I due visionari

La nostra è una società molto omologatrice, soprattutto nel cinema, e solo lo strapotere del web sta rimescolando le carte.
Resta il fatto che il cinema in sala è comunque una operazione costosetta e quindi il mainstream, spesso mascherato da preoccupazioni economiche facilmente dimostrabili, trova terreno fertile.
Oggi poi dove l’accesso al web e alla tv permette spazi impensabili, la produzione cinematografica tradizionale è diventata un giocattolo per pochi che si rivolge ai molti e quindi perde fatalmente le ali e la qualità di nicchia.
Ho appena visto, ad esempio, l’ottimo ed abbondante “Effetti collaterali” di Steven Soderbergh.
Buonissimo esempio di film di qualità, tardo manieristico (secondo la classica cifra soderberghiana) ma che ha rinunciato in partenza ad ogni svolazzo.
Quello che si direbbe un solido lavoro da professionista e il massimo che si possa chiedere oggi all’offerta : comunque un film che tra non moltissimo sarà subito fuori dal circuito primario delle sale.
Si stenterebbe a credere che Soderbergh ha fatto anche un film come “Schizopolis”, ultimo vezzo autoriale vero prima di gettarsi in una sequenza di film che una volta si sarebbero chiamati “commerciali”, di solida fattura (il talento c’è) ma ancorati inesorabilmente al reale, che nel cinema è sostanzialmente la rivisitazione dei generi (Out of sight, Erin Brockovich, Traffic e così via).
I due visionari per eccellenza del cinema moderno, i due sopravvissuti, sono senz’altro Lars Von Trier e David Lynch.
Non imprevedibilmente sono ai margini dell’industria e laddove per Soderbergh parlare di “ultimo film” (Effetti collaterali) è un vezzo da ricco operatore culturale che vuole dedicarsi ad altro, per questi due sembra quasi una condanna di un mondo che non li rispetta molto, proprio per la loro imprevedibilità e anche per i loro eccessi, così poco inquadrabili in un foglio excel.
Io li trovo entrambi adorabili e stranamente rassicuranti, anche nei loro frequenti eccessi e nelle loro sprocetature talentuose.
Rischiano grosso e non hanno mai avuto paura di farlo, nel bene e nel male, assecondando il loro talento fiammeggiante da veri artisti in un mondo molto, molto prosaico.
Entrambi hanno uno “sguardo” inconfondibile, come è tipico dei grandi registi, entrambi hanno avuto qualche (rara) resipiscenza per la forma compiuta e regolare (a naso direi “Elephant man” per Lynch e “Le onde del destino” per Von Trier, non a caso i due film di maggior successo del duo bislacco) ma in generale hanno picchiato duro senza ritegno e per questo li amiamo anche nei loro eccessi.
Von Trier è addirittura passato dalla teorizzazione (di necessità virtù, direi) della sobrietà estrema del “Dogma” al “liberi tutti” che è venuto dopo.
In “Antichrist” (titolo significativo) la sensazione di aver superato alcuni limiti è stata evidente e senza spregio, talvolta, per il ridicolo.
Anche se quando arriva la volpe parlante, fa una certa impressione e resta una di quelle classiche scene che, per come è costruita, resta impressa nella mente a lungo, come capita con i grandi.
“Melancholia” è un film di una struggente tristezza quasi insostenibile, una specie di fantascienza dell’anima che colpisce più volte nel profondo.
Cosa fare di più? Programmaticamente un giornalista gli disse “ti resta solo un porno” e il nostro, proprio perchè autentico nella sua libertà folle, lo ha preso in parola.
L’imminente “Nymphomaniac” promette moltissimo e mischia il sesso più esplicito con la faccia nota di attori mainstream, tra cui i veri e propri feticci Gainsbourg-Defoe.
Cosa dire invece su Lynch?
Lynch è Lynch, dico solo che all’uscita da “Fire walk with me” a Londra le facce col punto interrogativo erano molte, il chewing gum visivo meraviglioso aveva colpito duro ma soprattutto l’inesplicabilità labirintica di molte scene.
Alla proiezione milanese di “Inland Empire”, opera di culto se mai ce ne fu una, la lunga durata e la estrema provocatorietà facevano vittime come mosche.
All’uscita eravamo rimasti in tre colpiti da un treno visivo di cui non avevamo capito nè la direzione nè la provenienza.
Non capita tutti i giorni.
Quest’opera davvero terminale, del 2006, realizzata in digitale e punteggiata qua e là da grandissimi attori in cerca di novità vere (un nome su tutti : Jeremy Irons) sembra proprio il canto del cigno di un geniale inventore di immagini, l’opera oltre la quale è oggettivamente difficile andare.
Alcuni trademarks di David sono il sonoro usato in funzione narrativa disturbante, l’attenzione alle scene indelebili e inspiegabili, il gusto alla Freaks (by Browning) per le deformità : quando tutti questi elementi hanno raggiunto un loro, irrazionale, equilibrio si è giunti al capolavoro.
Penso ad esempio a “Mulholland Drive”, film folgorante, ancora sufficientemente commestibile da essere premiabile (Cannes 2001).
Prima di pensare alla consueta riserva dove preservare questi mavericks, cominciamo a cercare quelli nuovi.
Probabilmente dobbiamo cercare in rete e, successivamente, vedere quelli che continuano anche dopo il successo commerciale.
Mi sa che resteremo abbastanza soletti quaggiù.

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