Sing street

Quando un musicista non sfonda nella musica, alla fine trova sbocco nel cinema, dove numericamente c’è meno concorrenza ed è più facile farsi notare.
Questa è la storia di John Carney, un dublinese che ha dei punti fermi da cui non si schioda mai, in qualsiasi film : Dublino, madre patria amata come solo gli irlandesi sanno fare ma nel stesso tempo luogo da cui si vuole scappare, generalmente per andare a Londra per cercar fortuna, la musica, soprattutto quella venata di folk dell’isola verde, presentata nella sua forma creativa (la scrittura delle canzoni assieme, altro topos specifico del nostro) e sciorinata in porzioni insolitamente abbondanti fino a sfociare quasi in un videoclip continuo.
L’ossessione per la donna come chiave per sfuggire allo spleen quasi joyciano e inventarsi la vita che si vuole.
In “Once” il busker col cuore infranto che scrive canzoni per la sua ex, inevitabilmente bugiarda, cerca poi l’amore improbabile nella immigrata dell’est che poi, più prosaicamente, si rimetterà col suo marito temporaneamente ancora in patria.
In “Sing street”, il delicato ed ex benestante ma talentuoso piccolo protagonista, vuole evadere dall’ambiente soffocante dei suoi genitori divorziandi e dalla tristezza del subproletariato della nuova scuola, rovinata as usual dalla mentalità repressiva del prete di turno, e quando si innamora della bella di turno con ambizioni artistiche, si inventa letteralmente una band (con relativi video : sono gli anni ottanta, baby) pur di forzare le situazioni, rivelandosi pure molto ben più dotato di quanto gli inizi facessero sperare.
Della serie “piccoli, deliziosi film che solo i britannici sanno fare”, “Sing street”, doppio senso voluto tra Synge street e Synge school (i luoghi della storia) e “sing” (cantare), è un must ed è sicuramente il miglior film del nostro simpatico ossessionato.
Celebrato fin dai tempi dell’orrido, incredibilmente menoso e privo di idee “Once”, l’equivalente filmico di Ed Sheeran, uno che solo nel deserto odierno poteva far fortuna, la dimostrazione che la semplicità del country, il documentarismo easygoing “volemose bene” diventa banale sciatteria in un attimo se non ci sono solide fondamenta e vera profondità, in realtà Carney è con questo film che raggiunge la vera maturità.
Qui c’è una storia ben congegnata, una regia non dilettantistica e lontana dalle fisime del finto povero che solo un regista di ben altro spessore come Loach può maneggiare senza farsi male, qui c’è, more solito, il regalo di una recitazione di giovani meravigliosamente naturale, perfetta, secondo la più bella tradizione della patria del teatro.
Qui pure la musica è migliore, inutile a dirsi, più ricercata, più ambiziosa, secondo i parametri degli anni ’80 ormai assurti a luogo dell’anima e ultima spiaggia per una musica davvero interessante e ricca, prima del vuoto e del baratro che tutti abbiamo visto spalancarsi subito dopo.
Classico “feel good” film all’inglese, con un finale giustamente celebrato, questa è una chicca che dovete portarvi a casa senza esitazioni.

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Generations

Un classico di sempre è il clash delle generazioni e non mi sottraggo certo a questa antica tradizione.
Un primo accenno di quello che sarebbe stato il mio futuro e quello di una certa minoranza (semper fidelis) lo ebbi durante la scuola di mia figlia.
Durante un pranzo organizzato per far conoscere le famiglie, io mi permisi di esprimere alcune blande, velatissime critiche al comportamento dei nostri figli su certe precise questioncelle che si dibattevano in quel periodo storico.
Nulla di grave ma la reazione clanica, compatta, ideologica, feroce e sproporzionata, non incline al dibattito, di gran parte dei genitori mi colpì molto.
Nel merito, su quelle questioni, la generazione precedente alla nostra sarebbe stata molto più decisa e tranchant del sottoscritto.
Per dire, la questione evidenziava un pò la differenza che passa tra chi accoglie il figlio a casa dopo una nota del professore, accogliendo acriticamente le lamentele infantili del pargolo che automaticamente sposta la colpa sullo stronzo che emette voti senza neanche entrare mai nel merito del contendere, e chi indaga con onestà intellettuale per vedere se magari la nota è meritata.
Allora non mi era chiaro (non mi erano chiare molte cose, nella mia onestà intellettuale di fondo che stupidamente pensava che tutto il mondo usasse la stessa onestà) ma in quell’atteggiamento di acritica difesa del pargolo, di automatica accettazione della logica del clan, c’era la radice di molti guai degli italiani, etichettati giustamente all’estero come familisti amorali, ridicoli mammoni, eterni viziati Tanguy, ma c’era anche la radice di molti guai successivi, perché è chiaro che figli abituati a vivere in globi protettivi e acritici poi sviluppano una certa allergia al mondo reale, alla verità e all’assunzione di responsabilità, che, se ci pensate, è il bug di molta italica gioventù.
Se il pendolo può oscillare solo tra amicone e stronzo, è chiaro che siamo lontani, molto lontani da una logica adulta, razionale e rispettosa della verità.
Molti genitori della nostra generazione hanno semplicemente rinunciato all’idea di essere genitori sul serio, ossia ad essere anche principio della realtà, sincerità, verità oltre che dell’affetto superficiale acritico.
Mi riferisco in questo caso soprattutto ai padri, grandi assenti nella sostanza ma grandi presenzialisti nella superficialità del day by day.
Il pendolo oscilla sempre troppo, sembra essere sempre questo il gioco della storia e qui si nota con estrema chiarezza.
Siamo passati senza soluzione di continuità dalla generazione dei nostri padri (non di mio padre, per la cronaca, un uomo del suo tempo e contemporaneamente un illuminato molto avanti ai suoi tempi), autoritari senza reale autorità, troppo legati ad antiche ideologie e superstizioni, disinformati (ad esempio su dieta, medicine…), rigidi oltre ogni logica e in genere su stupidaggini, alla mia generazione che, per reazione, è sostanzialmente fuggita dal duro, dal difficile, per adagiarsi nel ruolo semplice, furbo dell’amichetto grande che non giudica mai, perché sostanzialmente se ne frega ed egoisticamente coltiva i propri egoismi meglio col sorrisetto sulle labbra.
Questa trappola ha obnubilato molte deboli menti che infatti sono cresciute con una dose di infantilismo duro a morire superiore alla media dei decenni precedenti, un rifiuto della realtà e delle responsabilità incoraggiato dallo sciagurato mondo circostante, una idea della giovinezza radicalmente opposta alla generazione del dopoguerra ma egualmente esasperata, irreale, una concezione della verità e della giustizia elastiche al punto da arrivare all’inutile.
Al netto di molte eccezioni, come sempre, una generazione di cortissimo respiro, malata di peterpanismo infinito, naturalmente incline a dare tutto per scontato, irriconoscente, meschinamente soldocentrica, opportunista e serialmente moderna e quindi senza una profondità vera, incoraggiata da un mondo che vuole, anche per motivi di potere evidenti, la tua “leggerezza”, il tuo disimpegno.
Nel suo ultimo spettacolo da stand-up comedian, il sempre travolgente Grillo ha parlato ampiamente di famiglia, ha malinconicamente rievocato il passato, senza una rivalutazione acritica ma evidenziando che tra i ceffoni e i paroloni di una volta e la melassa amorale ed acritica di oggi forse sarebbe utile trovare un equilibrio che oggi pare impossibile.
La tragedia della nostra generazione, la prima (e probabilmente ultima) schiava sia dei genitori che dei figli.
Sia chiaro, chi vi scrive, come è noto, non ha nessuna nostalgia del passato su questioni attinenti alla morale, all’ideologia, alla conformazione socio-politica e già in tenera età, da liberal convinto, contestava aspramente l’autoritarismo senza autorità, la troppa attenzione e rispetto che si aveva per ideologie, superstizioni e religioni ampiamente decotte, mostranti la corda, ricettacolo di follie, moralismi ridicoli e nevrosi assortite.
Ma paradossalmente queste nuove generazioni di millennials in gran parte impalpabili, ignoranti di ritorno e amorali per noia, stanno rapidamente diventando preda dei nuovi autoritarismi imminenti, non a caso portati entusiasticamente in palmo di mano dalle vecchie camarille ideologiche che lì hanno trovato una insperata via di entrata nel nuovo mondo quando stavano per diventare totalmente e meravigliosamente irrilevanti.
Mentre si trastullano (troppo) sugli smartphones senza usare davvero il web come quella grande e meravigliosa enciclopedia che è, non sembrano avere ben chiare le scale di valori e la rilevanza delle cose realmente importanti e quindi stanno navigando verso le fauci aperte del nuovo potere che, ad occhio, mi sembra molto più feroce del passato…ma sorridente.

Il ristorante

La nostra vita è intessuta di piccoli gesti e spesso, anche inconsapevolmente, di gesti rassicuranti e autorassicuranti, quasi apotropaici, oppure di gesti fisici di vicinanza, affetto, tra i quali il più potente mi è sempre sembrato l’abbraccio.
Non a caso ai migliori amici, con l’età che passa, si riserva la chiusura finale : un abbraccio, ti abbraccio.
La Chiesa, come tutte le chiese grande maestra di marketing, conosce la potenza dei gesti e dei simboli e ne ha fatto un largo uso durante la sua esistenza, sia per legare a sè gli adepti che per attirare le folle e condizionarle.
Spesso usati in forma volutamente intimidente, sacrale, talvolta usati in forma amichevole.
In questo senso lo “scambiamoci un segno di pace” espresso normalmente con una stretta di mano manca un pò il colpo, dal punto di vista comunicativo, perché si esprime con la stretta di mano che oggi, oltre che uscita di moda (sostituita dall’orrendo nuovo modo di intrecciare i palmi che fa il paio con la proliferazione di tatuaggi e piercing per definire la tristezza e la profonda volgarità del mondo moderno), è in realtà solo la gestualità del rapporto d’affari.
Il segno della croce, invece, come molti analoghi gesti-mantra presenti in altre religioni, oltre che a definire l’identità, una delle ossessioni dei fanatici, crea la barriera noi-loro che tanti danni fa poi nella politica, nella società e nella storia.
Ma soprattutto assolve, come il rosario o altri mantra prolungati, ad una delle funzioni tipiche della religione, la funzione ansiolitica, rassicurante.
Le religioni orientali, decisamente più oneste nella loro autodefinizione, non fanno misteri su questa realtà, preferendo “stressare” la funzione pratica delle loro…pratiche, piuttosto che la definizione assoluta e assolutista della verità suprema incontrovertibile.
Cosa che invece ovviamente la religione occidentale per eccellenza, quella cristiana, mette subito in primo piano, in maniera quasi coloniale (infatti le religioni servivano anche al colonialismo in questo senso), a suggello della grandezza e simultaneamente della intrinseca debolezza del presunto pensiero forte.
Quando si frequentano fanatici cristiani la cosa che colpisce di più è la quantità di pseudo-argomenti e pseudo-fatti che vengono ossessivamente presentati per difendere dialetticamente l’indifendibile, ossia una religione, ossia una cosa che di per sè non è né logica, né razionale, né dimostrabile, né verificabile.
Una specie di contraddizione in termini che affligge solo le religioni occidentali.
Altrove, in altre culture e quindi in altre religioni, non ci si affanna a cercare la verità assoluta, fattuale, di una cosa così eterea e impalpabile, oltre che invisibile ai più, ma la si butta sulla praticità, sulla comodità esistenziale e si glissa, spesso in maniera oltraggiosa, sul discorso che dovrebbe essere quello di fondo : ma tutta questa prosopopea di eventi, precetti, indicazioni…sono tutti veri, necessari, imprenscindibili?
Esempio di pseudo argomento : ma tutti di fronte alle difficoltà, alle malattie, alla morte torniamo bambini piangenti e ci mettiamo subito a pregare.
Esatto e condivisibile : questo non dimostra nulla sul piano della verità, dimostra tutto sul piano delle necessità che l’uomo ha incorporato di avere una scialuppa di salvataggio anche temporale di fronte al dissolversi eterno di tutto.
Altro esempio : la descrizione con occhi invasati di alcuni invasati in merito alle funzioni pubbliche, a certi eventi e messe.
Quello che io chiamo “effetto Medjugorje”.
Personalmente ho sempre risposto che lo stesso occhietto felice, la stessa sensazione di essere al centro del mondo l’ho trovata anche in altri eventi.
Incontri particolarmente felici con gruppi di amici, concerti rock e altro.
Si chiama autosuggestione da compartecipazione ed è facilmente spiegabile e, in genere, non ha nessuna relazione con l’eternità.
Ossia, può dare sensazioni simili alla felicità assoluta ma è una delle tante droghe che hanno un effetto più o meno prolungato, sempre transitorio, e non spiegano nulla.
Altro e ultimo esempio di pseudo argomento, ma se ne potrebbero fare molti altri, “in qualcosa bisogna pur credere”, versione malandata dell’altra strana idea che senza una fede ideologica assoluta e trascendente non si vive bene o addirittura non si ha una vera etica.
Sorvolando sul piccolo fatterello che la vita e le persone conosciute dimostrano il contrario, in realtà del trio teologale classico, quello che permea per davvero le vite umane è la seconda, la speranza.
Tutte le vite hanno bisogno di speranza, anche minima, in qualcosa (anche solo di terreno, in genere), senza cominciano i veri guai, in particolare quando uno ha la sensazione di non avere più speranze di nessun tipo (oppure obiettivi) da perseguire.
La religione, come un ristorante, assolve ad una funzione eterna (questa sì) dell’uomo : la fame di andare oltre le proprie paure, i propri evidenti limiti.
Il gimmick che viene usato per andare oltre il salto di fede è, guarda caso, l’uso di un libro che, guarda caso, dovrebbe rivelare una rivelazione.
Poi uno legge il Vangelo e, come in tanti altri libri, trova cose interessanti, altre aberranti, ma non pensa mai, se ha un minimo di onestà intellettuale, che sia questa la chiave per definirlo diverso da molti altri libri.
Soprattutto quando, informandosi per davvero, scopre le penose diatribe umane che ci sono dietro, i rimaneggiamenti, le scelte dei testi, la verità storica e fattuale e mille altre obiezioni reali.
I fan della religione di solito, quando sono al muro, e lo sono spesso vista l’inconsistenza e la difficoltà di tenere una posizione fissa su un vetro senza scivolare, la buttano sull’esperienza personale (quindi non analizzabile by default) oppure, peggio, sul buffo concetto di fede=lotteria che è tipico del cattolicesimo più sfrenato.
La fede è un dono, è inutile anche solo cercare di analizzarla o aggrapparsi, sarà Dio a sceglierti etc etc.
Prendendo anche per vera una affermazione così curiosa, la mia risposta è sempre stata che se fosse anche vero, l’idea stessa che Dio faccia lotterie e quindi palesi ingiustizie (alcune facilmente descrivibili sulla base di persone che si conoscono realmente) porterebbe uno sano di mente a non avere in gran simpatia il capriccioso dispensatore di fortune.
Che oltretutto non gode di grande fama, meritatamente, cosa comprensibile anche solo leggendo l’Antico Testamento integralmente (cosa che ho fatto) con il suo elenco infinito di nefandezze e cose perlomeno discutibili.
Bergoglio, uno dei papi più moderni ed intelligenti mai comparsi, ha capito che l’azienda deve inventarsi qualcosa di nuovo e più efficace per stare a galla.
Anche i suoi predecessori lo intuivano ma non avevano né la forza, né la statura intellettuale, né la vera libertà per poter agire al di fuori degli schemi come sta cercando di fare quest’ultimo CEO di fronte al dilagare di un mondo che sembra sempre più voler ignorare cosa dice il Vaticano.
Ecco quindi l’arma davvero efficace : l’ecumenismo vero.
Ossia l’accettazione finalmente esplicita di quanto noi contestatori dicevamo da tempo : basta l’opzione etnico/culturale per sgonfiare la grottesca presunzione di verità di qualsiasi religione.
Quindi se si superano perlomeno gli steccati ideologici, culturali, aziendali e si propugna l’idea che Dio è uno solo ma lo si declina in forme diverse (MOLTO diverse), la gente intanto tornerà a riempire la versione local del marchio unico.
La gente si dimenticherà che tutti hanno probabilmente torto, ma accetterà l’idea rassicurante che intanto Dio esiste.
Perchè in fondo sempre lì andiamo : la gente ha bisogno dello xanax, così come del cibo e queste due aziende non moriranno mai, curioso epilogo per imprese che hanno come scopo di farti superare proprio il problema della morte.

Il rifiuto del futuro

Se c’è una cosa che era ampiamente prevedibile e infatti molti di noi avevano previsto era l’avvento sicuro di una forma acefala di destra old style, praticamente fascista, in tutto il mondo occidentale.
La pressione degli eventi portava inevitabilmente in quella direzione e la destra malata, sovranista, inneggiante al famigerato trittico Dio-Patria-Famiglia (intesi in senso solamente retrogrado), razzista e suprematista per natura, intollerante e illiberale sta prendendo il potere ovunque.
A dispetto delle stesse ridicole teorie complottiste a senso unico che questi gruppi hanno seminato nel web a piene mani per raccogliere i gonzi dal pensiero debole e dal setaccio critico da sempre inattivo, sia verso il potere costituito, sia verso queste presunte opposizioni.
Resto comunque ottimista nel medio periodo : finirà anche questo e ci avrà fatto perdere tempo, soldi, fatiche, vite inutilmente.
Prendiamo l’Italia.
La Lega ha sempre rappresentato queste istanze.
Nasce come movimento più che federalista, secessionista.
Tanto è vero che quando è stata messa alla prova a livello legislativo, schiava non di Roma ma, più miseramente, di Berlusconi, ha partorito un mostro di cui ancora adesso si ride a tempo perso.
La Lega è il movimento retrogrado per eccellenza.
Prima il nemico era Roma e l’Italia e quindi la spinta era al riduzionismo, un riduzionismo che simula le difficoltà degli adepti a comprendere un mondo grande, vario, complesso.
Oggi il riduzionismo, abbandonata in fretta la fregola antiitaliana dopo anni di sciocchezze violentemente propugnate, è sull’Europa, la nuova nemica, il nuovo capro espiatorio.
Quindi, visto che la storia come sempre ci sorpassa in scioltezza, la nostra Thule ora è proprio la tanto vituperata Italietta, di cui, senza vergogna né memoria, si riabilita proprio tutto, perfino le impresentabili annate democristiane, i suoi personaggi, i meccanismi che tanto hanno contribuito, nella loro nefandezza, alla crescita del movimento Lega stesso.
In USA sono messi meglio.
Trump è sostanzialmente una espressione di questo tipo di destra ma ha attorno un sistema che funziona meglio, nei pesi e contrappesi, nonostante i tentativi sbracati di litigare con magistratura e altri in salsa di peronismo diretto (ora a mezzo Twitter), sul fulgido e volgare modello berlusconiano.
Gli USA inoltre sono una nazione grande, forte, dai molti primati, che sta semplicemente tirando indietro l’orologio come ogni tanto ha fatto.
Un isolazionismo di ritorno che avrà vita breve.
Il problema, come sempre, è l’Europa.
L’illusione dell’isolazionismo per le singole nazioni europee, perfino sul piano Nato (vedi deliri della Le Pen), negano la storia recente, fatta di atlantismo e una guerra risolta dagli americani, e negano soprattutto la storia futura dove una globalizzazione di fatto, dovuta a tecnologie e non a complotti, non farà prigionieri tra i curiosi cultori del paesello.
Certamente la crisi economica e il burocratismo ottuso di certa Europa hanno incoraggiato questi deliri.
E di questo dovranno rendere conto molti miopi politicanti attuali, lontanissimi dalla visione e dalla lucidità di gente come Kohl e altri.
Senza crisi economica quella tecnologia emozionale che si chiama uomo non sarebbe andata in standby e invece di agitarsi cercando infantilmente il capro espiatorio (quelli che è sempre colpa dell’euro, oh yes), avrebbe potuto con intelligenza e onestà intellettuale costruire un futuro.
Ma la storia ci insegna proprio che il movimento non è mai lineare, è sempre avanti e indietro, come un grafico di borsa in piena volatilità, salvo poi scoprire a distanza di anni che in fondo il trend di lunga è sempre stato positivo.
Aspettiamo, sul fiume, e cercheremo di non cedere alla tentazione di essere troppo sarcastici con molti involontari e non meritevoli protagonisti di questa triste ora.

Pas son genre

Sono reduce dalla visione diretta dell’abisso.
Potreste pensare che mi riferisca ad uno qualsiasi degli “episodi” della saga popolare “Sharknado”, nata come idiozia ad uso delle masse americane, non propriamente dotate di profondità, acume e finezza, come anche le recenti presidenziali dimostrano e simpatica divagazione trash per cultori come me.
In realtà i vari Sharknado hanno una demente onestà di fondo che il film che ho visto nei giorni scorsi non ha.
“Now you see me 2”, sequel di un già abbastanza dimenticabile (e infatti velocemente dimenticato) primo episodio, rappresenta benissimo il problema del cinema americano moderno di intrattenimento nell’epoca digitale.
Ossia pensare che “intrattenere” un pubblico depensante, in cerca di facile divertimento, distratto dal popcorn e dallo smartphone, sia operazione semplice, banale, che non richieda sforzo.
In realtà se miri basso e coinvolgi nella tua impresa anche attori importanti pensando di aver risolto il problema, senza uno straccio di idea o sceneggiatura, porti a casa il plauso dei soliti quattro decerebrati di bocca buona ma alla lunga perdi credibilità, senso, perfino i soldi.
Affermazione ottimistica la mia, se ci pensate.
Perchè forse le masse chiedono questo e allora saremo destinati a restare sempre più a bocca aperta, e non per la maraviglia del caso, bensì per l’incredulità di fronte all’assenza di gusto e di cervello dell’80% della popolazione in età di fruizione culturale, cinematografica o di altro tipo.
In questo “big mess” hollywoodiano, sintesi perfetta di cosa è oggi questa industria, una volta gloriosa, attori davvero importanti (Michael Caine! Morgan Freeman!) non fanno neanche finta di crederci ma grazie alla loro naturale potenza, riescono ad uscire vivi da un film che ucciderebbe chiunque.
Il povero Radcliffe, abituato all’adorazione acritica del fandom potteriano, fa perfino tenerezza mentre cerca di sguazzare nel mare della recitazione vera fuori da Hogwarts.
Deve inoltre avere un agente sadico che lo incastra sempre in operazioni sbagliate, cosa che fa sorridere perfino me.
Poi ci si chiede perché uno si butta, disperato, nel cinema francese, una delle poche oasi di intelligenza, classe e bellezza nel panorama odierno.
Ed eccoci arrivati a “Pas son genre”, al solito tradotto in maniera volgare e meschino-riduttiva (“Sarà il mio tipo?”, ma certo…).
Lungi dall’essere un capolavoro come molta commedia francese, tipo quella di Mouret ad esempio, è però l’ennesima dimostrazione che mediamente il cinema da quelle parti ha una qualità, una leggerezza, una leggiadria direi che nel resto del mondo generalmente tendono a sognarsi, come se il DNA nouvelle vague stentasse a stemperarsi.
Qui si fanno, come dice il sottotitolo, alcune riflessioni sull’amore, sempre con quella precisione cartesiana e quella amabile verbosità distratta che noi francofili amiamo alla follia.
Si narra dell’ “amore” tra un professore di filosofia quarantenne parigino, chic al punto giusto e snob quanto è lecito aspettarsi da una persona di valore, e una persona di tutt’altra estrazione e fattura, la classica sciampista conosciuta ad Arras, provincia del nord francese, all’inizio di un periodo di trasferimento per lavoro in quelle terre.
Tutto il film è giocato sul contrasto dei due, sulla loro profonda diversità, anche con notazioni non banali.
La parola sembra avere ancora una sua importanza, la parola che diventa i libri che lui regala e legge a lei, le piccole ma perfette incursioni nelle sue lezioni dove cerca di insegnare la filosofia e quindi la libertà di pensiero ai classici millennials decerebrati di tutto il mondo, cinici ma anche imbronciati, superficiali, amanti del soldo e del benessere a prescindere da ogni libertà e profondità vera di pensiero.
Non a caso velocemente la commedia diventa più agra che dolce e, come capita spesso, le donne prendono il comando della situazione ed evidenziano limiti e punti di forza di una storia d’amore, giungendo meglio e prima degli ometti alle decisioni operative.
Il cheap esteriore della donna (gossip, oroscopo, trenini in tristi balere postmoderne, karaoke, ingiustificato entusiasmo per banalità, gusti culturali discutibili) alla fine evidenzia il cheap interiore del professore, perfetto nell’esteriorità raffinata di un parigino colto di buona famiglia, ma imperfetto nella profondità di un amore oggettivamente improbabile.
In una delle molte scene da ricordare di questo ennesimo, piccolo gioiellino che ha la sfrontatezza di parlare quasi seriamente delle dinamiche di una coppia vera, ancorché sbilanciata, lei cerca di tenere gli occhi aperti a lui, con aria tra il rimprovero e la determinazione, mentre fanno l’amore.
Scena simbolica e filosofica come non mai, direi.
Come capita spesso in Francia e sempre meno altrove, recitazione come al solito all’altezza del compito, naturalmente sofisticata.
Löic Corbery in particolare, targato Comédie-Française, marchio di qualità assoluta come la RSC inglese, svetta decisamente e ci fa venire voglia di seguirlo anche in futuro.
Tutto finisce, giustamente, con la declinazione cheap e plastificata di una istanza vera, “I will survive” cantata al karaoke, la scelta più banale, con colori saturi e volgari, di una verità e una progettualità che altrove non si cercano neanche più.
Finché si fanno ancora film così, possiamo perfino risparmiarci la spazzatura che costantemente la ex mecca del cinema tenta di propinarci con dedizione degna di miglior causa.

A bigger splash

Uno dei migliori film che ho visto recentemente è senz’altro “A bigger splash” di Luca Guadagnino.
Luca è uno dei pochi italiani che valga la pena di seguire e, come tale, ha poco a che fare con la madrepatria e le sue liturgie.
Vive abbastanza in disparte, ha un focus ed una mentalità fortemente internazionali, fa pochi film e quei pochi totalmente diversi dal milieu italiota classico.
Come Sorrentino, per intendersi.
Grande amico di Tilda Swinton fin dai suoi esordi, attrice feticcio per eccellenza, ogni film è irrorato dalla sghemba e misteriosa bravura della londinese.
Dopo ben 6 anni dal fascinoso “Io sono l’amore”, ambientato nell’alta borghesia milanese, film rarefatto e non perfettamente riuscito, qui Guadagnino tocca vette superiori portando il suo “gruppo di famiglia in un interno” dall’altra parte dello stivale, sia geograficamente che psicologicamente.
A Pantelleria, che oltretutto è un’isola e quindi apre scenari che rimandano al mondo chiuso, al naufragio, come in Pasolini, Rossellini, Polanski.
Dichiaratamente girato in stile anni ’70, molto godardiano pur essendo vagamente ispirato a “La piscina” di Deray, giallo borghese di gran classe con Delon e Romy Schneider al massimo della forma fisica e con il grandissimo Maurice Ronet, uno dei tanti eccelsi attori francesi, già protagonista del capolavoro malliano “Ascenseur pour l’échafaud” (con la Moreau e la musica di Miles Davis, se può bastarvi), questo film ha un sottile fascino e una sotterranea deriva post-hippy, che è quella dei suoi personaggi.
Un film che lascia il segno e prende il suo titolo da una famosa opera di Hockney dove c’è tutto : l’atmosfera fredda della high society, il tuffo stilizzato, la piscina e la villa nascosta tra le colline e nascosta agli occhi del popolo dei normali.
Meravigliosa la Swinton, rockstar afona (arguta metafora) in vacanza col suo giovane compagno, terremotata dall’arrivo dell’ingombrante e flamboyant ex, produttore musicale senza freni, interpretato al solito in maniera sublime da Ralph Fiennes, in viaggio con la figlia loliteggiante (Dakota Johnson).
Come al solito astenersi perditempo, come si dice in altri ambiti.
Ossia quelli che al film si va solo per divertirsi, che i film sono un pò lenti, che “di cosa parla” e “qual è la storia”.
Nei seventies si chiamavano film “arty” e spesso erano il miglior pasto possibile.
Riproprorlo nel 2015 e con questa finezza e precisione di sguardo mi sembra una grande prova di uno dei pochi registi interessanti in circolazione.

Look up here, I’m in heaven

A distanza di un anno non si attenua l’emozione per la morte di David, a dimostrazione che non ero proprio l’unico ad averlo come punto di riferimento artistico assoluto.
Tra omaggi, mostre, documentari, come capita spesso è la BBC ad avere le armi migliori, come già era capitato col meraviglioso doc su Kate durante la residency londinese.
“The last five years” riecheggia il precedente “Five years” che, partendo dall’omonima, leggendaria canzone fantascientifica che apriva “Ziggy Stardust”, aveva esplorato cinque momenti fondamentali nella caleidoscopica ed incredibile carriera del genio Bowie.
Accostata alla mostra allestita al Mambo di Bologna, versione “zippata” dello splendido allestimento V&A (of course) e vista quest’estate, rappresenta una delle più struggenti testimonianze della vita e dell’arte di un uomo sostanzialmente davvero venuto da un altro pianeta, artisticamente parlando.
Le lacrime di Tony Visconti alla fine del film BBC sono quelle di uno dei testimoni e amici più stretti e stringono il cuore da quanto veicolano la sensazione di perdita vera, di fine di un’epoca.
La messa in scena della morte che “Blackstar” porta a termine con determinazione surreale, il lascito anche teatrale di “Lazarus”, un musical quasi postumo che, temo, resterà a lungo sulle scene del mondo, suggellano una fine unica come unico era il suo protagonista, un musicista di un livello assoluto, di una raffinatezza e varietà imbattibili, uno dei pochi che può guardare da pari a pari gente come John Lennon, ossia il top nella storia della musica “popolare”.
“Fame”, pezzo epocale suggella questa liaison, questo accostarsi di due pianeti fondamentali e mi piace qui riproporlo in una delle sue forme migliori, all’apice del successo e della padronanza scenica, quando davvero il mondo era ai suoi piedi e non solo su quel palco del “Serious Moonlight Tour” inondato di enormi globi fluttuanti.
Il pezzo che ha dato nome al musical e che mi è sembrato, subito, l’ultimo accecante capolavoro in forma canzone del nostro, in realtà preludeva ad altre gemme che solo successivamente sono venute fuori alla luce.
Così è il video di “No plan”, struggente e magistrale viaggio nella propria storia prima dell’addio : quanti riferimenti, quasi un quiz ricostruirli tutti.
Un uomo gentile e riservato che, quasi in punto di morte, semina di complimenti sinceri i suoi collaboratori tra cui il produttore di “Lazarus” (“sei un genio”) che, come racconta in uno dei punti più commoventi del documentario, quasi sorpreso risponde (“No, guarda, sei tu il fottuto genio, io sono solo il produttore”) prima di salutarlo per l’ultima volta.
Questa continua emozione mondiale testimonia che in fondo aveva ancora ragione lui, l’arte non muore mai e risorge sempre, come Lazzaro.
Nonostante gli ultimi, sublimi e definitivi colpi del finale, straordinario, di “Lazarus”, inimitabile metafora della morte.
Ars longa vita brevis, appunto.

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to lose
I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below

Ain’t that just like me

By the time I got to New York
I was living like a king
Then I used up all my money
I was looking for your ass

This way or no way
You know, I’ll be free
Just like that bluebird
Now ain’t that just like me

Oh I’ll be free
Just like that bluebird
Oh I’ll be free

Ain’t that just like me

The night of

Nel nuovo mondo nel quale il cinema americano di qualità si è rifugiato tutto nelle serie, un gioiello come “The night of” riluce di luce propria e porta avanti, fino ai limiti della perfezione, il concetto stesso di crime e legal drama.
Remake dell’ennesima operazione BBC (“Criminal justice”), prodotta dalla solita, infallibile HBO, prodotta, tra gli altri, da Gandolfini agli ultimi atti della sua vita, questa è una serie che definire imperdibile è riduttivo.
Una serie che avrebbe dovuto avere come protagonista iniziale lo stesso Gandolfini poi De Niro (così, per dire) e che per varie traversie passa a John Turturro, qui all’apice assoluto di una carriera già fulgida, incarnazione di uno dei migliori personaggi mai visti su schermo, il bislacco avvocato di basso livello John Stone, il classico pesce piccolo che arranca ogni giorno in mille modi per portare a casa la pagnotta, commerciante di natura, afflitto da problemi dermatologici insistenti, metafora del fastidio e del “prurito” perenne che la dolente e prevedibile durezza della vita apporta alle pene quotidiane.
Spaccato verista, assolutamente credibile, della burocrazia e della ingiustizia della giustizia in ogni dove, della sua indifferenza alla verità, del suo essere un mondo parallelo nel quale è possibile cadere anche solo per errore, come capita al “bravo ragazzo” Nasir, figlio di immigrati pakistani nel Queens, lavoratori e integrati.
In questo inferno nessuno è del tutto quello che sembra e tutti hanno la loro dose di negatività e debolezza, come la vita insegna ben presto a tutti salvo che ai manichei e agli stupidi.
Raramente ho visto tanta verità, precisione e potenza in qualsiasi prodotto cinematografico.
E raramente ho visto svolgersi davanti ai miei occhi una sceneggiatura così profonda, così magistrale, che ti attrae nel suo gorgo ben presto e non ti lascia più fino alla fine.
Inutile dire che dopo aver visto questa magia vedrete con occhi diversi la sbobba quotidiana, commerciale, prevedibile, superficiale che la tv propina ogni giorno, soprattutto nel campo crime e legal.
Amata da Woody Allen e molti altri, già destinata a numerosi, meritatissimi premi, anche per una recitazione ed una regia assolutamente straordinarie, questa è una delle punte di diamante di tutti i tempi, che fareste molto, molto male a lasciare nell’invisibile.
Indiscutibile capolavoro.

Last Xmas

In questo 2016 che sembra volerci dire qualcosa e nella maniera più sgradevole e non educata possibile, come spesso la vita fa, si spegne anche la vita di George Michael, beffardamente proprio a Natale.
“Last Christmas”, canzone e video iconici par excellence, simbolo degli anni ’80 apparentemente edonistici ma in realtà molto contraddittori, soprattutto nell’Inghilterra dura della Thatcher che attraversavo spesso nei miei viaggi, è facilmente una delle mie canzoni di Natale preferite, con quella sua qualità, tipica dei grandi pezzi, di giovane leggerezza nobile, di sofisticata spensieratezza.
In terra di Albione, secondo una nota teoria antica, ormai superata, non sapranno magari fare la pasta e il caffè ma la pop music senz’altro sì.
E guardando le boy bands che si sono susseguite nel tempo o i fenomeni per ragazzine spesso e volentieri si sono trovati nascosti degli autori intrisi nell’oro, dotati di un talento e di una finezza fuori dal comune.
George era uno di loro.
Il tutto accoppiato ad una vocalità davvero importante e al curioso destino di immigrato gay che lo ha subito associato all’altra icona, Freddie Mercury.
Di cui aveva dimostrato la sostituibilità nei Queen (che lo avevano ufficialmente invitato dopo una leggendaria interpretazione a Wembley) pur poi, saggiamente, rifiutando nel nome di un confronto impossibile o comunque poco interessante per un campione pop e soul come era diventato nel tempo.
Per me George Michael diventa un grande del pop con “Older”, un album di una classe e di una finezza uniche, che avevo quasi casualmente scoperto in una cena estiva a Cannes, location perfetta per i velluti sofisticati di questa malinconica opera davvero immortale.
E lo diventa anche quando abbraccia il suo destino di grande “diva” del pop sinfonico nel meraviglioso album di rivisitazione “classic style” di pezzi suoi e di altri, portati poi magnificamente sulla scena : peraltro, dove se non all’Opéra Garnier di Parigi, tempio del barocco imperiale francese?
Come tanti altri sottovalutato ingiustamente per gli esordi light, seppur irrorati di perle pop da fuoriclasse assoluto, George Michael è in fondo l’epigono di un dono che sembra davvero appartenere quasi esclusivamente alla mia amata isola.
Curioso destino verificare che i tanti ragazzotti vestiti eccentricamente, da new dandies della classe media in rivolta contro il grigiore plumbeo dell’epoca Thatcher, siano stati probabilmente l’ultima fiammata di grande movimento e grande musica prima del diluvio delle epoche successive.
Penso a Spandau Ballet, Duran Duran, ABC e molti altri : gruppi che ancora oggi hanno una qualità di scrittura pop sofisticata da veri primi della classe come anche Sinatra, uno che se ne intendeva, riconobbe nella famosa lettera a George che oggi tutti consultano sui vari social networks.

Strange
Don’t you think i’m looking older?
But something good has happened to me
Change is a stranger
Who never seems to show

On the board

Nel film “Pawn sacrifice”, tradotto letalmente comme d’habitude (“La grande partita”), ad un certo punto viene paragonato il gioco degli scacchi alla tana del bianconiglio, un posto vertiginoso, escapista, dove perdersi nei meandri della mente.
Il film rievoca la vita di Bobby Fischer nel momento in cui quasi tutta la nostra generazione si è invaghita di questo antico, nobile e cerebralissimo gioco, nel 1972, ai tempi del mondiale Fischer-Spassky, il leggendario incontro di Reykjavik in piena guerra fredda.
Anch’io contrassi la scimmia delle 64 caselle in quel periodo e ricordo la ricerca, allora difficile, di notizie sulle partite, le prime peregrinazioni in centro a Milano per prendere scacchiere, libri, riviste, i primi torneini e le lunghe partite con gli amici, in particolare con un compagno di classe fissato con Lasker : chissà se ha mai scritto il libro su quel raffinato campione, cosa di cui discuteva in continuazione.
Tutti gli scacchisti sono ossessivi.
E non può essere che così di fronte ad un gioco che per matematica e combinazioni diventa già dopo poche mosse infinitamente vario.
Il film stranamente funziona nel ricreare, anche parzialmente, l’atmosfera di quell’incontro e in particolare Tobey Maguire, normalmente a disagio in qualsiasi film, qui, dovendo tratteggiare il ritratto di un dropout esistenziale dotato di poteri mentali e scacchistici sovrumani, entra bislaccamente in parte e porta a termine il compito quasi con agio.
Ho provato in questi mesi a mettermi di nuovo davanti alla scacchiera e trovo un mondo sempre affascinante, mentalmente stimolante, beneficato dalla mole di informazioni e possibilità che il web sciorina senza sosta.
Mi scontro quotidianamente online a discreti livelli contro giocatori, soprattutto dell’ex terzo mondo che oggi domina anche questo “sport” : indiani soprattutto, sulla scia del leggendario Anand, uno dei migliori giocatori della storia.
Mi sono visto in diretta streaming il mondiale Carlsen-Karjakin di New York, un evento ormai globale, venduto come un match di football americano su Fox, tra due bambini fenomeni di poco più di vent’anni.
Il nuovo mondo è anche questo e per noi cinquantenni, anche ad alto livello, restano solo i tornei senior, mentre una volta i vari Petrosian, Korchnoj e compagnia bella duravano lustri.
Un mondo dove le scacchiere sono bluetooth e costano centinaia di dollari per la possibilità che danno di connettersi in rete e giocare partite “fisiche” mantenendo le meraviglie dell’online, la partita a distanza, il tracciamento delle mosse e così via.
Devo ammetterlo : ci è ancora dolce naufragare in questo mare.
Anche senza bianconiglio.