Douce France

Solo pochi posts fa mi lamentavo (ahi l’età) di come fosse ormai sparito dai radar quel genere di commedia e comicità colta e sofisticata, quei divertissement intellettuali rappresentati benissimo da Neil Simon e Woody Allen, campioni della borghesia affluente che ride su sè stessa con dialoghi brillanti e meccanismi spesso iperbolici nella struttura.
Facevo riferimento, quasi profeticamente, ai bunkers residui di quest’arte ingiustamente sottovalutata, spesso localizzati nella vicina Francia.
Così vicina e in fondo così lontana, viste le profonde differenze tra i due paesi cugini, e quasi sempre a favore (imho) della nazione di Cartesio, il “dover essere” di una Italia che invece non è proprio mai all’altezza, anche artisticamente e che, comprensibilmente, soffre di un atavico inferiority complex.
Guardo in questi giorni “Cena tra amici” (solita “traduzione” ipersemplificatoria di “Le prénom”, che invece allude al vero nucleo della storia).
Lo guardo anche perchè la nostra compagnia di teatro, dopo molti anni, invece di dedicarsi alla lettura delle procedure di fleboclisi, eroicamente, in uno slancio vitalistico si riavvicina ad un testo teatrale e lo legge.
E che testo.
Uno spettacolare esempio di commedia sofisticata verbale borghese, all’altezza dei migliori esempi del genere.
Forse davvero non mi sbagliavo quando individuavo nei vicini geografici gli unici ad avere ancora la finesse e l’attenzione per una commedia di parole e il buon senso di privilegiare queste cifre stilistiche nella scelta dei film da distribuire.
Così come ce l’hanno anche per altri generi, dove il loro “touch” rivaleggia con quello, più osservante e teatrale, della patria inglese.
Il tutto mentre gli USA si baloccano con gli incensi per gente banale e volgare come Judd Apatow, a perenne insulto al grandissimo passato della commedia americana
Tra i registi de “Le prénom” compare un cognome non ignoto, per restare all’ossessione nominalistica del film stesso.
Parlo di Alexandre De La Patelliere, figlio di Denys, il regista di varie imprese del grande, grandissimo, in fondo sottovalutatissimo Louis de Funès.
E questo è il link che unisce due grandi stagioni del cinema francese meravigliosamente in grado di mantenere classe, eleganza e finezza perfino in questi tempi cupi e volgari.
De Funès è in fondo uno sconosciuto, nel suo reale spessore, anche se in Francia recentemente è di nuovo assurto al livello di mito, non solo popolare, che già deteneva.
La chiave dell’iperbole e della farsa devastante è la chiave principale di tutti i film in cui è comparso questo autentico genio.
Vari registi, varie storie, il tutto unificato dallo stile interpretativo e artistico di un guitto per palati finissimi.
Non è nei vari “Fantomas” o nei vari “Uomini in fuga…” che si trova il meglio, anche se pure qui ci sono varie perle.
E’ nelle opere paradossalmente non serializzate e popolari che si trova il meglio del delirio cronometrico ed organizzato del nostro.
Penso ad opere comiche perfette e tuttora implacabili come “I tre affari del signor Duval”, “Io, due figlie tre valigie”, “Jo e il gazebo”, “Si salvi chi può”, “Le grandi vacanze” ed altri meccanismi geniali di sceneggiatura.
La Francia, in fondo, è sempre stata dolce.

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