L’enigma Bergoglio

L’enigma Bergoglio si può sintetizzare in tre punti che sono al contempo ipotesi di percorso.
La prima ipotesi è che il nuovo papa sia il risultato di un consiglio di amministrazione parecchio agitato che ha constatato la fallimentare gestione precedente, soprattutto al cospetto di una crisi epocale di consensi, vocazioni e quindi anche di fatturato, in ultima analisi.
La crescente mancanza di credibilità, anche mediatica, del Vaticano, scosso da mille scandali e da un mondo meno disposto a prendere seriamente gli ipse dixit sempre più disperati, crollata dopo l’epoca finto moderna di Wojtyla (una riedizione del credere-obbedire-combattere già pronto per le truppe cammellate) stava mettendo seriamente a rischio il potere e l’influenza della sede romana.
In questa prima ipotesi il nostro è perfettamente consapevole del motivo per cui è lì e anche del motivo (dei motivi) per cui il suo predecessore ha abdicato in maniera che è sembrata quasi fantascientifica per le non brillantissime pecorelle.
La seconda ipotesi è che, presi in contropiede dal disastro, i vescovi, dimenticando per un attimo lo Spirito Santo, conoscendo il carisma reale di una persona che ha grandi qualità umane e mediatiche, abbiano puntato sull’argentino sperando di poterlo controllare.
La classica foglia di fico e che Adamo mi perdoni.
E la matrice di un possibile conflitto quindi, tra il capo riformatore e il corpaccione dietro, nemico e romanamente lutulento.
Francescano nell’animo e nel nome, quindi umile, empatico e ragionevole sopra la media scarsa del cattolico medio, soprattutto se appartenente a qualcuna delle sette vincenti, gesuita quindi intelligente e critico sopra la stessa media, per quanto si possa essere critici all’interno di una struttura monolitica e ferocemente autoritaria come una chiesa.
Fratello comunque di uno come Martini che, non a caso, ha parlato spesso di temi ignorati dalla chiesa trionfante e sorda di Wojtyla, Bertone, Ratzinger etc., e che diede una folgorante, ancorché isolata, definizione della stessa come di una navicella indietro di almeno 300 anni rispetto alla realtà spazio-temporale.
Insomma un cambio di rotta evidente rispetto all’arrogante, aggressivo e professorale arroccamento fanatico che in un’epoca giustamente diffidente per ogni tranchantismo, soprattutto su temi così indimostrabili, stava portando la Chiesa al definitivo isolamento, anche dal buon senso.
Indubbia la bontà della scelta, soprattutto a livello umano e mediatico, grazie alle qualità dell’uomo che sono evidenti.
È l’ipotesi che contempla il remake dell’operazione Giovanni XXIII.
Papa di transizione che andò oltre gli schemi fino al Vaticano II.
Peraltro platealmente disatteso, pur nei suoi timidi accenni di modernità, appena passata la nuttata.
Rivoluzione possibile ed abortita quindi, più di facciata che altro.
Esiste una terza ipotesi, la più affascinante e, secondo me, la più improbabile.
Che la Chiesa voglia per davvero cambiare radicalmente quasi tutto, tenendo duro sui dogmi di fondo e poco altro.
Noi laici per ora ci accontentiamo di uno che dice cose inaudite (in senso etimologico) su conventi e migranti (nell’imbarazzo evidente dei gestori che parlano, poi, di senso del Vangelo in contrapposizione ad applicazioni pratiche : ma certo), risponde a Scalfari senza demonizzarlo anzi accettando il confronto pur nella genericità apodittica e sostanzialmente “esperienzialistica” che è l’ultimo rifugio di una fede che ovviamente non può avere argomenti razionali risolutivi a fronte di troppe domande inevase nella sostanza.
Mossa azzecatissima, rivoluzione probabilmente apparente.
Possibile qualche concessione al buon senso su temi minori.
Staremo a vedere, come tutti, ma senza fretta, prevenzioni o illusioni di sorta.

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