No contest

Noi vorremmo essere aperti al futuro e alle novità e in genere lo siamo, anche molto al di lá delle inclinazioni italiote a questo sport.
Ma esistono campi molto importanti dove é davvero difficile non constatare il regresso.
Al quale corrisponde spesso una dovizia di mezzi impressionante, tuttora sbalorditiva per la nostra generazione, ignara in fondo della fortuna di essere vissuta in un’epoca pre-tecnologica e quindi dell’aver posto le basi della propria cultura e del proprio vivere quando era ancora possibile farlo senza continue interruzioni e con la giusta profondità.
Per poi godere, come tutti, della cornucopia di informazioni successiva e delle magie del software.
Quando Steve Jobs, con una delle tante intuizioni geniali che lo contraddistinguevano, o meglio grazie alla lucidità di visione senza compromessi che era il suo trademark magico, non si limitò a fare il bravo imprenditore e quindi a salvare una azienda ampiamente ridimensionata e quasi decotta ma la trasformò in una media company, la musica ebbe un ruolo decisivo come è noto, con IPod, ITunes e compagnia bella.
Ci si dimentica che solo qualche anno fa le compagnie discografiche arrancavano in cerca di un sistema alternativo alla vendita dischi mentre agonizzavano dissanguate dalla pirateria di Napster e soci.
Jobs risolse il problema, come gli capitò spesso, con eleganza, decisione e semplicità.
Oggi la stessa azienda sembra chiaramente in fase di decadenza, anche se la posizione di partenza oggi del declino è completamente diversa.
Steve ha lasciato un gigante globale che sarà impossibile o quasi abbattere ma ciò non toglie che il declino è evidente ed è un declino, come sempre quando si tratta della mela, culturale.
I nuovi capi, con il carisma di uno scaldabagno (Cook in primis), la rigidità anche fisica degli ingegneri e degli uomini di vendita (dai quali Steve aveva sempre messo in guardia, allergico com’era ai calcoli dei piccoli uomini), stanno chiaramente arrancando in cerca di idee e, errore fatale, corrono dietro alle quote di mercato, alla copertura delle fasce di prodotto, addirittura imitano gli avversari increduli (l’orrore del nuovo iOs é indicibile, con Jony Ive in crisi etilica evidente che rinuncia alla skeuomorfismo e all’eleganza per correre dietro al piattume acido, asiatico della gioventù odierna).
Elitismo addio : ed è un grave errore, non solo per noi vecchi snobs.
Mi consolo con l’Itunes Festival, splendida rassegna annuale di gran classe, con una confezione finissima (live da quel tempio che è la Roundhouse di Londra, a suggello globale della vera capitale mondiale del pop), trasmessa gratuitamente in streaming (oh yes!), il sogno di un qualsiasi appassionato degli anni 70.
Peccato che manchino i contenuti, as ever.
E ci tocca sorbire nullità come Lady Gaga e altri come se fossero vere superstar.
Al massimo lo sono nel campo del make up (che ha avuto grande rilievo nel triste concerto della ragazza) o del balletto aggressivo-meccanico così tipico delle carnevalate odierne.
Poi arriva una vecchia peripatetica come Elton John (“Bitch is back” ha iniziato il concerto), bolsa, improbabile ma, surprise, in grande forma tecnica dopo i problemi recenti evidenziati dai concerti “reali” di celebrazione olimpica londinese dove lui e il vecchio Macca fecero a gara di stecche e sfiatamenti vari.
Dietro, un gruppo in grande forma e preciso come un metronomo , a dispetto dell’età, rappresentata benissimo dal vecchio drummer agèe Nigel Olsson in guanti bianchi.
E si capisce cosa è la vera musica, lo spettacolo di un songwriter che ha un repertorio affascinante secondo solo a pochi, tra cui i Beatles.
Concerto splendido che finisce con un altro capolavoro di semplicità come “Your song”, una di quelle canzoni straordinarie che farebbero la fortuna di chiunque anche da sole.
Non è nostalgia, è che è ufficiale : Apple e musica del passato vincono per no contest.

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