Cherrypicking n. 10

Spesso mi viene chiesto quale musica ascoltare in questi tempi bui.
La risposta che mi viene spontanea macchinalmente, un pò sulla falsariga della risposta su cosa fare per l’Italia (andare all’estero!), è di ascoltare la musica del passato.
Abbiamo perlomeno il privilegio di avere a disposizione facilmente tutta la musica del passato, come in un quadro senza prospettiva, e quindi cerchiamo di vedere il bello del mondo post-tutto in cui viviamo.
Non abbiamo più quei filoni o quelle new waves di vario tipo che creavano intere correnti, spazzavano il quadro dal vecchio e spesso per qualche anno intrattenevano in maniera diversa.
Abbiamo le vecchie glorie che, giustamente, si tengono a galla sia per motivi economici che, spesso, per motivi musicali visto che trovano sbagliato andarsene quando il panorama è così mediocre e fiacco.
In realtà il vero problema è che la mancanza di qualità ormai cronica ma soprattutto l’omologazione e la banalizzazione della musica, nonchè la sua facile reperibilità, hanno ormai cambiato per sempre lo scenario.
Oggi perfino nei paesi benedetti, come l’UK, è difficile trovare le perle giuste nel mainstream plastificato pop-rock.
Lo scorrere di Twitter è il simbolo di un’epoca, splendido per la comunicazione indistinta dei social networks, pessimo per la ricerca della qualità.
Vedo tante nicchie dove si annidano gruppetti di fans carbonari ma, in generale, nessun filone portante che possa far coniugare successo commerciale e qualità portando avanti il confine.
Questo si è interrotto negli anni 90, così come negli anni 90 si è interrotto il flusso di filoni possibili, con il rap-hip hop, oggi ridotto al rango di pura convenzione.
La parola stessa pop è stata svilita (da non crederci), se oggi per pop viene intesa la squallida melassa plasticosa e indistinta di una Rihanna, Katy Perry, Lady Gaga o altre beniamine, mentre una volta erano i Beatles, gli XTC o simili.
Io ho trovato, qua e là, e al di fuori degli steccati dorati del jazz o degli eterni nirvanici (Steely Dan e soci), qualche nome nuovo che promette.
Ma spesso la fama è stata intermittente o nulla o la promessa è stata su un singolo pezzo.
Ho amato molto questo pezzo (The Feeling – Sewn) e trovo che sia una perla rara, perfino all’interno della discografia successiva di questo gruppo, semisconosciuto anche in patria.
Ho qua e là trovato qualcosa di interessante come questo pezzo (Kaiser Chiefs – Ruby), molto più convincente delle roboanti ovvietà dei quotatissimi Muse, maestri del derivativo fiacco, un gruppo che io ribattezzerei “Much ado about nothing”.
D’altronde da un mondo che elegge i Coldplay al massimo del pop-rock mondiale e James Blunt a maitre à penser ci si può aspettare di tutto.
E basta vedere il massimo della sacralizzazione della musica oggi in tutto il mondo, X Factor, per capire che resistono solo i vecchi miti, con rarissime eccezioni.
Che fine hanno fatto i Franz Ferdinand? Un gruppo che sia musicalmente che dal punto di vista del marketing sembrava aver capito alcuni trucchi del passato e che, complice una mediocrità musicale sempre più evidente, ha perso il filo che alcuni brucianti pezzi minimal new wave facevano intuire.
E poi : dove sono finiti gli albums belli dal primo pezzo all’ultimo?
Uno dei pochi che mi ricordo che riusciva a tenere era Jason Falkner (chi era costui?), comunque già vecchiotto, che poi subito ha rivelato la sua vera natura : una scheggia dal passato solo accidentalmente transitata, innamorato dei Fab al punto da fare un album di cover e intriso di Beatles da far tenerezza, nonchè condannato all’oblio in maniera inesorabile (Lost myself).
E allora non resta che cantarci la stessa canzone, soprattutto con gli epigoni dei grandi filoni (Adele ad esempio, una grande voce al servizio della musica nera del passato rivisitata).
Non resta che il grande deposito della musica black (jazz, rhythm’n’blues, soul e mille altre meraviglie) : non sono razzista in nulla ma in musica faccio volentieri un’eccezione… ma al contrario.

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