Standard

Il tifo, secondo me

Secondo me il tifo non può fare parte della vita di una persona “dabbene” dopo i 25 anni.
Sembra una espressione apodittica ma francamente trovo abbastanza infantile che una persona riesca a prendere sul serio l’appartenenza ai colori societari in maniera importante (non sto parlando di simpatie o generiche nostalgiche appartenenze al proprio “luogo”) dopo che uno ha un minimo sperimentato e conosciuto le logiche e i retroscena, soprattutto oggi, ma anche semplicemente ha praticato l’onestà intellettuale e l’equilibrio, nonché lo sport in sé, e logicamente non puó sopportare la grezza regressione dei dementi.
Questa cosa oltretutto nel nostro paese ha una valenza in più, quasi politico-pedagogica.
È indubbio che il paese dei guelfi e dei ghibellini ha una sua speciale difficoltà nel ragionare in maniera equilibrata senza prendere le parti aprioristicamente.
Tutta la nostra storia politica è stata infettata duramente da questa tabe primaria e la commistione voluta e malefica tra le curve e il parlamento, anche in maniera linguistica (la famigerata discesa in campo), ha rovinato del tutto lo scenario, relegando la nostra nazione definitivamente al ruolo di nazione di serie C sia nel calcio che nel resto, ben più importante.
Prima dei 25 anni anch’io ho avuto la mia fase tifosa anche se chi mi conosce bene sa che ho sempre affrontato lo spinoso problema calcio con un approccio, tanto per cambiare, anticonformista e senz’altro poco italiota.
In sintesi ho sempre detto, nella più totale buona fede, che ritengo il tifo una malattia infettiva degenerativa e che il vero “sportsman” ama lo sport in sé e magari pure lo pratica.
Non ho mai quindi dato soverchia importanza ai colori da seguire e soprattutto, nei limiti del possibile, ho analizzato sempre il calcio da vecchio aficionado.
La mia storia di tifo resta quindi anomala ma parte comunque, tipicamente, da una matrice edipica (la mamma!) e, guarda caso, geografica.
In due parole : nasco a Milano e nasco interista.
Nasco nei primi anni sessanta e quindi non so che mi appresto ad entrare nella “golden age” nerazzurra, l’era dei Sarti Burgnich Facchetti recitati come un mantra e della massima espressione del catenaccio e del contropiede (guai a chi parla di “ripartenze!”), schemi di gioco che ritengo da subito fondamentali e superiori, filosoficamente, allo scriteriato attacchismo (in questo ero e resto breriano).
La mia storia di calciofilo si sviluppa subito secondo il canone già detto e fin dal 1966 (prima partita che ricordo : finale Mondiale Inghilterra-Germania…ovviamente a Londra…ma questa è un’altra storia) mi ricordo il tinello di casa e la partitona vista con mio padre.
E qui scatta il virus che porterà poi alla svolta epocale.
Statistica vuole che la mamma sia sempre la mamma ma che sia il padre a determinare, con la sua funzione di “guida realistica al mondo”, l’indirizzo del fanciullo in crescita.
Aggiungo poi che da che mondo è mondo, il padre ha parole più precise e forzanti sull’argomento calcio e mia madre tuttora distingue a fatica un pallone da una melanzana (sorry, mum!).
Mio padre era juventino.
Il classico lombardo non milanese metropolitano abituato a tifare “goeba” in maniera automatica.
La svolta, dicevo, avviene in maniera repentina e nella data più simbolica.
Stiamo parlando, cà va sans dire, della mitologica partita di Mantova, spesso citata (assieme alla finale persa col Celtic in Coppa dei Campioni) come lo zenith e la fine della parabola della Grande Inter herreriana.
Lo dico con vergogna ma lo dico (e spesso mi è stato rimproverato dalla “mamma”) : iniziai seguendo alla radio la partita da interista deluso (il Celtic era una ferita vissuta davanti al video pochi giorni prima) e finii la partita sventolando il vessillo bianconero di mio padre subito dopo il famigerato gol di Di Giacomo a tempo scaduto con papera di Sarti, prima serie di una lunga sequela di epocali disfatte della Beneamata (spesso a favore dei gobbi).
Negli anni successivi ho spesso giustificato questa mossa tremenda parlando con frasi come “ero al buio, ho visto la luce”, “l’Inter è simpatica ma l’aristocrazia bianconera è un’altra cosa” o più banalmente “taci mamma che il papà ne capisce MOLTO di più di te di calcio”.
Per tutti gli anni 70-80 ho vissuto, sempre a mio modo, la “fede” bianconera, negli alti e bassi (pochi), con punte di fervore messianico ai tempi di quello che ritengo il più immenso giocatore che abbia mai visto su un campo di calcio e la persona più smart fuori : ovviamente Roi Michel Platini.
Già questa predilezione, a parte l’ovvia consonanza calcistico-cultural-filosofica, avrebbe dovuto mettermi in guardia sul controvirus in arrivo.
Platini infatti era dell’Inter!
Ma con una mossa di splendido autolesionismo, così tipica dei colori nerazzurri, fu “regalato” alla Juve adducendo presunti limiti fisici, caratteriali etc.
In realtà Michel aveva poco a che fare con la trista ambientazione torinese, come si è poi ben visto negli anni successivi, e la cosa veniva sopportata dal nostro solo col rapporto diretto con un suo pari, Re Gianni Agnelli.
In seguito ho scoperto che non potevo non essere interista, per motivi culturali e politici.
E sempre con il salutare e totale vuoto di senso di colpa che contraddistingue le mie scelte.
Paragonerei il tifo sportivo al tifo politico.
Nell’Italietta normalmente esistono le chiese eterne ed infatti solo gli stupidi non cambiano idea su questioncelle così variabili e transeunti.
Era veramente curioso vedere le forme semantiche usate e le reazioni dei miei amici quando alla fatidica domanda italica “A che squadra tieni?” rispondevo : juve …ma simpatizzante inter (anche se in realtà l’unica squadra per cui ho davvero affezione è il Chelsea, che mi ricorda la mia felice giovinezza, spesso e volentieri londinese).
Come minimo venivo visto come un buffo animale mitologico che univa l’inconciliabile e soprattutto si permetteva di pensare che esistesse un calcio al di fuori dell’Italia!
In realtà, in fatti opere ed omissioni, mi ritrovavo a cercare istintivamente prima la partita dell’Inter rispetto a quella della Juve, a restare vagamente interessato in maniera morbosa di fronte alle frequenti sventure del club, ad assimilare dosi non omeopatiche di trasmissioni televisive locali che ormai vivevano e vivono tuttora di interiade da mane a sera.
Il nome poi era meraviglioso (Internazionale…quanto di meno italiota potessi desiderare), i colori stessi in sintonia con le mie fisime cromatiche, la proprietà così APPARENTEMENTE fuori dai giochi, un misto di borghesia “ludens”, di classe e di suprema indifferenza, tipica dei veri ricchi, per le furbizie da basso impero : così supremamente poco furbi da farmeli amare immediatamente, io che ritengo la furbizia, vera o presunta, il virus vero che infetta il nostro paese.
E qui devo dire che ho cominciato a subire davvero i prodromi del controvirus.
Non potevo certo associarmi idealmente alla famigerata triade bianconera e tantomeno alla new power generation milanista, gente dello stesso malefico stampo in salse diverse.
Diventava quindi scelta culturale, politica, estetica, geografica.
Ho cominciato a seguire i miei giornalisti sportivi preferiti, dopo la catastrofe della dipartita di Brera, e li ho trovati tutti invariabilmente irretiti dalla Beneamata in una coazione a ripetere che sa tanto di amore…pronti a dispensare consigli a corte anche di persona.
Ho conosciuto Peppino Prisco che alla seconda domanda mi chiese: “A che squadra tiene?”.Io risposi Juve e lui, offrendomi l’aperitivo, mi disse : “Peccato, sembrava una persona così intelligente”.
Ho cominciato a leggere sempre Beppe Severgnini e l’ho visto pubblicare un libro-base come “Interismi”, dove elencava le differenze…al momento in cui il mitico afferma che gli juventini amano i cani per la loro ubbidienza (anch’io amo i cani, NONOSTANTE la loro ubbidienza) ma gli interisti amano i gatti (il vero amore della mia vita)…ho cominciato davvero a cedere.
Da tempo ormai non me ne frega più nulla ma guardo ancora le partite di calcio.
E penso che solo con somma leggiadria si possa parlare di queste minutiae che allietano la nostra vita.
Il calcio, a patto di considerarlo per quello che é, soprattutto in Italia, ossia paragonabile al wrestling per credibilità, è ancora adesso uno sport ipnotico e un grande anestetico contro le preoccupazioni della vita, nonostante tutti gli sforzi consapevoli ed inconsapevoli che sono stati fatti per distruggerlo.
Per questo trovo molto sgradevole condividerlo con chi ulula con gli occhi iniettati di sangue e dimentica troppo spesso il cervello in queste piccole discussioni.
Perché poi mi ricordo che lo stesso personaggio affronta altre discussioni, più importanti, e magari va pure a votare.
E il suo voto vale il mio.
Questa democrazia é proprio una roba imperfetta.

Advertisements

2 thoughts on “Il tifo, secondo me

  1. Un parlar di calcio così poco da ossessivo che piace anche alle donne! L’eleganza, l’ironia e un’intelligente disamina di un mondo che per molti è una malattia terminale. Bellissimo post nostalgico, divertente, amaro come la realtà più autentica!

  2. Post interessante e pieno di spunti. E’ vero che il calcio oggi, con i naturali distinguo, riveste il ruolo che ai tempi dei romani era appannaggio di arene e gladiatori. E’ vero anche che il tifoso medio è normalmente un accanito fan di Uomini e Donne e del Grande Fratello. Detto questo, come per (quasi) ogni cosa vanno fatti dei distinguo: avendo giocato parecchio a pallone e conoscendo l’ambiente piuttosto bene, posso dirti che non brilla certo per cultura o acume intellettuale, ma questo è sotto gli occhi di tutti. Nonostante questo, essere tifoso moderato (in medio stat virtus semper) può essere salutare nella misura in cui permette di condividere con qualcuno un interesse, una passione. Uno dei meriti più grandi del calcio è di essere un valido aggregatore sociale, che mette in contatto realtà molto diverse tra loro e consente anche all’ultimo della classe di parlare col primo e magari imitarlo (avviene anche il contrario purtroppo).
    In ultima analisi, non credo sia possibile paragonare il tifo calcistico a quello politico. O meglio, se non si considerano le frange estremiste e cieche di entrambi i settori. In linea generale, essere un tifoso sportivo ha poco a che fare con la razionalità, più con la passione e il piacere dello sport, ed esula dal considerare dirigenti, presidenti, trame di potere (non potrei mai essere tifoso milanista altrimenti, come ben sai). Non prevede quindi, come ogni passione che si rispetti, un cambio di pelle/colori così radicale come quella che passa tra il neroazzurro e il bianconero. Essere un tifoso politico, invece, è un peccato grave, perchè le scelte politiche andrebbero analizzate con rigore e razionalità, non alzandosi dal divano strillando, per correre ad abbracciare la tv. Comunque sono convinto, almeno per il momento, che senza esagerare si possa essere un tifoso appassionato (di qualunque sport) nel weekend (non consideriamo le infrasettimanali!) e un razionale e cinico osservatore della realtà per il resto del tempo.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s