Quartet

A Dustin piace vincere facile.
Al suo debutto, estremamente tardivo, alla regia, ha scelto di non correre rischi.
Per la verità le cronache narrano che nel lontanissimo 1978 “co-diresse” con Ulu Grosbard, ma senza credits ufficiali, il film ormai dimenticato “Vigilato speciale” (Straight Time) dove ovviamente era protagonista.
In realtà, quindi, è un debutto ed è un debutto di un “seventysomething” che racconta ovviamente dei suoi coetanei, in questo caso artisti (come lui), in particolare cantanti d’opera tutti finiti in una casa di riposo di lusso nella campagna inglese.
Nessun rischio sull’ambientazione : conosce l’età, conosce gli artisti e le loro fisime.
Nessun rischio sulla sceneggiatura : tratta da un testo teatrale di Ronald Harwood, lo sceneggiatore tra le altre cose di “The pianist”, “Quartet” è un testo splendido che viaggia con eleganza e assoluta nonchalance.
Nessun rischio sugli attori : il meglio del teatro e del cinema inglese, ossia la gloriosa vecchia guardia inesauribile che è praticamente incapace di recitare al di sotto di certi standard ed è, semplicemente, di un’altra categoria rispetto al mediocrume che circola oggigiorno.
In sintesi : una gioia assoluta.
Irrorata anche dalle rare doti della brevità e dell’essenzialità.
Dustin, con questo materiale sontuoso, può permettersi il lusso di lavorare di sottrazione più che di aggiunta, praticamente si limita a filmare la perfezione con totale immedesimazione nell’understatement inglese e nei suoi accenni sempre suggeriti, mai urlati.
Si ride molto e ci si commuove molto, ma con eleganza e senza spingere sull’acceleratore facile della captatio.
Perfino la morte viene solo accennata, come una presenza discreta tra un tè e l’altro.
Senza così scadere nel facile trucco della morte di qualche amato personaggio.
Grandissimo finale in questa chiave di elusione: l’operina si chiude senza esplicitamente fare vedere l’esibizione tanto agognata del quartetto, probabilmente al di sotto dei fasti del passato.
Una forma di omaggio dolce e rispettoso che è la chiave poetica di questo gioiello.
E una inquadratura, semplice ma da brividi, sulla casa tuttora ricca di allegria, al tramonto e illuminata nella buia campagna circostante.
Titoli di coda meravigliosi dedicati ai molti reali artisti che hanno contribuito a questa “fiction”, spesso in parti minori.
Da vedere e da rivedere.

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