La gente

Nel mood generale di sobrietà, di ritorno al buon senso, anche esibito, diretta conseguenza della crisi economica e dell’evidente perdita verticale di appeal e credibilità conseguente di tutte le istituzioni, politiche, religiose, economiche, in questo mood l’apparizione del cardinal Bergoglio al soglio di Pietro non suscita davvero sorpresa.
Inutile sottolineare la crisi profonda dell’istituzione Chiesa cattolica.
Una Chiesa giustamente percepita come distante, elitaria nel censo e nelle logiche ideologiche astruse, in disastrosa emorragia sia di clientes (fedeli) che di collaboratori, truppe allo sbando in maniera evidente.
Forte ormai solo in certe parti del mondo, le più arretrate e disperate, laddove preti coraggiosi e, spesso, populisti per necessità, hanno ignorato le rigidità grottesche per andare incontro alla gente.
Una specie di teologia della liberazione senza etichette.
E con la forte concorrenza costante di mille altri religioni e fedi, più snelle ed up to date.
Il Sudamerica è uno di questi posti e da lì viene il nuovo papa.
Una persona, vale dirlo, che sembra in buona fede (appunto) e sinceramente simpatico e abituato al contatto schietto e senza barriere con il “popolo”.
Pauperista nell’animo e nella pratica quotidiana al di là della scelta del nome, puro marketing.
Per noi frequentatori delle amate spiagge cinefile una specie di Jonathan Pryce, al quale assomiglia in maniera preoccupante, che sta interpretando la parte di “Dave”, solo che nella location Vaticano invece che alla Casa Bianca.
La domanda è sempre la stessa : può una persona sola cambiare una istituzione?
Diciamo che la storia dà risposte differenti, ma diciamo anche che la storia della Chiesa dà in genere risposte negative.
Una religione, ideologia senza sbocchi per definizione, cosa particolarmente vera per la Chiesa cattolica che supera l’islamismo addirittura dove teorizza l’unica versione giusta dell’interpretazione della stessa, non è normalmente la fucina di ogni liberalismo, di ogni cambiamento, di ogni onestà intellettuale profonda.
Se si vuole ossessivamente preservare una presunta purezza di messaggio, considerato perfetto ed eterno a prescindere, addirittura di filiazione divina diretta, non si è in genere disposti a dialogare col mondo che, invece, ha una storia e uno sviluppo.
Il rapporto con la scienza e la storia, due delle discipline chiave che hanno il peccato originale di non sentire ragioni se non quelle della ragione vera e dimostrabile, è una cartina di tornasole evidente del disagio e del perenne ritardo rispetto alla realtà.
E infatti le piccole variazioni, gli adeguamenti inevitabili alla realtà, anche se parziali e perennemente insufficienti, sono sempre stati nascosti, ipocritamente fatti passare per passaggi coerenti grazie ad una teologia spericolata, paradossalmente elasticissima in questi frangenti, totalmente al servizio della pravda vaticana e non.
La scelta argentina del Vaticano è dichiaratamente la scelta di marketing di un gruppo di potere che ha capito che la forma in cui si declina oggi l’influenza sociale è il populismo.
I media, particolarmente appeased alla sede di Pietro in Italia, si sono subito accodati all’agiografia ed è divertente, in questi giorni, vedere le interviste modello Studio Aperto alla “ggente” che si spreca in ooh di sorpresa per qualsiasi banalità.
L’elemento interessante di questa vicenda, per altri versi scontata e prevedibile, è che il protagonista è uno “vero”, come direbbero nei reality e nelle soap che sono la weltanschaung di riferimento di gran parte dei clientes, quelli che di solito applaudono ai funerali e sono molto, troppo sensibili al fascino e all’influenza dei media popolari, come si è visto ampiamente nelle votazioni politiche.
Il precedente più classico è Giovanni XXIII.
Altra persona vera, messa lì per motivi di marketing e di transizione (papa vecchio, manovrabile etc), che, contro ogni previsione, mette in scena il Concilio Vaticano II, da sempre l’equivalente chiesastico delle “riforme” politiche italiane.
Tardive, parziali, sempre invocate, mai applicate per davvero.
Il giochino è stato quindi quello italiota classico, a dimostrazione della reciproca influenza sul Tevere dei due gruppi di potere.
Parlarne sempre, usarlo come bandiera, applicarlo per davvero mai.
E siamo quindi arrivati fino ad oggi, dopo le dimissioni di Ratzinger (le dimissioni del papa!), ad un mondo preconciliare che Martini, ottimisticamente, dichiarava, “dall’interno”, indietro di 200 anni.
Le inesorabili logiche del potere e dell'”azienda” sottostante, degli interessi, anche legittimi, e le altrettanto stringenti logiche “dottrinali”, che non possono permettere variazioni sostanziali pena la propria sconfessione sconsiglierebbero eccessivi entusiasmi.
A noi laici basterebbe vedere una facciata più morbida e meno ottusamente arcigna, meno scopertamente economica e penso che, paradossalmente, sia questo che basti anche al popolino in una specie di insolito accomunamento di fronte alla new wave dello stesso blocco di comando.
Sinistra analogia con il potere politico e la sua democrazia, sempre più fatta di apparenze e marketing.

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