succedendo, in forme diverse, anche adesso in Polonia ed Ungheria, ad esempio.
Provate a pensare ai vari populismi che stanno infettando come un cancro l’Occidente intero.
Addio limiti della Costituzione, addio organismi terzi, addio Parlamento.
Se non sei votato non puoi parlare, secondo la vulgata dei dementi che sono al governo dell’Italia in questo momento e che sono estremamente, scusate il doppio senso, popolari.
Se trovo i media in piazza tendo ad aggredirli, modello Italia e Francia, perché osano esprimere pareri discordanti e quindi, automaticamente, sono comprati e in malafede.
Per fortuna che esiste la rete, così calda e accogliente, dove qualsiasi bestialità a me cara può trovare accoglienza.
Ho persone che conosco, anche apparentemente intelligenti, che rispondono ad argomentazioni di economisti competenti che dicono cose palesemente di buonsenso e in buona fede con video di scappati di casa tratti da qualche blog oscuro complottista.
Quando la realtà non piace, magari anche per qualche buon motivo, tendo a cambiarla, manipolarla.
Il primato della percezione sulla realtà, come la questione migranti insegna con evidenza.
Questo è il tratto distintivo dell’irrazionalismo di sempre, trainato spesso dalle religioni cà va sans dire e dalla loro intrinseca aggressiva e intollerante irrazionalità, ma questo è anche il marchio di una gioventù che ormai a forza di narrazioni alternative, virtualità ed amoralità crescenti, è pronta a buttarsi nelle fauci del demagogo destrorso di turno.
La saldatura è avvenuta : vecchi nostalgici di un passato che non potrà mai tornare, spaventati dal nuovo mondo e giovani ignoranti, cerebrodiretti da algoritmi di cui ignorano i fondamentali.
Pensate ai gilets jaunes in Francia.
Una frittura mista di una minoranza di estremisti, di destra e di sinistra, ma soprattutto di destra, che vuole tutto e il contrario di tutto e nel mentre che attende distrugge vetrine facendo anche una simpatica direttina sui socials.
In una fotocopia dei riots anarchici di Londra 2011, dove la politica era la patina per poi rubarsi l’Iphone di turno.
Sono gli stessi che per anni hanno inneggiato alle rivolte delle banlieues e dei neri cattivi.
Che in realtà stanno tranquilli.
Mi sono guardato ore di diretta da Parigi su Bfm, mi sono letto nei dettagli le rivendicazioni.
Su 40-50 punti, 2-3 sono opinabili e sensati, gran parte è fuffa utopica o ignorante, il resto è irrilevante.
Soprattutto quello che colpisce è l’estrema contraddittorietà di gran parte degli assunti, come se la realtà, la logica e il mondo concreto non esistessero.
Macron trattato come un mostro di ultimo livello, del tutto virtuale, capro espiatorio di tutto, senza nessuna riflessione sociale, economica sensata, credibile.
Macron, come gran parte dei suoi colleghi europei pensanti, oltre a scontare l’aura elitaria e di competenza che oggi sono la giacca e cravatta nel comunismo reale del ’68 (fuffa idiotica, quindi), sta cercando di snellire lo stato e ridurre l’impatto devastante che 50 anni di welfare assurdo ed esagerato hanno avuto sulla sostenibilità tecnica di una nazione.
In Francia la tassazione è altina, meno che in Italia ma comunque importante, la presenza dello stato pure, ma almeno la qualità dei servizi e l’efficienza resistono.
Nonostante questo, con la scusa di una tassazione peraltro sensata sui carburanti fossili, si chiede più libertà dallo stato mentre contemporaneamente si chiede assistenzialismo a go go addirittura in aumento.
Sento echi di grillismo evidenti.
Ossia lo Stato è cattivo, noi non abbiamo obblighi di nessun tipo, il passato è solo ed integralmente marcio (sciocchezza qualunquistica che non merita nessun commento) ma, udite udite, il vitalizio lo pretendo e mi dovete tenere tutto in essere, pensioni, sanità al 100%, tutto, anzi, aumentato.
Al netto di certo movimentismo francese che è un dato storico, è il primato delle gambe e dell’urlo sul cervello.
Nel frattempo però aggredisco poliziotti, media, vetrine.
Dimenticandoci del 90% della società francese che, magari, non gradisce e non rientra nella comoda contrapposizione tattica popolo-élites che è funzionale ai demagoghi di nuova generazione, tutto chiacchiere e Facebook.
Tipo quelli italioti, quotati al 17%, che, dopo un ribaltone tattico e una unione velenosa con chi insultavano fino ad un minuto prima, straparlano di voce del popolo.
Tassando, tra le varie scempiaggini criminali, il terzo settore e le rimesse finanziarie degli stranieri, non investendo che pochi spiccioli nella crescita e dando mance elettorali a piovere col resto.
Raccontando, nel frattempo, il contrario.
Pura ideologia.
I media italiani che come unico difetto hanno una certa facile acquiescenza a QUALSIASI potere già sono in brodo di giuggiole per la voce del popolo ritrovata, riecheggiano stantii e sinistri nazionalismi che pensavamo allegramente perduti, cadono nel facile giochino e parlano male di qualsiasi potere che additano come “elitario”, sono già entrati nella falsa narrativa riscontrata già nella rivoluzione di fine anni sessanta che, perlomeno, come unico esito positivo ebbe una radicale e sostanziale entrata nel mondo moderno dei diritti di libertà personali maggiori all’interno di uno scenario (lì realmente ingessato) di poteri forti politici e religiosi, come sempre uniti allo stesso banchetto.
Di fronte quindi ad un governo mentitore, scellerato, spregiudicatamente virtuale ed elettoralistico, totalmente lontano dalle issues reali del paese reale e dei suoi problemi enormi, economici, culturali, di coesione internazionale, abbiamo già lo stuolo di lacchè bello pronto.
Altro che potere al popolo e media cattivi.
Non so dove porterà questa deriva di demenzialità ideologica e retrograda.
So che ha già fatto parecchi danni a tutti i livelli in tutto l’Occidente e i danni maggiori, come sempre, sono quelli immateriali, quelli che attengono alla cultura di riferimento, ai luoghi comuni che si stampano nella mente delle persone di debole tenuta.
Alla vigilia delle Europee che, contrariamente alla vulgata comune, potrebbero essere meno rivoluzionarie del previsto, dati alla mano e con un pò di fortuna che soffia alle spalle di un continente già martoriato da storie che non ha capito, il bivio è chiaro.
Da una parte l’evoluzione delle democrazie liberali nel mondo globalizzato e quindi, per stare a noi, un’Europa riformata, aperta, che guarda avanti.
Dall’altra parte, semplicemente, l’ultima retromarcia verso la fine.

Il problema

Incautamente ho deciso di guardare l’ultimo film di Muccino “A casa tutti bene”.
Uno vorrebbe rimanere in pace con tutti, soprattutto a Natale, ma questo film fa davvero prudere le mani oltre ogni ragionevole aspettativa.
Il cinema italiano autoctono, oltre alle sue evidenti voragini tecniche (recitazione, regia, dizione, sceneggiatura) fa capire perché i migliori se ne siano sempre, costantemente “andati all’estero” per combinare qualcosa di buono.
Secondo uno schema presente in molti settori della nostra società.
I casi di Tornatore, Guadagnino e Sorrentino sono lì a dimostrarlo.
Ma il problema italiano di fondo è anche la cultura che c’è dietro, o meglio, la subcultura di massa ormai accettata da decenni e che, lungi dall’essere sublimata dai talenti veri, quelli degli anni 60-70-80, Monicelli, Germi, Risi, Tognazzi e via via elencando gente che aveva scuole vere, talenti reali ed un minimo di maestranze adeguate, oggi vive solo grazie ad un gusto medio ormai decisamente devastato da anni di televisione emetica e da un comune sentire mediocre, meschino, culturalmente irrilevante.
Con le dovute eccezioni, come sempre.
Eccezioni alle quali sicuramente non appartiene il nostro Muccino.
Non si è mai capito quale fosse la considerazione, sicuramente eccessiva, che questo regista ha riscosso in Italia e perfino ad Hollywood.
Temo che perfino negli USA più commerciali e melensi, quelli che hanno portato l’italico oltreoceano, si siano accorti del misunderstanding.
Fatto sta che quest’ultimo film, iperpompato, ipercelebrato, furbissimo nelle premesse, con il consueto raduno di famiglia di attori giovani e vecchi amatissimi dal popolo, già incline a deliri da TSO come le recenti elezioni dimostrano ad abundantiam, tocca vette sinceramente inenarrabili che lo portano a veleggiare tra il kitsch e il vero trash lasciando alla fine una sensazione di vuota rabbia che preoccupa.
Con l’eccezione del discreto Accorsi, spesso andato in Francia a vedere come si recita davvero, non troverete nel ricchissimo cast nessuno che io trovi simpaticamente adeguato alle richieste di un regista pensante.
Ma se ci mettiamo, oltre alla meravigliosa costante della presa diretta e della sua implacabile conseguenza, ossia una dizione incomprensibile e spesso involontariamente comica, una sceneggiatura prevedibile oltre ogni sospetto, piatta e senza mezza idea su come sviluppare un dramma, siamo all’apoteosi.
Muccino quando deve dare un boost all’azione fa meccanicamente alterare i propri malcapitati “personaggi” senza una parvenza di sviluppo, di preparazione alla scena, senza nulla.
Nei rari momenti di quiete da questo esagitato maelstrom butta lì una cosa che piace molto agli italioti, la cantata di gruppo di pezzi famosi del passato canoro, come a strizzare l’occhiolino alla parte più becera e mediocre dell’uditorio, quella che si emoziona a comando se sente una canzone che assurdamente la emoziona a dispetto della sua pochezza.
Il povero Gianmarco Tognazzi che recita una parte che ricorda vagamente quelle fatte da suo padre in mille migliori film, lo sfigato un pò meschino, pieno di debiti che vuole approfittare della riunione famigliare per chiedere soldi (un topos assoluto), è il personaggio prescelto nel dare il via al delirio musical-canterino a tappe forzate.
Poi esistono le punte di vera demenza.
Questo film parla di isole, di traghetti bloccati dal maltempo, evoca grandi film del passato con impostazioni simili (penso a Polanski ma non solo) ma in pochi secondi si inabissa.
La scena d’amore tra Accorsi ed Elena Cucci, pur nella fatica di una dizione davvero impensabile, tocca vertici involontariamente autoironici realmente devastanti, citando perfino l’isola che non c’è in un dialogo che anche un adolescente di oggi, ossia mediamente un rintronato vagamente cerebroleso, troverebbe imbarazzante.
Stendo un velo pietoso sulle “attrici” femminili, un campionario di isterie supportate da un talento davvero evanescente.
Ma perfino attori che qualche volta sono riusciti ad uscire vivi da filmetti improbabili, spesso commediole, quelle cose che gli italiani amano sempre oltre ogni limite di buon senso e senza alternative oltretutto al mainstream, penso a Favino ad esempio, si arrampicano sugli specchi scivolosi di questo “bomb” colossale con l’aria di chi è smarrito e vuole scappare al più presto dal naufragio.
Se c’è un film epitome della desolante pochezza di gran parte del cinema italiano e del mood medio della società italiana è proprio questo.
Con tutti i topoi, le nevrosi, le frasette fatte e i luoghi comuni, tra baci perugina e “fatti una risata”, leitmotiv ricorrente di questo Titanic.
D’ora in poi quando vorrò ricordare ai molti smemorati perché raramente guardo film italiani e preferisco veleggiare tra Francia, Inghilterra e qualche rimasto gioiello di altrove, imporrò la visione di questa perla.
Che si conclude con una scena così fintamente “artistica” che fa perfino tenerezza nel suo tentativo di elevare il non elevabile, rivelando l’estetica superficialmente banale, da sciampista, che è il vero basso continuo di questi ultimi trent’anni.
Buona visione, davvero.

A song for Europe

Nei giorni della conclusione formale della Brexit, ossia la messa in atto del costoso e complicatissimo suicidio del glorioso Regno Unito (prossimamente disunito), mentre i responsabili di questo scempio, popolino incluso, fuggono come ladri nella notte che echeggia ancora delle loro menzogne, gira ancora il venticello infido della calunnia su tutto lo sventurato continente.
Gli equivoci su questa magnifica idea, visionaria e nello stesso tempo molto concreta, sono innumerevoli in quest’epoca di confusione planetaria.
Prima di cadere definitivamente nel mondo di Idiocracy (film che si rivela sempre più profetico) è bene mettere qualche punto, operazione ormai sempre più necessaria nel populistico chiasso dei dementi.
Equivoco n. 1 : l’Europa ci toglie sovranità.
L’Europa è nata per togliere parti crescenti di sovranità a stati nazionali che si intendono in via di superamento, altrimenti si faceva prima a restare nel mondo del 1946.
Equivoco n. 2 : l’Europa liberista ha il culto dell’austerità.
Qui bisogna mantenere la pazienza, pratica spesso difficile quando si parla con aspiranti ideologi incompetenti.
A parte l’evidente contraddizione in termini, l’Europa non è né liberista né austera.
Se uno andasse davvero a leggere fatti e documenti (qui, imho, siamo davvero in pochi a potere alzare la mano), capirebbe che il mondo è ancora molto (troppo) non liberista e che a dispetto dei mercati e della naturale globalizzazione di merci, denari, persone, i singoli stati spesso e volentieri si mettono di mezzo ma non per regolamentare la finanza cattiva (la vulgata del volgo) bensì per lucrare il più possibile fiscalmente a dispetto di ogni buonsenso amministrativo.
L’Italia, inutile a dirsi, è in prima fila nello statalismo burocratico senza un domani.
E oggi, a dispetto di ogni regola di banale buonsenso amministrativo, vorrebbe tornare allo spending pro domo sua, supportato in maniera grottesca da un keynesismo capito male, da cialtroni, clientelare e assistenziale, senza entrare nel merito mai delle vere issues di svolta e di entrata nella modernità : produttività, drastico taglio della spesa pubblica, revisione profonda del sistema pensionistico (in senso OPPOSTO all’annullamento della Fornero).
In sostanza la quisquilia di uno stato leggero, sostenibile, fiscalmente e civilmente in fase di arretramento (lo stato non DEVE occuparsi di tutto), tantomeno dedito ad avventure imprenditoriali che in Italia hanno sempre dimostrato la loro natura predatoria e clientelare, oltre che demenziale sul piano del business.
Vasto programma.
Dai tempi della spending review di Cottarelli in avanti nessuno in Italia ha mai davvero voluto toccare i fili giusti.
Troppi interessi clientelari, politici, elettorali.
E, in fondo, e a dispetto delle idee fantasiose del popolo, con una Europa troppo poco forte e troppo poco invasiva, chiusa come ancora è in veti reciproci e nazionalismi continui.
Figuriamoci poi con un governo che vive solo per motivi elettorali (anche europei, purtroppo) e che mente sistematicamente dominato come è, anche in tragica buona fede, da un pensiero magico che è la traduzione moderna e aggiornata al web del rifiuto dell’Italia profonda di entrare nel futuro.
L’austerità dicevamo.
Oggi viene chiamata austerità la gestione oculata e attenta in fase economica recessiva.
In realtà, a fianco di questa, e anche ben prima del QE di Draghi, l’Europa ha giocato questa partita in maniera mista e con in testa ben presente la liquidità del sistema e l’importanza degli investimenti, soprattutto in Research and Development.
Il punto è che per questo e per molte altre cose (vedi, in primis, politica estera) i singoli stati hanno ancora potere di vita e di morte e quindi l’immobilismo dell’Italia, mentale, culturale, economico ha prevalso su ogni altro aspetto.
I cialtroni oggi dilaganti si guardano bene dal dirvi il tasso di crescita dell’Eurozona degli ultimi vent’anni.
Si noterà che l’Europa cresce, sostanzialmente, e l’Italia no.
Indovinate il perché.
Si guardano inoltre dal suggerirvi uno scenario ipotetico di una Italia fuori dall’Eurozona a seguito della crisi mondiale post Lehman.
Senza lo scudo di una stabilità politico-economica indiscussa e di tassi fissi bassi mi sarebbe piaciuto vedere la fine dello stivaletto, con i suoi debiti e la sua inflazione a doppia cifra modello anni ’70.
Capovolgendo la realtà si preferisce parlare di unioni monetarie e moneta criminale.
La ricerca dei capri espiatori degli ometti in malafede continua copiosa e il popolino ama sentirsi sussurrare canzoni rassicuranti e autoassolutorie.
In questo piccolo nuovo mondo antico, le antiche parrocchiette, marxismo e cristianesimo, al dunque hanno rialzato la testa e si sono saldate contro la modernità laica, scientifica, liberale, che supera gli steccati naturalmente, soprattutto quelli dell’irrazionalismo, del razzismo e del nazionalismo.
Oggi sentire parlare i vari nanetti nostrani e non solo fa impressione.
Una specie di populismo marxiano (che sembra l’unica “sinistra” possibile in questi tempi cupi) per ora complice, in un ipotetico domani ancora contrapposto fintamente al populismo irrazionale ed interessato di chi cerca pecorelle e che si organizza bene nelle forme da setta, con relativo culto del guru, che si vede in molti movimenti europei attuali, con relativi dogmatismi assurdi e antistorici e sgomento dei normali pensanti dotati di spirito critico vero di fronte all’ingenuità davvero bambinesca e alla scarsa tenuta intellettuale e morale di molti seguaci sognanti.
E il relativo, antico sospetto per scienza, medicina, per qualsiasi seria ricerca su verità parziali dimostrabili che metta in dubbio e ridicolizzi le fantasiose affermazioni assolutistiche e totalizzanti mai dimostrate e mai dimostrabili in qualsiasi chiave.
Tra le tante sbornie e i tanti passi falsi della storia, questa del populismo aggressivo e retrogrado sembra una delle peggiori.
Se sarà servita a mettere a punto i difetti e i limiti delle costruzioni complesse come l’Europa e le ingiustizie economiche strutturali che in gran parte nella globalizzazione de facto si risolvono solo proprio con le costruzioni multinazionali complesse (altro paradosso non colto), allora questo periodo disperante non sarà passato invano.
Altrimenti le larghe praterie dell’avventura si apriranno sotto i nostri piedi e, per ultimo paradosso, si potranno realizzare proprio i disastri bellici e sociali che mille cassandre populiste attribuivano al “sistema” e che solo loro, scardinandolo, renderanno davvero possibile.
Questo vociare idiotico e rabbioso di incompetenti che, con l’arma del web usata male, invece di informarsi per davvero trovano affannosamente nel mare magno delle informazioni l’onda che serve, quella ideologica e complottista al punto giusto, per cavalcare qualsiasi avventura, finirà prevedibilmente male, portandosi dietro l’antidemocrazia, le guerre e addirittura le lotte di classe del passato.
Quella follia che vorrebbe superare la Nato, il patto atlantico che è stata la chiave del benessere e della pax post 1945 per avventure verso la Russia e altre pseudodemocrazie che hanno un palese esplicito interesse antieuropeo e che dettano ormai la moda dell’aggressività contro i media e contro la libera informazione.
Io, a costo di passare per romantico, credo ancora nella democrazia liberale, nel superamento del nazionalismo aggressivo e retrogrado, nel superamento del culto del suolo proprietario e delle religioni che in queste marce indietro sguazzano sempre felici (amano così tanto il bambinismo dei seguaci e l’ignoranza da averle teorizzate usando orgoglio e superbia a sproposito per fini manipolatori…il vecchio trucco del senso di colpa e della paura) e credo non nella società perfetta, destinata ad essere una utopia, ma in una società migliore di quelle del passato, che si liberi finalmente di pregiudizi e di chiavi di lettura della realtà che stanno rivelando in pieno il loro virus culturale di fondo.
E lo dico da un paesello che è sempre stato l’avamposto del passato per quel suo arroccarsi automatico sul vecchio, sull’antiriforma, sullo statalismo.
L’Italia non è “passata al populismo”, è sempre stata populista e oggi non casualmente sembra avere il ruolo storico, almeno in Europa, di guidare questa rivolta folle, feroce e irrazionale contro il progressismo liberale e una ipotesi di futuro che risolva per davvero le contraddizioni che hanno reso il Novecento un secolo terrificante e che oggi, nel nuovo mondo e con le nuove armi, porterebbe inesorabilmente all’abisso sia economico che sociale che geopolitico.
Intanto, nel breve, come stanno già capendo gli amici inglesi, reintroduzione di dazi, barriere e smantellamento di supply chains internazionali, con tanti saluti alla cooperazione e a migliaia di posti di lavoro, visto che la realtà, ovviamente, non fa sconti e la realtà tecnologica oggi è sovranazionale. Punto.
Bryan Ferry declama, nella splendida canzone dei Roxy Music che fa da titolo di questo post e che rimanda ad altro tipo di tensioni:

Now, only sorrow
No tomorrow
There’s no today for us
Nothing is there
For us to share
But yesterday

Speriamo che il destino, al crocevia definitivo, risulti essere più grazioso.

The Game

Se amate il Baricco romanziere e lo ritenete un grande, è molto probabile che il vostro range di lettura e la qualità delle stesse non siano elevatissimi.
Gente che preferisce il prosecchino allo champagne, il lambrusco al borgogna per intenderci e chiede le “bollicine” (orrore autentico) o il vino mosso al ristorante.
Il Baricco saggista e affabulatore-divulgatore è invece necessario a tutti.
E questo suo ultimo libro, “The Game” non fa eccezione alla regola.
Un libro imprescindibile, che andrebbe messo come testo nelle scuole, soprattutto italiane, così in ritardo sulla comprensione del mondo digitale che ci circonda e sulla modernità in genere.
Non che dica cose rivoluzionare o fornisca dati e aneddoti che noi early adopters dell’informatica, sia in senso intellettuale che operativo, non avessimo già incontrato, e magari meglio, in migliaia di libri, riviste, siti, soprattutto di stampo anglosassone.
Quello che fa la differenza è lo sguardo di Baricco, le sue intuizioni, il modo in cui le dice, da entusiasta che scopre per davvero un mondo nuovo.
Una specie di novello Steve Jobs, per certi versi, che a forza di togliere, rendere essenziale ogni gesto, focalizzare, trova il prodotto perfetto che poggia su mille tecnologie e gesti fatti prima da altri.
Una specie di omaggio indiretto al modus operandi di un uomo inesorabilmente molto citato in questo saggio.
In queste operazioni Baricco si riconferma un grande, geniale assemblatore, con alcune intuizioni filosofiche formidabili.
E con una idea di fondo, quella dell’esploratore archeologico alla ricerca di fossili che rivelino la nuova civiltà scoperta, che è un booster splendido per un libro come questo.
Partendo anche da un rovesciamento di prospettiva fecondo : non chiediamoci cosa ci rivela delle persone il loro comportamento nuovo, “barbaro” (il libro è un sequel del saggio precedente, dell’ormai lontanissimo 2006, “I barbari – saggio sulla mutazione”), ma au contraire che tipo di uomo ha creato questo mondo, quell’uomo che voleva proprio questo, ha sempre voluto questo tipo di mondo.
Non voglio svelarvi molte delle intuizioni di questo libro, ma posso dirvi che le pagine sulla provenienza culturale di questa insurrezione-rivoluzione, quella californiana libertaria degli anni ‘60, le pagine sui fossili ricorrenti, la ricerca del tutto, il perseguimento del movimento e della verità veloce, l’arte e gli oltremondi del passato, le pagine sulla post verità e sulla fuga dal Novecento vi appariranno tutte davvero definitive nella loro visionarietà pop.
D’altronde tutti viviamo nel Game da anni e sperimentiamo il doppio cuore che anima la nostra giornata, la nostra vita stessa, dentro e fuori senza più soluzione di continuità, e quindi, parbleu, sarà anche utile arredare il tunnel e comprenderlo meglio.
C’è anche qualche accenno ai primi problemi del game nella sua prima maturità, la questioncella delle élites e della politica, del riflusso verso un confine, qualsiasi confine, in funzione anti ansiogena, ma senza grossi approfondimenti e con una sostanziale acquiescenza al concetto di storytelling vincente che è uno sdoganamento della post-verità perfino eccessivo anche per un postmoderno integratissimo come Baricco.
Immagino che il futuro, promesso terzo libro sull’evoluzione della rivolta digitale, toccherà non solo l’era imminente della A.I. ma anche come è stata messa a posto la macchina per evitare le derive negative che ora tutti vedono con fin troppo facile chiarezza.
Libro da regalare agli under 30 per scalfirne l’apparente lobotomica superficialità e farli riflettere su sè stessi e sul mondo che letteralmente ci circonda e ci pervade.
Sicuramente punto di riferimento da qui in avanti per ogni discussione nel merito della rivoluzione digitale e, prevedo, libro molto citato negli anni a venire.
Libro divorato e divorabile in poche ore, qualità non banale nell’epoca velocissima del multitasking e del game.

La brace

Sinceramente non avevo soverchie voglie di occuparmi di nuovo delle miserie di questo che, ancora temporaneamente, è il paese in cui abito.
Da tempo penso che sia ozioso occuparsene se non per fare, come farò in questo post, l’ennesimo cahiers de doléances a futura memoria.
Una specie di raffinato “not in my name” insomma.
Il problema di questo orrendo governo è la totale non credibilità sia umana che tecnica che morale.
Nasce, intanto, da una menzogna e da una trama alternativa.
Penso che sia tragicamente divertente ripercorrere mesi e mesi di dichiarazione dei due contraenti che giuravano su quanto di più sacro che non si sarebbero mai alleati.
L’unica differenza con il passato, ed è rilevante nel mondo demente del “E allora il PD?”, che riecheggia antiche follie pseudologiche dei supporter berlusconiani, è che questo governo è probabilmente il più popolare da decenni.
Non a caso, direi.
Quindi secondo la logica da branco del tifoso medio ideologizzato, ossia l’italiota medio, va tutto bene sempre e solo da una parte e il regno dei due pesi e due misure, già icasticamente sciorinato con consueta disinvoltura dagli sciagurati 5 stelle, è perfettamente comprensibile nell’assenza totale di una opinione pubblica critica.
Il più popolare, dicevo, perché rappresenta la conclusione finale di decenni di veleno berlusconiano innestato nel corpaccione già poco smart del popolo italiano, ammalato, come sempre di provincialismo e controriforma automatica.
Decenni di miserie evidenti, di declino economico, culturale, morale, perfino estetico non potevano rassegnarsi ad un mondo che, con tutti i suoi limiti, viaggia su parametri diversi, ha una migliore predisposizione alla complessità e al realismo, ha ancora in un certo qual modo una affezione per il progresso liberale e per l’economia reale, non quella fantastica da talk show disinformato.
Ecco quindi, con la consueta capriola gattopardesca e potenziato dalla salsa avvelenata dei socials, il capovolgimento sistematico della realtà, della scienza, perfino del buonsenso e di tutto ciò che, oltre Ventimiglia, può dare fastidio a questa visione antistorica, autarchica, miope e furba.
Il rifiuto della realtà e l’uso criminale della propaganda più bieca a mezzo web sono popolari oggi in fasce del mondo occidentale ma ovviamente qui trova particolare successo, nella più bella tradizione italica, quella di centro di irradiamento dell’iperreale squallido occidentale.
Come più volte detto l’Italia non è affatto, nella sostanza, un paese esterofilo e autorazzista, come dicono certi commentatori superficiali.
Sotto la superficie vige un rigidissimo codice di comportamento, squisitamente italico e inconfondibile agli occhi degli stranieri, di sostanziale resistenza al nuovo, al futuro e al progresso, soprattutto nel campo dell’educazione, dei diritti civili, della cultura, condito con un nazionalismo fascistoide strisciante, sempre ben presente, che prosperando sul provincialismo fetido e ineliminabile dell’italiano medio, racconta l’eternità del proprio modo di vivere come superiore, nei fatti, a quello stupido, poco furbo, meritocratico di altri paesi dell’Europa.
Si capisce bene questa tabe parlando con l’italiano medio di cibo, bellezze artistiche, calcio, questioni sociali e culturali : il becero conservatorismo è insuperabile, unito alla pericolosa e fallace convinzione di essere i migliori a dispetto di ogni evidenza.
Se si condisce il tutto con il familismo amorale, marchio di fabbrica dell’Italia, e la resistenza tuttora forte di antiche credenze, ecco spiegate le doppie morali, la corruzione endemica, l’incapacità di fare e capire il futuro.
Conte va ad officiare la messa catodica da Vespa, eterno rito italiano, sguainando la medaglietta di Padre Pio, Salvini agita il rosario in piazza, Di Maio bacia l’ampolla del sangue di San Gennaro che incredibilmente, nel 2018, rinnova il suo prevedibile miracolo schedulizzato.
In tv, in molte trasmissioni, la parte dell’oroscopo ha spazi e tempi impensabili in qualsiasi tv europea.
Come diceva Veronesi, il paese delle madonnine piangenti non ama la scienza e la medicina.
Su queste basi di ignoranza e refrattarietà alla modernità endemiche prospera il furbo opportunismo di questi manipolatori di consenso che puntano sulla credulonità di quella parte maggioritaria di Italia che ama l’uomo forte per evidente mancanza di peso specifico personale (l’eterno fascismo dei “little angry men”), che in era web si fa travolgere ovviamente dall’indistinguibilità delle fonti e delle verità, vista la traballante tenuta culturale.
La saldatura tra il conservatorismo anche anagrafico di un popolo vecchio e invecchiato male e la superficialità letale, orizzontale, degli ipnotizzati da smartphone ha partorito questo mostro che rischia di fare ben più danni di un Trump, un tumore anestetizzato da una struttura esterna più rigorosa e funzionante, o perfino della Brexit, che pure già costa 500 milioni di sterline al giorno al tafazziano Regno Unito degli esclusi e che forse, sulla base dell’evidenza dello sfacelo, potrebbe perfino avere un secondo tempo.
Lo statalismo endemico, altro che liberismo (parlarne in Italia è comico), la voglia di nazionalismo, di religione di stato, di nazionalizzazione, di ritorno ai cari vecchi tinelli, la criminalizzazione delle minoranze, l’odio per il politically correct (ossia per la semplice educazione) sono ormai a livelli di guardia e sono stati sdoganati, in un’orgia ribalda e feroce che sta rivelando con precisione cronometrica il vero volto, nero, dell’Italia.
Un mondo dove c’è sempre un buon motivo per accusare qualcun’altro delle proprie difficoltà e miserie, la sinistra, i comunisti (davvero? Nel 2018?), i migranti, l’Europa cattiva e arcigna.
Chiunque è buono per evitare di guardarsi allo specchio e scoprire di essere terzo mondo su tutte le issues in Europa.
A livello economico la ricetta è truccare i conti, non toccare ovviamente la spesa pubblica ma fare altro deficit spending, evitare ogni vera riforma o investimento a medio e lungo periodo, non dire mai la verità (guardate i dati su flat tax, reddito di cittadinanza : lo iato monumentale tra le promesse e la realtà), criminalizzare i mercati, operazione semplicemente ridicola, fare i bulli con l’esterno, Europa in primis, tipico atteggiamento di chi non vuole costruire nulla ma solo isolarsi e farsi compatire, a turno, da tutti.
A livello comunicazione vige la regola ferrea della menzogna propagata a mezzo algoritmo, della narrazione al popolo di ciò che vuole sentirsi dire, della creazione continua e artificiosa di miti, nemici, capri espiatori su cui scaricare la rabbia.
“Abbiamo sconfitto la povertà!”, “Me ne frego!”, “Impeachment!” e via delirando e insultando l’intelligenza dei pochi pensanti rimasti.
A livello di crescita civile della società, in perfetta controtendenza con quasi tutto il resto del mondo civile, questioni ampiamente superate ovunque qui vengono ridiscusse e si profila un mondo autarchico, antico, da “Dio-Patria-Famiglia” da anni ’50.
Un mondo neofascista in senso tecnico.
Che fa largo uso della propaganda ai tempi dei socials (Zuckerberg e soci non rientrano nei bersagli della critica ai poteri forti, non a caso) e che nello stesso tempo bollando come fake news quel poco di opinione pubblica qualificata rimasta, che si esprime comunque gran parte ancora in giornali, media, blog seri, fa appello alla revanche, all’inferiority complex, alla impreparazione, all’opinione da bar così efficacemente descritta da Eco e che mette tutto sullo stesso piano, sia la complessità sia le sparate su vaccini, Europa, migranti et similia.
Questa è una delle cose più pericolose del nuovo fascismo occidentale al tempo del web ma in Italia ha proporzioni ormai allarmanti, epocali.
Che salda i vecchi, rinforzati nei loro pregiudizi solo temporaneamente arginati dall’odiato politically correct (che era solo il timido tentativo di educare genti incolte, così come si era fatto dopo la schiavitù e l’apartheid), e i giovani che nel loro vuoto culturale si bevono il web in maniera acritica andando ad allungare la lunga schiera di tifosi schiamazzanti senza volto che è precisamente quello che vogliono i neo potenti, agit-prop interessati della voce del popolo, spesso al di là delle effettive valutazioni numeriche.
È la formula più subdola di potere, quella che non ammette repliche perché il popolo lo vuole.
Era difficile, bisogna ammetterlo, prevedere una deriva peggiore del ventennio precedente ma è a tutti noto, se non completamente anestetizzati dal paesello di nascita, che l’Italia in genere tende a deludere i fiduciosi e, se può, torna indietro.
Nel frattempo e nel dubbio urge soffermarsi sulla scelta del bagaglio.

The Last Romantic

In una scena del moderatamente delizioso “The Longest Week” di Peter Glanz che guardavo solo pochi giorni fa, il protagonista, Conrad Valmont (serve altro?), mantenuto erede dei Valmont di New York (ramo alberghi), riesce, dopo mille peripezie amorose e pigrizie tipicamente tardo capitalistiche a pubblicare il secondo libro che faticosamente aveva partorito.
Titolo : the Last Romantic.
In copertina, significativamente, Napoleone.
Dopo la morte del grandissimo Neil Simon ripenso con sempre più insistenza a ciò che si è perduto, uno dei topoi classici del romanticismo, anche quello manierista post alleniano e newyorkese.
Così come non esiste praticamente più il pop inglese raffinato e così come è praticamente sparito il 90% della musica di qualità vera, in scena e in letteratura sembra quasi sparito anche il divertissement dialogico brillante della commedia sofisticata.
Di derivazione inglese, sia letteraria che scenica, è diventata da Lubitsch, Wilder in poi e fino a Neil Simon, Allen e altri una delle vette della creatività urbano americana.
Oggi è ridotta in riserve minuscole, in certo cinema inglese, in molto benedetto cinema francese : travolta dalla dilagante volgare mediocrità artistica e dalla esilità intellettuale delle nuove generazioni, resta un “guilty pleasure” per vecchi guardoni, se si può usare questo termine per i frequentatori del teatro e del cinema, quei pochi rimasti, e sembra sorprendente anche quando la si ritrova in operazioni recenti super epigonali come questa di Glanz.
Con un Jason Bateman, tra l’altro, che rivela sua la vera natura di potenziale attore feticcio all’interno di siffatte imprese, mentre è costantemente costretto a sbarcare il lunario in commediole inutili come “Game night” e mille altre operazioni “alimentari”.
E con un Tony Roberts, attore feticcio alleniano, nella parte dello psicanalista (bien sûr) a chiudere il cerchio con vecchi, leggendari testi come “Provaci ancora Sam”.
Con la morte di Neil Simon se ne va l’ennesimo caposaldo intellettuale e sentimentale della nostra generazione e non solo, dopo anni di molte, dolorose dipartite che hanno il sigillo della svolta epocale senza ritorno.
Quando producevo, con molti amici, spettacoli teatrali, spesso e volentieri fermavamo le nostre ricerche dalle parti del genio di NYC.
Abbiamo portato in scena, tra le altre, “La strana coppia”, “Rumors” e abbiamo pensato di portare in scena gran parte della sua produzione, così perfetta per l’uso, così magicamente combinatoria e scintillante, una macchina da guerra verbale che, come diceva un mio sodale, si recita quasi da sola.
Ci resterà l’eco di quelle meravigliose divagazioni e nuances sull’amore e sull’arte, quei giochi verbali mozartiani, quei personaggi così “antichi” eppure così moderni nelle loro nevrosi inesorabili.
E chissà se mai qualcuno, oltre a Glanz e pochi altri, vorrà raccogliere e diffondere quella splendida, elegante leggerezza, figlia di una cultura profonda, che in questo mondo sempre più simile ad un brutto film distopico popolato da biliosi e superficiali imbecilli, sembra ormai materia per fantascienza.

New York is not Mecca. It just smells like it.

Money brings some happiness. But after a certain point, it just brings more money.

If you can go through life without experiencing pain you probably haven’t been born yet.

Neil Simon

Once in a lifetime

Ho un grande rammarico nel giorno del mio compleanno (a proposito : 29, ma con una vita talmente intensa che sembrano 57).
Essermi fatto scappare il concerto (concerto?) di David Byrne agli Arcimboldi a Luglio.
Nell’arte è così, per quanto tu possa essere informato, e io sono in overload costante, qualche volta va bene, qualche volta va male.
Ad esempio che dire della possibilità di vedere Damian Lewis dal vivo a Londra fare una pièce come “The goat”, semplicemente passeggiando per Haymarket e vedendo una locandina?
Agli Arcimboldi, teatro che è l’antitesi esatta di come va fatto un teatro (prendere nota dai “verticali” teatri del West End), ho già toccato con mano leggende come Burt Bacharach o Mick Hucknall (accompagnato dal suo simpatico complessino, Simply Red).
David Byrne, classica testa pensante dell’aristocrazia musicale mondiale, americano atipico, lo vidi già come frontman dei devastanti Talking Heads (l’equivalente di Warhol e Pollock in musica) in un lontano concerto nel famigerato laghetto di Redecesio, già debitamente celebrato da Frank Zappa in un memorabile album a base di zanzare, confusione, lacrimogeni e grandissima musica, come solo Frank, l’altro grande americano modernista, sapeva imbastire, dentro e fuori dai palchi.
David lo conosciamo tutti, musica per menti come quella dei Talking Heads, album imprenscindibili come quasi tutti fino al sensazionale, futuristico “Remain in Light”, collaborazioni con altri geniacci d’oltreoceano come Brian Eno (“My Life in the Bush of Ghosts” ancora adesso dà i brividi, un pertugio sonoro dal quale si vede ancora futuro), libri significativi e illuminanti come “Bicycle diaries” (un’altra costante, l’ossessione per il biciclo) e “How music works”.
In rete si possono vedere frammenti di questa ennesima, geniale idea del nostro.
Che volendo sfuggire alle logiche ormai stantie e risapute del concerto celebrazione, pur avendo alle spalle un repertorio immenso e immortale, si è buttato sulle amate sponde dell’arte vera, dell’installazione da art show moderno.
Complici le possibilità che oggi l’elettronica e le reti danno in abbondanza, una delle poche cornucopie di una età altrimenti oscura, molto oscura per la cultura, ha creato qualcosa di nuovo, di totalmente nuovo.
Una specie di parata di musicanti, attori, saltimbanchi che si agitano su una tela vuota, in una grigia e assordante monocromia e che interagiscono con mille strumenti.
Una assoluta continua meraviglia che si può solo intuire su YouTube ma che probabilmente era l’esperienza dell’anno.
Tentato di recarmi a Londra per recuperare (ormai un classico : uno spettacolo per avere un pretesto per tornare a casa), vi lascio con le parole di un pezzo immortale, ancora adesso una delle polaroids perfette dello straniamento dell’uomo moderno.
Happy birthday to me.

And you may find yourself
Living in a shotgun shack
And you may find yourself
In another part of the world
And you may find yourself
Behind the wheel of a large automobile
And you may find yourself in a beautiful house
With a beautiful wife
And you may ask yourself, well
How did I get here?
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
And you may ask yourself
How do I work this?
And you may ask yourself
Where is that large automobile?
And you may tell yourself
This is not my beautiful house!
And you may tell yourself
This is not my beautiful wife!
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Water dissolving and water removing
There is water at the bottom of the ocean
Under the water, carry the water
Remove the water at the bottom of the ocean!
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again in the silent water
Under the rocks, and stones there is water underground
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
And you may ask yourself
What is that beautiful house?
And you may ask yourself
Where does that highway go to?
And you may ask yourself
Am I right? Am I wrong?
And you may say yourself, “My God! What have I done?”
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again in to the silent water
Under the rocks and stones, there is water underground
Letting the days go by, let the water hold me down
Letting the days go by, water flowing underground
Into the blue again after the money’s gone
Once in a lifetime, water flowing underground
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Look where my hand was
Time isn’t holding up
Time isn’t after us
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Same as it ever was
Letting the days go by (same as it ever was)
Letting the days go by (same as it ever was)
Once in a lifetime
Letting the days go by
Letting the days go by

Lilliput

A Lilliput, come è noto, la caverna è buia, male aerata, si guardano le ombre sul muro e si ha paura del sole e del vuoto là fuori.
Questo incide anche a livello fisico sugli abitanti della caverna : poca memoria, difficoltà cognitive, capogiri, aggressività latente che spesso esplode incontrollata.
Come spesso capita la storia si ripresenta, come un rigurgito acido, e ripresentandosi presenta il conto in forma diversa e farsesca.
Se non fossimo tutti coinvolti, a bordo di questa barca di ebbri, ci sarebbe quasi da sorridere delle follie nazionalpopolari in cui spesso questo sciagurato “popolo” indulge con troppa animosità mal congegnata, con troppa celebrata “vitalità”.
Nella caverna suonano arie di opera da sempre e il melodramma regna incontrastato.
In fondo è una delle poche vere eccellenze nazionali, quasi quanto portare gli spaghetti alle portaerei americane impegnate in azioni belliche.
Tutte cose molto impopolari oggi che qualcuno delira di uscire dalla Nato.
Siamo passati dalla fragorosa richiesta di impeachment a mezzo piazza al “troviamoci e ne riparliamo”.
Queste lunghe settimane di delirio a Lilliput hanno perlomeno permesso alla parte riflessiva ed intelligente della popolazione, quella che legge un testo e lo capisce e magari, orrore, elabora concetti complessi, stimabile con ottimismo a non più del 15%, come molte statistiche raccontano, hanno permesso, dicevamo, di aggiustare il tiro sulla reale portata personale, etica, politica ed economica dei protagonisti di questo ennesimo scavo verso il basso di un popolo di talpe.
More solito il panorama è desolante e conferma in pieno un paio di assunti apparentemente in contraddizione.
Il primo è che un popolo ha i governanti che merita.
Il secondo è che la politica, soprattutto in Italia, attrae la parte peggiore della sedicente classe dirigente, rappresentando in pieno la kakistocrazia multilivello che è da sempre la gestione della cosa pubblica e privata della caverna.
In un mondo che va verso la falsa dicotomia popolo-èlite, inganno meraviglioso per aggirare tutte le issues scomode, quelle di autovalutazione, quelle che affrontano la complessità dei problemi, quelle che non cercano soluzioncelle dementi e superficiali a fatti difficili, quelle che non cercano subito affannosamente il capro espiatorio di turno, in questo mondo liquido e bimbominkiale, Lilliput si è trovata immediatamente a suo agio.
Ed è diventata la versione postberlusconiana dell’eterno paesello, cullato nel benessere ma incapace di mantenerlo, viziato, narcisista, drogato dal click facile ma sostanzialmente superficiale esattamente come succedeva nel mondo dei suoi progenitori.
Dopo vent’anni di ribalderia conclamata e in fondo mitigata dai miserabili affari privati di chiunque, siamo passati alla facile agitazione delle masse, tuttora incolte, cosa che mi sorprende come una strana piega della storia, sulla base di una cialtroneria, soprattutto economica, impressionante per aggressività e demenza.
La politica ha ormai perso anche la facciata di cercare soluzioni vere e quindi tutto viene detto e contraddetto ormai ad horas, complice l’overload informativo, in una ricerca del consenso fine a sé stessa e neanche più celata.
Governare viene visto come un accidente, come un pericoloso ostacolo alle proprie smanie narcisistiche, il vero specchio di un tempo dove tutti vogliono sentirsi e fare i protagonisti ma ben pochi, ahimè, hanno le carte in regola soprattutto mentali per non apparire patetici ad un osservatore pensante.
Ma nella caverna ci si esalta per molto meno e le tecniche si sono ormai raffinate fino a livelli che ricordano, anche nelle formule, i deliri delle sette, delle religioni 4.0, dove agitare la bandierina e sentirsi parte di un popolo è tutto, dove il tifo prevale sempre sulla ragione, dove avere dubbi è considerato un errore, esprimere critiche razionali è considerato sgradevole e, in fondo, il negazionismo e il populismo complottista non sono accidenti ma bensì l’essenza stessa della nevrosi tanto più ideologica quanto più si vende per post ideologica.
Tutto questo porta a non vedere la semplice realtà.
Un paese che ha molto più bisogno di Europa e di Euro di quanto desideri ammettere, nella sua sconsolante ignoranza.
Un paese che alle prime difficoltà vere sul piano economico e sociale ha rivelato il suo eterno volto e cerca affannosamente il gioco delle tre carte per evitare le sue responsabilità.
Un paese dove la parola “furbo” e la parola “intellettuale” hanno una accezione rispettivamente positiva e negativa, a differenza di quello che accade nella totalità dei paesi civili occidentali.
Un paese familista, “amicista”, dove la scorciatoia vince sempre sul merito e l’autoassoluzione è uno sport nazionale.
Un paese seduto su una montagna di debiti, frutto di decenni di malpractice e mentalità demenziale statalista e criminale, che messo di fronte alla sua necessità di strutturarsi e ammodernarsi, come sempre, fa il gradasso, cambia le carte, cerca affannosamente la controriforma per non fare mai la riforma.
Le vere priorità, se non ci si facesse distrarre dagli scappati di casa con i loro agitprop, sarebbero : unione politica federale vera, coordinamento investimenti, unione fiscale, educazione e scuole unificate su base europea, eurobond e molto altro.
Come vedete facilmente, tutti punti sui quali l’Italia avrebbe solo da guadagnarci rispetto ai suoi standard attuali.
Invece vai col valzer del vittimismo, delle controverità, dei tedeschi cattivi, dei mercati e del Bilderberg demoniaco, quando basterebbe un contabile al primo anno di economia per sussurrare che pensare di vendere debito pubblico sui mercati per sostenere uno stato che definire pletorico e ridondante è fare un complimento e con un pregresso debitorio di questo calibro richiede, come minimo, una certa credibilità di ritorno investimento.
Invece si straparla di piano B, cosa che disintegrerebbe davvero overnight la ricchezza residua del paese.
Credibilità, la vera moneta, altro che il delirio dello stampare moneta come se non ci fosse un domani.
I due partiti anticasta degli anni 90 e degli anni 2000, sono passati rapidamente dalle urla scomposte allo stagno italiano (creato esclusivamente dall’Italia stessa), alle urla al capro espiatorio esterno, Europa e migranti, in questo grottesco post nazionalismo destroide e tifoideo che ha subito trovato una convenienza nell’allearsi a dispetto di mille strepiti e presunte “purezze” pre-elettorali.
Senza peraltro dimenticarsi che dopo mille strepiti complottisti, queste due sciagure si ritrovano a parlare di governo, esattamente come succede normalmente nell’amata Russia di Putin (nevvero?).
D’altronde questi curiosi e confusi sovranisti sembrano proprio avere un problema di miopia con la Russia, quando paragonano l’URSS di una volta all’UE (cosa che già richiederebbe un TSO immediato), o quando affermano che la Russia odierna è più democratica del resto del mondo occidentale.
L’illusione provinciale del “siamo soli nell’universo” quando anche prima del mondo globalizzato vendere debito pubblico richiedeva, perfino tra i numerosi acquirenti italiani, una certa sicurezza di pagare.
I debiti non contano, la moneta è tutto.
Tutte idiozie già ampiamente ridicolizzate su numerosi palcoscenici qualificati.
E quindi la revanche, l’urlo da inferiority complex : tutti cattivi, tutti alleati contro di noi.
Come in tutte le religioni, come in molti passaggi bui della storia : la razionalità va in standby e prevale la gabbietta mentale.
Esistono già molti piani di miglioramento dell’Europa e dell’Euro che, come tutte le cose umane, sono passibili di upgrade.
Quasi sempre sono avversati proprio dai nazionalisti fuori tempo massimo che per decenni hanno ammorbato l’Unione e che ora, dopo anni di frenate, accusano gli altri di fallimento.
Al tramonto la caverna si riempie di canti ebbri e di luci rossastre.
Numerosi sono gli appellativi marziali ed eccessivamente deferenti che la folla ha urlato, ebbra del proprio rumore.
In fondo il vuoto.
Sventurato il popolo che ha bisogno di tribuni eroi della plebe.
Capitano, mio capitano…
Nel tramonto, mi allontano sorridendo.

Happy end

Da sempre Michael Haneke è uno dei miei registi preferiti.
Mi ha sempre affascinato il suo stile, quello dei grandi maestri, immediatamente riconoscibile.
Rarefatto, algido, sottilmente ironico, con quell’aria, perennemente costante nei suoi film, di sospensione, di osservazione asettica ed entomologica dall’esterno.
Già dal primo, sconvolgente, “Il Settimo continente”, fino a “Caché”, piccolo gioiello paranoico basato proprio sulla mise-en-scène dell’osservazione dall’esterno, malata, maligna, allo splendido “Il nastro bianco” (Palma d’oro a Cannes) fino ai due “Funny Games”, nei quali si mostra lo strano caso, più unico che raro, di remake americano fatto dallo stesso autore che non perde un grammo della sua fredda eleganza nella trasposizione.
“Happy end”, come disse qualcuno, è una specie di “greatest hits” delle tematiche e delle poetiche hanekiane.
L’osservazione spietata del declino della vecchia borghesia occidentale ricorda a tratti il migliore Buñuel con la variante di quel tratto duramente viennese ma elegantemente francese che ricorda al mondo le due patrie di questo straordinario regista.
Decadenza, direi.
L’argomento è questo.
Culturale, fisica, etica.
Un cast da sogno perverso : difficile trovare nello stesso film attori monumentali come Trintignant, la sempre divina Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, un attore che cresce film dopo film, serie dopo serie (“Le bureau des légendes” è già leggenda tra i cinefili), Toby Jones.
Difficile trovare poi attori giovanissimi di surreale bravura come Fantine Harduin, autentico motore del film e rivelazione assoluta.
Meraviglie che capitano alternativamente solo nella terra di Molière o in quella di Shakespeare.
Su di lei e su un immenso Trintignant viaggia la linea base del film e su di loro verte probabilmente la migliore scena dell’intera opera, una scena che sembra quasi capitare per caso, sembra una scena di raccordo e immediatamente diventa la scena dell’agnizione sia in termini di trama che in termini di significato sostanziale.
Si parla dei riti della borghesia, delle sue ipocrisie, delle sue violenze e dei suoi segreti nascosti, il tutto amplificato dall’uso ormai ipnotico dei devices elettronici, delle loro fredde relazioni non empatiche, sui quali regna incontrastata ovviamente la competenza del nativo digitale, ossia la piccola, inquietante Eve interpretata proprio dal fenomeno Harduin.
Struttura circolare con inizio e fine scanditi proprio dalla piccola telecamera di un Iphone.
E perfino la genialata di un rimando interno alla propria filmografia con Trintignant che nella scena madre suddetta accenna di sfuggita al suo personaggio in “Amour”, vedovo assassino per amore e padre di Isabelle Huppert versione carrierista distratta.
Finale ironico, ambiguo, beffardo, folgorante, come nella più bella tradizione hanekiana, a suggello di un titolo quantomai azzeccato e che si fa beffe del cinema tradizionale.
Come diceva il grande re lucertola, altro innamorato della Francia fino al punto di morirci e rimanere eternato per sempre nella frequentatissima lapide del Père-Lachaise…

This is the end
My only friend
The end