Cherrypicking n. 12

Sarà che è il momento dei biopics concentrati sulla realizzazione di un film.
Sarà che è estate e l’alternativa sono gli horror più sciagurati.
Di fatto, mi sono sciroppato in quasi ravvicinata sequenza due film che hanno lo stesso DNA : “Hitchcock” e “Marilyn”.
Entrambi sono tratti da un libro (rispettivamente “Alfred Hitchcock and the Making of Psycho” di Stephen Rebello e “The Prince, The Showgirl and Me and My Week with Marilyn” di Colin Clark).
Entrambi, a dispetto dell’apparenza di biopic, parlano del personaggio in questione solo in modalità close up, durante la realizzazione di un solo film.
Nel primo caso “Psyco”, nel secondo “Il principe e la ballerina”.
“Hitchcock” è focalizzato sul personaggio tormentato del regista e sulla relazione “bittersweet” con la moglie collaboratrice Alma, la vera “anima” alle spalle del genio.
Una coppia che funzionava a più livelli, pur con le asprezze di un rapporto di livello.
Entrambi i film sono irrorati da una schiera di attori britannici di alta scuola che alzano subito il livello del prodotto di un paio di punti, solo con la presenza.
A dimostrazione che assieme alla sceneggiatura, avere gli interpreti, soprattutto di questo livello, nobilita qualsiasi cosa.
In questo caso, due film buoni diventano subito qualcosa che “sembra” ottimo all’istante.
Helen Mirren, Toby Jones, Derek Jacobi, Judi Dench sono tutte divinità che passano qua e là in queste due pellicole.
E Jim Carter, ovviamente, il caratterista low society britannico per eccellenza, uscito dai panni del butler (of course) in “Downton Abbey” per entrare in quelli del gestore del pub dove Colin, il vero protagonista di “Marilyn”, alloggia.
In “Hitchcock” giganteggia Anthony Hopkins mentre in “Marilyn” è Kenneth Branagh a dare l’interpretazione, a mio avviso, più monumentale, in una mimesi psichica con Laurence Olivier davvero definitiva.
Entrambi i film hanno le loro scene madri, cà va sans dire, nel primo è la scena, già celeberrima, in cui Hitch-Hopkins “dirige” visivamente la scena della doccia all’esterno della sala in cui viene proiettato per la prima volta “Psyco” e nella quale gli spettatori urlano quasi a ritmo di musica, il ritmo del montaggio perfetto di una scena magistrale.
Nel secondo è la scena dell’ultimo incontro tra Laurence Olivier-Kenneth Branagh e Colin (narratore della storia realmente vissuta con Marilyn) nella projection room dove vengono visti i giornalieri.
C’è spazio pure per una leggendaria citazione shakespeariana ed un’uscita di scena sontuosa del vecchio attore “larger than life”, Laurence, con tutte le sue fisime old style da teatro inglese e la vanità invincibile così tipica dell’ambiente.
“Marilyn” ha pure divagazioni ambientali nella campagna inglese che per noi malati automaticamente ce lo rendono oltremodo gradito.
Worth a visit both, come il sano cinema di una volta.

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