Emigrati per cultura

Nell’ultima puntata di “Servizio Pubblico” sono stati invitati quei ragazzi italiani di livello accademico e lavorativo medio-alto che sono sfuggiti alla morsa micidiale di questo paese e sono andati, ben felici, a Londra a vivere e lavorare, protagonisti di un servizio trasmesso in una precedente puntata.
È parso plasticamente, drammaticamente chiaro che l’emigrazione forzata di molti giovani italiani, e non solo di bassa manovalanza (in difficoltà di fronte alla nuova, dell’est europeo), ma anche di alto livello, torreggiante nello studio televisivo, ha alla base la ricerca della felicità o meglio di condizioni di base (essere presi sul serio, non essere ignorati o ostacolati o vessati) per esserlo, ormai praticamente impossibili in questo paese.
Un paese con eterni problemi mai risolti e che, stretto tra il martello di una crisi economica senza precedenti storici e l’incudine di una serietà procedurale europea a noi ignota culturalmente, sta velocemente implodendo.
Gli ideologi antieuro, come Bagnai, cadono nel classico errore degli ideologi e che in genere gli ideologi addebitano agli altri ideologici, ma di segno diverso, ossia di cercare un capro espiatorio.
In questo caso l’euro, la cattiva Merkel, gli interessi specifici delle singole nazioni che confliggono con i nostri.
Bagnai, more solito, dice, in buona fede, una parte di verità perché l’eccesso di fede fa sbagliare e anche chi si appella ai grafici e ai numeri non sempre guarda tutti i grafici e tutti i numeri, ma soprattutto ne dà una interpretazione già predeterminata ideologicamente.
Il problema macro di fondo è, con buona pace di tutti, la guerra, la super crisi ossia l’imprevedibilità del caso che porta anche i cicli e gli anticicli economici.
Molte cose si possono prevedere ma non tutte, come chiunque operi nella realtà tutti i giorni sa purtroppo benissimo.
Di fronte ad una crisi epocale, di sistema, non prevedibile in questa durata e forza, si può dire di tutto e il contrario di tutto, con gradi diversi di lucidità, ma le cause e soprattutto i modi per uscirne non sono mai in una unica direzione.
La realtà è sempre molto complessa e si rifiuta di rientrare nelle caselline, perfino ampie, in cui tutti cercano di imbrigliarla.
Il problema, se non addirittura etnico, è culturale.
E i ragazzi, che hanno sciacquato i panni nel Tamigi, dall’esterno lo capiscono ormai con chiarezza assoluta.
In un mondo di cambiamenti velocissimi, traumatici e anti provinciale, molto globalizzato, un paese come il nostro è un pesce fuor d’acqua e infatti boccheggia.
Le notizie importanti per davvero, di segno assoluto, passano sempre inosservate.
Una di queste è quella relativa al bilancio francese recente dove si è scoperto che l’industria culturale fattura di più dell’auto e di molti altri settori base.
Perfino adesso, quando la crisi colpisce duro anche oltralpe.
L’Italia che anche per storia e tradizione dovrebbe fare della cultura e dell’educazione il proprio core business, è un paese dove l’ineffabile Tremonti diceva “con la cultura non si mangia” e dove in genere tutto ciò che sa di culturale e intellettuale suscita reazioni viscerali odiose.
E dove tutti da anni parlano delle stesse cose in un eterno talk show, versione moderna dell’infinito gattopardesco melodramma.

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