The future

Prince cantava molti anni fa “I’ve seen the future and it works”.
Anch’io ho sempre condiviso questo mood, soprattutto per quanto riguarda le tecnologie.
Pur essendo refrattario anche culturalmente alle depressioni e alla mentalità del “bicchiere mezzo vuoto”, resto peraltro convinto che la lunghissima traversata dell’Italia verso la normalità sia ancora di là dal concludersi in tempi brevi.
Diciamo che ho un piccolo spazio mio dove esercitare una eccezione.
Augias nel suo ultimo libro parla proprio di questo, del come sia possibile che tuttora l’Italia sia una eccezione rispetto al resto dei paesi occidentali, eccezione quasi sempre in negativo e su cose importanti.
Per non parlare del fatto che per quarant’anni della sua storia, dunque per larga parte di essa, sia stato possibile che si sia affidata a figure ridicole ed autoritarie (il libro si chiama infatti “Il disagio della libertà”).
Se analizziamo il presente, vediamo che ci sono due scuole di pensiero.
C’é chi sostiene che il governo attuale, lungi dall’essere un governo come gli altri, rappresenti una cesura anche di sistema e di pensiero che porta verso una nuova Italia finalmente più europea nel senso buono del termine.
C’é chi invece brutalmente si aspetta il ritorno in massa del “parlamento” e delle vecchie logiche, passata la nottata del buonsenso.
Io mi trovo, stranamente, in una posizione intermedia e la cosa mi sorprende.
Anche recentemente a domande precise fatte da gente under 30 ho continuato a suggerire di scappare in lidi più sani.
Ma in realtà penso che, ad esempio, la tecnologia (per chiudere il cerchio con Prince), rappresenti un forte fattore di cambiamento democratico e partecipativo per una società così vecchia, stantìa e malata di provincialismo come l’Italia.
Da qui alla nascita di una vera opinione pubblica e di un mood costante di cambiamento e di reazione davvero “indignata” al delirio etico, politico, culturale ce ne passa.
Quando davvero certe cose saranno impensabili anche da noi, cambierò idea definitivamente e felicemente.
Sono abbastanza vecchio e abbastanza lucido per ricordarmi che queste fantasie palingenetiche invadevano costantemente l’informazione dei tempi di Tangentopoli.
Abbiamo tutti visto com’è andata, si é tornati velocemente alla controriforma e alla riabilitazione dei cattivi, non prima di aver demolito con precisione militare e linguistica quei pazzi che ci avevano provato (con il conio del nuovo -ismo a sproposito, giustizialismo, così come con altre invenzioni neolinguali orwelliane tipo “buonismo”).
Tutto fuorché la distinzione netta tra bene e male, a fini quasi sempre prosaici, mentre, di sotto, la plebe ignara e appositamente manipolata si azzuffa per motivi di parte.
Resta il fatto che ad oggi, nonostante qualche buona intenzione di Monti & co. e la forza della loro diversità oligarchica ed antropologica dal popolino, siamo ancora qui a misurare con rispetto ed incredulità la vicenda, ad esempio, del presidente tedesco e delle sue dimissioni, ennesimo monito eclatante a chi si ostinasse a pensare che tutto il mondo é paese.
Al di là del recente ventennio, riproposizione spesso ridicola di altri periodi numericamente simili (secondo la nota teoria), periodo che derubricherei a ultima follia di generazioni distrutte dall’ignoranza e da una mentalità durissima a morire e infarcita di logiche da dopoguerra, oggi le nuove generazioni hanno almeno la rete e i viaggi, nonché lo sharing intensivo, come arma antifollia, un pò come capita in certi paesi che lottano per la loro democrazia a colpi di Twitter.
Certo, resta una incrostazione di potere particolarmente refrattaria alla trasparenza, resta un Vaticano che sicuramente non aiuta alla causa di un sano laicato e che condiziona da sempre ogni rotta politica in maniera palesemente abnorme, resta una mentalità corporativa, particolaristica accanita.
Si sta davvero muovendo qualcosa?
Ne parliamo fra altri vent’anni?

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