The end

“And in the end the love you take is equal to the love you make”.
Cosi iniziava la performance nella cerimonia di apertura di London 2012 Paul McCartney giustamente citando quella che é significativamente l’ultima canzone della parabola beatlesiana.
E il discorso si é approfondito con la cerimonia di chiusura di queste splendide olimpiadi in una splendida città (sto citando me stesso o Sebastian Coe?).
É indubbio che chiunque sia stato in terra d’Albione un pó più a lungo che il turista medio sa con certezza che é la musica una delle chiavi per comprendere meglio la cultura locale.
La Gran Bretagna e Londra che ne é la sua monumentale capitale sono una delle patrie riconosciute e certe della musica moderna e la musica moderna é soprattutto pop e rock.
A Londra non si vedono altro che locandine di concerti, esistono interi magazines dedicati e le rockstar sono molto importanti a tutti i livelli.
Solo il teatro regge il confronto…come dire…una terra benedetta.
Ed é ovvio quindi che al momento di chiudere col botto e di essere all’altezza della straordinaria cerimonia di apertura si é puntato all’approfondimento della vera cultura inglese che é innervata dalla musica che tutto il mondo ascolta grazie anche ad un repertorio potenzialmente infinito.
Un viaggio nella musica moderna e un viaggio nella musica migliore della nostra epoca, una celebrazione quasi definitivamente nostalgica e malinconica, pur nella sontuosità della mise en scene, del famoso trentennio d’oro : sixties, seventies, eighties.
A proposito di messa in scena : non ho mai visto nulla di simile prima.
Già la cerimonia d’apertura era stata un gioiello boyliano dove tutto tornava : storia, musical, humour inarrivabile, classe.
Al finale, con più determinazione e con più concentrazione sull’aspetto musicale, un delirio.
Uno stadio di straordinario livello tecnologico (Led e controllo luci per ogni singolo posto a sedere hanno permesso giochi di luce e coreografie senza precedenti nella storia degli “Stadium events”), l’idea geniale di non mettere il palchetto triste centrale ma di rendere l’intero campo il palco grazie all’artificio della Union Jack con i suoi rami che portavano al centro.
Altra idea straordinaria : la strada attorno al nucleo centrale a creare ritmo e dinamismo con la parade dei vari artisti, trick perfetto per delineare le varie epoche anche in base al tipo di mezzi impiegati.
Se non le avete viste vi consiglio con vera urgenza di vedere entrambe le cerimonie.
Hanno spazzato via qualsiasi cosa mai vista prima e hanno fatto entrare nella modernità e nel musical iper spettacolare anche queste, che, in passato, erano perlopiù paludate esibizioni un po’ stantie.
Musicalmente la parade della musica inglese é stata punteggiata rigorosamente qua e là da tableaux vivants dedicati ai Beatles, il sangue nel corpo della musica britannica.
L’omaggio a Lennon é stato particolarmente toccante anche perché ha decisamente riequilibrato il maccartismo (oops) del nananana heyjudiano dell’andata.
Ma molte sono state le idee geniali, tipo l’ologramma interattivo Mercury e l’entrata di Brian May successiva, l’omaggio ipercool a Bowie (dalla radio a quel capolavoro algido che é “Fashion”), l’inglesità assoluta dell’inizio (Waterloo Sunset con il vecchierello Ray Davies a tenere alta la bandiera dei Kinks, Parklife dei Blur, i Madness…), l’ingresso davvero regale di Annie Lennox, il colpo di classe di onorare anche i Python con la dissacranterrima canzone finale di “Brian di Nazareth” cantata da Eric Idle.
A proposito : all’andata Rowan Atkinson e Kenneth Branagh…questi qua non sbagliano un colpo nel casting e hanno i punti di riferimento perfetti.
L’entrata stessa delle Spice é stata qualcosa di magnifico che é andata molto al di là delle simpatiche canzoncine del quintetto (i taxi che si trovano al centro della Union jack, diventano poi delle icone pop multicolori e, previo innalzamento di un parapetto protettivo, portano in giro le gasatissime cinque intorno allo stadio…Broadway al fulmicotone).
Al centro gli atleti in puro delirio per due ore e passa di spettacolo imperdibile.
A proposito di atleti : una piccola nota sul perchè considero l’Italietta un paese di serie B, ucciso dall’acido provincialismo ebete.
Già all’inizio ci si era fatti riconoscere subito quando la principessina dé noantri, la Pellegrini, si era rifiutata di partecipare alla cerimonia come portabandiera perché aveva la batteria il giorno dopo.
Questi pseudo fenomeni montati e senza cultura dovrebbero essere informati sul fatto che al di fuori delle loro piccole esistenze esiste un mondo ed esiste l’importanza storica di un’Olimpiade.
Questo rifiuto secondo me dice molto di una persona e della mentalità e della cultura che c’é dietro.
Esiste qualcuno lassù? Nessuno lo sa ma alla fine la Vezzali ha comunque vinto medaglie e la divetta veronese no.
Ma ho trovato ancora più avvilente e indicativo della mentalità italiota il fatto che praticamente gli unici che non hanno partecipato alla grande festa del “post mortem”, per dirla alla teatrale, siano stati proprio gli azzurri, sicuramente imbronciati e burocratici come da ordinanza.
Altro che “Casa Italia”, ennesimo monumento al provincialismo dello spaghetto al dente, del vestitino giusto “firmato” e della “bella figura”, ovviamente nel centro città (l’ossessione del parvenu per il centro…).
Una caduta di stile enorme ma soprattutto la consapevolezza che é una nazione bacata nei fondamentali.
Ad esempio nei fondamentali della civiltà, della cultura e quindi anche della cultura sportiva come i continui piagnistei e lamenti contro i giudici delle varie gare (sia in tv sia sul campo) hanno chiarito con assoluta evidenza anche ai ciechi assertori degli “italiani brava gente”.
Basti pensare alla Supercoppa italica calcistica e ai suoi veleni immediati per capire di cosa stia parlando.
Hanno vinto invece la gentilezza e la cortesia degli inglesi (ma guarda…) e il lavoro straordinario dei volontari e di quel signore che si chiama Lord Seb e che ora può seriamente pensare ad incarichi perfino maggiori dopo la ricostruzione dell’East End, perenne legacy di questa Olimpiade e degna conclusione del lavoro straordinario fatto da altri con i Docklands e con Canary Wharf.
Ma torniamo alla musica.
Passata la delusione di non aver visto il ritorno on stage della divina Kate Bush (che meriterebbe posts appositi), di cui abbiamo solo sentito un remix molto suggestivo di “Running up that hill”, e avendo assaporato con malinconia “Wish you were here” con Mr. Nick Mason ai drums e, udite udite, il benissimo conservato Mike Rutherford alla chitarra a testimoniare i grandi Genesis nella terra degli altrettanto immensi Pink Floyd, siamo arrivati allo spegnimento del braciere.
E chi hanno chiamato i signori della cerimonia ad officiare la fine della Messa?
Ovviamente gli Who, gruppo icona del rock inglese e autentica leggenda vivente.
Oltretutto con Daltrey in spolvero vocale maggiore rispetto a recenti uscite e quindi in recupero rispetto ormai ad un Macca palesemente oltre il traguardo, come anche la cerimonia d’apertura ha spietatamente evidenziato.
Sentire il finale da brividi di Tommy (listening to you…) con i video dei volontari avrebbe fatto piangere anche un serial killer e finire con “My generation” a suggello del payoff olimpico (Inspire a generation) é stato un maestoso congedo.
This isle is full of beautiful noises indeed.

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