Il bello del calcio

In un mondo come il nostro, dove la tecnologia impera a tutti i livelli, fa ancora strano il conservatorismo spinto e demente del calcio.
Lo sport più popolare al mondo, trasversale a tutti i livelli, continua a rimanere impigliato in logiche ottocentesche.
Come sempre poi, il conservatore usa l’urgenza per bloccare il cambiamento.
Oggi l’urgenza, cà va sans dire, è la questione economica sulla quale, peraltro, esiste molta confusione.
Si mettono sullo stesso piano le società italiane, tutte in rosso ed indebitate ma senza assets immobiliari, con le omologhe società inglesi, ad esempio, che, piccolo particolare, gli assets ce li hanno.
Certo che se si guarda chi comanda la palla rotonda in Italia e nel mondo ci si mette le mani nei capelli.
Anche qui la kakistocrazia regna sovrana.
L’unica persona clamorosamente intelligente, Michel Platini, ha già la faccia di chi ha capito, con amarezza, che non è sufficiente avere le
idee chiare e due neuroni in testa (nonché la rarissima onestà intellettuale), per pulire la melma, anche involontaria, di chi non è in grado neppure di capire, figuriamoci di volere.
E sono sicuro che il nostro Michel, il giocatore che più ho ammirato sia sul campo che fuori, un raffinato ed ironico uomo di cultura cartesiana con due piedi champagne, rimpiange i bei tempi in cui disegnava traiettorie divine col pallone.
La conclusione è che mentre ogni sport importante si è già dotato degli aiuti tecnologici (mi rifiuto di chiamarla, secondo la solita becera dizione italopiteca, “moviola in campo”), basti pensare al tennis, al basket, a molti altri sport peraltro anche più facili da giudicare, il calcio zombie continua, secondo pratiche di bassa politica e burocrazia, a rifiutare con argomenti risibili l’avvento della tecnologia, con la quale gestiamo ormai quotidianamente questioni infinitamente più importanti.
Ma quante “nuttate” devono passare e quante generazioni devono scorrere prima di entrare nel futuro?

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