Je suis l’Empire à la fin de la décadence

Non c’è niente di romantico nella decadenza dell’impero americano a tutti i livelli, soprattutto nel cinema, nulla che faccia pensare alla frase di Verlaine o alle meraviglie del decadentismo artistico.
La globalizzazione vera e l’accesso a tutto da qualsiasi parte del mondo (la rete cambia tutto), nonchè la fine dell’illusione tipicamente destrorso-repubblicana dell’hard power per controllare un mondo enorme e sfuggente, a dispetto della facilità di comunicazione, delinea un mondo multipolare e molto meno dominato anche dal soft power americano, con tutto il bene che tutti abbiamo voluto a quella terra.
E nel soft power il cinema ha sempre giocato un ruolo preminente.
Per noi cinefili, oltretutto, il grande cinema classico (ma non solo) ha sempre portato sugli scudi la grande professionalità, innovazione, maestria e forza del cinema per eccellenza, quello a stelle e strisce.
Assistiamo quindi abbastanza increduli ormai al definitivo cambio di scenario, già da vari anni, e nella settima arte il tutto avviene con grandi rimpianti per quello che fu un grande cinema, il cinema più importante e in fondo anche qualitativo del mondo (soprattutto nei livelli medi) e che oggi scompare o quasi, inghiottito, all’interno dalla tv (dove resiste il meglio), perfino dal teatro (Broadway e affini digeriscono ancora decine e decine di talenti), e all’esterno da un cinema europeo e mondiale che, soprattutto nelle punte più alte, è superiore e lo è in quasi tutti i generi, incluso quello glorioso della commedia.
Se ci pensate bene sono anni e anni che assistiamo alla slavina verso il basso.
Personalmente, oltre alle visioni dirette, la cartina di tornasole è sempre stato un amico, noto cinefilo e notissimo americanofilo, che ha passato per anni le sue estati in USA inghiottendo decine e decine di “prime” (la peak season è sempre stata quella estiva).
Nonostante la sua evidente partigianeria, il nostro sono ormai anni che non può che constatare, grazie invece alla sua indubbia competenza del mezzo, che tutto si è svilito, rarefatto in qualità e fondamentalmente ridotto ad una semplicistica mediocrità che fa male.
Uno dei tanti segnali ad esempio è il saccheggio di sceneggiature altrui che negli USA è diventato massiccio negli ultimi tempi, a dimostrazione di una vena creativa in forte diminuzione.
Salvo poi banalizzare quasi tutto in quasi tutti i remakes (tremo a cosa ne faranno di “Quasi amici”, ad esempio).
Per me è molto, molto significativo pensare agli Oscars come esempio supremo dell’assunto.
Non che non ci siano stati errori e dimenticanze atroci in passato (solo pensare a Kubrick ignorato se non da morto fa prudere le mani) ma negli ultimi tempi sono stati premiati due dei film più mediocri e irritanti dell’intera storia, gloriosa, del cinema americano.
Penso a “The hurt locker” della inutilmente adrenalinica Bigelow (comunque ormai molto sfiatata, in bollicine, rispetto a films enormemente migliori come “Point break” e “Strange days”), grottesco Oscar del 2009.
Penso ad “Argo”, Oscar quest’anno.
Ritenere, come è vulgata comune, Ben Affleck il miglior regista giovane moderno di oggi e rivalutarlo perfino come attore la dice lunga sul crollo della qualità nella terra dei Wilder, Hitchcock, Ford, Lumet e così via lungamente elencando.
Il sottofondo di queste operine inutili è, malinconicamente, una forma di patriottismo ormai datato, provinciale, che davvero non parla più al mondo in nessuna maniera, il tutto condito da sceneggiature sfiatate e una cura generale davvero indegna della grande tradizione.
La qualità abita ormai altrove.
Lo sapete chi erano gli Oscar per il miglior film straniero 2009 e 2013?
“Il segreto dei suoi occhi” e “Amour”…basterebbe questo per far capire qual’è il vero award da seguire oggi.
Il piccolo segnale che perfino nel ridotto “giapponese” degli Academy Awards si è cominciata a capire l’antifona è l’introduzione di una unica categoria per “Best Picture” : oggi esistono ancora le due categorie ma film stranieri possono essere candidati anche come “Best Picture”, come è successo ad “Amour” quest’anno.
D’altronde gli ultimi bastioni d’Orione erano già caduti con la vittoria di “Slumdog millionaire” del 2008 e “The Artist” del 2011, senza considerare la parentesi squisitamente british di “The king’s speech”.
Noi nostalgici attendiamo ancora la generazione erede dei grandi registi e attori del periodo 60-70-80, quelli della new hollywood che sostituì, gloriosamente, il mainstream : Scorsese, De Palma, Spielberg, Allen, Pacino, De Niro e così via.
Ma sinceramente non vedo nulla all’orizzonte, qui sul Little Big Horn.

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