Wimbledon memories

Wimbledon quest’anno mi piace ancora più del solito, che non è poco.
Mi piace pensare che solo qui, alle radici del gioco e del mito, poteva essere sovvertita, anche solo per un attimo, la cavalcata del jet tennis ipermuscolare “corri e tira”, l’atletica con le racchette che è diventato lo sport dei re.
La superficie quest’anno è stata rallentata, con apposite esoteriche lavorazioni sul verso dell’erba, la pallina è già più grande del solito, sembra che si vada finalmente contro l’orrida “erba battuta” degli ultimi anni che aveva snaturato il gioco.
Uno dei tanti “belli” di Wimbledon è che l’erba è una superficie “unpredictable” per definizione e che richiede tecnica, arte, gioco e pensiero veloce e punisce la muscolarità pura e semplice e il gioco di attesa del rosso.
Il resto l’ha fatto il calendario : mai tanti ritiri come quest’anno, a perenne monito di un calendario scandito dal dollaro.
E mai tante eliminazioni di teste di serie in prima settimana, spesso per mano di carneade in stato di grazia e, udite udite, addirittura erbivori in vena di serve and volley.
Vedere il tabellone adesso, al netto di Djokovic e Murray, ricorda la furtiva visione di un challenger qualsiasi e sembra proclamare ad alta voce : qui siamo diversi.
D’altronde qui sono nate le leggende di Mc Enroe e Becker, venuti dal nulla, anche se a dirla tutta non vedo talenti del genere (soprattutto del genere ultraterreno del ragazzo del Queens) e vedo solo uno schiaffo del destino nel tempio.
In attesa che il sipario si chiuda velocemente in seconda settimana e che il mondo riprenda la sua stanca prevedibilità, mi piace ripensare a quando andai a Wimbledon la prima volta.
La passione per la pallacorda e la terra dei Britanni andava di pari passo e sulla falsariga del feticismo conservativo che permettono oggi i mille mezzi elettronici meravigliosi che ci circondano, arrivavo al punto di riprendere con una fiammante super8 le immagini del Centrale, trasmesse dalla Rai in quell’epoca dove tutto appariva più grande e sacro.
Era l’epoca di Chris Evert e Jimmy Connors, per intenderci, e il dominio americano e australiano sull’erba (e non solo) erano ancora saldi.
Altra era geologica.
Col batticuore, quindi, uscii dalla fermata di Southfields quel venerdì mattina, dopo parecchio tempo overground perso a guardare fuori dai finestrini quell’immensa campagna che è Londra stessa, città di borghi e di villaggi.
Una lunga camminata, con uno splendido campo da golf alla sinistra, nel pieno di uno dei villaggi più belli della capitale.
L’epitome dell’inglesità, come quando guardavo il cricket davanti al pub che porta a Kew Gardens, con le donne intente a preparare sandwich ai cetrioli per gli improvvisati giocatori, o come quando andavo a Richmond apposta per guardare il panorama dalla collina e, scendendo, bere la classica pinta sul pub-barcone ormeggiato sul Tamigi.
Wimbledon, il club, o meglio l'”All England Lawn Tennis and Croquet Club”, è davvero un posto magico e chiunque lo capisce appena varca la soglia, indipendentemente dal suo amore per il tennis e lo sport.
Il silenzio, la bellezza quasi metafisica dei campi, lo straordinario museo del tennis (che da solo vale una visita a Londra, se mai uno dovesse avere pure bisogno di pretesti per farlo) e la conclusione teatrale dello stesso, dal buio delle stanze al Centrale in tutto il suo splendore.
Certi posti storici che ho visitato in tutto il mondo, sfibrati dal turismo di massa e dal mercantilismo conseguente, non hanno la stessa allure di questo che, in fondo, dovrebbe essere “solo” un club ricreativo.
Il lento rientro in città sembra allora propedeutico ad una anestesia, dolce e prolungata, per rientrare in quel posto frenetico che chiamiamo vita.

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