Masterbull

Ieri sera è finito Masterchef.
Nell’era dei cuochi superstar, nell’era nella quale gli chefs hanno sostituito gli “stilisti” come maitres à penser nell’immaginario collettivo, è comunque un avvenimento.
Ma mai come quest’anno si è avvertita già netta la deriva tipica dei programmi di successo quando passano dalla nicchia comoda e libera del satellite, con la sua fruizione personalizzata e raffinata, al successo vero, ancorchè a mezzo sat, il sat 2.0 di Sky come attrice effettiva di tv generalista.
In questo senso gli italioti lasciano sempre il loro segno, con rare eccezioni.
E’ significativo che il segno italiota quest’anno sia stato molto diverso rispetto al passato, si è passati, appunto, dal marchio del tinello (che stava già uccidendo X Factor sanremesizzandolo, prima del passaggio a Sky) al marchio dell’obbedienza acritica, del culto del successo, della cattiveria e della rissa, il simbolo dell’Italia degli ultimi vent’anni.
Ma con un piccolo surplus ideale che premia certi modelli comportamentali così stancamente di moda nel paesello : l’estetica della caserma, del sissignore fascistoide e senza pensiero, della mentalità del successo come credere-obbedire-combattere, condito dalla solita melma di trucchi, colpi bassi, gossip cattivo e così via.
L’Italia di oggi.
Spolverata anche, ma solo un poco, dalla cattiveria da format che viene dal modello Ramsay in giù.
Le prime puntate, quelle di selezione della truppa, mi sono sembrate le più brutte di sempre proprio per lo spirito che trasudava e per come i tre giudici, finora motivo preponderante o quasi del successo del programma, fossero passati da novità a parodia di sè stessi.
Con Cracco in prima linea, sia per narcisismo che per approccio fullmetaljackettaro.
Successivamente, con lo svolgersi del format normale, si è un pò andati con il pilota automatico ripetendo lo schema dell’anno scorso, ma già con meno freschezza.
Paradossalmente il più fumettistico dei tre giudici, quel Joe Bastianich immortalato per sempre dal genio di Crozza, soprattutto per motivi linguistici, mi è sembrato il più equilibrato, centrato, corretto, umano in fondo, dopo l’anno scorso dove faceva la parte del lanciapiatti cattivo (gag ripetuta qualche volta, ma con suprema moderazione, quest’anno).
Barbieri sta a fatica nel ruolo del poliziotto buono, con la parlata emiliana simpatica (la poetica del mappazzone), e comincia ad essudare succhi di vera cattiveria cucinistica.
Carlo Cracco mi sembra involuto e mica male.
La sua parte è quella che soffre di più gli insulti del tempo e l’attore mi sembra piuttosto rigido, anche mentalmente, per cambiare registro.
Oltretutto quest’anno il suo narcisismo debordante, che assieme alla cattiveria acida è il marchio di fabbrica dello chef nell’immaginario collettivo e forse anche nella realtà (mestiere duro, my dear), ha fatto pure qualche danno, dando il premio, guarda caso, al personaggio perfetto per l’edizione cattiva e fintamente politicamente scorretta di quest’anno.
Cascando, se non è tutta fiction (come è sempre lecito supporre della tv), nel vortice di ruffianerie e trucchetti della signora che ha portato a casa il premio, nel disdoro generale.
La furbizia è il totem nazionale d’altronde e questo non a caso è il paese principe per numero di leggi, avvocati, risse giudiziarie.
A noi spettatori manca ovviamente il senso decisivo per la valutazione, il gusto, paradosso massimo, ma la sensazione è che sia stato commesso un “delitto”.
Il format è buono e sicuramente è facile prevedere ancora qualche anno di grande euforia, ma le prime crepe si sono già viste e, immagino, la salvezza potrebbe essere, oltre a lievi variazioni di formula, già intraviste quest’anno, anche un reset dei tre giudici carnefici, ormai attori consumati ma anche consumandi.

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