Foodmaniacs

Gordon Ramsay, Simone Rugiati, Alessandro Borghese, Jamie Oliver, Nigella Lawson, Benedetta Parodi, Joe Bastianich, Mario Batali, Carlo Cracco…potrei andare avanti all’infinito.
Cosa ci spinge da vari anni a regalare audience, successo e altro a queste star del fornello, showchefs o meno?
La foodmania non nasce in Italia.
L’Italia, uno dei crocevia gastronomici del mondo, ha un difetto di fondo che si vede in tutte le sue manifestazioni : è orrendamente provinciale.
Se quindi, da una parte, la provincia vuol dire ricchezza, soprattutto nella gastronomia, quando poi si tratta di esportare il verbo o di alzare il livello, il provincialismo uccide.
Non è un caso che siano la pasta e la pizza i maggiori successi gastronomici italiani all’estero, due piatti in fondo semplici e minori.
La cucina italiana nasce dalla provincia e dalla cucina di casa, nasce quindi povera e poi, solo poi, deve andare in mezzo al mondo globalizzato ed elevarsi.
Gualtiero Marchesi è stato uno dei primi ad andare contro i luoghi comuni e il “si è sempre fatto così”, il conservatorismo demente italiano, ed ha aperto agli odiati francesi che, al contrario, generano da sempre una cucina che ha origini nobili e successivamente diventa popolare, il percorso inverso all’Italia.
Con la globalizzazione e la comunicazione l’Italia ha scoperto, sempre troppo tardi, di non essere l’unica via al cibo e al vino e che i suoi abitanti avevano urgente bisogno di aggiornarsi e di conoscere le cucine del mondo.
Il mondo anglosassone, soprattutto quello inglese, abituato da sempre al cosmopolitismo, ha scoperto invece di essere molto indietro nell’offerta e nella varietà e si è messo a studiare seriamente e a conoscere le cucine di tutto il mondo.
A Londra già da molti anni esiste la più grande varietà di ristoranti etnici di livello del pianeta ma negli ultimi 10 anni lo standard generale si è alzato in maniera esponenziale, superando di slancio la semplice cucina inglese in una specie di fusion europea perfettamente realizzata.
Da noi, dopo anni persi nella falsa dicotomia trattoria “alla buona” – ristorante nouvelle cuisine, si è arrivati finalmente ad avvicinarsi a questo trend mondiale che è quello definitivo e che definirei “modern global food”, con tutte le auspicabili differenze locali.
Perfino il vino, vecchio territorio di conquista italo-francese, si è aperto al mondo e oggi sono almeno 4-5 le nazioni guida nella qualità, spesso oltreoceano.
Gli anglosassoni hanno imposto la moda perenne della cucina-spettacolo e non si contano i libri, i blogs, le trasmissioni tv dove questo lavoro è stato portato avanti con precisione militare.
Non a caso oggi se citi due cuochi nel mondo famosi oltre ogni misura, al di là degli addetti ai lavori, i nomi sono inglesi.
E solo gli esperti ti ricordano Ducasse, Marchesi e così via.
La differenza la fanno i media.
E la nostra passione per tutto ciò che ha a che fare col gusto e che cresce, ahimè, col tempo che passa.

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