Struck n. 6

Anch’io alla fine ho ceduto al “word of mouth” della rete e alle mille recensioni entusiastiche e ho letto “Open” di Agassi, quella che moltissimi considerano la più grande biografia mai scritta e il libro di sport più bello mai scritto.
Al di lá delle enfasi e della classifiche, sempre difficili da fare, faccio il report di quello che è successo a me e che dimostra l’assunto : letto in tre giorni (é un bel tomone, anche se l’ebook non lo dà a vedere), spesso pensato durante il giorno, difficile da mettere giù in buona sostanza.
Quando questo succede, raramente è per caso.
Sono un appassionato di tennis ma non sono stato appassionato di Agassi nè tantomeno un suo tifoso.
Leggendo il libro ho capito che mi sbagliavo ma per i motivi che uno non direbbe.
Ossia ho trovato stranamente interessantissima la vita di uno che, soprattutto alla sua apparizione nel mondo dei bianchi gesti, sembrava un deficiente post punk non a caso originario di Vegas (non un tempio di eleganza) e perfino con un tennis brutale di anticipo un filo eccessivo, anche se barbaramente incuriosente.
Questo libro ha esattamente quello che mancava alla celebrata ma fredda, sterile biografia ufficiale di Isaacson su Jobs, una persona a cui sono molto più interessato rispetto ad Agassi, in partenza, e che tutti oggettivamente troverebbero mille volte più interessante.
A mio avviso una biografia floppata se mai ce ne fu una, a dispetto dell’enorme successo di vendita, un vero peccato perché la vita e i pensieri del grande Steve meritavano secondo me sorte migliore.
Se c’é un libro che dimostra la potenza della scrittura è proprio questo.
A dimostrazione che perfino le biografie vanno scritte come un romanzo se vogliono davvero avvincere, con la stessa densità e la stessa libertà di approccio, a volo d’aquila.
Così facendo potete parlare e scrivere di qualsiasi cosa, di qualsiasi argomento, e la gente vi guarderà e leggerà rapita.
Anche Baricco è rimasto folgorato da questo libro e l’ha inserito addirittura nel suo elenco dei 50 libri migliori letti negli ultimi dieci anni, fatto per Repubblica (“Una certa idea di mondo”), scrivendone per il giornale una breve recensione che, guarda caso, é meglio di molti suoi lavori di fantasia.
A dimostrazione dell’assunto iniziale.
Un libro fortunato, insomma, a partire dal titolo e dal suo doppio senso felice, costruito con la tipica professionalità americana, come lo stesso finale rivela, da un ex atleta che ha capito man mano nel tempo l’importanza della serietà del lavoro e da un tecnico della materia, uno scrittore ex Pulitzer, J.R. Moehringer, che scrive divinamente.
La necessità è il criterio di scelta e questo libro era necessario, non la solita, scontata operazione commerciale ed autocelebrativa della celebritá di turno.
Da leggere, se potete in originale.

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