Yes, I’m a columnist

Nel nuovo mondo forgiato dal web tira da sempre una brutta aria per ogni intermediazione, soprattutto se a basso valore aggiunto.
La rete è come l’aria, come l’elettricità, invisibile, indispensabile e decisiva per mille attività umane.
Solo quando manca uno si accorge della sua importanza.
La fine delle mediazioni, assieme alla smaterializzazione di ogni supporto o servizio, ha cambiato forse per sempre la geografia dei luoghi che abitiamo.
Spariti i negozi di dischi, perfino in una città come Londra dove erano parte preponderante dell’ambiente (Hmv, Virgin Megastore…), in forte contrazione le librerie, le edicole agonizzanti, le agenzie di qualsiasi cosa, soprattutto di viaggi, inghiottite dal cemento.
Resistono i megastores multimediali, una specie di piazza commerciale in variante “culturale”, e gli onnipresenti centri di ristoro e di vendita di vestiti e accessori (non smaterializzabili per definizione).
Nel mondo della parola scritta la fine delle mediazioni sta cambiando per sempre l’editoria (fine dell’intermediazione, vagamente farraginosa e familista nella versione localizzata italiana, cà va sans dire, avvento del self publishing) e sta cambiando per sempre anche il giornalismo.
Il giornalismo moderno, altra cosa praticamente inventata dagli anglosassoni, aveva come mantra primigenio le notizie e i fatti separati dalle opinioni.
E la carta come feticcio.
Fine della materialità e quindi sparizione della carta quasi totale (entro 5 anni?), fine delle intermediazioni e quindi esasperazione del concetto morale del giornalismo anglosassone.
Penso che siano pochissimi quelli che prendono il giornale per “informarsi”.
Le informazioni pure, le news ma non solo, passano attraverso mille rivoli telematici ma non certo attraverso la carta stampata.
La stessa tv si è “webbizzata” : il continuo scorrere del sottopancia di SkyTg24 è la sintesi migliore di ciò che sto dicendo…tutto il resto è commento.
L’unico successo giornalistico in questo lungo periodo di catastrofi è quello del “Fatto Quotidiano”, un giornale sostanzialmente di opinioni e di editorialisti con una forte base di sostegno.
Siamo quindi paradossalmente nel mondo più volte evocato da Gianni Clerici che, da buon anglofilo, ha sempre evidenziato la differenza tra giornalista e columnist che è la base di quel mondo.
Il giornalista cerca e produce notizie e informazioni, il columnist fa editoriali e racconta sostanzialmente ciò che vuole senza perdersi nei dettagli che dà per scontato siano reperibili altrove.
Nel mio piccolo anch’io sono un columnist (mi avete mai visto raccontare una trama? Quante volte ho rimandato a Wikipedia?) e l’intera blogosfera direi che viaggia su questa lunghezza d’onda.
Un mondo di opinioni, più o meno interessanti e lecite, alla mercè del giudizio di una folla di lettori che si sono trasformati, inconsapevolmente, in lettori di magazines e di editoriali.
Un mondo dove le funzioni tipo “lo leggo dopo” di certi browser sono il simbolo di un mondo bombardato dalle news all around 24/7 e il tempo della riflessione viene posticipato, sine die, fino ad una arcadica “vacanza” che, nella sostanza, non arriva mai.

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