L’odore dell’erba

Questo periodo dell’anno è quello che mi ricorda perchè gli unici due sports che ho davvero amato e praticato sono il tennis e il golf.
Due sports nati in UK, come quasi tutto quello che è sportsmanship appunto, e tutti e due giocati sostanzialmente sull’erba in terra d’Albione.
Guardo il Queen’s in tv, uno dei tornei più fascinosi del globo che si gioca in zona Kensington in un club meraviglioso e ricco di storia che ho avuto la fortuna di vedere nelle mie interminabili e pluriennali peripatetiche divagazioni londinesi.
E’ un pò il sabato del villaggio del tennis nella concezione romantica di quello che il grande Gianni Clerici, il “dottor Divago” di tommasiana memoria, scrittore prestato allo sport come il grande Gianni Brera, snob anglosassone di preclara origine comacina e cosmopolita attento e raffinato, chiamava lo sport dei re.
Gianni deve proprio essere un nome fortunato per il giornalismo sportivo italiano.
Il buon Clerici, autore di quel libro meraviglioso che è “500 anni di tennis”, un vero, splendido romanzo che piacerebbe anche a chi non è interessato al nobile gioco.
Qui invece siamo al Queen’s, e quindi sempre in area reale, e il sabato del villaggio (anch’io sto divagando, come determinata ispirazione al modello testè citato) è quello del tennis mondano, snob e cosmopolita ante litteram del passato, che seguiva il sole nelle sue peregrinazioni e che è scandito dai quattro tornei dello Slam, non a caso termine di filiazione bridgistica, lo sport indoor più praticato nelle clubhouse.
Parigi e l’Europa continentale con le sue terre rosse scivolose e calde ad inizio primavera poi, quando comincia a fare troppo caldo, la salita a nord verso Albione, patria del gioco e garanzia di tempo alterno ma fresco, con il corollario di tornei minori erbosi che portano alla Messa cantata nel tempio a Luglio, Wimbledon.
Allo scadere dell’estate si ritorna, a Settembre, verso gli USA (con l’apice dello US open a NYC) per poi andare risolutamente verso la stagione indoor, mondiale e uniforme per definizione e il ritorno al sole col primo slam, quello australiano di Gennaio.
Il tennis del passato non c’è più ma gente come Clerici e altri mantengono alta la nobile tradizione della pallacorda e normalmente le arene che contengono gli eventi, come quella splendida di Montecarlo dove spesso sono andato in visita all’abbacinante e hyperchic Country club locale, sono posti civili e baluardi di sportsmanship rispetto ad altre arene, calcio e basket in primis.
Il tennis su erba, che, per chi ha provato, è quasi sport alternativo al tennis su terra, su cemento o su altre superfici, è il link che collega l’antica nobiltà del tennis all’antica nobiltà del golf.
Entrambe le nobiltà nel triste, aggressivo, incarognito e incivile paese che viviamo, sono state declinate sempre in maniera bislaccamente diversa, con grande sorpresa degli stranieri in visita.
Basti pensare all’epoca d’oro di Panatta & co. negli anni ’70 e a cosa era diventato il Foro Italico.
La prima volta che ho giocato a golf è stato in Inghilterra, attratto dal gioco in sè ma ancor di più dal magnifico environment che lo circonda, un vero privilegio nel mondo cementiziamente demente e orrendamente frenetico che viviamo normalmente.
Non ho neanche telefonato (eravamo oltretutto in epoca pre-cellulare) e mi sono recato a questo public course, nei pressi della mia consueta residenza londinese (zona Ovest).
Dopo dieci minuti e senza nessuna formalità, tantomeno di tipo social-provinciale, rigorosamente con poche sterle, mi sono presentato al tee della uno e, assistito amorevolmente da un caddy/maestro, senza nessuna fretta e con qualche pintella di birra qua e là ho completato le mie prime nove.
Non ero del tutto impreparato e quindi, nonostante non avessi mai preso un bastone in mano, perlomeno non aravo il quartiere.
Tornato in Italia e finito il solito apprendistato “scolare” che questo gioco impone (leggi centinaia di secchi di palline con aiuto maestro) ho tentato lo stesso approccio nel mio paese, il paese del tifo e della moda (delle mode : prima tennis, poi golf).
Il muro di complicazioni e legalismi, di burocrazia, di costi demenzialmente alti (le famose “quote immobiliari” tristemente sconosciute in tutta Europa), di pura e semplice spocchia e bava provinciale da neoricchi che ho incontrato e che ha rischiato di uccidere questo meraviglioso e in realtà popolarissimo sport (nei paesi anglosassoni evoluti), mi ha veramente fatto impressione nella sua insistente e perfino autolesionistica poca amichevolezza.
Gli italiani non riescono mai ad avere la naturalezza non provinciale e veramente sportiva che ha un americano o un inglese.
O sono beceri tifosi o sono ridicoli provinciali spocchiosetti.
Spesso entrambe le cose.
La sublimazione di questo fetido ambiente avviene nella triste ricorrenza delle gare e delle garette.
Sia nel golf che nel tennis (così come nel suo corrispettivo indoor, il bridge), l’aggressività rancorosa, ignara della rilassatezza del vero gentleman, che le regole stesse del golf tra l’altro tramandano perfettamente, il volgare provincialismo della messinscena nonchè la consueta asfissiante burocrazia demente, uccidono da anni il piacere di gareggiare col sorriso sulle labbra e senza nessuna velleità infantile di vittoria, spesso contro le regole.
La donnetta troppo abbronzata e troppo compresa del suo presunto ruolo sociale che ti fa rimarcare la posizione della palla sul green con tono acido (salvo sbagliarsi e non chieder scusa), il ragazzotto pompato da genitori orrendi, che cerca di fregarti un punto cancellando il marchio sulla terra battuta…tutte cose capitate a me nella mia breve carriera “agonistica” in entrambi gli sports.
Ben presto ho capito che la risposta stava nel godere di queste due meravigliose attività psicosportive in controtendenza assoluta : giocare evitando i weekend, evitare le gare come una peste mortale, prendersela comoda con amici giusti e che la pensano come te.
D’altronde, anche dal punto di vista olfattivo, poche cose eguagliano la sensazione di un campo da golf o da tennis, appena bagnato, alla mattina, nel silenzio.

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