Il bel film di una volta

Visti in rapida sequenza sia “Django Unchained” di Tarantino che “Rush” di Ron Howard non posso che pensare che in questa prolungatissima epoca di postmodernismo osservante ed omnicomprensivo, tutto è derivativo.
Film molto diversi tra loro incarnano comunque l’idea, non proprio sbagliata del tutto, che “una volta” i film erano “bigger than life” e che valesse la pena di tentare di recuperare, almeno in parte, quell’aura.
Gli anni ’70 sono tornati prepotentemente di moda e questi due film che visivamente “sembrano” venire dritti da quell’epoca lo confermano.
“Django”, uno dei migliori film di quel geniaccio di Quentin Tarantino, è una cavalcata citazionista nel western che diverte dal primo all’ultimo minuto, nonostante la non banale durata.
Sempre nel modo bislacco, iperreale, violenterrimo, dialetticamente grottesco del nostro.
Adesso che poi ha trovato, come altri registi, un autentico gioiello di attore come Christoph Waltz (dove era stato tutto questo tempo questo maestro?), non ha più confini il suo gusto per la insistita, demente quasi, deviazione dialettica, alternata a scoppi di azione e violenza altrettanto parossistici.
Girato ossessivamente secondo gli stilemi del western italiano anni ’70, con infinite citazioni e omaggi, con una ricerca anche sulla grana della pellicola che lo accomuna a “Rush”, questo è un “ride” che non stancherà mai e che porta al solito finale annunciato, modello Kurtz in Apocalypse now, l’incontro con un personaggio “out of range”, qui un Di Caprio in forma smagliante, e con una introduzione all’ambiente e alla sua corte che ricorda proprio il capolavoro di Coppola, anche nel suo incedere lento e minaccioso.
“Rush” è proprio il “bel” film di genere di una volta.
Ron Howard è il classico regista americano old style, che si innamora di volta in volta di un tema, di un genere, e porta a casa il risultato quasi sempre.
Difficilmente i film sportivi, soprattutto quelli motoristici, sono andati al di là del “carino”, velocemente dimenticati e divorati dal tempo.
Questo ho come l’impressione che verrà ricordato a lungo.
Buffo pensare che sia stata “epicizzata” un’epoca che per noi coetanei è quasi giornalistica.
Ricordiamo benissimo il periodo, i duelli Lauda-Hunt e tutto il resto.
Basato, come tutti i film riusciti, su un’ottima sceneggiatura, firmata da uno dei più solidi professionisti del momento (Peter Morgan, guarda caso inglese, mente dietro “Frost/Nixon”, “The Queen” e altri), è quasi un dramma da salotto shakespeariano incongruamente applicato a due piloti di F1.
Si vede lontano un miglio che Niki Lauda è stato il suggeritore di gran parte delle riflessioni dietro questo solidissimo film, ampiamente beneficato anche da una ottima interpretazione, mimetica fino al dettaglio minimo, di Daniel Bruhl, un clone del pilota austriaco.
Interpretazione che ha emozionato lo stesso Lauda, a quanto narrano le cronache.
Il cinema ogni tanto ci riscalda, magari qualche volta col tuffo in un passato superiore, la musica invece…
Wasteland.
Fino a prova contraria che noi ottimisti ad oltranza aspettiamo.
Ansiosamente fiduciosi.

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