Once upon a time in Movieland

Niente di meglio che rivedere “C’era una volta in America”, il capolavoro di Sergio Leone in versione extended e rimasterizzata, per misurare con precisione la distanza del cinema ormai classico (anche se degli anni ’80) dal mondo attuale e dal cinema di oggi.
In particolare il cinema di Sergio Leone, “bigger than life” sia nella mole di uomo che nella mole da cineasta, riduce istantaneamente il 90% del cinema odierno a mero mestiere, nella migliore delle ipotesi mestiere ben fatto, altrimenti pura gestione alimentare dei generi e delle storie o vuota magniloquenza tonitruante senza anima e spessore.
I due numi tutelari italoamericani, Scorsese e Coppola, vati anche del gangster movie (una delle poche certe esportazioni dell’Italia nel mondo, oltre al cibo), hanno portato in palmo di mano questo film immortale, per finire poi al postmodernismo sanguinario di un altro italoamericano, Quentin Tarantino, dichiarato adoratore prima dei western poi di quest’ultima perla definitiva del regista romano.
La lunga epica di questo film testamento ha pochi eguali, sia nell’ambizione che nella descrizione di un ambiente.
E’ come entrare in un mondo, non è esattamente come vedere un film, una storia, ed è per questo forse che, curiosamente, la sensazione, anche rivedendolo, non è quella della noia o dell’impazienza, il tempo scorre paradossalmente veloce anche grazie ad una regia e ad interpretazioni che non si possono non definire magistrali.
La chicca per noi cinefili, poi, sta tutta nella paradossale modernità di un regista apparentemente classico come Leone.
Grande libertà di costruzione pur nel rigore della “mise-en-scène”, una gestione del tempo assolutamente rivoluzionaria per l’epoca e che è diretta genitrice dei labirinti di “Pulp Fiction”, un lavoro sul sonoro ipnotico e avvolgente, come lecito attendersi dal creatore dei western dei grandi silenzi, una cura maniacale nei sets, così straordinari da far dimenticare del tutto la finzione.
E poi l’ambiguità, portata al massimo livello nel lungo finale, talmente ricco di domande inespresse da far parlare di questo film anche a giorni di distanza.
Anche qui il viaggio verso la tenebra porta ad un altro Kurtz, qui è l’amico ritrovato sotto mentite spoglie, James Woods all’apice della carriera pur essendone in realtà all’inizio.
E il sorriso finale di un De Niro raramente così gigantesco, perso nei fumi dell’oppio e nell’illusione di una realtà diversa.
Non si scopre nulla dicendo che questo è uno dei più epici e grandi film della storia ma lasciateci il piacere di ridirlo.

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