Il mostro della decadenza

Ieri sera, in qualità di antico abbonato di Sky, mi sono vista in anteprima gratis e in HD “Money Monster” di Jodie Foster, con George Clooney e Julia Roberts.
Quanto di più hollywoodiano esista…
“Intrattiene” come direbbe un mio caro amico e come se fosse poi questa grande qualità.
Ma…
Il problema della globalizzazione e della consueta decadenza degli antichi poteri è che il mondo, appunto, va avanti e l’antico soft power sembra perdere colpi e li perde in tutti i campi dell’entertainment, dal cinema allo sport.
Una volta aveva senso fare la distinzione hitchockiana tra “tranche de vie” e “tranche de gâteau”, gli USA dominavano il mondo postbellico sia in termini economici che culturali, e la differenza si notava.
Nasceva in fondo la cultura pop, il popular come oggi è inteso ed assodato, e in questo i nuovi dominatori, complici una freschezza ed una energia inusitate, accoppiate ad una generazione di grandi registi per davvero dettava legge.
Oggi, passato il 2000, finito il sogno americano in tutti i sensi, gli USA restano culturalmente, in gran parte, quel popolo di sempliciotti che potrebbe perfino votare Trump, ma senza la gioia contagiosa di un tempo e con una concorrenza al di fuori dei propri confini che, proprio culturalmente, li sta mettendo sempre più ai margini dei pensieri delle persone pensanti.
Il film della Foster, altro prodotto californiano e fin dalla più tenera età, rivela in pieno tutti gli stilemi, i cliché del pensiero americano che ormai, visti su grande schermo, hanno perso completamente ogni appeal, come un chewing gum ormai sfiatato e svuotato di ogni succo.
Le sceneggiature sono ormai talmente pilotate e prevedibili che diventa un gioco di società indovinare il prossimo passo.
Se si deve fare una scelta sul tono da dare a certi blocchi di film, si sceglie sempre la via più fruibile e immediata, quasi fosse un sondaggio popolare.
I personaggi sono tutti, invariabilmente, bidimensionali, come se fosse sbagliato dal punto di vista tecnico inserire variabili o sfumature al di fuori del meccanismo miserrimo del plot.
La solita polizia bardata che arriva sul posto della crisi, il solito ostaggio, il solito finto psicopatico…una baracconata patetica talmente evidente che, in nome di qualche battutina e di qualche tormentone (qui, ad esempio, la storia del “glitch”), si mandano tranquillamente a donne di malaffare lo spessore, la credibilità e la tensione del tutto.
Pur essendo un film in fondo divertente, a patto di dimenticare tutto, soprattutto il cervello, per un paio d’ore, la sensazione di fondo resta la tristezza di fronte a cosa è diventato il cinema americano medio oggi.
A differenza di un tempo, poi, oggi la concorrenza non è fatta da stereotipati film “europei” in bianco e nero, a basso costo e senza trama.
Il mondo, non solo l’Europa, ha ormai i mezzi e la magniloquenza americane ma con un sottofondo culturale talmente più variegato, adulto e solido che alla fine domina sia le sale, che i festival che perfino le maestranze hollywoodiane che corrono affannosamente in cerca di storie da tutto il mondo, salvo poi, come al solito, distruggerle.
L’esempio massimo resta, senza ombra di dubbio, il recente adattamento de “Il segreto dei suoi occhi”, sempre con la pessima Roberts.
Da una parte un film magico, di assoluta grazia e potenza, a detta di molti uno dei primi dieci film di tutti i tempi, nato in Argentina ma pronto per il mondo intero e infatti vincitore a mani basse dell’Oscar per il miglior film…”straniero” (altro anacronismo).
Dopo il trattamento di Hollywood, un thriller talmente fatto male, talmente poco debitore dell’originale (anche in certi snodi importanti di sceneggiatura) da sembrare una offensiva caricatura, una “reductio” per il popolino che fa venir voglia di menare le mani.
Finita l’esplorazione iper professionale dei generi, finita l’epoca dei grandi registi, cosa resta?
Dove sono le commedie brillanti di un tempo? I thriller e i gialli? I film politici?
Quando tutto il mondo ha accesso alle stesse informazioni e alle stesse possibilità, gli USA tornano culturalmente al ruolo di nazione periferica e derivativa.
Non a caso tutto il meglio che viene da oltreoceano viene ormai dalle serie tv, riserva di caccia dei grandi talenti rimasti, oppure dal Sundance allargato che è ormai diventata la produzione “indie”.
Una produzione che ha tra i suoi modelli dichiarati proprio la vecchia madre Europa e che considera “europeo” l’aggettivo della raffinatezza e della profondità culturale.
Da vecchio fan del cinema americano del passato non dispero di trovare qua e là ancora qualche chicca, come in effetti avviene, anche se sempre meno frequentemente, ma la sensazione di fondo è che il meglio sia passato sul serio e che oggi i Federer (svizzero), i Nadal (spagnolo), i Djokovic (serbo) abbiano di meglio da mostrare sugli schermi di tutto il mondo e che questa sia davvero l’epoca del superamento delle etichette nazionali.
Forse davvero solo Francia ed UK mantengono ancora quel “quid” che le differenzia dal resto del mondo, ma questa è una mia vecchia perversione da eterno innamorato delle due nazioni separate dalla Manica e non sono convinto che possa durare a lungo.
Fusion è la parola del presente e del futuro, e non solo a tavola.

C’est en Septembre

Piacevolmente cullati da pezzi come questo o questo di Gilbert Bécaud, pezzi dell’epoca dei nostri padri, sublimi e cheesy allo stesso tempo, solo pochi giorni fa indulgevamo alla vista del castello di Lourmarin con il sottofondo ciarliero e lievemente maudit di due gestori di bistrot che parevano appartenere più al colore di posti come St.Trop che alla Provenza vera e propria.
In questo piccolo spicchio di paradiso che arriva, come in un lieto fine inaspettato, al termine di una lunga e drammatica cavalcata tra le valli del Luberon, un contrasto così tipico di queste terre, tra inquietudini e bellezze assolute, in questo medioevo agreste moderno, questo medioevo con antibiotici, aria condizionata, rosé a fiumi e bastides con piscina, è facile perdere di vista il periodo che la Francia e l’Europa tutta attraversano.
Eppure anche lì, anche nelle piccole città come Avignon, Aix-en-Provence, non sembra che l’orrore e le difficoltà abbiano poi in fondo lasciato tracce così indelebili come i media vorrebbero dirci.
Guardi la tv e vedi spesso il riferimento all’inferno ma poi non vedi plotoni di polizia, quasi che l’Europa rifiutasse nel suo Dna la militarizzazione così evidente in altri posti del mondo, se non tutti.
Nizza, pare, ha fatto la sua stagione estiva come sempre, tra le folle della Promenade e le meraviglie vellutate di Cap Ferrat.
La gente continua a fare la sua vita senza alcuna differenza e forse, per davvero, l’unica reale differenza la noti nei posti di passaggio, stazioni ed aeroporti, dove l’enorme complicazione di tutto e il rallentamento continuo sono il vero lascito di questi anni di piombo.
Prima di partire un commerciante italiano alla domanda sulle nostre vacanze, alla risposta “Francia” scuoteva la testa ed obiettava come se andassimo in Medio Oriente.
Potenza dei media, grandi manipolatori e grandi “appiattitori” di realtà e rilevanze completamente diverse, come la storia recente del caso M5S romano dimostra ad abundantiam.
Perchè tutto ciò funzioni alla perfezione un popolo bue aiuta e in questo la Francia dimostra, ancora una volta, la sua estraneità profonda alle miserie italiane.
Poi magari fra vent’anni o meno avranno vinto i grandi guerreggianti, i ricercatori infaticabili di capri espiatori, i fanatici del passato razzista e coloniale.
Nel frattempo la Francia ancora sembra il paradiso della ragione, del buon gusto e del bien vivre, anche mentale, che tanto amiamo.
E questo, per ora, ci basta e solo il futuro, se ne faremo parte, ci dirà la verità finale.

Mister Morgan

Raro esempio di film “commerciale” rivolto a spettatori adulti dotati di sufficiente dotazione neuronale e insieme cardiaca, quindi prodotto ovviamente in Europa, “Mister Morgan” è un film che mi attraeva per vari motivi.
Innanzitutto per la presenza di Michael Caine, uno dei pochissimi attori-mondo che meritano sempre il biglietto.
Poi per il plot, che parte quasi dagli stessi assunti del mio imminente “Anedonia” : un neo-vedovo inglese (qui Caine… “americano” quanto può esserlo un attore così squisitamente british), la Francia…
Tratto dal romanzo (che leggerò) “La Douceur Assassine” di Françoise Dorner, questo film mantiene quello che promette, non ascoltate le tiepide critiche che si leggono in rete.
La gente, inclusi molti critici cinematografici colpevoli di molta gioventù, ormai si è disabituata ai mezzi toni e alle finezze e quindi si trova a malpartito di fronte a prodotti di questo tipo preferendo, in media, percorrere le plastificate praterie di finti geni come NWR.
L’amore tra coniugi, la vecchiaia e la solitudine, l’amicizia tra generazioni diverse : tutte cose fuori moda.
Una delle rivelazioni di questo film è sicuramente Clémence Poésy.
Di fronte a giganti che si sbranano scena e comprimari come il vecchio Michael, la francesina, erede di una gloriosa scuola attoriale, regge miracolosamente il confronto sulla falsariga di quanto successo nello splendido “Sleuth” di Branagh, un film che ha alzato di molto il mio rispetto per Jude Law.
C’è perfino Gillian Anderson, figlia di Caine nel film, reduce dai lontanissimi “fasti” di “X Files”, che disegna un efficace cameo di un tipo di orribile donna moderna ormai molto diffuso, superficiale, vanesia, feticista del cellulare, gelida ed aggressiva manipolatrice nei rapporti umani, con regolare sigaretta d’ordinanza e soverchie shopping bags.
Qua e là perfino deliziose madeleines cinefile come quella davvero sottile del figlio di Caine che, mettendo a posto i libri del padre, accenna al preferito ossia Cummings.
Ovvio omaggio all’indimenticabile “Hannah e le sue sorelle” di Woody Allen, dove Caine, in un’altra memorabile parte, regala all’innamorata un libro di poesie proprio di Cummings, il suo preferito.
Servirà qualche kleenex in più del solito, ma non perdetevi questo film.

Va savoir

Rivedendo “Va savoir” (“Chi lo sa?”) di Jacques Rivette, ripenso a tutto un mondo che non c’è più o che sta scomparendo, quello degli anni sessanta e settanta, di un certo “sguardo” sulla realtà che i maghi della nouvelle vague avevano e mantenevano nel tempo, come accadeva qui, nel 2001.
Un film totalmente controcorrente, che si prende i suoi tempi (“ma è lento”, frignano di solito i ragazzotti multitasking e certi loro sodali già in età ma che non sembrano rendersene conto), che parla di ciò che è essenziale a discapito di ciò che è fenomenico (“ma non succede niente” e via frignando), che se ne fotte delle lunghezze tipiche e commerciali e dei suoi cliché.
Un film che parla di teatro, per me sinonimo di visione obbligata, soprattutto quando è ambientato, come questo, in parte nel dietro le quinte di una compagnia, un breve ma felicissimo periodo della mia vita.
Un film che parla dell’eterna “sarabanda” dell’amore ma senza le asprezze bergmaniane, con quella levità, con quella verità (cinéma vérité sull’onda di Godard, uno dei sodali di Rivette, nel gruppo di critici-cineasti-cinefili quello stralunato e surreale, mentre Truffaut era il romantico commerciale, il Mc Cartney, e Chabrol l’acido indagatore della dark side) che fa accadere le cose senza sottolinearle.
Con le donne al primo posto, ma senza la fascinazione estrema e attonita di Truffaut, ma con quella lieve, divertita, quasi sgomenta partecipazione di chi le donne le conosce davvero, oltre gli orpelli, e le vede nella loro straordinaria contraddittorietà che è quella dell’amore, dove ovviamente sono loro che comandano il gioco.
Castellitto, uno dei pochi attori italiani degni di questa impegnativa parola (attore, appunto), regge il confronto e porta un pezzo d’Italia in questo grezzo diamante tipicamente francese, rohmeriano senza essere Rohmer, altro campione di quel gruppo di fenomeni.
Si parla di un manoscritto scomparso di Goldoni, si parla della pièce in scena, ovviamente “Come tu mi vuoi” di Pirandello, si danza in scena in tutte le declinazioni e i possibili incastri amorosi dei vari personaggi.
Si finisce con il teatro che esprime, mentendo, la verità vera e la splendida canzone italica “Senza fine” a rimarcare l’eternità di questo loop che è l’amore e l’attrazione dei sessi.
Piccolo gioiello, così come praticamente tutta la filmografia di questi artisti inarrivabili.
La sublime, regale leggerezza che esprimono esalta ulteriormente il gap con i vicini di casa, i migliori dei quali emigrano spesso per trovare queste atmosfere ignote al di qua di Ventimiglia.
Sono praticamente certo, ecco il mio loop, che si troveranno sempre meno questi sapori, queste atmosfere, perfino nella magica Francia, anche se uno come Mouret, “giovane” illuminato, sembra perpetuare la tradizione.
Vai a sapere.

Due o tre cose che so su NWR

Incuriosito da un documentario dal significativo titolo “My life directed by Nicolas Winding Refn”, diretto in realtà dalla bionda ed appariscente moglie del regista in questione, tale Liv Corfixen, mi sono finalmente deciso ad affrontare un paio di pellicole del nostro, portato in palma di mano non solo dalla critica della Palme d’Or ma in generale da tutto il vippaio cinefilo festivaliero globalizzato.
Ho visto “Drive”, opera molto celebrata e che l’ha proiettato velocemente nell’empireo e il successivo “Solo Dio perdona”, ambientato a Bangkok, il film in realizzazione mentre la mogliettina si attardava a riprendere l’ambiente circostante nel suddetto documentario.
Tanto rumore per nulla, sintetizzerei.
“Drive” è un discreto film, a tratti perfino buono, chiaramente derivativo di antichi ed ottimi stilemi dell’action americano, una specie di ripresentazione in salsa danese di ciò che ha visto fino alla maggior età a New York, dove viveva, e non solo.
Chiamarlo capolavoro ovviamente è una sciocchezza.
Come minimo chi fa affermazioni siffatte rivela una scarsa conoscenza del cinema in generale e in particolare del cinema archetipico, quello americano, del periodo d’oro postbellico fino agli anni settanta ed oltre.
In entrambi i film il protagonista è Ryan Gosling, sicuramente uno dei migliori talenti “giovani” del cinema moderno, ma, curiosamente, il nostro, preso dalle sue fisime autoriali superficiali, lo depotenzia fino al delirio, creando una figura di “attore” quasi muto che girella con un paio di espressioni in un mare di iperviolenza, iperreale e plastificata.
Il successivo film, invece, quello della consapevolezza (sic), è oggettivamente di una bruttezza assordante, monumentale, ridicolo nella sua pretenziosità basata sul nulla.
Nel doc della moglie si vede chiaramente che NWR, egotico al punto giusto ma sorretto da un talento invero modesto, soffre soprattutto per quello che penseranno gli altri, quelli che l’hanno definito un genio, cosa alla quale lui, tragicamente, ha creduto.
Una trappola che lo cinge fino alla verità e che addirittura ci fa parteggiare per un tipo del genere, ricco e famoso ma in sofferenza per un film che, sente, è imbarazzante.
Paragonarlo a Lynch, Von Trier e Tarantino, come è stato fatto, dimostra che viviamo nell’epoca della superficialità e quindi ci meritiamo registi superficiali come NWR.
Lynch è un vero visionario, ha sostanza reale, pur con tutti i suoi difetti e le sue sbracature è un mondo che vale la pena di esplorare e la qualità media dell’idea e dell’immagine è tale che lo mette al di sopra della massa indistinta.
Tarantino è iperviolento, stilizzato, ispirato ad antichi modelli ma è un postmoderno vero, scrive sceneggiature vertiginose (tipo quella dello straordinario “Pulp Fiction”, con i suoi giochi diacronici), ha una qualità di dialogo e di scrittura che il povero NWR, portato in giro dal muto Ryan, si sogna.
Von Trier, il danese quello giusto, è un altro esagerato ma, passatemela, è un filosofo pazzo alla Nietzsche al quale si può addebitare qualsiasi cosa ma non la mancanza di profondità e di vera visione.
NWR crea invece videogames brutti e nel film thailandese supera sè stesso in cialtronaggine, cattivo gusto iperviolento senza basi, finta arte, trascinando nel vortice del nulla purtroppo due super attori come il Ryan già detto e la sempre splendida KST (Kristin Scott Thomas).
L’infernale superficialità delle ultime generazioni, cosa che nella cultura, anche quella filmica, si nota di più, permea il nostro, troppo attento alla sua immagine (altro cancro dell’epoca) ed ai lustrini per poter davvero indicare vie nuove al cinema, il cui passato lo sovrasta senza pietà.
Caro Nicolas, non hai sbagliato né mestiere, né pubblico né business.
Ma se ogni volta che lo stereotipo vivente thai estrae la sua katana da cattivo qualcuno, conoscendo il passato dei B movies trash, si mette a ridere non con te (come capita con gli omaggi deliberati e colti di Quentin) ma di te, hai un piccolo problema.
Piccolo, quasi inesistente, ma forse è quello che agita quella vocina insistente che ti dà chiaramente fastidio nella vita, come si nota nell’interessantissimo doc della moglie.
Nello stesso doc, l’amico Jodorowski, vero visionario del passato, fa le carte alla moglie e in fondo le consiglia di scappare dal vortice egotico di suo marito per realizzarsi per davvero, aggiungendo velenosamente che il nostro è troppo interessato alla carriera, a cosa pensano gli altri, più che a fare un film perlomeno non sciatto.
Facci un fischio quando vuoi fare un film davvero bello e profondo, che cerchi brividi veri, non plastificati, e che si avvicini almeno un pochino all’orrore vero, quello che chiaramente dimostri di non sapere neanche dove abiti.
Senza rancore, giovane.

L’empireo

Esiste un mondo che sembra conservare le antiche, piacevoli certezze resistite fino agli anni 80-90.
Un mondo dove gli americani hanno ancora grandi attori, scrivono ancora ottime e solide storie, intrecciano sceneggiature perfette e creano un immaginario molto variegato, non solo per piccini, al quale rivolgersi nelle sere d’inverno e d’estate.
Questo mondo, ormai da quasi vent’anni, non si trova più al cinema.
Per noi tutti, debitori agli USA di queste ed altre utopie, questi ultimi vent’anni globalizzati, di grandi cambiamenti, hanno lasciato una certa indistinta nostalgia per quando l’oltreatlantico dominava le arti e i mestieri, compresi quelli sportivi.
Questo mondo, nella difficile arte del cinema, non è del tutto scomparso, sembra aver semplicemente traslocato.
A fronte di un cinema globalizzato, che parla inglese ma che lancia nell’empireo registi di tutte le nazioni (penso a Winding Refn, danese, ma anche a mille altri), l’avvento della televisione gigante, HD, con mille canali, tematica e quasi in contemporanea con l’uscita nelle sale, ha permesso, anche economicamente, che le grandi produzioni e i grandi attori dei decenni precedenti portassero armi e bagagli al servizio delle serie.
Così come viviamo l’epoca d’oro degli strumenti, informatica e comunicazione in primis, viviamo di conseguenza la golden age delle TV series, l’equivalente filmico del trentennio musicale magico (60-70-80).
Se le cose migliori degli ultimi trent’anni al cinema sono state portate dal cinema globalizzato : penso a molto cinema francese, penso a capolavori dell’ex terzo mondo come “Il segreto dei suoi occhi” dell’argentino Campanella e penso a molti altri, gli USA, antichi dominatori del mezzo, se nelle sale portano solo l’inutile magniloquenza plastificata delle saghe per bambocci, fine invero triste della potenza produttiva hollywoodiana, o, peggio, una versione per popolino della commedia, ormai volgarizzata e destrutturata di ogni raffinatezza, nelle serie TV sciorinano i migliori talenti di scrittura, di visione, di recitazione.
Complice una avanzata tecnologica che ormai permette a questi prodotti una profondità ed una fruizione paragonabili al grande cinema, la nostra generazione, già trasferitasi sul divano per motivi anagrafici, ha oggi un motivo in più per farlo.
Se mi chiedessero tra qualche anno i migliori film visti dal 2000 in poi, citerei molte serie.
E in particolare quelle che, tra tante, metto nell’empireo recente.
Senza dimenticare le antiche perle come “Boston Legal”, una vera definizione di divertimento commerciale per pensanti, o altre facilmente individuabili.
Due sono le grandi scuole della serie, quella americana e quella inglese.
Senza scomodare antiche e meravigliose serie BBC, in Inghilterra la tradizione continua, sia sul versante dei riadattamenti letterari, antica arte televisiva britannica, sia sul versante del prodotto originale, sempre elegante e intelligente.
Produzioni che, paragonate a quelle risibili italiote, segnano con certezza la differenza di mondi e di pensieri.
Due sono le serie inglesi recenti che hanno colpito il mio cuore e il cervello : “Sherlock” e “Downton Abbey”.
Il primo è un divertissement per pensanti che viaggia a velocità atomiche e combina una scrittura tagliente e modernissima immersa in uno sfondo pseudo antico e postmoderno.
La seconda è la definizione di “romanzo d’appendice” di classe per il terzo millennio, una “time machine” perfetta che catapulta l’intero mondo nel mondo della nobiltà inglese al suo decadere (un topos ormai globale), il tutto abbellito dalla scrittura clinica e raffinata di Fellowes e dalla recitazione al solito sontuosa di una schiera di attori britannici d’alta scuola.
Per tornare oltreoceano, sono tre le serie che mi hanno davvero folgorato : “Homeland”, un compendio “globale” sul mondo in cui viviamo, “House of cards”, la serie politica per eccellenza, remake di una antica perla BBC, apologo sulla fine della democrazia e sugli inganni del potere, retto da una sceneggiatura inesorabile, una produzione addirittura sontuosa e un cast stellare.
La terza serie, vista recentemente in “binge” selvaggio, è “Billions”.
Beneficata da una ambientazione iperfascinosa (la finanza d’alto bordo, il mondo degli hedge funds), vivificata da una idea di base sempre feconda, lo scontro tra due nemici “bigger than life”, Billions è una produzione monumentale, scritta benissimo, con due protagonisti stratosferici, Damian Lewis (ex Homeland, rimpiantissimo protagonista delle prime due stagioni, classico solidissimo attore britannico con esperienze shakespeariane) e, soprattutto, Paul Giamatti, qui, se mi credete, al vertice della sua già fulgida carriera.
Ho citato Shakespeare non a caso.
“Billions” e “House of cards” sono la versione moderna di antichi drammi e sulle spalle di questi attori splendidi, si vedono in lontananza le antiche assi di teatro calcate, l’antica maestria.
Il bello delle serie, oltretutto, è che permettono la coltivazione di generi minori, di piccole diversioni, tutte cose scomparse nella centrifugazione senza sapore del mega cinema per grandi masse.
Una specie di “Sundance” permanente che mantiene in vita attori, storie, prodotti che sarebbero scomparsi impoverendo l’ambiente per sempre.
In questo senso penso soprattutto a serie tipo “Mozart in the jungle”, prodottino di nicchia e di classe di Amazon.
Possiamo in fondo dirci fortunati : il mondo in casa ha i suoi vantaggi.
E tutta la migliore musica del mondo, quella del passato, è eternata nel cloud per nostro imperituro godimento.

Le minoranze

Come è noto la storia viene fatta dalle minoranze.
Inutile elencare nella storia passata gli esempi infiniti.
Il problema di questo nostro tempo di inizio millennio è che sono le peggiori minoranze possibili quelle che dettano i tempi dell’agenda.
Mi riferisco alla psicopatia dell’estremismo ideologico e religioso che ovviamente arruola facilmente, anche a posteriori, tutti i deviati e i disperati del mondo.
Mi riferisco anche alle destre fasciste in grande spolvero e pronte, altrettanto rumorosamente, a prendere il potere per usarlo male, more solito.
Sarebbe utopisticamente bello mettere in uno stadio queste frange rumorose e violente, dichiaratamente acefale e piloriche, e passare poi alla fine per le pulizie.
Il mondo purtroppo invece esplora sempre nel dettaglio il male, le follie, le atrocità, le complicazioni varie mettendo sempre a dura prova quel bagaglio di sorriso e di ottimismo di base che permea i migliori di noi.
L’unica minoranza che sarebbe auspicabile contasse qualcosa, quella dei pensanti e dei senza paraocchi, non solo oggi è l’unica vera minoranza soggiogata ma è anche quella che gode di cattiva stampa.
Oggi vincono i “Libero”, il “Giornale”, che vive annate sempre più imbarazzanti dopo le vette montanelliane, o per andare altrove i “Mirror” e i “Daily Mail”, che hanno una percentuale di “boobs” direttamente proporzionale alla scarsità neuronale dei suoi lettori, entusiasti sostenitori della Brexit.
Il web, grande mare magnum senza direzionalità precise, può essere contemporaneamente il network terroristico per eccellenza (altro che moschee) ma anche il recipiente di mille informazioni di prima mano che ovviamente solo pochissimi vanno a vedere per davvero.
Prolifera così la cultura del luogo comune e del semplicismo applicati indistintamente al gossip o alla geopolitica, senza soluzione di continuità e senza neanche un sospetto sulla diversa complessità dei due argomenti.
Tra i tanti luoghi comuni che appestano questo periodo davvero sfortunato c’è quello del fallimento della convivenza multietnica.
Basterebbe aver fatto due viaggi o letto due libercoli di storia, anche solo americana, per sapere che da sempre il melting pot funziona, al netto delle tensioni che ci sono sempre in qualsiasi comunità complessa, perfino non multietnica.
Chi è uscito magari con gli occhi aperti dal paesello (vero, italioti?), ha constatato di persona che sono decenni che razze, etnie, classi convivono più o meno tranquillamente in tutto l’Occidente.
Ma come è noto fa più notizia l’uomo che morde il cane o, più semplicemente, il poco male ha sempre migliore stampa del tanto bene.
Se proprio vogliamo parlare di integrazione, l’esperienza diretta insegna che il benessere economico trascina con sè anche tutto il resto, altro che ideologie e religioni.
La variabile vera oggi è la povertà e la disperazione delle periferie occidentali e su questo bisogna lavorare.
Bisogna rendere una parolaccia (ci siamo quasi) l’integralismo in ogni sua forma, religiosa o ideologica : vedi le due minoranze citate ad inizio post.
Bisogna ragionare senza rumore e strepito, molto difficile oggi e ancora più difficile quando i Le Pen e i Salvini avranno preso la loro fetta di potere, e guardare i fatti, che sono silenziosi, spesso impopolari, non alla portata di tutte le menti, soprattutto quelle esagitate.
A quel punto la maggioranza lavorativa e tesa al benessere, ossia l’85% del mondo indipendentemente da religioni e culture, potrà tornare a vivere ragionevolmente in pace, per quanto questo possa succedere nel mondo, posto notoriamente tragico ed imperfetto.
Così come lo è il corpo umano, generatore di mille problemi e della più grande industria antropica, quella farmaceutica.
Davvero : se Dio esistesse, avrei molto da dirgli sulla presunta perfezione della sua creazione.
In fondo anche Lui, immeritatamente, ha sempre goduto di ottima stampa.

Hard times

Tempi duri per i complottisti e per i semplificatori ideologici di realtà complesse.
Più il popolino non comprende quello che succede, un classico sociale, più si arrampica sui vetri, complice anche il web, perché da qualche parte ci sarà sempre qualcuno che dice qualcosa di più o meno sensato, credibile, dimostrato.
Se l’esercizio della democrazia diretta non fa ben riposare coloro che sono dotati di neuroni funzionanti e di spirito critico, come la Brexit dimostra ad abundantiam, anche la democrazia indiretta, con la fatale attrattiva crescente delle masse per i pagliacci, spesso pericolosi pagliacci, rappresenta un motivo per temere la declinazione moderna dell’ormai antica dominazione della maggioranza.
Uno dei motivi per diffidare delle ricette pentastellate è la teorizzazione del lavacro purificatore della democrazia diretta.
Non c’è dubbio che alla base ci sia la buona fede di chi ha visto per anni la propria nazione devastata da una casta cancerogena e senza nessuna credibilità o autorità morale (quindi anche fiscale), un Casaleggio che pretende trasparenza, onestà e politica ai cittadini.
Dal mio punto di vista questo sarebbe la premessa, il sine qua non minimale di una democrazia decente.
Non avrei invece tutta questa fiducia nella capacità di raziocinio e di informazione dei cittadini ma senz’altro non esiste altra via tecnica per il futuro.
Il M5S è comunque un fortunato argine italiano ad altre derive ribellistiche europee che hanno invece caratteri fascisti reali.
Forse la Brexit non è venuta del tutto invano se permetterà anche ad una minoranza (magari decisiva elettoralmente), di aprire gli occhi.
In UK, paese comunque enormemente più serio del nostro, si dimettono tutti.
Boris Johnson e Nigel Farage, più il secondo che il primo, hanno dimostrato fino in fondo la loro inconsistenza demenziale.
Farage peraltro aveva già molti trascorsi di giravolte, di menzogne smentite il giorno dopo le elezioni.
Ma quest’ultima, intascando pure due anni ancora di stipendio sempre nell’Europarlamento tanto odiato, è la più clamorosa.
Dimostra con chiarezza che di fronte alle sfide vere, al tirarsi su le maniche sul serio di fronte ai problemi reali o di fronte a problemi nuovi creati dalla propria insipiente follia, il mediocre, l’ideologico, il fasullo scappano come conigli.
Il fatto che la Brexit ci sia stata, il fatto che molti, per la prima volta, abbiano scoperto con sgomento i numeri veri, ha forse svegliato i complottisti più blandi, gli stupidi meno integrali e integralisti.
Il fatto che in Austria si rivoti, dopo i mille inutili strepiti di una destra come sempre acefala e complottarda, dimostra che in gran parte dell’Europa esiste una realtà meno affascinante dei deliri “conspiracy” di qualcuno ma molto più prosaica e perfino sensata.
L’Italia, invece, come sempre, resta un mondo a parte.
Ma i neo strepitanti destrorsi sembrano averne perso la memoria, sbavanti di fronte al nuovo capro espiatorio : una Europa debole, ostaggio delle vecchie nazioni, vista invece come un moloch senza pietà.
Non posso dire di essere sorpreso.
Lo sono invece di fronte al rigurgito di razzismo che perfino nella liberale e tollerantissima Inghilterra, in particolare a Londra, sembra uscito dalle fogne per infettare un luogo che sostanzialmente sembrava indicare da anni la via per un mondo migliore.
Come nel durissimo periodo thatcheriano, come in un suicidio insensato, questa scelta folle e demenziale sembra aprire per la UK un periodo inutile di difficoltà economiche straordinarie, contrasti sociali, violenza che riporta a quell’infausto periodo, moltiplicato per dieci.
Anche adesso sembra quasi che sia inevitabile che una donna “forte” (Theresa May?) serva ancora per sanare i problemi.
Destinati a rivivere sempre il peggio, penso che rimpiangerò amaramente l’epoca “cool Britannia”.
Non c’è niente da fare : le fanfare della destra e del populismo cieco sono sempre la premessa o la conseguenza di una malattia sociale, di una tragedia.
La tragedia dell’ignoranza.

Out

Devo confessare che la paura che i miei amici britanni facessero una solenne sciocchezza ce l’avevo, al di là dei sondaggi abbastanza tranquillizzanti.
Mai come in questo limpido caso si vedono con chiarezza le distorsioni e i paradossi della democrazia.
Hanno votato per l’out, come da manuale, le parti deboli della società, deboli sia per censo che per istruzione, le più anziane spesso, che in UK fanno rima spesso con nostalgie per l’Impero e per il mondo che fu.
Da un punto di vista anglofilo quale il mio li posso perfino comprendere, ovviamente non giustificare.
La moderna, cosmopolita Londra ovviamente è la capitale di una nazione che guarda indietro e che non ragiona come la sua splendida città-mondo.
Bring back UK, dicevano.
Resterà il back, su tutta la linea, temo.
Le destre acefale che dominano in tutta Europa, complice la crisi, l’immigrazione e mille altre paure, fanno il loro mestiere di manipolazione delle intelligenze deboli, refrattarie all’analisi dei fatti e dei dati e trovano un facile bersaglio soprattutto nelle vecchie generazioni che rifiutano questa modernità, soprattutto se accelerata come lo è stata negli ultimi venti, trent’anni.
Alla fine Cameron sarà ricordato per aver dato un colpo terribile non solo all’Europa, e per calcoli politichesi di bassa lega, ma anche all’UK che rischia seriamente lo smembramento.
La Scozia vuole la secessione e l’entrata in UE e lo vuole perfino l’Irlanda che addirittura vuole riunirsi : segnale, questo sì positivo, della fine della rilevanza delle religioni e quindi delle loro guerricciole continue.
Ecco il primo paradosso : quelli che vogliono un Regno Unito fortissimo, sulla nostalgia dei vecchi fasti, si troveranno un’Inghilterra isolata, bastonata economicamente e perfino ridotta nel suo territorio, unicum storico.
Il secondo paradosso è squisitamente economico : il popolino vota per un meccanismo che stritolerà loro per primi, come capita sempre nella storia.
Dopo le colpe di Cameron, le colpe dell’Europa istituzionale che ha delle responsabilità pesanti nell’aver permesso di essere usata dai dementi come capro espiatorio.
Alla fine mancano uomini come Kohl, come ho sempre detto, oppure gente capace di “raccontare” le banalità degli ovvi vantaggi di essere in Europa nel mare della globalizzazione e del nuovo mondo.
Certamente lo zoccolo duro del popolino è resiliente all’uso del cervello, ma quel 4-5% per spostare gli indirizzi sarebbe stato traghettato dalla parte della ragione.
Gente come Schäuble, Juncker etc, e lo dico da tempo, sono la rovina di una idea non solo giusta ma UNICA per affrontare il nuovo mondo con ragionevoli sicurezze e questa frittata paradossalmente potrebbe accelerare il processo di miglioramento della classe dirigente europea, oppure, al contrario, portare alla rovina antistorica della disgregazione totale.
D’altra parte sono curioso, dopo questo referendum, di sentire le campane stonate dei complottisti a senso unico : forse non è proprio così ferrea e nazista l’Europa se basta così poco per scardinarla.
In realtà è proprio la debolezza dell’Europa il vero problema, come abbiamo sempre detto, inascoltati nel mare di populismo un tanto al chilo che sta weimarizzando il vecchio continente.
Vecchio, appunto.
Sembra infatti che i giovani, cosmopoliti per natura e senza zavorre mentali passatiste, così come in Italia, sappiano vedere con chiarezza il vero cambiamento, al di là degli strepiti.
Una piccola speranza in questi tempi davvero bui che stanno accelerando la decadenza dell’Occidente, grazie all’aiuto non richiesto di finti patrioti, invecchiati male.

L’errore

Pur non essendo sensato occuparsi della cosa pubblica italiana, una via di mezzo tra “cosa nostra” e la commedia dell’arte con sfumature kafkiane, dico brevemente la mia sulle elezioni amministrative.
Renzi ha fatto l’errore ampiamente prevedibile ed ha perso netto.
Da buon figlio del suo tempo, ricco di pseudocertezze superficiali e povero di sincerità e profondità di pensiero, sembrava perfetto per un popolo di beoti.
E lo è in effetti.
Ma è anche arrogante e troppo innamorato di sè stesso e del potere, sulla falsariga del suo modello principale, sotto i ferri per una operazione al cuore.
Al quale rispettosamente ed ipocritamente porgeva i suoi deferenti pensieri, durante un recente dialogo pubblico con Scalfari.
Come tale ha finito per credere alle sue amenità ed ha pensato davvero di poter “rottamare” la sinistra senza fare un lavoro profondo di ricostruzione di un paese disperante e senza una vera operazione verità sul passato, soprattutto quello recente.
Ecco il problema di questa “classe dirigente”, la totale mancanza di credibilità vera, non bastano le faccette compunte a simulare pensiero : prima o poi la frasetta da baci perugina o da studio aperto smaschera l’inganno.
Renzi ha semplicemente preso il posto dei vecchi capibastone in nome di una rivoluzione solo apparente e ha diviso in primis il suo campo.
“Dimenticandosi” che nell’altro campo, quello dell’eterna destra acefala italiana, riscuoteva simpatie modeste e comunque non straripanti sul piano elettorale e che il ventre molle del paese, quello appunto ex-berlusconiano, non aspetta altro che un ricompattamento.
Che si può fare attorno a qualsiasi cosa o animale, come il passato ha dimostrato abbondantemente vista la grottesca semplicità di gusto degli aficionados e la loro totale indifferenza per i fatti.
Una sinistra che, a sentire lo scomparso Pannella, che se ne intendeva davvero di partitocrazia e che ora è ipocritamente celebrato, ha sempre avuto il vizietto del consociativismo, forma eufemistica per definire la complicità criminale, fin da tempi insospettabili.
E che nei fetidi anni 80-90-00 e fino ai giorni nostri ha allegramente banchettato sulle spoglie di un paese già quasi morto, in finta opposizione al gruppo di potere di centrodestra.
L’entità delle malefatte compiute, anche ai danni della verità, è tale che perfino in un paese come il nostro è sorta una reazione forte come il M5S.
Che come prima cosa ha denunciato, correttamente, lo stallo e l’illusione di una democrazia credibile e bipolare per davvero.
Ora che il M5S trionfa, controcorrente dichiaro che penso che questo sia l’apice del successo del movimento.
Ma non per i motivi apparenti che il piccolo borghese medio, magari oggi renziano per desuetudine al pensiero libero e profondo, potrebbe credere.
Ossia che dopo mesi di prevedibile sabotaggio mediatico saranno riusciti a dimostrare che “anche” quelli del Movimento sono uguali agli altri e oltretutto non sanno governare.
Cosa che già fa ridere di per sè proveniendo da gente che ha fatto strame del paese per anni fino ai deliri di “mafia capitale”.
Votata peraltro da gente che non ha mai detto nulla di fronte a quegli abnormi mostri.
Tutti col ditino alzato, già li vedo, a chiedere ai poveracci del Movimento ogni piccolo dettaglio, ogni perfezione.
Magari avessero avuto la stessa implacabile cattiveria in passato : questo paese avrebbe avuto una vera opinione pubblica e non quella platea di sudditi felici, gonzi belanti ed opportunisti che è la classe media.
In realtà il Movimento imploderà, prima o poi, perché in Italia lo spazio per una cittadinanza pensante ed eticamente viva, rivoluzionaria come lo richiede la situazione, che è tutt’altro che normale e lo è da decenni, non supera il 10-20%, culturalmente parlando.
Al massimo il Movimento potrebbe irrorare un futuro centrosinistra post-tutto, post dalemiano ma anche post renziano, che avrà il compito emetico di fare l’opposizione all’imminente, prevedibile nuovo mostro di centrodestra in arrivo.
Renzi sarà così definitivamente ricordato nella storia, a dispetto della sua evidente vanagloria e della sua frenesia operativa furba e lievemente patologica, come colui che è riuscito nel ricostruire un campo avverso, chiaramente maggioritario, che non era più capace di riprendersi dall’eterno, interminabile epitaffio del suo padre padrone, grottescamente idolatrato.
Milano, capitale morale ed economica del paese, specchio perfetto del marciume mentale profondo di un paese barbaro, ha già dato i primi segnali del futuro imminente.
Non è un bel vedere, come da eterna tradizione.
Per quanto mi riguarda il M5S è come una “mani pulite” per via elettorale ma se questa volta riuscisse davvero nell’intento si verificherebbe una cosa totalmente inedita : sarebbe la prima volta nella storia d’Italia che la controriforma non batte qualsiasi riforma, anche allo stato nascente.
In un paese senza media decenti e senza opinione pubblica libera, dove non si sa se prevalgano gli utili idioti o i futuri clientes di qualsiasi sistema marcio, sarebbe un miracolo.
E in genere non credo ai miracoli, anche solo per statistica.
Personalmente, al netto di qualche fesseria populistica tipo l’apertura ad una possibile uscita dall’Europa, un movimento che rinuncia al finanziamento pubblico (un fatto evidente che scardina il sistema dato per scontato) e che giustamente rifiuta qualsiasi commistione con la melma di sempre, pur votando eventuali buone idee targate da altri, ha già fatto molto di più in termini rivoluzionari di chiunque abbia mai calcato l’arena politica italiana.
A riveder le stelle?
Permettetemi di dubitarne.