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L’acqua che scende velocemente nel lavandino

All’interno dell’élite musicale mondiale, convivono grosso modo due categorie.
La prima è quella degli irrequieti, perenni innovatori e curiosi onnifagi che hanno cambiato mille volte stili, suoni, travestimenti.
La seconda é quella dei musicisti innamorati di un sound talmente straordinario e soddisfacente da imporre l’eterna stasi in un nirvana perenne.
Quasi tutto il jazz appartiene alla seconda categoria.
E questo eterna infatti l’ossessione degli appassionati (quorum ego) che in realtà chiedono solo dosi crescenti e non riescono mai a concepire l’uscita dal dondolio classico dello swing nonché i vari rituali tra cui, tipico, quello degli assoli.
Paradossalmente uno dei monumenti assoluti, Miles Davis, pur esplorando, in varie fasi, come un Picasso musicale, la profondità del perdersi, é in realtà il tipico musicista della prima categoria, avido di novità e totalmente disinibito nell’abbattere ogni forma di rispetto per il passato, anche il proprio.
Il tipico rappresentante della prima categoria nel pop rock é sicuramente David Bowie, camaleontico non solo nei travestimenti ma soprattutto negli stili musicali, cosa che, cà va sans dire, lo ha spesso reso inviso a diverse categorie di ascoltatori a seconda del momento.
Ci sono altri esempi, invece, nel pop rock, della seconda categoria.
Al punto più alto io metto un duo, uno dei gruppi più influenti della storia e il classico gruppo “per musicisti”, la chicca per eccellenza dei palati fini.
Ovviamente qui si parla di Steely Dan.
Il mix micidialmente inesorabile creato da Fagen e Becker é basato su una ricetta così complessa e così ben calibrata che se fossimo in campo gastronomico staremmo parlando della formula della coca cola o del piatto della vita.
Il loro non è un punto di vista musicale, è un UNIVERSO, basato sulla combinazione professionalmente impeccabile del jazz, del pop, del soul e di tutta la musica angloamericana del ‘900 con aggiunta finale di salsa Dan.
Il tutto impiattato alla perfezione e con una cura dei dettagli che lascia senza fiato, anche dopo decine e decine di ascolti.
Lo so perché l’ho provato varie volte, ma l’ascolto dei Dan fa male alla salute.
Intendo dire che siamo vicinissimi alla dipendenza e all’esclusività ossessiva, tutte cose che si possono trovare anche nell’uso di sostanze psicotrope.
Il risultato é che quando si comincia ad entrare nel loop (e d’altronde, come evitarlo?) si fa davvero fatica ad ascoltare altro e a concepire di ascoltare musica diversa.
Qualche anno fa sono andato a Lucca, cittadina meravigliosa, uno dei gioielli veri dell’Italia, ad ascoltarli e ci sono andato con quel senso di adorazione e di unicità che si ha quando si assiste a qualcosa di irripetibile.
I due sono sempre stati molto sulle loro, sempre seppelliti dietro caterve di strumenti, e hanno immolato la loro vita alla creazione, rarefatta, di abbaglianti capolavori discografici senza tempo e quindi l’occasione di vederli dal vivo, in Italia perlopiù, era davvero unica.
Sono state due ore e mezza davvero indescrivibili.
Perfino nei grandi concerti di grandi musicisti ai quali ho avuto la fortuna di assistere è sempre esistita una curva, una variazione di moods e suoni.
Intendo dire, pezzi molto intensi, pezzi meno intensi, una certa sensazione di pieno-vuoto.
Con questi qua é stato impossibile abbassare l’asticella della goduria musicale al di sotto di vette iperuraniche, una macchina da guerra inesorabile dove ogni passaggio, ogni secondo era puro distillato di una musica così densa, precisa, ricca da non lasciare scampo.
Alla fine ero stremato ma più che altro per l’intensità totalmente insensata dell’evento.
Steely Dan é l’esempio massimo del nirvana musicale e dell’atteggiamento “definitivo” di chi, avendo trovato la perfezione e il paradiso, si chiede perché cambiare.
E la prova maggiore di tutto questo sta in una arguta metafora che, parlando con un amico quella sera, fu coniata all’istante.
Ci sono moltissimi pezzi dei Dan che sono talmente ben congegnati e talmente decisivi che non si vorrebbe letteralmente che finissero mai.
E che invece, prima o poi, finiscono, con una sensazione quasi di spreco di certi passaggi che farebbero la fortuna di interi altri pezzi di altri musicisti.
Quando questo succede e il pezzo sfuma, la sensazione ricorrente é quella di uno che vorrebbe fermare l’acqua che scende velocemente nel lavandino.

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