Grido di dolore

Adesso parliamo di cose serie, finalmente.
Prima che rimpiangiate l’avvento della legge Basaglia, mi spiego meglio.
Abbiamo passato troppo tempo a parlare di religione, politica, arte.
Quando invece gran parte del nostro tempo lo passiamo in un ambiente virtuale, creato da uomini illuminati.
Ed è un ambiente psicologicamente altrettanto importante, ormai, dell’ambiente reale che ci circonda.
In particolare l’ambiente virtuale mobile, post-pc, è quello che ci riguarda tutti, quello degli smartphones e dei tablets.
Come è noto a tutti, appartengo alla non esigua schiera degli appassionati (fedeli?) del culto della mela, sezione evangelisti ed early adopters.
Gran parte dell’immenso successo della Apple ha un nome e un cognome, soprattutto nel secondo periodo, dopo il ritorno di nostro zio Steve (sempre sia lodato).
Un paradosso, secondo le logiche aziendali americane classiche.
Un uomo che tra i pochi corsi ai quali partecipare durante il periodo universitario, se non l’unico, scelse quello di calligrafia.
Penso che basti da sola questa considerazione per capire il vero e proprio culto della forma, della bellezza come funzionalità, del “less is more” che ha fondato le fortune di una azienda sempre diversa dalle altre, orgogliosamente diversa, che “creava” le mode invece di seguirle (“È complicato pensare al design di un prodotto con un focus group. Molte volte la gente non sa quel che vuole finché non glielo fai vedere.”).
Dopo la morte del nostro, tutti noi, pazientemente, abbiamo aspettato gli eventi, senza particolare acrimonia contro i successori (in questo plurale c’è già molto del problema).
Ci siamo ripetuti, come in un mantra autoconsolatorio, che in fondo le grandi aziende sono fatte di un lavoro di team e che tutti i collaboratori erano in fondo rimasti lì (quasi tutti, in realtà) e che erano talmente imbevuti della filosofia e della vecchia storia che non avrebbero mai fatto grossi errori.
Abbiamo visto i primi keynotes e le prime delusioni e ci siamo detti : vabbè, è normale che uno come lui sia insostituibile ma andiamo avanti, future is bright all right all right.
Non è col carisma che si comandano le grandi organizzazioni e così via (siamo convinti democratici, oltretutto).
Poi è uscito il nuovo iOs 7, ossia il successore del sistema operativo più naturale, geniale, bello mai comparso sulla terra (e premiato mille volte per la perfezione zen).
E abbiamo capito.
E’ davvero finita un’epoca, a più livelli tra l’altro.
Il nuovo sistema operativo, presentato con immorale entusiasmo all’ultimo, smortissimo keynote, è di una bruttezza e piattezza (non solo in senso geometrico) quasi imbattibili.
Se qualche nemico della Apple, magari un infiltrato della Samsung o di altri concorrenti, avesse voluto davvero far male alla mela e al suo dominio, non avrebbe potuto fare di meglio.
Ho aspettato qualche giorno di utilizzo costante per poter dire la mia, definitivamente.
Sono talmente tanti i difetti e i problemi che non so neanche da dove cominciare.
Ci sono anche delle migliorie che avrebbero fatto la fortuna di qualsiasi update sensato del passato, meraviglioso sistema operativo, ma in generale il restyling e la nuova concezione (anti skeuomorfica, anti 3d, anti classe ed eleganza in ultima analisi) sono, ad essere buoni, una scopiazzatura dell’ultima moda, fatta da un bambino lievemente ebbro e sicuramente con problemi di vista.
La leggendaria facilità di utilizzo, che simulava il mondo reale con classe inarrivabile…beh, è andata via per sempre.
Ora siamo in un mondo piatto, digitalizzato male, con parecchie mancanze a livello di “user-experience”.
In rete non si contano le reazioni scandalizzate della maggioranza dei fans e degli addetti ai lavori.
A questo punto pensiamo a cosa è stata Apple nel dopo Jobs.
Una azienda che ha comunque emesso una infinità di prodotti, tutti abbastanza inutili, senza grosse migliorie rispetto al passato, chiaramente pensati per coprire nicchie di mercato e logiche commerciali pure (Dio ci guardi dai focus group e dai commerciali, diceva la buonanima).
Non dimentichiamo che ogni grande idea di Steve era stata inizialmente avversata e/o bollata come demente ed irrealizzabile dai tecnici e dai commerciali interni.
Non dimentichiamo che l’ultima grande idea del nostro è stata proprio commerciale, geniale e rischiosa come sempre : gli Apple Stores.
Che hanno rivoluzionato il concetto di retail in tutti i settori.
Questa azienda è crollata sistematicamente in borsa negli ultimi anni, particolarmente dopo i vari keynotes.
Ma i capi di adesso fanno i superiori e parlano di normalità (ups and downs…caro Tim…solo downs da vari anni), di interesse per il prodotto (un mantra jobsiano che sembra in realtà dimenticato) e così via.
E cercano intanto di far dimenticare lo scandaloso flop delle mappe, un regalo insperato, questa volta a Google, ossia uscire con un prodotto software talmente incompleto e difettoso da far tenerezza e far rimpiangere la leggendaria ossessione perfezionistica del passato.
Una Apple così, in sostanza, in confusione mentale, non la vedevamo dai tempi del primo quasi crollo, ossia quando Michael Spindler, in trance agonistica negativa da troppi conti in rosso, pensò bene di dare licenza a cloni Mac, come avrebbe fatto una Ibm qualsiasi.
Quando anche gli asini sanno che una azienda come la Apple è vincente SOLO se è elitaria, perfino per le grandi masse, che infatti si svenano per gli oggetti del desiderio di volta in volta tirati fuori dal cilindro.
Questo software grottesco, abbinato al finto low cost dell’Iphone 5c, ho come l’impressione che saranno le prime trombe del giudizio per questa mitica azienda e per il suo management, al di là dei proclami di facciata che, immagino, siano da aspettarsi copiosi.
D’altronde se lo splendore del software attirava come mosche al miele i clienti (ora peraltro in crisi economica forte in tutto il mondo), per poi portarli in un mondo superiore anche nei particolari hardware di uso immediato (esempio classico : lo schermo straordinario di vetro zaffiro dell’Iphone), oggi di fronte all’omologazione, non si capisce davvero perchè uno dovrebbe rinunciare ai concorrenti, euforici per tanta grazia.
Da quanto tempo la Apple non porta innovazioni forti e reali?
Mi sa che comincia ad essere troppo, in un mondo dove un anno è un’era geologica e dalle stelle all’aurea mediocrità si va in un amen (Nokia docet).
Noi fedeli ovviamente preghiamo…d’altronde cosa dovrebbero fare i fedeli?
Spes ultima dea.
La fine dell’unicità potrebbe essere il colpo mortale per il nostro faro di Cupertino,CA.
Oggi il colosso liquidissimo lasciato in eredità da Jobs sembra non avere rivali e problemi, anche solo per la forza inerziale del mondo in cui moltissimi amano stare, il mondo dell’App Store e di Itunes ad esempio, le vere macchine da guerra economiche della mela.
Inutile ricordare che prima di Steve nessuno aveva guadagnato nè pensato di poter guadagnare dalle applicazioni e dalla musica legale.
E i programmi per i palmari costavano una fortuna, come ricordo bene.
Ma ogni azienda informatica, e questo vale particolarmente per Apple, è una azienda in primis “culturale”, come ostinatamente SJ metteva in rilievo ad ogni occasione.
Non si vendono panini o motori, ma informazioni e gestione delle stesse.
Prolungamenti del cervello e del cuore.

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