In treatment

A dimostrazione che siamo ormai malati e bisognosi di cure, psichiatriche e non, spesso quando si tratta di scegliere il film da vedere nella pletora di proposte possibili, viriamo più convintamente su qualche serie televisiva che abbiamo registrato col fido Tivo dè noantri, MySky.
Siamo vecchi e stanchi quindi pensiamo di avere meno autonomia e le serie ci rassicurano con i loro tempi ridotti.
In realtà poi ne vediamo uno, due, tre di episodi, come le ciliege, a dimostrazione che non è il tempo la “issue” ma la qualità.
Sto vedendo la terza e ultima stagione di “In treatment”, nota chicca della HBO.
La serie, molto celebrata, racconta con grande classe ed economia di impianto la settimana di un analista di New York interpretata da un Gabriel Byrne soffertamente in parte alla grande.
Come l’Hitchcock di “Nodo alla gola” dimostrò per primo, le autolimitazioni stimolano i grandi e portano a vette impensabili.
Questa serie è un gioiello che non smette mai di stupire e che non si finisce mai di voler vedere.
Due persone, due divani (si è evitato il grottesco del topos del divano con il paziente sdraiato e l’analista dietro), ogni giorno un paziente diverso e l’ultimo giorno il buon Byrne che va, lui, in analisi, come peraltro ho constatato molto frequente tra i poveri psicanalisti che ho conosciuto nella vita reale e che tutti, invariabilmente, avevano lo stesso sguardo sfinito e spento, la stessa voce bassa e il desiderio di un sofà in una camera blindata come da immortale battuta di un mio antico professore di filosofia.
La genialata della serie, oltretutto, è di ignorare lo standard settimanale e presentare giornalmente un paziente diverso che poi tornerà la settimana dopo per la successiva visita.
Ogni giorno un paziente diverso e settimana dopo settimana si è avvinti per sempre per capire lo sviluppo del “treatment” dei vari personaggi che hanno iniziato la stagione e che dipanano, week after week, le loro pene.
Come da tradizione grandi attori a piovere e spesso anche grandi ritorni (una delle pazienti dell’ultima stagione è la rediviva Debra Winger che in un gioco perverso metacinematografico interpreta una attrice lievemente fuori fuoco e a fine carriera, non così conosciuta ormai come vorrebbe e che torna a teatro con il suo cumulo di nevrosi da “Hollywood on Prozac”).
E poi Byrne, attore di grande livello ma qui assurto davvero al ruolo della vita, con la faccia giusta, l’espressione giusta e le microdecisioni attoriali tipiche dei drammi da camera in perenne close-up, chirurgico come poche volte si vede anche tra i grandi attori.
Una delizia.

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