Il maestro

Ho sempre amato Claude Chabrol.
E fortunatamente il suo cinema è vasto e rientrarvi è come trovare un caro amico e le sue storie, frequenti, quasi abitudinarie.
Come Woody Allen ma dalla parte del mistero, del dramma, del giallo.
La musica dei suoi film, sempre rarefatta, pianistica, spesso cameristica moderna, rappresenta perfettamente il mood compresso, inquietante dei suoi gialli geometrici e freddi.
Nato con la nouvelle vague ha ben poco a spartire con gli allora compagni di viaggio, se non la sua, evidente, francesità.
Intesa come eleganza, freddezza cartesiana.
Èpater le bourgeois, dicono da quelle parti.
Ecco Claude l’ha sempre fatto, alla sua maniera, descrivendo ferocemente e con insistenza assoluta l’unico mondo che conosceva, quello della borghesia, anche perché, come rispose ad un suo intervistatore che gli chiedeva conto del perché mostrasse nelle sue opere solo questa classe : “Perché è l’unica classe esistente”.
Come un entomologo impassibile, come un Lynch ante litteram, nei contenuti, ma con l’andamento formale classico di un Hitchcock europeo, Claude è il cantore della menzogna, della inquietudine e della turbolenza che cova sotto l’apparente calma della rispettabilità borghese.
Ad Alfred é stato accostato spesso, per tematiche e stile, ma in realtà trovo addirittura più complesso e vasto il mondo di Chabrol.
In fondo Hitch amava i tranche de gâteau mentre Chabrol, pur essendo francese, è più essenziale ma anche più disturbante, meno mise en scene, pur nella maestria formale, e più vero dolore, più senso vero dell’ineluttabilità del destino.
Sono tanti i film che dovreste vedere, sia i primi con la sua prima musa, la moglie, Stephane Audran, sia con l’attore feticcio, ovviamente Michel Piccoli, l’autentico campione della rappresentazione borghese anche per altri registi come Buñuel, Ferreri.
Nella seconda parte della sua filmografia è poi apparsa come una dea la grandissima Isabelle Huppert, una che non poteva non piacere ad un genio del mezzo tono e della classe come Claude.
Sono tante le immagini indelebili e i film che restano dentro, come una malattia.
Tra i tanti non voglio dimenticare “La cérémonie”, nome splendido classicamente mal tradotto e banalizzato in italiano (“Il buio nella mente”).
Se ci credete, uno dei più raggelanti e grandi film che abbia mai visto, talmente affilato e perfetto da togliere il respiro.
Cibo per la mente.

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