Cherrypicking n. 9

Rivedendo in tv “Behind the wall”, il documentario su The Wall e i Pink Floyd, ho ripensato a quel periodo della mia giovinezza in cui ho iniziato per davvero ad interessarmi di musica.
A quel tempo, non molto tempo fa (ma sembra molto più lontano di qualche decade), la musica era molto, molto più importante di adesso.
E parlandone spesso con amici, genitori, conoscenti, la domanda era sempre la stessa : quali gruppi (notare : gruppi…erano gli anni sessanta, mate) ti piacciono di più.
In realtà allora non avevo le idee molto chiare e stavo iniziando il mio percorso (avrò avuto sì e no 10 anni) spesso rispondevo macchinalmente dando indicazioni generiche su bands che avevo ascoltato distrattamente o che allora cominciavano a prendere piede o, semplicemente, avevano un nome significativo.
E Pink Floyd era davvero un nome roboante, per l’epoca.
Bisogna pensare che era un’epoca dove l’ascolto della musica non era così facile e massivo come oggi, dove l’ascolto presupponeva un impegno preciso e costante, sia per radio che per vinile, l’epoca delle riviste come Ciao 2001, dei bootlegs, delle cassette EMI color blu, degli appostamenti nei negozi per il “prossimo album di”.
Sui media nostrani, così sempre squisitamente naif e disinformati, si delirava di “fluido rosa” (oltre che un errore di traduzione, anche un errore storico infatti il nome del gruppo ha tutt’altro significato e motivazione), alludendo alla psichedelia imperante.
I pezzi dei Pink Floyd che avevo ascoltato erano ancora i pezzi di Syd Barrett, genio malato per eccellenza, intriso di follia fino all’autodistruzione veloce, e maestro delle melodie stranianti e deviate.
Paradossalmente apprezzo Barrett più ora di allora, in fondo il giovane e il vecchio hanno più analogie di quanto sembri e tendono ad unirsi sempre più nel tempo che passa.
Il pezzo che conoscevo di più era la straordinaria “Arnold Layne”, un pezzo che sembra venire da un’altra era geologica e che ha il fascino super weird della psichedelia sognante.
Ma è stato dopo, poco dopo perchè erano anni intensi di produzione musicale meravigliosa e costante, che ho imparato per davvero a collocare i Pink Floyd là dove meritavano di stare, al top.
Quando iniziò l’era di Roger Waters, soprattutto, il nocchiero ideale per il duro mondo che li attendeva, l’opposto assoluto di Barrett, un control freak di primo livello, cattivo e paranoico al punto giusto.
Presi la sbornia di “Ummagumma”, album davvero mitico, che conteneva il pezzo che per anni è stato uno dei miei preferiti in assoluto, quella “Careful with that axe, Eugene” che è un pò la trasposizione horror psichedelica di “Shining” (tuttora uno dei miei film di riferimento), quel pezzo che nella versione “pompeiana” (Pink Floyd at Pompei) mi faceva vibrare davvero, perfino in quel cinemino di periferia dove ero andato a vedermi il prezioso documento filmico, ancora oggi uno dei documentari rock più belli e suggestivi della storia.
Un pezzo significativamente e ovviamente utilizzato anche da Antonioni in una delle sequenze più famose della storia del cinema, l’esplosione della villa in “Zabriskie point”, perfetta epitome della “rivoluzione” sessantottina.
E che racconta bene la nobile genesi di una generazione di musicisti usciti dalle art schools, soprattutto di architettura, e che avevano in sè, oltre al talento infinito, il gusto per la “mise en scene” teatrale oltre alle trasgressioni ingenue e definitive dell’epoca.
E poi : Dark side of the moon.
Senz’altro l’album definitivo e sicuramente uno dei monumenti della musica di tutti i tempi.
Per anni l’album usato per testare gli impianti audio, per intenderci, assieme ad Alan Parsons, non a caso il geniale ingegnere sonoro dietro alle scorribande pinkfloydiane, prima di diventare lui stesso ottimo musicista.
Da allora i Pink Floyd sono diventati a tutti gli effetti delle superstars mantenendo quasi sempre alto il loro livello e algidamente inattaccabile il fascino eterno della loro musica.
Fino a The Wall, appunto, l’album in fondo di “chiusura” della vicenda, ben prima della vera chiusura, l’album che è un pò l’album bianco dei quattro, e non solo cromaticamente, l’album della diaspora, del dolore, della varietà (qui virata fino al musical espressionista estremo) e della definitiva dipartita di Roger Waters da ogni interesse per la band in quanto tale.
L’album di capolavori immortali come questo, dove si annida uno degli assoli di chitarra più definitivi e necessari della storia.
Il documentario spiega bene questo passaggio e spiega bene la recita definitiva, quel tour di concerti davvero estremo che è stato il tour di The Wall, dove si toccavano livelli di messa in scena di pura avanguardia (un concerto dietro un muro?), del tutto unici all’interno di una vicenda di clamoroso successo commerciale come era allora la musica dei Pink Floyd.
La genetica “art” spiega bene tutto questo, un pò come fu per i Genesis, l’altro mio gruppo di riferimento dell’epoca.
Un gruppo che ha molte caratteristiche in comune con il gruppo di Roger Waters.
Il gusto per la messa in scena, il gusto per la musica come protagonista a scapito dei singoli (con la grande eccezione di quel frontman eccelso che fu Peter Gabriel), al punto che spesso, salvo i fans scatenati, pochi conoscevano le facce dei protagonisti ma tutti conoscevano la musica, soprattutto quei lunghi pezzi di matrice progressive che sono il trait d’union tra le due esperienze e il marchio a fuoco di quell’epoca baciata da tutte le migliori congiunzioni astrali ed artistiche.
In comune anche due tastieristi-musicisti che hanno innervato la musica di entrambe le bands, un pò come una specie di basso continuo, Rick Wright e Tony Banks, di formazione classica evidente e di cui mi piace ricordare rispettivamente due chicche clamorose, tra le mille partorite in anni leggendari, che rivelano la messe di talenti che la natura ha loro riservato : “Summer ’68” e “Firth of fifth”, con un intro entrato “instant” nella storia.
I Genesis sono stati il mio secondo grande amore e il deposito musicale più sicuro e costante del mio romanticismo adolescenziale e giovanile.
Dopo l’era Gabriel, contrassegnata da albums strepitosi e da almeno due monumenti assoluti, “Nursery Crime” e “The lamb lies down on Broadway”, è iniziata l’era di Phil Collins, che contrariamente a quanto succedeva allora, mi è piaciuta comunque molto, piena di pezzi memorabili in ogni caso, con un penchant più commerciale grazie alla presenza della superstar della porta accanto, quel Collins appunto che oltre a partorire, assieme agli altri, il miglior primo album post-split della storia (“A trick of the tail”) ha pure raccontato i fatti suoi in maniera struggente in “Duke”, una delle tante gemme sottovalutate di quel periodo.
E un’altra cosa che le due bands hanno in comune…è che sono gli unici due grandi che non ho visto live nella mia lunga e ricca carriera di guardone musicale, a mio eterno rimpianto.
Oggi ovviamente ascolto poco sia i Pink Floyd che i Genesis, pur avendoli nel cuore per sempre e nella testa nell’empireo che meritano.

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