Back Home

Poche ore fa ero seduto nel South Terminal di Gatwick in attesa di prendere il volo per rientrare a casa.
Come è sempre stato, Londra non é per me una destinazione normale, nè per arrivare nè per partire.
Molti, molti anni fa presi il primo volo per la capitale.
Erano veramente altri tempi, soprattutto per queste cose.
Londra era una destinazione mitica per molti di noi e rappresentava davvero un salto in una realtà completamente diversa, alternativa, multietnica prima ancora che l’aggettivo avesse un senso nell’Italietta provinciale pre-globalizzazione.
Pochi avevano questo privilegio, i voli costavano cifre ragguardevoli ed erano i primi momenti dei viaggi studio, delle ragazze au pair e così via.
Ricordo benissimo il mio primo arrivo, serale, nella città del mio destino e la città, come dice il famoso detto, si é fidanzata con me immediatamente.
Da quel momento in poi per anni e ogni volta per lunghi periodi sono stato in questa città meravigliosa e ne ho conosciuto davvero nel profondo il respiro e la vastità incredibile delle esperienze possibili.
Ma fin dal primo momento ho avuto la netta sensazione, mai provata in nessun’altra parte del mondo, di essere arrivato a casa.
Ora che torno a casa per davvero, pur con tutte le piacevolezze del caso, la sensazione è sempre quella : mi allontano da casa e vado dove ho la vita, il lavoro e così via.
Ma non il cuore, geograficamente parlando s’intende.
Ho peraltro anche amici importanti a Londra e nella splendida, paradigmatica casa di questi ho vissuto probabilmente alcuni dei mesi migliori della mia vita.
La classica casa britannica con giardino, bow windows, il lattaio che portava il latte cremosissimo e il Times ogni mattina, le spettacolari colazioni e lo small talk sontuoso sul tempo e sul resto.
Ieri, in un “nostalgia trip” devastante, ho accoppiato la visita finale alla casa dove ho passato gran parte della mia gioventù, una casa appena venduta dal mio amico ormai trasferito in un altro continente quasi a tempo pieno, ad una matinée ad alto tasso glicemico al Prince of Wales Theatre in pieno West End.
Sembra strano ma non erano mai stati fatti soverchi tentativi di musical vero e proprio a Londra sul monumento della musica inglese e mondiale : the Fab Four.
Solo col cinquantenario finalmente il West End, con “Let it be”, colma la lacuna ma lo fa in maniera davvero straniante, con un non-musical, con un concerto dei Beatles (o meglio, ovviamente, di una cover band) così come avrebbe potuto essere in un ipotetico fine carriera e non come davvero è successo, ossia con la fine dei concerti all’inizio della Beatlemania praticamente per motivi di ordine pubblico e di inutilità artistica (Lennon disse che non riuscivano neanche più a sentire gli strumenti, visto il baccano infernale delle fans).
Lo spettacolo, davvero weird, attrae la prevedibile folla di ragazzi e, soprattutto, ragazze agèe, che in nome della nostalgia si scatenano davanti al gruppo di cloni.
Ed é un gruppo stupefacente per mimetismo sonoro (strumenti originali dell’epoca e resa sonora davvero terrificante, IDENTICA ai dischi) e disturbante somiglianza estetica e gestuale.
Con la clamorosa variante del verificare cosa sarebbero stati in concerto i quattro magnifici nell’epoca psichedelica e anche dopo.
Troppe emozioni per un giorno solo e una immersione, non penso del tutto sana, in una atmosfera di nostalgia senza ritorno.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s