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Scripta che non manent

Pur essendo un lettore molto sopra la tragica media quantitativa italiana, leggo comunque pochi romanzi rispetto ad altri, gloriosi momenti della mia vita.
Gli anni della formazione sono gli anni in cui, se si ha un minimo di interesse nell’argomento, la curiosità per i grandi libri del passato prevale su tutto.
Soprattutto per la nostra generazione, l’ultima prima dell’avvento definitivo del video, del web, del multitasking perenne.
In più, comme d’habitude, l’avvento dell’età adulta e lavorativa in senso stretto incrementa la lettura dei saggi sui mille argomenti d’interesse, dei giornali e delle riviste che si moltiplicano e si accumulano e, dall’avvento del web, delle mille cose che si trovano in rete, blog inclusi.
In tutto questo maelstrom informativo l’escapismo dedicato e bisognoso di continuità che richiede un romanzo spesso e volentieri viene messo da parte.
Ma mi sono spesso chiesto se per questi, fondatissimi, motivi o anche perché, bisogna dirlo, il livello medio della narrativa, non solo italiana, é clamorosamente crollato negli ultimi trent’anni.
Da quanto tempo non leggiamo un grande romanzo?
Ne leggiamo qualcuno carino ma normalmente nulla di memorabile.
Il che si allinea a quello che succede al cinema, ad esempio.
É vero che la prospettiva temporale spesso inganna.
Alle spalle abbiamo, distillato, il meglio di 2000 anni, 2000 anni oltretutto molto concentrati e non così postmodernamente svaporati in mille rivoli, impossibili da seguire.
Sicuramente molti romanzi di valore ci sono sfuggiti o sono scomparsi nell’assordante rumore di fondo della produzione mondiale.
Ma se proprio dobbiamo seguire la critica e il parere dei sedicenti esperti, quello che ci viene offerto oggi come il meglio degli ultimi decenni ci lascia alquanto perplessi, soprattutto se lo proiettiamo nel giudizio più spietato, quello del tempo e del futuro.
Siamo proprio sicuri che i De Lillo, i Franzen, i Foster Wallace saranno ricordati nei secoli come Hemingway, Faulkner, Joyce e altri?
E vogliamo proprio parlare di Baricco e altri?
L’ultimo romanzo che ho letto é proprio Mr. Gwyn.
Ho sempre pensato che il nostro fosse principalmente un ottimo, ottimo divulgatore ed affabulatore e un romanziere normalissimo e, al massimo, “carino”.
Aggettivo che inizia a preoccuparmi perché caratterizza, quando va bene, il 90% della produzione artistica dei nostri tempi (cinema, libri, tutto) ma che é l’anticamera inesorabile dell’oblio veloce.
Sono ANNI che consiglio sempre gli stessi libri agli amici e questo non perchè non mi sono aggiornato (persone molto vicine a me lo fanno con divorante assiduità e mi confermano l’assunto) ma perchè semplicemente se devo spingere una persona a perdere qualche ora in concentrazione preferisco farglielo fare su scritti davvero memorabili.
A qualcuno interessa ancora COME si scrive?
E se sì, sa notare la differenza, a parità di contenuti?
Tra i molti libri che consiglio ci metto sempre “Dubliners” (Gente di Dublino) di Joyce, secondo me la più grande raccolta di racconti della storia e il molto più recente “Cosmetica del nemico” di Amelie Nothomb, scrittrice icona alquanto modaiola ma che, almeno in questo piccolo gioiello, ha dimostrato che scrive come in paradiso e può avere idee geniali.
In Dubliners poi, oltre al magnifico atto finale (The dead), ci sono due raccontini, apparentemente minori, che SONO, per me, l’infanzia e l’adolescenza e catturano, come per magia, quel periodo unico della vita : Araby ed Eveline.
Ho come l’impressione che il meglio di questi decenni sia da ricercare, come capita anche in musica, in nomi minori.
Altrimenti non ci resterà che accettare il destino di molti che, con sublime condivisibile snobismo, sostengono di aver tempo solo di leggere e rileggere i classici.
Ars longa vita brevis, si sa.

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