The ones

Era da tempo che volevo celebrare con un post il Duke Ellington della nostra era, come è stato una volta definito, cosa peraltro condivisibile vista la ecletticità, la creatività torrenziale e quasi imbarazzante per i diafani e limitatissimi protagonisti della musica degli ultimi decenni.
The one and only Prince.
Nella mia lunghissima carriera di frequentatore di arene musicali, devo dire che ho visto molti grandi ma pochissimi, forse nessuno, mi hanno fatto l’impressione enorme on stage che mi ha fatto lui nelle due occasioni in cui l’ho visto.
Grottescamente piccolo e improbabile nell’aspetto, curiosamente addobbato in outfits sempre abbastanza glitter, eppure così gigantesco sul palco al punto che dopo pochi secondi dimentichi tutto e ti sembra di avere di fronte un dolmen.
Potenza della musica e della capacità pura e semplice di stare in scena.
Da figlio di James Brown e da polistrumentista imbevuto di tutta la musica nera del mondo, dal funk al rhythm’n’blues, Prince negli anni si è espanso fino a toccare vertici e territori che nessuno prima di lui, soprattutto nella grande tradizione black, aveva mai toccato, fino a diventare il vero crossover tra la musica colta europea e la stratosferica musica ritmica afroamericana.
Prince è come un tubo digerente attivo 24/7 che rende decuplicato ciò che ingerisce, personalizzandolo, in continuazione.
La sua leggendaria prolificità lo ha messo nella sua lunghissima carriera in inevitabile contrasto con l’industria discografica (la famosa epoca di “Slave” dipinto sulla fronte e del cambio di nome con l’improbabile acronimo “Tafkap”, The Artist formerly known as Prince”, o addirittura col criptico “love symbol”) a disagio con uno chiaramente facente storia a sè in tutto.
Adesso che è nella sua fase “Tin Machine”, lo amo ancor di più.
Tin Machine era il nome del gruppo che aveva messo su David Bowie nei tardi anni ’80, nell’ennesimo tentativo di uscire dai clichè, dagli orpelli, dalla sua stessa gloria, buttandosi in arene ridotte e per platee di intenditori nel gorgo del power rock più deciso come un cantante qualsiasi (ma quello non l’ho già visto da qualche parte?) in un gruppo di scatenati.
Quando vennero a Milano, coperti dal quasi anonimato, provai una delle poche soddisfazioni che dà l’altrui stupidità, godermi il Duca a tre file dal palco in un teatro in fondo minore.
Cosa che se fosse dilagata la notizia di Bowie in maniera davvero massiccia avrebbero dovuto blindare l’intera area : pochi anni prima aveva riempito San Siro senza alcun problema con il faraonico “Glass Spider Tour”, e io c’ero ovviamente.
Prince adesso gira con un gruppo di giovani ragazze nordiche e non, decise e forsennate come non mai (una sua vecchia passione, le donne, soprattutto alla batteria) con un set di musica estremamente revisited nei vecchi classici e potenterrima, oltre che guitar oriented, nei pezzi nuovi.
Ho visto la sua esibizione ai “Billboard Music awards” e, come sempre, fa paura, sia per impatto che per padronanza di tutti i mezzi.
Unico, come quell’altro suo collega biondo recluso a New York recentemente uscito di casa per presentare il suo nuovo album.
Un ego davvero grande come la natia Minneapolis ma, come capita raramente, davvero un talento all’altezza dell’ambizione.

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One thought on “The ones

  1. Blog fatto davvero bene. Se posso permettermi di dare un piccolo consiglio, cercherei di implementare meglio la funzionalit dei feed RSS, dato che per quanto mi riguarda sono una consistente fonte di traffico. Ancora complimenti per il sito.

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