Cherrypicking n. 7

Once upon a time…
Una volta c’erano nella musica le scuole, i simposi, le elites degli happy few.
Dagli anni 70 in poi, dalla scuola di Canterbury, fucina di talenti eccentrici come Robert Wyatt e altri, in Inghilterra si è sempre creata qua e là, una comunità di artisti illuminati, in tutti i campi, soprattutto quelli musicali.
La pratica della contaminazione e la pratica della messa in comune delle intuizioni in una specie di art school allargata ha contraddistinto tutti gli anni 60, 70 e fino agli anni 80 inoltrati.
Tutti i grandi esteti della musica britannica vengono dalle art schools, da colleges meravigliosi dove curare nell’orticello di casa la sottile arte albionica della libera contaminazione tra grande storia e modernità lancinante e assoluta.
Penso già ai Genesis, ai Pink Floyd, a Bryan Ferry…potrei fare nomi per ore.
In questa raffinata pratica sono cresciuti stuoli di musicisti di grande livello estetico, autentiche vette nel già straordinario panorama musicale inglese.
Il movimento post punk, la new wave, era spesso connotato in UK dal marchio storico del glam (tutti nipotini di Bowie-Ziggy e dei Roxy Music), dell’estetica e non solo banalmente modaiola.
In questo senso perfino i Durans e gli Spands erano stati molto, molto sottovalutati musicalmente.
Successivamente soprattutto il sound patinatissimo e perfetto degli Spandau Ballet e di quell’ennesimo cesellatore di grande pop che è Gary Kemp ha toccato dei livelli di definitiva pulizia formale assoluta, razorsharp direbbero in Inghilterra (Gold mi sembra ancora oggi uno degli albums pop perfetti e True una delle definizioni migliori del genere).
Ma qui voglio soffermarmi sul lato più arty e sofisticato di questa corrente, di quest’onda meravigliosa che ha irrorato uno dei decenni più sontuosi della musica mondiale.
Anche i Japan di David Sylvian e soci partono da basi iperglam di exploitation selvaggia, quasi di derivazione americana.
Vederli col senno di poi e pensando all’attuale diafano, etereo, minimal zen David Sylvian viene da sorridere.
Ma in nuce già si vedeva chiaramente il talento, quello vero, e la ricercatezza che avrebbe poi dato sbocco ad una delle migliori avventure del pop inglese di tutti i tempi.
Spalleggiato da due altri eccelsi musicisti come Richard Barbieri e Mick Karn, soprattutto quest’ultimo, genio malato del basso, morto prematuramente, uno di quei musicisti che riconosci alla prima nota e che ha inventato un genere, Sylvian da “Quiet life” in poi pulisce il suono e il vestito del gruppo e lo porta ad altezze siderali quasi immediatamente.
Più aderenti al look minimalista e alle suggestioni etno-funk originarie, i Japan creano tre albums immortali, ancora oggi paradigma assoluto della bellezza e della classe nel pop rock, trascendendo spesso e volentieri il genere stesso.
L’album live finale, “Oil on Canvas”, già dal titolo proietta i Japan oltre la loro sfera di competenza in un mondo sofisticato, fatto di cocktails e di mostre d’arte, popolato da una elite puramente teorica ma affascinante.
Musica di velluto, dalle mille sfumature, e sicuramente uno dei migliori live di tutti i tempi.
Chiusa rapidamente questa folgorante parabola Mick Karn si chiude nel suo mondo mentale non senza aver partorito pezzi di straordinaria grandezza come questo anche col gruppo “Dalis car” (altro chiaro riferimento all’arty) concepito con quella mente malatissima di Peter Murphy dei Bauhaus.
Sylvian in una continua e insistita ricerca di semplicità minimalista comincia una carriera solo di assoluta, abbagliante grandezza che, soprattutto all’inizio, quando l’equilibrio è perfetto, porta il nostro nell’empireo dei più grandi, con albums meravigliosi, gemme uniche, almeno fino a “Secrets of the beehive”.
Poi comincia, come sempre, la ricerca del gruppo di eletti con cui confrontarsi.
E a chi si rivolge Sylvian se non alla mente assoluta, al più cerebrale dei grandi della musica inglese, Robert Fripp, il fondatore dei King Crimson, gruppo seminale di quasi tutto e vetta della ricerca inglese fin dal primo, leggendario album “In the court of the Crimson King”, apogeo del progressive più avantgarde e sofisticato.
Robert Fripp e i King Crimson nelle loro varie incarnazioni meriterebbero un post e varie pubblicazioni specifiche.
Ci basti qui sapere che Fripp e Sylvian, come anime gemelle, si incontrano e sublimano la loro affinità elettiva in albums meravigliosi dove c’è tutto, musica, cervello, cuore, variazioni continue.
Una festa.
Molti anni fa ebbi la fortuna di vederli dal vivo in una rara apparizione e in un ambiente molto raccolto.
Fu una specie di messa laica.
Due guru, il giovane e il vecchio, una musica scintillante, di tale assoluta grandezza che parlava davvero da sola, nessuna concessione allo showbiz, tantomeno al glam.
Una vera esperienza mistica, probabilmente una delle poche possibili, in questo prosaico mondo.

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