OK Glass !

La storia della tecnologia viaggia veloce, anche sociologicamente parlando, e quello che fino a ieri era visto come impensabile, improbabile, non usabile, diventa velocemente mainstream.
Ricordo come se fosse ieri l’entusiasmo di un mio fornitore che mi venne a trovare in ufficio con una novità clamorosa.
Si presentò con due valigie voluminose : la prima con contratti e documenti vari come sempre (l’Ipad era ancora tecnologia aliena), la seconda con un device imbarazzante, enorme, costosissimo, che prendeva la linea qualche volta e male e con una durata batteria ridicola, che si contava in minuti.
Uno dei primi telefoni “portatili” per il quale era richiesto oltretutto, chicca solamente italiota, una burocrazia impressionante, come se si possedesse un ordigno nucleare.
Non si contano gli amici che negli anni (per non parlare dei rappresentanti della generazione precedente) rifiutavano a parole, con disprezzo, l’idea stessa di possedere un mobile phone e portarselo in giro.
Sappiamo come è finita.
Anzi, dal luddismo alla mania il passo è più breve di quanto sembri.
D’altronde una delle “last famous words” più grottesche è quella riferita all’inutilità e macchinosità del telefono…nessuno si sarebbe alzato per rispondere.
In effetti è un pò quello che è successo : l’hanno miniaturizzato per portarselo in giro everywhere, anche se le telefonate ormai sono un’app come un’altra e certo non la più importante.
Ho mille aneddoti sullo scherno e la sorpresa di tutti quelli che incrociavo negli anni 80-90 che mi vedevano armeggiare con tutti i tipi di palmari esistenti ed esistiti prima dell’Iphone e dell’avvento definitivo degli smartphones.
Piacevolezze della vita degli early adopters, come quando spedivo mail a quattro carbonari, tutti facenti parte della stessa rete dello stesso provider, agli albori della posta elettronica : c’è gente che si emoziona sentendo il rumore elettrico di scarico dei vecchi modems, non esagero.
Forme avanzata di nostalgia.
Oggi che giriamo in un mondo in cui tutti, proprio tutti, hanno la testa abbassata per strada e fanno mobile computing perenne, anche se non lo sanno, qualcuno ha pensato bene di alzare il livello dell’asticella e, magari, riguadagnare la posizione eretta.
In un mondo in cui Apple, per la prima volta dopo il ritorno di Jobs, sembra prendere fiato dai propri successi, dopo la metabolizzazione della morte del grande Steve, chi se non i grandi rivali di Google potevano lanciare la sfida vera?
E questa volta direttamente nel mondo hardware.
Si parla molto di questi Google Glasses, frontiera davvero futuribile del wearable computer.
Diciamocelo : ora che ci siamo abituati proprio tutti, nessuno è in grado di rinunciare per davvero alla propria dose eccessiva di informazioni e connessioni, sociali o meno.
Il fatto di poterlo fare guardando comunque il mondo (il concetto stesso di “augmented reality”) e con l’uso completo delle mani ha un suo fascino evidente, così come pone, da subito, un sacco di questioni di “etiquette” e di eventuali divieti.
Negli USA si sono già portati avanti ed esistono già uffici e locali che li vietano, prima ancora della loro commercializzazione, prevista per inizio 2014.
La capacità di fare foto e video e registrazioni di ogni sorta, tra le mille altre cose, in tempo reale al semplice comando vocale “Ok glass” + something inquieta non poco.
Noi fanatici ovviamente invece siamo già in salivazione avanzata e pensiamo alle mille apps ed alle mille applicazioni possibili ed alla potenza di un aggeggio che in tempo reale può darti qualsiasi tipo di informazione, anche sul mondo circostante, tenerti in comunicazione e darti perfino le informazioni sonore del caso per “trasduzione ossea”, senza quindi inquinare in maniera esponenziale l’ambiente circostante, sul modello della conversazione classica dei cellulari oggi riscontrabile in qualsiasi treno o spazio affollato.
Potrebbe benissimo fare la fine del Segway (usi solo specialistici) ma ciò non toglierebbe la sua sostanza di prodotto straordinario che, usato con buon senso, avrebbe mille plus.
Epic fail o meno lo stesso Segway era un’idea geniale, affossata qua e là anche da regolamentazioni di viabilità complicate e molto diseguali.
L’epoca del wearable computer è comunque davanti a noi, in ogni caso.
Magari con utilizzi mirati che al di là degli iWatch mille volte previsti, vadano nella direzione del medicale e del fitness (sensori), sempre comunque legati allo smartphone come unità di riferimento base “in esterni”.
Noi della generazione di passaggio siamo sempre sotto fascinazione (Siri, il cloud, il software sempre più semplice, “polished” e sempre meno costoso) mentre i nostri figli, primi nativi digitali, ci guardano con tenerezza e interagiscono naturalmente con icone ed apps mentre uno dei loro coetanei già ha in testa il mondo fra dieci, vent’anni.

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