Stanley rules

Stanley Kubrick è morto nel 1999 e continua a mancarci terribilmente.
Ci manca il suo sguardo swiftiano sulla realtà e la sua cura maniacale da grande artista rinascimentale.
Il cinema era importante per Stanley e questo si vedeva davvero, si percepiva, a differenza del mainstream attuale che al di là del cinema “alimentare”, anche nelle sue forme più artistiche non sembra tenere in grande considerazione la dimensione estetica, culturale, filosofica.
Lo sguardo di Stanley era lo sguardo di chi, nato fotografo a New York City, è subito diventato lo scandagliatore principe dell’animo umano con l’ineluttabile pessimismo che ne consegue.
Ho appena visto il documentario che narra la storia degli archivi infiniti di materiale che Kubrick aveva man mano accumulato nella sua casa fortezza e di come, dopo qualche tempo, la famiglia li abbia donati alla University of Arts di Londra.
E sto leggendo la deliziosa biografia del suo autista, un italiano che ha vissuto all’interno del misterioso entourage di Stan, un enigma che nascondeva una bella famiglia e un uomo di debordante genialità e precisione.
In entrambe le opere viene finalmente svelato ciò che nascondeva il “mistero” dell’autoreclusione del mostro pazzo Stanley, come veniva descritto da gran parte della stampa di allora.
E che aveva generato veri mostri come l'”impersonatore” dipinto da Malkovich nel tristissimo “Color me Kubrick”.
Un uomo senza fronzoli, molto, molto esigente con sè e con gli altri, cerebrale fino al delirio, ma sostanzialmente un family man nascosto dietro le figlie e la moglie (un vero matrimonio e una vera complicità con Christiane, una artista visuale cà va sans dire, una pittrice, la figlia Anya, con la stessa facciona decisa del padre), dietro la sua privacy, in una villa nella campagna inglese (St. Albans), circondato da cani e molti, molti gatti ai quali dedicava tempo e attenzione.
Un uomo che lavorava ormai solo praticamente a Pinewood, vicino a casa sua, al punto da far ricostruire interi sets negli studios inglesi piuttosto che muoversi (leggendaria la trasposizione del quartiere di New York fatta per “Eyes wide shut”, un altro film definitivo e senza ritorno, un altro film che vale una vita).
Avrete capito che già l’uomo mi stava simpatico prima (per motivi oggettivi, di strapotenza filmica) ma dopo questa rivelazione “minimal” ancora di più.
Affinità elettive, come sempre.
Il “prima” è fatto della materia dei sogni.
Una leggenda vivente, di gran lunga il più significativo regista della sua generazione e sicuramente uno dei monumenti assoluti della settima arte.
Quando devo pensare ad un “grande” film, nel senso più pieno del termine, ad un film-mondo, potente ed omnicomprensivo, penso subito a “Shining”.
La cosa è curiosa perchè “Shining” è un film di genere e del genere più bistrattato e negletto per eccellenza, l’horror, tratto peraltro da un romanzetto che in altre epoche sarebbe stato la quintessenza dell'”alimentare”.
Perchè Stanley era un regista di “generi” e questa, secondo me, è la sua intuizione più grande.
L’idea di fare pochi, pochi film necessari, pensati maniacalmente fin nei dettagli e rivoltare ogni genere come un guanto per portarlo nella modernità e all’interno della “visione” di questo genio, è il lascito più importante per il futuro.
Oltre a centinaia di inquadrature e scene che resteranno nella storia del cinema e che si sono stampate immediatamente in maniera indelebile nella nostra corteccia cerebrale (presente l’inizio di “Arancia meccanica”?).
Tra i tanti documenti meravigliosi consiglio sempre il filmetto amatoriale fatto da una delle figlie durante la lavorazione nel mitico Overlook Hotel.
Oltre a simpatici siparietti di un Jack Nicholson iperguascone che rivelano, in maniera pratica, cosa significhi l’Actors Studio (diventare Jack Torrance in tre secondi, a comando), ci sono alcuni momenti che rivelano l’essenza dell’uomo e che ce lo rendono più caro, pur nella durezza dell’approccio (chiedere, per referenze, a Shelley Duvall).
Anche qui, come per tutte le arti, ci si chiede se mai sarà possibile, in questo nuovo mondo, che possa esistere un artista di questa dimensione e grandezza.
E che con la forza del suo talento pieghi l’intero mondo e l’intera industria che lo circonda ai suoi voleri artistici.
Uno che blocca Tom Cruise e Nicole Kidman per un tempo infinito nella campagna inglese a ripetere battute e scene mentre là fuori il mondo (agenti, fans, produttori) strepita per i costi, per gli appuntamenti, per la promozione.
Se pensiamo ai primi trenta film della storia del cinema, il nostro ne piazza almeno 6 o 7 il che equivale quasi all’intera sua filmografia, rarefatta e perfetta.

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