A night in Monaco

Lo Sporting Club di Montecarlo e la Salle des Etoiles in particolare rappresentano uno di quei posti, che non sono tantissimi nel mondo, che si pensano possibili solo nei film anni ’50 e che vanno oltre, secondo me, il lusso banale che è la fascia alta della banalità contemporanea.
Due giorni fa ho avuto la ventura di trovarmi in quel posto per una cena con concerto di Sting annesso.
Montecarlo è un posto davvero particolare, un posto dove, per esempio, ogni due per tre, per strada si trova un defibrillatore in perfette condizioni e ovviamente mai manomesso (l’Italia è paradossalmente davvero lontana), sia per venire incontro alle esigenze (ed ai conti) della ricca clientela media in età avanzata, sia per risolvere piccole questioni legate alle complicate passeggiate sulle ripide strade del Principato.
Per completare il quadro, ad esempio, il centro cardiotoracico, di rara imponenza, è a metà strada tra il porto e il Casinò, su una strada inerpicata e lunga, piena, probabilmente, di gente in disequilibrio cardiaco magari dovuto al gioco andato, ovviamente, male.
La mitica SBM (Société des Bains de Mer), sovrintende a tutto quanto offre Monaco, e gestisce mediamente con livelli e criteri di efficienza davvero all’altezza della situazione.
Abituato al Blue Note di Milano e alla sua formula che trovo perfetta (cena-concerto, solo gente seduta al tavolo, non molte persone, musica di qualità, possibilmente jazz), ho pensato che entrare lì fosse l’equivalente di entrare in una specie di Blue Note con gli steroidi, fatta la dovuta differenza di stile e di livello di offerta.
In realtà è molto, molto di più.
Una specie di rotonda coperta sul mare, luci perfette, tetto stellato, vista notturna sulla baia di Montecarlo e ristorante di grandissima qualità, gestito con precisione militare e classe sopraffina.
Durante la cena un gruppo cool jazz, clamorosamente sprecato per l’occasione, che suona a volume appositamente abbassato, piacevolmente accompagnato dal brusio dei fortunati ospiti.
E poi, Sting.
Definire un concerto allo Sporting un concerto normale è ovviamente sbagliato.
L’impressione netta è quella di essere stati invitati ad uno showcase privato, tipo quello che viene riservato alla stampa prima della partenza di un tour, con la conseguente sensazione di privilegio e di intimità con l’artista del caso che sono pressochè unici in un mondo così massificato e dalle “lunghe distanze”.
Ne è passato di tempo da quando, biondissimo e determinatissimo, lo vedevo nei Police prima maniera (concerto storico al Palalido di Milano), nei Police seconda maniera (concerto della sventurata serie del laghetto di Redecesio) e perfino nel primo Sting solo e jazzy (concerto all’Arena di Milano).
Oggi Sting è vistosamente un “vecchio” signore di 60 anni di buona cultura e di ottimo aplomb che segue senza concessioni le sue voglie e le sue passioni.
Dopo le criticatissime ma coraggiose escursioni colte e dopo il disco su Dowland è riuscito a inventarsi una specie di “quartetto d’archi” applicato al rock jazz e che ha trasformato questo tour chiamato con doppio senso esplicito “Back to bass”, in qualcosa di meno primitivo e rock di quanto uno si sarebbe aspettato, ma bensì in una variante acida e stridente di una musica ormai definitivamente oltre le classificazioni e oltre il rock stesso.
Un gruppo perfettamente in equilibrio tra vecchi e giovani, con innesti talentuosissimi.
I vecchi sono Dominic Miller, clone visivo di Geldof, storico chitarrista di Sting, compassatissimo e slowhand nonchè il prodigioso Vinnie Colaiuta, uno dei monumenti della batteria.
I giovani sono Rufus Miller, figlio di Dominic, chitarrista classico che regge gran parte del peso del gig e lo fa con la nonchalance del veterano, grazie ad una tecnica straordinaria, e il violinista iperflamboyant Peter Tickell che è talmente bravo che non fa rimpiangere i fiati e il sax ad un fanatico del genere come me.
Finalino beffardo, negli encores, con “Next to you”, che una volta iniziava i concerti dei Police e che invece oggi rappresenta la chiusa energetica, ma con sfumature di arrangiamento inusitate.
E’ davvero il caso di dire : che notte, a Monaco.

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