Cherrypicking n. 6

Spesso ho detto la mia sulla situazione preoccupante in cui versa il cinema americano, autentico faro per decenni sia della settima arte che, più modestamente, del nostro immaginario collettivo.
Leggendo la storia del cinema e avendola in parte “vissuta” macinando films come idrovore, noi cinefili abbiamo sempre visto l’intera faccenda, come è capitato anche con la musica, come una storia di alti e bassi, periodi e stili che si sono affermati nel tempo.
Probabilmente quello che ci sconcerta non è legato semplicemente all’età o alla sensazione, anzi, la tentazione, di pensare che il passato sia sempre migliore e, soprattutto, più codificabile e comprensibile.
Quello che ci sconcerta è che la totale assenza di movimenti riconoscibili, di stili, di logiche delimitabili temporalmente, tende inesorabilmente ad atomizzare le esperienze e quindi, in fondo, a ridurne l’importanza nella fruizione e nella memoria stessa.
Un libro che ho letto di recente spiega benissimo questi fenomeni nell’ambito della musica (Simon Reynolds – Retromania) ma lo stesso discorso vale per tutte le arti.
Dagli anni 90 in poi è semplicemente cambiato il mondo e il mondo è cambiato al 90% perchè esiste la Rete.
La possibilità ormai non solo teorica di accedere a tutta l’arte del passato ne ha come schiacciato lo sviluppo storico.
Tutto è revisione, remake, ritorno e tutto è sempre disponibile quindi viviamo nell’era manieristica per eccellenza.
Oltretutto l’avvento della Rete è andato di pari passo con il massimo sviluppo sul piano tecnologico, almeno se stiamo agli ultimi 20 anni.
Questo ha una importanza cruciale, soprattutto nel cinema, in termini di fruizione personale.
Ieri la fruizione del film era, al suo meglio, comunitaria.
Il cinema aveva vantaggi tecnologici enormi rispetto alla fruizione casalinga e/o personale e quindi il luogo cinema era il tempio dove si svolgeva sostanzialmente la cerimonia.
Analogamente allo sport, al calcio per esempio.
Oggi la fruizione casalinga e personale (spinta al limite con smartphones e tablets) è tecnicamente avanzatissima, del tutto soddisfacente e, spesso, preferibile alla fruizione comunitaria con tutti i suoi limiti.
Chi non ha mai agitato un immaginario telecomando genere my sky al cinema quando non ha sentito bene una battuta?
Chi allo stadio non ha rimpianto le mille angolazioni, il commento e il full monty, oltretutto accompagnato dall’HD, il vero salto quantico della televisione (paragonabile al passaggio b/n – colore) ?
Il cinema ha quindi concentrato i suoi sforzi economici su pochi, massicci blockbusters e sulle commediole usa e getta, relegando la ciccia per i veri cinefili alla tv (le serie sempre più scintillanti e ricche del meglio dell’attorume in giro) oppure a piccoli film, concepiti già dal budget per un brevissimo passaggio in sala seguito da un lungo passaggio in tv nelle sue varie formule (ppv, vod etc).
L’errore di valutazione iniziale della nostra generazione, ai tempi dei primi films “indipendenti” americani e del boom del Sundance, è stato quello di considerare “quella” una fase da storicizzare dopo il boom e il declino del cinema agli steroidi degli anni ’80, spesso partorito dagli stessi registi della new Hollywood diventati grandi (Spielberg e compagnia bella).
Da qui la delusione di constatare che invece stavamo assistendo al cambio di scenario definitivo.
L’unica forma di cinema americano oggi presentabile, con rare eccezioni, è il cinema indie che si è freezato in un Sundance perpetuo per chiara scelta budgettaria.
Il resto, quando va bene, è il blockbuster illuminato alla Nolan (il fantastico “Inception”, ad esempio) o l’ultima o penultima impresa dei grandi vecchi che hanno ancora accesso al big money (Scorsese e il suo splendido “Shutter Island”).
Altrimenti, come detto varie volte, meglio guardare le serie oppure i film che nascono per i nostri megaschermi casalinghi.
Due di questi film, due ottimi film, ho visto di recente e sono “Moneyball”, scritto dal grande Aaron Sorkin e interpretato da un Brad Pitt sempre più redfordiano, e “The descendants” (solito titolo italiano demente : “Paradiso amaro”), diretto dal Payne di “A proposito di Schmidt” e “Sideways” (sundanciano fino al midollo) e interpretato da un magistrale George Clooney.
In entrambi prevale la filosofia indie al suo meglio : quello che conta sono la storia e i dialoghi (e in questo Aaron Sorkin è uno dei maestri più nascosti ma decisivi degli ultimi tempi), conta la solidità degli attori (la gloriosa tradizione americana : che ritorna anche attraverso uno come Jonah Hill, ad esempio, o quasi tutti gli attori del film con Clooney), e perfino lo star-effect che era la forza del cinema americano tradizionale viene ridotta e portata sulla terra (non è più tempo di eroi in celluloide, perlomeno umani) da attori che sono i diretti eredi dei grandi del passato.
In questa chiave è lecito dire ormai che Brad Pitt e George Clooney sono due attori popolari, nel senso nobile del termine, e sono ormai due grandi attori.
American style, obviously.

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