Another year

Il grande Alfred una volta disse che lui non era interessato ai film “tranche de vie”, a lui interessavano i film “tranche de gateau” sottolineando la forza immaginifica e non realistica del suo cinema, una suprema forma di entertainment.
Lo diceva nel meraviglioso libro intervista con Truffaut, una delle bibbie imprescindibili per chi vuole masticare davvero del cinema.
In realtà esistono capolavori in entrambe le categorie.
Gran parte poi dei film che appartengono alla prima categoria sono da sempre il patrimonio di molto cinema europeo nobile, soprattutto francese.
Certamente non stiamo parlando di una omelette per tutti.
Mi riferisco alle persone, e sono tante, che amano proferire frasi tipo :
Vado al cinema per divertirmi.
Questo film é lento (lento? Interessati del panorama, non delle marce, idiota).
Domani è brutto, andiamo al cinema (al cinema peraltro si sta meglio in pochi, ossia d’estate e con l’aria condizionata).
A questi inevitabilmente il cinema commerciale degli ultimi vent’anni e il flusso fantasmatico della tv almeno fino all’epoca pre-satellitare ha fatto danni cerebrali evidenti.
Il mondo del cinema è pieno di gateau rancidi da fast food spacciati per prelibatezze ma che in realtá svaniscono presto nel ricordo e lasciano la sensazione costante che la verità, anche artistica, abiti altrove.
E non tutti i giorni nascono gli Hitchcock, i Wilder, i Kubrick o anche solo i Ridley Scott.
La sensazione ormai sgradevole è che ne nasceranno sempre meno, by the way.
Come disse una persona a me cara : io dormo sempre quando ci sono i capolavori.
Io invece spesso ero sveglio, un pó come mi è sempre capitato sugli aerei nei lunghi viaggi, l’unico a vedersi tutti i film, commercials inclusi, l’unico a rompere in un aereo al buio con tutti dormienti suonando il campanellino chiedendo drinks, patatine e caffè a piovere alle povere hostess.
Inconvenienti della cinefilia vampiresca giovanile.
Stasera ho visto una perla di quel grande maestro inglese di realismo che è Mike Leigh, un regista che penso non sia apprezzabile sotto i trent’anni.
“Another year”, scandito con strana solennità da quattro capitoli corrispondenti alle quattro stagioni, una solennità in contrasto con l’ambiente reale che racconta, è la storia paradigmatica che gira attorno ad una coppia anziana di coniugi che raramente si vede al cinema.
Raramente si vede con questa finezza l’amore realizzato di due persone che invecchiano in complicità e con vere affinità elettive.
E come capita davvero nella vita reale, quando questo succede, fatalmente il mondo dei dropouts esistenziali e degli irrisolti “pasticciatori”, single o meno, figli inclusi, si coagula attorno al nucleo forte come in una specie di primitivo, non detto schema di protezione.
Il film racconta semplicemente un altro anno nella vita di questi personaggi tra cui spicca Mary, il personaggio in fondo più solo e tragico, la classica donna superficiale e finta brillante che in realtà è la più sconfitta in questa galleria di triturati dalla vita.
Nella più bella tradizione inglese, attori meravigliosi, tra cui Jim Broadbent e, menzione specialissima, Lesley Manville, la svitata Mary, una delle chiavi del film.
La sua espressione nell’ultima magistrale scena, come sempre davanti alla tavola per una cena, rito inesorabile del tempo che passa, è, se mi credete, più entusiasmante di un inseguimento in Batman e vale da sola il prezzo del biglietto.
Film di straordinaria verità e bellezza. Nel suo genere, un gioiello.

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