Masterpiece

Difficile trovare nel panorama cinematografico contemporaneo chi voglia ancora fare film di sostanza, senza molti compromessi con il mainstream e i presunti gusti del pubblico, ricercando anche ossessivamente una perfezione tecnica ed estetica davvero d’altri tempi.
Paul Thomas Anderson è uno di questi mohicani e probabilmente, fin dai tempi di “Magnolia”, uno dei più talentuosi e affidabili.
Il suo cinema, americano nel midollo, tiene alte le fila di una tradizione che dire smarrita è dire poco e che perfino nell’antica arte dei generi e della perfezione “professionale” batte ormai in testa.
Vecchie consuetudini e antiche professionalità ormai trasferite armi e bagagli nella sontuosa produzione televisiva e teatrale.
“The Master”, già nelle premesse, intrigava non poco chi, come me, è sempre profondamente attratto dalla follia umana, soprattutto nelle sue derive settarie e religiose.
In un tempo in cui ormai quasi ogni religione o parareligione, incluso quelle tradizionali, declina la fede in chiave settaria, la cosa è diventata ancora più urgente.
Molto liberamente ispirato alla parabola di Ron Hubbard e di “Scientology”, “The Master” è in realtà lo studio, entomologico direi, di due personalità che si attraggono inesorabilmente : il manipolatore, guru settario, arrogante e apodittico nelle sue pseudocertezze (interpretato da un monumentale Philip Seymour Hoffman, uno degli dei della recitazione oggi) e il personaggio debole, problematico, poco intelligente e critico, disturbato, facilmente manipolabile (interpretato da un altro grande : Joaquin Phoenix, qui al top della carriera).
Gli accenni alla setta hubbardiana sono sfumati : la barca del fatale incontro tra i due (Scientology e i velieri : una lunga storia), le stesse “pratiche” psicologiche, simili a quelle dianetiche, la filosofia di fondo dell’accesso alle presunte vite precedenti, l’aggressività nello stroncare le critiche e certe frasi qua e là.
Svetta anche un terzo personaggio, perfetto per l’occasione, quello della moglie del “maestro”.
Così simile a molti personaggi incontrati realmente, penso, nella vita di ognuno di noi.
La calma apparente dell’adepta, il sorriso rigido e stereotipato che nasconde la ferocia delle pseudocertezze, ferocia che è il rovescio della medaglia della paura assoluta del confronto e del navigare in mare aperto (la scena dell’occhio di lei che cambia colore durante una delle sessions è una delle metafore migliori viste al cinema del “lavaggio del cervello”).
Nella stessa scena finale viene anche esplicitato in maniera matematica il sofisma ricattatorio che regge l’impalcatura fragile di tutte le religioni : il “maestro” dice all’adepto che sembra sfuggire alle antiche fascinazioni : “se riuscirai a vivere senza credere in qualcosa, ad uscire dalla dipendenza di seguire una cosa superiore, a vivere senza avere un maestro da seguire, sarai il primo nella storia dell’umanità a farcela”.
Non senza aver prima minacciato la pecorella affermando che se se ne andasse ora e per sempre “La prossima volta che ti incontrerò, ti combatterò come il mio peggior nemico”.
Logiche che infettano qualsiasi culto acritico, come bene sappiamo anche noi italiani che ne abbiamo una versione tutta nostrana : in politica, sorprendentemente.
La disperazione, la poca lucidità che la paura ispira inesorabilmente, la nostalgia per l’amore, l’affetto di una famiglia mancata : tutto può portare in questi gorghi.
Il film, come è noto, si prende i suoi tempi ed ha un andamento ipnotico che può sconcertare le menti più pigre o semplici e meno avvezze al cinema per mascelle allenate.
Inoltre è ambiguo, soprattutto nel finale, e questo sconcerta sempre chi cerca, sbagliando, nell’opera d’arte e nel cinema risposte e semantiche descritte al millesimo.
Parlo ad esempio di chi, chiedendoti di un film, ti fa la domanda rivelatrice : di cosa parla? Oppure, durante il film, cosa significa?
Qui siamo in altri territori.
E alcune scene in particolare rimangono nella memoria indelebilmente, come capita sempre col grande cinema, in una forma che definirei quasi onirica.
Penso ad esempio alla scena del battello che salpa dopo l’incontro tra i due.
Puro cinema, un pò come “Apocalypse now”, antico modello ormai sbiadito e ricordo di una grandezza ormai residuale.
D’altronde si sa : dell’arte il fin è la maraviglia, non la spiegazione pedissequa che si potrebbe trovare in un saggio.
Un autentico capolavoro.

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