Que reste-t-il de nos amours ?

Michael Haneke resta uno dei pochissimi veri registi autori, nel senso nobile del termine, del cinema moderno.
Un autore immediatamente riconoscibile, come tutti i grandi, fin dal suo primo terrificante esordio (Il Settimo continente) e via via fino a straordinari e raggelanti film come Funny Games (splendido perfino nel remake americano), Niente da nascondere e così via.
Lo sguardo di Haneke è gelido, rarefatto, ostentatamente e filosoficamente anti-empatico.
Musiche distillatissime, frequenza ossessiva di piani fissi, uno sguardo da chirurgo che amplifica, per reazione, emozioni e violenza.
Spesso un finale ambiguo, aperto, che lascia molte domande.
D’altronde lui stesso, interpellato sul suo cinema, ha detto : “Non c’è niente da spiegare. Il mio principio è sempre stato quello di porre domande, di presentare situazioni ben precise e di raccontare una storia affinché lo spettatore possa cercare da sé le risposte. Secondo me, l’inverso è controproducente, gli spettatori non sono mica colleghi del regista. Mi impegno molto per raggiungere questo risultato. Credo che l’arte debba porre domande e non proporre risposte, le quali sono sempre sospette, a volte persino pericolose.”.
Sono perfettamente d’accordo con lui, l’arte migliore, soprattutto quella cinematografica, nasce da questa ambiguità.
“Amour” rientra esattamente in questo quadro e rappresenta, come molto raramente si vede al cinema, l’amore dal punto di vista di due vecchi in disfacimento fisico evidente ma con un lungo passato di complicità alle spalle che trapela, senza ostentazione, nello stile del regista.
La moglie, interpretata in maniera crudelmente meravigliosa da Emmanuelle Riva, si ammala gravemente e si avvia verso una lenta fine e contemporaneamente verso una lenta decadenza, mentale in primis, accudita stoicamente dal marito, interpretato da un altro gigante, Jean-Louis Trintignant.
Una sinfonia da camera fatta di raffinatezze attoriali d’alta scuola e, sullo sfondo, la figlia gelidamente distratta e non empatica, Isabelle Huppert, altra stella assoluta della recitazione, l’unica che piange, in fondo, in questo dramma, dando corpo all’ideale di astratta “distanza” di Haneke che qui più che mai ricorda Dreyer, Bergman.
La figlia che prende poi possesso della casa, dopo la tragedia finale che non riveleremo (ma che ormai è stata spoilerata ovunque e banalmente inserita nel discorso piccolo borghese dell’eutanasia), in una scena finale di algida e geometrica potenza.
Palma d’oro a Cannes e Oscar al miglior film straniero.
Capolavoro.

Advertisements

2 thoughts on “Que reste-t-il de nos amours ?

    • Magistrale infatti : un film girato in quattro stanze senza una sbavatura. Una delle scene migliori secondo me e che spiega il titolo del post è quella, semplicissima, delle foto.
      Una versione nostalgico angosciante del testo di Trenet.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s