Gente di livello

Privilegio.
Ogni volta che torno al Blue Note di Milano, la sensazione è quella.
L’unico locale italiano (di Milano mi sembra riduttivo) che fa regolare programmazione di eventi musicali di qualità (e quindi tanto jazz, cà va sans dire) a livello davvero internazionale.
Il tutto condito da un ambiente adeguato e dal rito così civile del dinner music.
Peraltro cercando di andare oltre la pura nutrizione e il finger food (anni di Scimmie e di Blue Note newyorkese…e saprete cosa intendo).
Resto sempre sorpreso nel vedere che questo esperimento di classe resiste alle mode, alla crisi, al deserto culturale dell’Italietta.
Ieri sera, poi, una di quelle non infrequenti serate dove la sensazione è più forte.
Soprattutto per noi “born in the sixties” e colti da quella sottile ansia di non saper più chi seguire, musicalmente parlando, lottando per cogliere gli ultimi bagliori dei grandi che se ne vanno.
Niente di nostalgico però ieri sera con i Level 42, monumento del funk bianco e della fusion nonchè autentiche leggende a cavallo del ventennio 80-90.
A parte qualche ironico e fugace accenno all’età di Mark King, mitico fondatore e dio imperituro del basso e nonostante l’intenzione chiaramente celebrativa del tour in corso (trentesimo anniversario, by the way), l’impressione è stata quella, consolante, di un gruppo ancora bello in forma, sia fisicamente che musicalmente.
L’ultimo, magnifico e sottovalutatissimo album del 2006 (“Retroglide”…altro accenno al tempo che passa) aveva confermato una mia vecchia teoria.
Chi ha un sound granitico e nirvanico può fare a meno delle decadenze…può continuare a suonare la stessa canzone senza sembrare ripetitivo.
E’ il destino ad esempio degli Steely Dan, quintessenza della musica inossidabile e senza età, ma non quello ad esempio di grandissimi come Bowie, troppo variegati per resistere belli carichi e interessanti oltre gli oltraggi della stanchezza e del tempo.
I Level 42 appartengono fortunatamente alla prima categoria e infatti tengono benissimo.
Poi, come tutti gli dei della fusion supersonica, sul palco sono qualcosa di atomico e definitivo.
Mark King, uno dei bassisti più iperbolici e slappanti del pianeta, e Mike Lindup (il dolce tastierista dalla voce in falsetto inconfondibile) sono ancora le colonne.
Il resto della truppa cambia ma quello che non cambia è il livello stratosferico della tecnica e della devastante sezione ritmica.
Come in una specie di progressive funk si sono lanciati in una celebrazione di “Running in the family”, l’album archetipico che li ha definitivamente, illo tempore, proiettati nello stardom, suonando pezzo per pezzo l’intero album il tutto intervallato da siparietti autoironici del maestro di cerimonie King sui vinili, e sui bei tempi della A-side e della B-side.
A seguire, una serie di hit al fulmicotone, suonati in maniera gagliarda e very, very loud.
Se a questo aggiungiamo un King di buonumore e perfino in grande spolvero vocalmente (non cosa scontatissima), serata di platino.
Sarei rimasto anche per il secondo “set” (altra civilissima e meravigliosa abitudine dei jazz club veri) e anche per stasera, ultima serata.
Not to be missed.

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