Dirty old tricks

Ho visto alcuni filmati della Convention repubblicana di Tampa pre-elezioni presidenziali.
Lo temevo ma ne ho avuto una conferma : non è stato un bel vedere.
In generale la politica, già pericolosa e infettante di suo, negli ultimi tempi è diventata un circo che sembra creato apposta per una selezione al contrario.
Perfino i migliori ne vengono colpiti e, purtroppo, la deriva populistica-mediatica è ormai connaturata a qualsiasi evento politico in qualsiasi parte dell’Occidente e fa deragliare tutti in una sterile e folle corsa verso l’apparente solleticazione degli istinti e delle idee peggiori del popolino.
E’ una questione estetica, anche.
In più l’esercizio del potere a quei livelli stanca e prosciuga anche le migliori intelligenze.
Basta vedere ogni presidente USA, incluso il buon Barack : in pochi anni diventa il nonno di sè stesso e quasi sempre è costretto, almeno al secondo mandato, a ripetere i vecchi trucchi e le pantomime che sembrano necessarie per l’appeasement di quella brutta bestia che è la gente.
Poi, ovviamente, ci sono politici e politici, c’è il meglio e c’è il peggio.
In genere i migliori (non in senso assoluto, ovviamente), come capita in tutte le professioni, hanno sempre l’aria di chi vorrebbe essere altrove ed è lievemente infastidito dal doversi sporcare le mani.
I peggiori invece hanno lo sguardo grifagno di chi è perfettamente a suo agio in quella melma e l’aria di chi non vede l’ora di incassare il malloppo (di voti, di soldi, di potere) per potersi fare i fatti propri e del proprio clan, possibilmente al riparo dagli occhi troppo curiosi della stampa e dell’opinione pubblica.
E in Italia recentemente abbiamo avuto esempi preclari di questo mood, un mood che vive della e nella menzogna sistematica.
Negli USA la deriva populistica e retrograda ha ormai sposato in pieno il Partito Repubblicano che già tradizionalmente era il deposito di quelli che con locuzione perfetta negli States chiamano “not the sharpest knives in the drawer” (non i più affilati tra i coltelli nel cassetto).
Sul palco si sono avvicendati dei personaggi che, purtroppo, ormai abbiamo conosciuto bene anche alle nostre latitudini, un misto di luoghi comuni (Dio, Patria, Famiglia) agitati strumentalmente per nascondere la vera issue (i soldi, sempre i soldi) e un sottofondo costante di razzismo, illusione della forza (un classico della peggiore destra), culto della leadership e così via.
Il culto della leadership poi nasconde la mentalità del seguace ottuso della prima chiesuola che passa e in genere fa passare per leaders dei personaggetti buffi che al limite sanno solo serrare la mascelletta ad uso delle donnette piccolo borghesotte con la faccina feroce.
La patetica esibizione di Clint Eastwood con la sedia vuota dimostra in pieno l’assunto e dimostra anche la logica gerontocratica e totalmente superata che è l’humus di questa mentalità giurassica che farebbe tenerezza se non fosse, in realtà, pericolosissima nella sua mania semplificatoria ad uso dei sempliciotti.
Mi è venuto in mente quel film dove il Presidente, dove aver dato un ordine di bombardamento, smontava subito i complimenti muscolari dei collaboratori che lo circondavano per affermare “mi avete visto fare la cosa meno presidenziale di tutti”, come se, giustamente, ogni tanto bisognasse vergognarsi dell’idea stantìa di leadership che c’è dietro (Michael Douglas in “The American President”).
Ma infatti è un film, scritto da Aaron Sorkin per di più.
Questo circo poi è condito da una fede ottusa e totalmente non riflessiva, sul modello Santorum (nomen omen) meets G.W. Bush.
E la new wave oggi è rappresentata da un tipetto come Ryan, che mi ricorda alle nostre latitudini uno come Matteo Renzi, ossia il sorrisetto del furbetto che nasconde il nulla e una ambizione sfrenata che usa ogni mezzo, anche la menzogna, con una naturalezza e nonchalance che perlomeno una volta era meno “smooth” (caso da manuale : Nixon).
Sono e restano comunque attori e non della migliore genìa, il che fa pensare ormai che la politica sia uno stanco reality, dove valanghe di intelligenze, idee, fatiche vengono tritate all’interno del Barnum quando dovrebbero, più direttamente, arrivare al nocciolo della questione.
E’ la realtà e la realtà viene dipinta ad esempio da altri film, come le “Idi di Marzo”, un capolavoro poco celebrato.
Altro condimento buono per tutti i gonzi e sempre più stanco anche in una terra di vero patriottismo come gli USA è il nazionalismo che, come diceva il famoso detto, è sempre più l’ultimo rifugio dei farabutti (anche la Padania in fondo è un nazionalismo, per quanto virato verso il grottesco, come è d’uso dalle nostre parti).
Nel Barnum, poi, come da tradizione, vengono scaraventate anche le povere famiglie e le mogli in primis, come da schema prefissato.
Donne tutte invariabilmente bionde e tutte chiaramente a doppia faccia (sorriso forzato da borghesotta – feroci e ottusi “ways of thinking” dietro), sul modello della moglie di Romney che, udite udite, ha parlato di “amore” nella convention, raccontando come si potrebbe fare ad un vero “Tea Party” (lapsus?) e con gli accenti ipocriti piccoloborghesi e banali d’ordinanza, la sua storia d’amore col bel Mitt.
Abbiamo davvero bisogno di tutto questo?
Evidentemente la maggioranza di noi sì e questo fa pensare da sempre.
Il concetto di responsabilità personale, spirito critico e democrazia diretta, temo, ha ancora un lungo cammino davanti a meno che l’issue che più conta, i soldi (come sempre), e la crisi in atto forzino le persone ad usare il cervello, così, come diversivo.

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