L’avvelenata

Al netto del luogo comune del “ognuno ha i suoi gusti”, anche nell’arte c’è chi ha gusto e chi no.
Non è proprio la stessa cosa ascoltare Beethoven e ascoltare Reitano, su questo converrete tutti.
Poi bisogna capire spesso qual’é la funzione che ha la musica nella vita di ognuno di noi.
La maggioranza delle persone, come sempre, non ha un interesse specifico nella cosa e conseguentemente neanche una competenza (ascolti, letture…).
Da qui l’uso esclusivamente “alimentare” del mezzo.
Sono quelli che quando sentono “canzoni” diverse ad un concerto perfino di un loro beniamino si incupiscono perchè solo il conosciuto soddisfa.
Sono quelli che vanno ad un concerto per fare casino con gli amici e dare sfogo fisico a frustrazioni e problemi che risiedono molto altrove.
E così via.
Personalmente non ho mai avuto la fisima musica alta-musica bassa, preferendo ascoltare tutto (onnivoro come sempre) senza complessi di sorta.
La dicotomia vera è musica buona-musica scarsa e il grado di “interesse” di una musica può avere, fortunatamente, mille sfumature.
Non vi elencherò quindi le mie preferenze (jazz for instance e mille altre cose), peraltro intuibili da questo blog, ma preferisco soffermarmi su chi NON mi piace affatto e che trovo, francamente, sopravvalutato.
Ad esempio l’autore della canzone che ha lo stesso titolo di questo post, in buonissima compagnia con tutto il cantautorame italiano di quell’epoca.
Dopo averlo visto in concerto trascinato da un’amica che conosceva (sic) a memoria tutti i testi, la certezza euclidea era che entrambi (il produttore – il fruitore) avessero sostanzialmente sbagliato il focus.
Non entro nel merito del valore letterario dei testi peraltro il fatto che uno poi si sia dedicato quasi esclusivamente alla scrittura fa riflettere.
Il problema è che accompagnare strimpellando con quattro accordi i propri testi, dando la netta priorità al testo, è musica solo per convenzione amichevole.
E infatti quasi tutti i cantautori dell’epoca, a partire dal celebratissimo (why?) De Andrè, fanno musica tragicamente mediocre e ripetitiva.
E solo alcuni in tarda età hanno capito che dovevano evolversi e hanno cercato, magari male ma apprezziamo il tentativo, di elevare il livelluccio delle loro composizioni.
Secondo grande serbatoio di sopravvalutati è il folk rock (con derivazioni) statunitense.
Al di là del valore storico letterario e culturale generico è forse arrivato il momento di dire che lo stesso Dylan, per non parlare dell’inutilmente esagitato Springsteen, sono in gran parte dei rimestatori di acqua nel mortaio e chiunque abbia un minimo di competenza specifica musicale lo sa e lo dice apertamente.
L’energia, l’invettiva fini a sè stesse non dicono ovviamente nulla se la sostanza delle cose (la musica) è scarsa.
C’è una canzone dei Dire Straits di Knopfler (altro adoratore del poeta di Duluth : anche lui ha i suoi difetti) che sembra una metafora del “Mio Dio, esiste il superamento” che sto avidamente presentando in questo post.
La canzone è “It never rains” (da “Love over Gold”) : parte con tutti gli stilemi menosi e ripetitivi della tradizione dylaniana in salsa springsteeniana.
Poi, fortunatamente, Knopfler si dimentica le sue radici, si ricorda di essere un musicista di livello vero e a partire dal minuto quattro fa capire la differenza tra fuffa e sostanza.

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