Living in an immaterial world

I Police nel loro meraviglioso album “Ghost in the machine”, profetico già nel titolo e dal sound sontuoso, parlavano di “Too much information” e “Spirits in a material world”.
Sicuramente la prima profezia si è avverata e oggi viviamo nel mondo dell’iperinformazione, un mostro che con mille devices e softwares cerchiamo di controllare, ma con scarso successo.
Sulla seconda la verità è che il nostro mondo ormai di materiale ha ben poco, in fondo, e molti parlano a ragione di “liquid society”.
Scherzi della globalizzazione che ormai impera.
Oggi il mondo, almeno quello nelle galassie più vicine (quello occidentale), possiede le stesse tecnologie (relativamente facili come accesso e a basso costo), usa gli stessi strumenti, mangia le stesse cose, ha gli stessi negozi nelle main streets di tutte le città.
E’ diventato infatti inarrestabile il processo così anglosassone nello spirito della “gentrification” progressiva dei centri urbani e delle zone attorno.
La gente non vuole più vivere nelle città principali, vissute come maelstroms di traffico inutile e portatrici insane dei soli svantaggi delle metropoli ma senza più i pregi di una volta.
Oggi lo shopping è omologato e intere categorie di negozi sono sparite per il processo inarrestabile di smaterializzazione dei supporti e per l’avvento della Rete.
La musica è sparita (i negozi..di dischi!), dvd e videocassette agonizzano, libri e stampa in genere sono i prossimi sulla lista.
Resiste qualche megastore “di tutto un po’”, che è come una specie di vetrina di oggettini e di cose che poi con calma si scaricheranno da casa.
Vedo sempre più con i miei occhi persone che con l’iphone fotografano libri e dvd che poi assumeranno via Itunes, come è logico che sia.
Nelle grandi città resistono negozi e ristoranti di nicchia ma fondamentalmente oggi la location è diventata secondaria e la Rete ha reso accessibile tutto a tutti, sia in forma di acquisto che di informazione.
Viaggiare è diventato facile, banale e assolutamente poco costoso.
Se non fosse per la ipersecurity non ci sarebbe più neanche il brivido che si provava una volta quando si entrava nell’aeroporto, non luogo per eccellenza, oggi banalizzato a shopping mall tra i tanti.
Ai miei tempi andare a Londra (così, per dire…) era costosissimo e vissuto come evento.
Oggi andare a Londra è come prendere un bus, si legge il libro (o meglio, l’Ipad) e si chiedono con insistenza annoiata drinks e noccioline.
Esiste un’unica lingua, il globish, quella specie di inglese meticcio che tutti parlano a modo loro e che tutti in fondo capiscono e parlicchiano.
L’effetto del nuovo mondo multipolare si vede anche nella perdita di importanza degli States.
La nostra è stata la generazione figlia del dopoguerra e di un mondo dominato dal soft power Usa.
Oggi in tutti i campi la facilità di accesso alle informazioni, alle tecnologie, alle cose, agli spostamenti ha reso il mondo un unico melting pot (il modello anglosassone è diventato il modello di tutti, questa è l’eredità vera) dove però, proprio per questo, chiunque di qualsiasi nazionalità sia può assurgere al top.
Nello sport, ad esempio il tennis, tutti vanno ovunque e gli americani sono out da un sacco di tempo, anche se poi magari molti dei top players si allenano in Florida.
Nel cinema, dove Hollywood era la mecca per tutti e l’unico irraggiungibile modello, oggi regna il policentrismo.
Dai tempi della magica triade (Kubrick-Wilder-Hitchcock…secondo me e secondo molti il massimo del cinema mondiale), tre immigrati (due inglesi e un austriaco) finiti a lavorare in Usa come tutti, si è passati ad un mondo digitale dove chiunque può fare film tecnicamente ineccepibili e contano solo le storie ed il talento.
E la diffusione stessa, grazie alla Rete, è facile e tentacolare.
Per questo concludo parlando del miglior film che ho visto negli ultimi tempi : “Il segreto dei suoi occhi”.
Un film argentino, se ci credete, che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero (altra categoria che presto finirà, vedrete).
Ne riparleremo perché è un’opera magica e straordinaria che merita un post apposta (ops), ma è certamente anche un segno dei tempi.

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