Litterature

La fase postmoderna della letteratura sembra non finire mai, sulla falsariga di quanto già succede nell’arte figurativa.
La centrifuga impazzita del commercio ha necessità che vanno ben oltre la valutazione calma ed oggettiva di quanto ci propina oggi il…”mercato” ed è praticamente impossibile evitare l’errore di confondere il marketing con la realtà.
Nell’arte figurativa tutto ormai è confuso, mentre nella letteratura (locuzione peraltro ormai ampiamente demodè, come è significativo) sembra quasi che ci sia un tacito accordo.
Da una parte raccontare una storia (o perfino sviluppare una saga, meglio) è affare “popolare” e, soprattutto, adolescenzial-giovanile.
Dall’altra la letteratura “d’arte” , di qualità, sembra vivere in un mondo tutto suo, una nicchia di mercato weird per i superstiti amanti del romanzo.
Nel sempre più residuale mercato di quantità, saghe infinite con target giovanile o chick-lit elevati alla massima potenza.
D’altronde solo giovani e donne sembrano acquistare libri in maniera rilevabile dai radar degli uffici editoriali.
Che poi tra gli adulti siano soprattutto le donne a leggere dovrebbe far pensare, soprattutto i maschietti.
E se ci trasferiamo nella wasteland culturale italica diventa difficile perfino vedere qualcuno leggere un giornale, figurarsi il resto.
Siamo pure viziati e limitati nella nostra visione dalla macroarea nella quale viviamo, l’Occidente, geograficamente e storicamente in piena decadenza su molti fronti, dicono, ma in realtà molto vitale nella sua posa decadentistica, ancora redditizia nel mondo artistico e sul mercato mondiale.
In un panorama iperframmentario, post-tutto, bombardato a livello di advertising su poche cose ma in realtà iper lussureggiante a livello di offerta, è facile che ci sia sfuggito qualcosa.
Ma la realtà è che ancora oggi siamo qui a parlare di alcuni grandi classici con la certezza o quasi che nel futuro saranno pochi ad essere ricordati davvero nella stessa maniera.
La critica e le cronache che si ostinano a conservare la nicchia letteraria amano i vari Martin Amis, Foster Wallace, quest’ultimo assurto a livelli più alti in automatico, come nel rock, solo perché morto drammaticamente e prematuramente, ma la sensazione di quasi tutti è sempre quella : tutto qui?
Perfino l’informale vero necessita di regole, perlomeno “interne”, ma qui siamo in presenza di generazioni di scrittori che, sbagliando, pensano che andare oltre significhi non curare la scrittura perché “tout se tient”.
Moderni ma nel senso più banale del termine. Finti informali. Sciatti veri.
Pigrizia artistica ed intellettuale che altri non hanno, s’intende.
Altri che ancora non conosciamo.
In compenso nella letteratura di genere prevale il “carino”, esattamente come nell’iper-asfittico cinema di sala.
Lo stream of consciousness joyciano, per fare esempi altissimi, ha una necessità (parola chiave) ed una coerenza interne che dovrebbero essere di riferimento.
Dall’altra parte dello spettro, l’impressionismo estenuato e iperdescrittivo di un Proust ha lo stesso, inesorabile marchio di qualità, oltre ogni moda, ogni gusto, ogni periodo.
La domanda che ci dobbiamo fare è sempre la stessa : cosa resterà non solo degli anni ottanta ma di tutti questi decenni fra 100 anni ?
Io penso che saranno nomi che neanche abbiamo mai sentito o che sono passati molto in secondo piano.
Come anche gli ultimi premi Nobel sembrano suggerire.
E per gli altri, fisicamente, ma, più probabilmente, con l’apposita icona e il relativo “swoosh” sonoro…destiny is in the litter.

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