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Cherrypicking n. 2

Ho sempre avuto un debole per i musicisti che hanno avuto poca o meno fortuna di quanto avrebbero meritato, i gruppi di culto o placidamente oscuri nella storia ufficiale della musica.
Tra i tanti nomi mi vengono in mente i Lotus Eaters, autori di un album di esordio talmente folgorante e meraviglioso nel suo romanticismo senza tempo da spingermi tanti anni fa ad uscire di casa e ad andarli a vedere in una fredda serata milanese (che é un topos, se ci pensate) all’Odissea 2001, una triste discoteca di periferia (don’t ask…).
Quella sera ho avuto la sensazione netta che fossero “doomed” (condannati) e che mai nessuno, a parte noi innamorati, avrebbe mai dato il successo di massa a quella musica così clamorosamente fuori moda.
Mi vengono in mente gli ABC, gruppo stilosissimo e di grande livello estetico musicale, una specie di Roxy Music in minore, che hanno quasi sempre fatto album splendidamente patinati e perfino adesso, mille anni e mille kg. dopo, sono riusciti a creare il solito prodotto perfetto (Traffic), inossidabili ed affidabili come sempre.
Un altro caso da manuale sono i Prefab Sprout, il gruppo di quel genio di Paddy McAloon, un grado di talento pop almeno pari alla sua profonda, inesorabile sfortuna (anche personale).
Paddy…l’autore di uno dei più grandi singoli della storia : Appetite.
E che dire dei Level 42, autentiche macchine da disco e da concerto che ancora recentemente sono riusciti a pubblicare un album come Retroglide (e il nome già dice molto…) dove, immuni da ogni moda, ripropongono in maniera ancora spettacolosa il loro sound inequivocabile, punteggiato dal basso slappante di Mark King e da aperture sonore davvero vertiginose.
Potrei andare avanti per ore ma se cominciassi a parlare degli XTC, degli Hue & Cry o dei Japan, un mondo più che un gruppo, rischierei di snaturare questo post ricco di ciliegie.
Recentemente ho riascoltato, dopo un pò di tempo, i Porcupine Tree, caso classico di carriera minore, anche se allietata da un seguito di fans agguerriti e fedelissimi (e anche questo è un classico…).
Alfieri del progressive che ha lanciato nell’empireo gruppi immortali come Yes, Genesis e Pink Floyd, i nostri hanno un sound ecumenico che può piacere indistintamente sia a chi ama le atmosfere romantiche sia ai cultori del power rock più deciso, in una strana commistione di estremi.
“In absentia” è di gran lunga la loro opera più convincente e più continua e The sound of muzak è un signor pezzo che avrebbe meritato maggior fortuna, anche per il titolo ironico.
Oscure sono le vie del successo e spesso é più piacevole battere le vie apparentemente minori là dove abbiamo trovato in passato gran parte della musica migliore.

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