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Dallo stellone alla stella

Nel mio ultimo post parlavo del neocalcio e del superamento dei luoghi comuni e delle distinzioni nazionalistiche.
Dopo la partita di ieri sera della nazionale, una delle migliori della storia imho, il concetto va leggermente modificato.
Da breriano convinto e da amante dell’aspetto tattico, soprattutto difensivo, del football, sono rimasto deliziato dal fatto che, nonostante tutto cambi e si ibridi, un certo DNA sapiente é rimasto.
Certo, oggi la nazionale si è evoluta rispetto al modulo ipercatenacciaro degli anni 70, ma in fondo le migliori nazionali di sempre erano, ecco la parola chiave, molto equilibrate e hanno giocato sempre un calcio molto evoluto, intelligente, camaleontico, tutt’altro che prevedibile ed estremista.
La nazionale di ieri é perfettamente su questa linea e, come se agisse comandata da un software etnico perenne, ha giocato la partita italiana perfetta.
Perfino la difesa mi é sembrata all’altezza del grande passato, a centrocampo ha trovato il giusto mix tra pedatori illuminati post tardelliani (Marchisio, De Rossi) e geni del pallone post riveriani e baggeschi tipo Pirlo, altro italiano atipico, freddo e distante, uno che ne ha fatta di strada da quando faceva ammattire le platee milanesi (intermilaniste) con colpi di genio alternati a perdite di palla e dormite sanguinose.
E poi davanti, la differenza.
Che il nuovo Riva fosse nero, freddo e indolente, un po’ matto…nessuno l’avrebbe mai detto.
Penso che Balotelli farà di più per la cultura e per l’antirazzismo di questo paese finto tollerante ed ipocrita di molte parole, perché quando c’é di mezzo il football l’italiota medio si beve tutto e assume tutto.
E questo é sicuramente un altro aspetto positivo della nascita di questa stella.
Certe volte il Balo, come tutti i geni, non ha voglia e ti viene voglia di “corrergli dietro con l’ombrello” (altra immortale frase del Gioann) ma normalmente il nostro é un fuoriclasse certo e come tutti i fuoriclasse é totalmente indifferente alle emozioni e rende meglio laddove il gioco conta di più.
Ibridandosi l’Italia é diventata multietnica e più propositiva calcisticamente ma l’imprinting del gioco raffinato tatticamente e del countergaming fulminante, accoppiato alla nota solidità difensiva, é rimasto e Prandelli sembra proprio l’allenatore ideale per portare questa squadra nel nuovo mondo rimanendo in fondo uguali a sé stessi.

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