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Lo stato delle cose

Il calcio è sempre più lo specchio del mondo e lo sport di gran lunga più globalizzato di tutti gli sport di massa e di squadra.
In questo senso, nel 2012, il calcio, al di là delle ovvie differenze nel business e nei media, é proprio cambiato completamente, dal punto di vista tecnico-tattico, rispetto al passato, e in maniera molto più marcata di altri sport che comunque sono ormai diversi geneticamente dagli omologhi che abbiamo iniziato a conoscere ed amare nella nostra giovinezza.
Questi ultimi trent’anni hanno cambiato quasi tutto in maniera molto più veloce che nei 50-60 anni precedenti.
Ieri sera ho visto, come molti, il quarto di finale degli europei tra Italia e Inghilterra.
Fino a non molto tempo fa, sulla base della tradizione breriana, le partite tra nazionali venivano descritte secondo stereotipi etnico-tecnici, e solo qualche buffo personaggio del giornalismo sportivo invecchiato male si attarda ancora ad analizzare le partite secondo questi schemi.
Gli italiani erano i furbi contropiedisti, i tedeschi dei panzer inesauribili senza molta fantasia, gli inglesi attaccanti inesauribili e amanti delle fasce e dei cross, i francesi un po’ frullini e champagne e così via.
Perlomeno il gioannbrerafucarlo che era un vero grande e uno scrittore prestato allo sport e non viceversa nobilitava questi argomenti anche perchè il calcio era abbastanza fossilizzato, almeno dal dopoguerra in poi, e certe considerazioni avevano una loro verità inoppugnabile.
Non a caso l’inizio del calcio moderno e dei cambiamenti globalizzati viene datato intorno agli anni 80.
In Italia é l’epoca delle guerre di religione tra sacchiani e fautori del gioco classico all’italiana, tra la zona e l’uomo.
In realtà dopo gli anni 80 la zona e il cambio radicale anche linguistico del calcio (le diagonali, le ripartenze, la fase difensiva ed offensiva, le transizioni…) é un fenomeno mondiale e va al di là delle beghe di cortile così tipicamente italiote e delle ingenue e spesso dementi esagerazioni degli integralisti post Sacchi.
Omologazione é la parola chiave da abbinare a globalizzazione e alla base di tutto c’é l’informazione alla massima potenza.
In un mondo interconnesso a così estremi livelli gli scambi culturali diventano il brodo di coltura di una unica vulgata e questo diventa pane quotidiano anche per lo sport e per il calcio.
Oggi, come per tutto, le differenze marcate, culturali, etniche etc tendono a svanire sempre più.
Sono, come tutti sanno, il motivo scatenante del localismo demente di reazione che così chiaramente vediamo in politica, disegnano un mondo glocal, appunto, ma vengono sublimate nel calcio in un tifo estremo, ritualizzato ma fondamentalmente indistinto.
Nel calcio una partita come quella di ieri sera é un manifesto assoluto di quanto il mondo sia cambiato dai tempi del calcio romantico.
L’Italia, la maestra del calcio speculativo, caisse d’epargne per eccellenza, e in questo senso, dal mio punto di vista, tatticamente squadra ostica e spesso inarrivabile, é diventata una squadra e una nazione dove si fa fatica a trovare ormai difensori degni della grandissima tradizione del passato, il gioco a uomo é ormai dimenticato, e l’equilibrio, parola feticcio dell’allenatore medio, non solo italiano, é il vero obiettivo.
Di fatto, però, così facendo, oggi l’Italia fa un possesso palla esagerato, ha una concezione sostanzialmente offensiva del calcio e questo, a noi vecchi romantici, fa un po’ specie.
Ma quando mai si era vista una nazionale sprecona (ah il cinismo della classica punta all’italiana), attacchina, innamorata del possesso e un po’ ballerina dietro?
E dove mai si era vista una Inghilterra difensivistica, attendista, contropiedista e palla a terra?
Capello, un italiano al quadrato, é stato allenatore qui e si vede ma é tutto un mondo che ormai si ibrida e l’Italia sembra l’Inghilterra e viceversa.
D’altronde la Germania stessa, futura avversaria degli azzurri, secondo un copione “semifinale” che ha immense tradizioni, é lontanissima dall’idea classica della Mannschaft.
É una squadra modernissima, multietnica, brillantissima, tutt’altro che prevedibile, cingolata e iperfisica e sembra proprio la nazionale epitome della nostra epoca.
Anche se in fondo sono tutte squadre un po’ così : ibridate, multietniche, equilibrate e sostanzialmente indistinguibili se non per il tasso di classe dei singoli che ancora fa molta differenza.
Anche nei clubs é così da tempo, multinazionali omologate e interscambiabili nel mondo del calciomercato perenne e senza bandiere, ma vederlo nelle nazionali, anche se più tardivamente, fa veramente effetto.
Sono lontani i tempi degli estremismi tattici e quindi delle vere rivoluzioni.
Le follie catenacciare o le follie offensivistiche all’olandese o alla brasiliana.
Tutti giocano lo stesso pepsi-football mediamente indistinto e tutti hanno squadre melting pot che sono gestite da signori e da staff che hanno esplorato e scambiato tutte le conoscenze, non propriamente infinite in uno sport tutto sommato semplice come il calcio.
La fine reale delle nazioni viene celebrata ironicamente sugli spalti dal tifo multicolore e sostanzialmente “rituale” così tipico di queste manifestazioni e così fortunatamente lontano da quello becero tribale di certi stadi primitivi italioti.
Esaurita la parentesi “nazionalistica” tutti tornano poi a scannarsi per quello che conta davvero, il proprio club come il proprio marchio di fiducia, e tutti sanno che in questo mondo non c’è divisione ideologica più forte di quella dei sostenitori di questo o quell’altro brand.
E noi qui nostalgicamente ancora a sfogliar figurine…

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