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La postcritica

Ho un pregio che è anche un difetto : sono tendenzialmente un benpensante (in senso etimologico) ottimista.
E’ chiaro che questo è un mondo che mette a dura prova le persone come me, ma io insisto, sicuro che questo sia comunque l’approccio giusto, soprattutto se temperato da un sano realismo che con l’età certamente è merce che non manca mai.
In uno dei miei recenti posts “La precritica” mi avventuravo dickianamente in un tentativo di critica cinematografica basata sul trailer e su info sparse ma senza la fruizione diretta dell’opera.
Anche perchè, nel retroterra cerebrale, mi sembrava quasi impossibile che Woody, il nostro Woody, potesse per davvero toccare livelli troppo bassi.
Dicevo semplicemente che mi aspettavo una ciofeca.
Come al solito peccavo di ottimismo.
Ora che l’ho visto, posso dire con certezza che “To Rome with love” è di gran lunga il più disperante, infame, orrendo capitolo della invece gloriosissima carriera dell’omino con gli occhiali che amiamo così tanto.
Il paragone con “Vicky”, altro grosso passo falso, era in realtà fuorviante.
Questo è MOLTO, MOLTO peggio e francamente non pensavo che fosse possibile.
E’ un film che non sembra neanche un film di Allen : manca totalmente la classe, la leggerezza, la finesse e qualche battuta fulminante che sono sempre state le caratteristiche di qualsiasi opera, anche quelle davvero minori.
Tremo all’idea che qualcuno delle nuove generazioni possa tentare l’approccio al mondo alleniano partendo da quello che trova adesso al cinema.
Stenterebbe a capire perchè Woody è un baluardo per gran parte di noi.
Il film è imbarazzante a livelli inconsueti, soprattutto nella prima mezz’ora abbondante.
E’ girato molto, molto sciattamente, è recitato da oratorio, grazie anche alla nota valentia recitativa delle numerose presenze italiane.
In questo senso l’episodio con Tiberi e la Mastronardi, oltre che infettato da un clima di pochade stanca e triste (la chiave stilistica del film), è veramente il più inguardabile.
Ma in generale si salvano solo il solito Benigni e, direi, il buon Albanese, anche se il clima generale, anche tra gli attori USA, è la sensazione netta di essere nel posto sbagliato e il cercare di venirne fuori il più velocemente possibile, dopo aver intascato il credit di aver fatto un film con una leggenda.
L’episodio “migliore” (grossa, grossa enfasi) è quello con Baldwin, Page etc ma è talmente infarcito di luoghi comuni alleniani che sembra quasi una parodia demente e senza cuore.
Baldwin sembra quasi uno stanchissimo Bogart post “Sam” e la Page cerca di fare la Keaton del 2000, addirittura replicando gli stessi tòpoi di film immensamente più importanti (mi riferisco in particolare alla scena notturna del bacio alle Terme che è la fotocopia sfatta della stessa, stessa scena in Manhattan dopo il planetario e a Central Park).
E la musica.
My God.
La musica è talmente cheap che non ci si crede.
Sembra un film di Vanzina riuscito male con la musichetta genere Oliver Onions.
Tutto è talmente slegato, tirato via male che si soffre anche fisicamente, soprattutto noi adepti.
Roma stessa non diventa mai una vera protagonista, a differenza di altri film cartolineschi (vedi la lunghissima, triste sequenza iniziale di Midnight in Paris…per il resto film che al confronto di questo sembra da Oscar), ed è puro sfondo, peraltro usato male, a scontatissimi luoghi comuni e a tristi cenette in terrazza che raccontano senza alcuna credibilità quanto è bella la città.
Il finale, così grottescamente dimesso e di basso livello (non ve lo racconto : godetevelo), è la degna conclusione di un BOMB, come dicono gli americani, monumentale per davvero, altro che rovine romane.
Temo che per davvero le lancette dell’orologio abbiano detto il loro verdetto.
Spero che spieghino al rintronatissimo nostro che forse non è più neanche il caso di sfornare un film all’anno per stare meglio nella vita.
Dovremmo stare bene anche noi spettatori.

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2 thoughts on “La postcritica

  1. In linea di massima il film ingenera una certa tristezza e le atmosfere sono in certo qual modo anacronistiche e poco credibili. Recitazione poco convinta, sceneggiatura trascurata, persino Allen caricaturale e posticcio, la parodia di se stesso.

    • …esatto. Ecco, anche anacronistiche. La vecchia idea ritrita di un americano vecchio che (forse) si ricorda (male) la Roma degli anni 60 ma più che altro l’immagine che ne danno alcuni film, soprattutto di Fellini, ma non solo

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