Where is David?

Una recente fotografia di David Bowie, il grande David, a passeggio per le strade di New York mentre torna a casa con un sacchetto di cibo takeaway, mi ha fatto riflettere sul nostalgico e triste declino nonchè sull’autoesclusione dal mondo che sembra la sindrome “Marlene Dietrich” di certi grandi artisti.
I due si sono pure incontrati sul set di “Just a Gigolò” e condividono ora anche questa fase, nella loro stupefacente biografia.
Già rifugiandosi a NYC, Bowie è sembrato mettere un oceano d’acqua e un oceano di persone tra sè e il mondo : nulla infatti dà il senso di solitudine profonda più di New York, una città straordinaria, una delle poche città al mondo che ti fa davvero cascare la mascella quando arrivi ma anche una città di profonde infelicità, di profonde ingiustizie e di profonde “reclusioni”, volute o meno.
Il monogamo David, ennesima sorpresa, dopo una vita a 3000 all’ora in tutti i sensi, una monogamia trovata paradossalmente con una modella, l’intelligente e bellissima Iman, ha però accelerato la reclusione quando là fuori ha trovato, come tutti, la vita che morde per davvero.
Il primo segnale è il famoso “incidente del lollipop”, un segnale di qualcosa che stava per cambiare.
Durante un concerto in Norvegia nel 2004 un cerebroleso aveva lanciato un lecca-lecca sul palco colpendolo in pieno in un occhio.
Il buon David su questo argomento è sensibile (vedi famoso occhio “fisso” e incidente in gioventù) ma nell’occasione perse per davvero le staffe.
Successivamente, pochi giorni dopo, l’incidente che lo ha messo davvero fuori gara, un attacco di cuore sul palco in Germania scambiato inizialmente per un blocco muscolare alla spalla.
Da allora e sicuramente su urgente raccomandazione medica David, appesantito anche da una vita decisamente sopra le righe per molti anni, ha chiuso non solo con i live ma in generale con la musica.
Come rabdomanti assetati i fans hanno setacciato qualsiasi leggero vagito provenisse da NYC, dal sito…everywhere.
Niente.
Stiamo parlando di uno dei veri monumenti della musica moderna, uno dei grandi veri, scambiato per anni grottescamente per un banale camaleonte esibizionista e bisessuale.
In realtà un mito assoluto proprio dal punto di vista musicale, uno dei più saccheggiati dalla musica successiva, uno che ha aperto molte strade e che ha lasciato il segno indelebile su decine di albums straordinari marchiati a fuoco da una curiosità e una inventiva inesauribili.
Recentemente ho sentito “Toy”, il pezzo e l’album fantasma, mai usciti, probabilmente per l’orrore della casa discografica che si è trovata davanti un bislacco assemblaggio di b-sides e di pezzi del passato (alla fine…tutti tornano indietro), con in più quella gemma assoluta che è la titletrack (un inedito finalmente!).
Cullato dalla malinconica bellezza di tutti i pezzi che hanno stampati dentro di sè il barcode del “finale di partita”, questo grande pezzo ci ricorda, con volute oniriche, quanto ci mancherà.
A meno che…

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